La storia siamo no.

A me piacerebbe tanto, se vincesse il no al referendum. Mica solo per fermare questa riforma costituzionale lazzarona, mica solo per non dover attribuire a gente come calderoli il ruolo di padre costituente, mica solo per far venire la gastrite a berluscoso, che pure sarebbero motivi più che sufficienti.

Pure per vedere se finalmente bossi se ne va davvero in svizzera come più volte promesso e mai mantenuto (se non per andarsi a curare). Mi dispiacerebbe un po’ per gli svizzeri, ma per fortuna loro mica potevano votare, a questo referendum.

E se posso esprimere un desiderio ancora più ambizioso vorrei che vincesse il no persino in veneto. Lo so, questa è quasi un’utopia, ma perché per una volta lo scettro di regione più cogliona d’italia non lo lasciamo a qualcun altro?
Per una volta, dai, non muore mica nessuno.

UPDATE: OK, dai, bossi non parla più di andare in svizzera, il mio secondo desiderio non è stato esaudito, però almeno il Triste Borgo Natio non è il posto più cogliono della regione più cogliona:

Percentuale votanti: 65,53%
SI: 46,92%
NO: 53,08%

Come al solito attendo i dati dei vari quartieri. ;-)


You face pressure, I face pressure.

E sposta il frigo di qua, sposta il frigo di là, anche questo fine settimana è stato gioiosamente immolato al dio Traslock, gli elettroaddomesticati sono stati gettati dal cavalcavia ed io sto prendendo in seria considerazione l’ipotesi di trasferirmi in Giappone a cacciare balene. Io, e l’amico di sempre Vittorio Emanuele Alberto, Carlo Teodoro Umberto Bonifacio Amedeo Damiano Bernardino Gennaro Maria, Disavoia, che pare abbia qualche casino con i videopoker e le puttane (insomma, è il padre di famiglia medio italiano). Io, lui e l’amico Gaetano il quale mi spiegava con pacatezza qualche sera fa che, in fin dei conti, il valore etico e politico di questo referendum costituzionale è pari a quello di una messa di sessantesimo celebrata in duomo. E smonta la cucina, e sposta la cucina, si arriva a ricevere aiuto da sponde inaspettate e a scoprire che una lavatrice pesa meno del previsto, che mio padre applicava al bricolage ed in particolare alla costruzione dei mobili una geometria non euclidea e che comunque vada, dopo una giornata di duro lavoro ci sta sempre bene una birretta fresca e davanti ad una pizza si riesce ad apprezzare meglio i ghanesi che invadono festanti le strade del Borgo Natio sventolando bandierone colorate (quelle del Ghana, presumo, ma resto nel dubbio perché che cazzo ne so io, tra l’altro mi mandano in confusione tutte queste bandiere ungheresi che di recente si vedono appese alle finestre). E smonta il computer, e sposta la scrivania, succede che con le braccia graffiate e la schiena sudata si riesca in tre a svuotare Villa Gelida e quasi quasi abbiamo finito, volendo accantonare per un momento l’idea che c’è qualche metro cubo di varie ed eventuali a cui trovare una collocazione, tra i quali il divano bluette della disperazione replica esatta del divano in pelle su cui il piccolo Sigmund Freud venne fatto oggetto di attenzioni sessuali da parte della nonna, un set completo di porcellane barilla e l’emblema di casa Savoia che il giovane Emanuele Filoberto mi ha sbolognato qualche mese fa per sottrarlo alle indagini. E stacca i lampadari, stucca i fori di proiettile e stendi una mano di bianco, si scopre che il modo più rapido per spostare ordinatamente un cassetto pieno di oggetti consiste nell’incellofanare tutto il cassetto con la roba dentro ed infilarlo in uno scatolone, il metodo più efficiente per togliersi dai piedi berlusconi non è metterlo sotto processo ma arrestare tutti i suoi amici con un’inchiesta dopo l’altra fino a quando al pover’uomo non rimarrà più nessuno neanche per giocare a briscola, mentre io ormai sono quasi completamente traslocato, non trovo più una bolletta del gaz ed ancora non ho inventato un nome per il mio nuovo alloggio (ma questo compito, ad onor del vero, l’ultima volta era stato delegato a GimGangster). You face pressure, I face pressure.


