11/10
2013

Il miliardo /5

Andarsene da Ping Yao non fu molto più semplice che arrivarci. Un treno affollatissimo, in piedi e stretti come sardine fino a Tai Yuan. Un aereo ad elica, che sicuramente Marco Polo non ha preso altrimenti non avrebbe mancato di descriverne l’aspetto malconcio, il rumore assordante e le inquietanti vibrazioni che ci hanno accompagnato fino a Zhengzhou, Henan, altra metropoli cinese del cazzo da mille milioni di abitanti, snodo centrale dei trasporti e calamita irresistibile per le moltitudini di poveracci che esulano dalle campagne col sogno di un appartamento in un grattacielo di cinquanta piani, con l’acqua in casa e la corrente elettrica. Banche, motorini elettrici, enormi cartelloni pubblicitari elettronici, interminabili ingorghi di auto, cataste di angurie sul marciapiede, cataste di esseri umani sugli scooter. 38 gradi all’esterno, forse 20 all’interno del taxi e dell’albergo stile ikea che ci ha ospitato: quanto di più lontano dagli ostelli tipici dove avevamo dormito fino a quel momento: televisione, un bagno pulito e ciabatte di carta.

A Zhengzhou abbiamo trascorso una notte sola, al mattino altro giro di taxi e poi qualche ora di viaggio su un autobus scassato, fino a lasciarci alle spalle la città ed attraversare il Fiume Giallo, quel giorno particolarmente limaccioso e pigro. Oltre il fiume, oltre un’altra anonima cittadina, il motivo ultimo del nostro viaggio: un villaggio di contadini, pastori e maestri di Taijiquan.

Chenjiagou, Henan, è la mecca dei praticanti di Taiji. Al netto delle leggende sui monaci e gli immortali, di gru e serpenti assortiti, Chenjiagou è il posto a cui fanno riferimento le più antiche tracce storiche relative al Taiji, da cui sono partiti i venti stili e le diecimila scuole che si sono diffuse ad Oriente ed in Occidente. In qualche modo, un po’ per caso e un po’ per amore delle tradizioni, in questo villaggio si è continuato ad insegnare e a praticare il Taiji per qualche secolo, nei cortili delle vecchie case, ai bordi dei campi coltivati a granturco e delle strade sterrate. Oggi vi si trovano alcune delle più prestigiose scuole della Cina, dove insegnano maestri noti in tutto il mondo (quando non sono impegnati in lucrose tournée in giro per il mondo). Chiunque pratichi quest’area marziale con una briciola di consapevolezza, sogna prima o poi di recarsi a Chenjiagou e confrontarsi con il fascino di questo posto, imparando dai migliori. Io pure, da bravo cialtrone, aspettavo da anni il momento in cui avrei potuto allenarmi a Chenjiagou, attingendo all’inconscio collettivo che di certo permeava il villaggio.

La vita di noi allievi estivi era piuttosto intensa. Una camera spoglia, sporca e polverosa. Spartana, senza offesa per gli spartani. Sveglia alla mattina presto, colazione a base di verdure e pane al vapore, allenamento in palestra fino alle undici e mezzo, pranzo a base di verdure e riso, tre ore di riposo, allenamento fino a sera, cena a base di verdure e riso. A sera niente, si dormiva, sia perché eravamo stanchi morti sia perché a Chenjiagou non c’è niente da fare e niente da vedere, e se ci fosse qualcosa da vedere non Lo si potrebbe vedere lo stesso perché non ci sono lampioni lungo le strade. Ogni tanto, assieme alle verdure ci offrivano del tofu, l’unico tofu cattivo che io abbia mangiato in vita mia, o delle teste di gallina che curiosamente non ho mai assaggiato. Ma non ero lì per mangiare, ovviamente. Men che mai teste di gallina. Ero lì per allenarmi con i migliori maestri, per esercitarmi con i più determinati praticanti di taiji del mondo, per sudare fino ad inzuppare ogni centimetro di maglietta e ovviamente per ammantarmi di fascino esotico e fare lo spocchioso una volta tornato a casa e per Lao Tze, ho fatto tutto questo ed anche di più. Dopo un paio di giorni di allenamento intensivo nel caldo infernale di quella mitica palestra di campagna non sentivo più neanche la stanchezza. Dopo quattro giorni, non sentivo più la fame e la sete. Dopo una settimana, ho ricominciato a sentire la stanchezza, la fame e la sete con tutti i cazzo di interessi e sono andato via, con un piccolo bagaglio di cose imparate ed un grande bagaglio di emozioni e magliette sporche. Immagino di aver anche lasciato lì qualcosa di mio, se non altro il ricordo di tutte le figure di merda che ho fatto, unico dilettante tra tanti artisti.

Note estemporanee di zio Lusky:
State alla larga dagli anarchici informali, gli anarchici per bene si riconoscono perché danno sempre del lei e dicono buongiorno, buonasera, prego, si accomodi, e grazie.