Cronache di Weimar vol. 2: gli X-Men, i piccirilli e l’opossum nano del Borneo

La storia è questa: un gruppo di persone bizzare con diverse qualità non compatibili tra loro decide di unirsi per combattere un supercriminale che vuole conquistare il mondo. Tale straordinaria alleanza è resa possibile da un capo saggio e moderato che, agendo nell’ombra, mitiga le loro esuberanze individuali e si sforza di mantenerli focalizzati sull’obbiettivo, in modo che non facciano male né a se stessi né a coloro che dovrebbero difendere. La trama è resa ulteriormente complessa dal fatto che i comuni cittadini spesso non riescono a comprendere le motivazioni che muovono questi eroi; molti, ammaliati dal supercriminale avversario, arrivano addirittura ad osteggiarli, altri rimangono comunque diffidenti e solo pochi riescono a capirli davvero (forse, solo loro stessi si capiscono davvero). La domanda è: si tratta degli X-Men o del governo Prodi?

(A me finora quasi tutte le idee presentate dai neoministri sono piaciute. Peccato siano state tutte bocciate.)

In Italia periodicamente succede una disgrazia famigliare dai contorni misteriosi, sulla quale con un po’ di culo i giornalisti possono tirare a campare fino a Settembre. Peccato vada sempre a finire allo stesso modo: l’assassino è la madre o un parente stretto o l’amante o il convivente. E’ sempre previsto il coinvolgimento degli zingari che immancabilmente risultano innocenti o meglio, non c’entrano una fava e non sanno neppure di cosa si stia parlando. E’ inoltre indispensabile trovare per le vittime dei nomignoli leziosi ed idioti da accompagnare o sostituire al nome; purtroppo l’accanimento e la falsa compassione dei media non impediscono alle vittime di rimanere vittime.

Nel frattempo, nel suo covo segreto il Bossi ipotizza vie non democratiche per cambiare la Costituzione nel caso vinca il no al referendum. Peraltro, c’è da dire che per essere un referendum che potrebbe modificare mezza Costituzione al momento sta suscitando un tasso di interesse pari ad un sondaggio sulle tecniche di corteggiamento degli opossum nani del Borneo. Fuori dalla televisione e da internet, non ho ancora sentito nessuno parlarne. Nessuno. Neanche in quel brainstorming di cazzate della mensa aziendale del bunker. Notevole però la faccia di merda dei vescovi, per i quali improvvisamente andare a votare diventa un dovere civico. A questo punto credo sia il caso che almeno io esprima la mia opinione in merito: secondo me l’opossum nano del Borneo dovrebbe metterci più passione nei preliminari.


2006: Fuga da Villa Gelida

Sto leggendo un libro, Supervita, di tale Marco Bacci. Spesso i libri di fantascienza italiani non mi sono piaciuti ma questo ha alcuni indiscutibili pregi: è scritto bene e senza complessi fantatecnicismi, mi diverte con paradossi spazio-temporali e multidimensionali, ha una gran bella copertina bianco aipòd (che è così tremendamente fico anche per noi che non ce l’abbiamo, l’aipòd). Inoltre, è composto da racconti brevi e interconnessi, quindi riesco a non perdere troppo il filo anche se l’unico tempo che ho a disposizione per leggere è quello impiegato per il tragitto casa-bunker. Non al volante, non ancora, ma nelle pause ai semafori e nei pochi minuti residui tra il mio arrivo al bunker e l’ultimo momento utile per varcarne la soglia.
Perché il resto della mia vita, escluse otto trascurabili ore presso il suddetto luogo di quotidiano sfruttamento lavorativo, viene ogni giorno immolato alla più crudele delle divinità pre-babilonesi: il Trasloco.

Il Trasloco è il motivo per cui il genere umano si è dedicato alla costruzione di società stanziali. Il Trasloco è il motivo per cui le comunità stanziali provano rancorosa avversione per le comunità nomadi. Il Trasloco è l’attività fisica e mentale che assorbe il 95% della mie energia da sveglio, lasciandomene solo un 4% per scaccolarmi ed un misero 1% per mangiare senza sbrodolarmi la maglietta. Io, con la calma e la serenità spirituale che mi contraddistinguono e mi fanno levitare una spanna sopra la massa, sto cercando naturalmente di gestire il tutto senza troppi affanni, ciononostante devo ammettere che alcune questioni mi lasciano ansiosamente perplesso. Per esempio: com’è arrivata in bagno la lavatrice, visto che apparentemente pesa una tonnellata? E sarà possibile farle fare il percorso inverso giù per le scale? E il frigorifero? E il divano? E dove mai nell’universo troverò tanto cartone da poterci imballare la cucina che peraltro devo ancora cominciare a smontare? E quando devo disdire l’adsl? E il bindoncino blu per l’umido a chi lo devo restituire? E dove metterò tutti questi maledetti mobili? E quando ridarò la tinta alle pareti? E dove cazzo sono le mie fottutissime gocce di tiglio e biancospino?

Ehm.
Stavo dicendo.
Naturalmente sono tutti falsi problemi che si risolveranno quasi da sé, con naturalezza, e infatti non mi sto mica preoccupando davvero. Eppoi non sono mica solo. Eppoi è divertente spostare le cose e sistemarle in un Posto Nuovo. Eppoi ogni tanto mi posso fermare e cenare con una deliziosa panzanella all’abruzzese. Eppoi a furia di spostare scatoloni mi sta venendo fuori un fisico così:

Lusky riflette stanco e pensoso su come spostare il divano
(Nella foto, Lusky riflette stanco e pensoso su come spostare il divano)


Contakarma

Sono seduto su una panchina del lungomare di Jesolo. Guardo il paese reale scorrere dinanzi a me in fouseaux neri, nike argentate, chiappe troppo molli che traboccano da pantaloni troppo stretti, occhiali da sole progettati alla NASA e microtelefonini, guardo la famiglia tipo in vacanza tipo addestrare il bambino tipo ad odiare odiato i genitori tipo crescendo ansioso, paranoico, protetto e sicuro come un omogeneizzato COOP e penso

Il pianeta Terra ha una circonferenza di 40.000 chilometri. Siamo così abituati a cifre stratosferiche - due milioni di morti, sei milioni e mezzo di montepremi, sette miliardi di manovra finanziaria - che quarantamila chilometri sembrano pochini. E sono pochi. Guarda il contachilometri della tua auto. 50.000 chilometri. Avresti potuto fare il giro del mondo e un quarto, bere un caffè turco a Beo, bere un té caldo a Istanbul, fumare una sigaretta amara a Samarqand, camminare per le spiagge dell’India, visitare un monastero cinese, inerpicarti lungo la spina dorsale del mondo in Nepal, immergerti nella colorata follia di Tokyo, tentare la traversata coast to coast degli Stati Uniti per sentirti un po’ protagonista di un film di culto degli anni ’70, scoprire che sapore hanno le banane colte mature dall’albero, guardare l’oceano, sbarcare a Lisbona, accarezzare la sabbia del deserto, conoscere persone, luoghi di cui ignori persino il nome, qualche parola in venti lingue, invece sei solo andato duemila volte da casa al lavoro, dal lavoro a casa, quattrocento volte da casa al supermercato, dal supermercato a casa, centocinquanta volte alle poste a pagare una bolletta, quaranta volte in comune per una pratica, quattro volte ad un centro Ikea ed una volta a Jesolo. Guarda il contachilometri della tua auto. 100.000 chilometri. Due volte il té ad Istanbul, due volte una discussione animata con uno studente di Berkeley sul futuro dell’economia mondiale in un assolato pomeriggio al parco, due volte a guardare le stelle sdraiato a pancia all’aria nel Sahara. 250.000 chilometri. Machu Pichu. La Terra del Fuoco. Surf sulle onde della costa australiana non lo potrai mai fare, perché ormai l’auto è vecchia ed è da buttare, devi cambiare auto, i soldi che spendi per cambiare l’auto ti costringono a lavorare e ti impediscono di partire, di muoverti. Se tu fossi partito per tempo, ora potresti essere in un café alla moda di Seattle, nella foresta Amazzonica, in un tempio indonesiano, a mangiare pesce appena pescato in Islanda o ad Hong Kong. Avresti consumato gli stessi litri di benzina, lo stesso spessore di pastiglie dei freni e di copertoni, avresti perso meno capelli ed avresti messo su meno chili superflui. La tua auto non sarebbe diversa. Tu saresti diverso.

Non aspettatevi delle conclusioni coerenti da pensieri tanto profondi: si sa che il genio cresce nella sofferenza.

P.S.: l’uso del presente storico nel primo paragrafo non vi autorizzi a credere che io sia in ferie. In realtà sto traslocando anima, corpo e soprattutto mobili e soprammobili.