24/10
2013

Il miliardo /8

Com’è ben noto, l’esimio dott. Marco Polo il viaggio di ritorno l’ha preso un po’ largo, vagabondando allegramente per il Sud-Est asiatico e le isolette e l’India prima di decidersi a prendre il traghetto di ritorno per Venezia. Io et Amormio, vittime incolpevoli delle esigenze produttive del sistema capitalistico, ci siamo invece limitati a prendere un airfranz da Pechino a Parigi e da lì, dopo poche ore di comoda attesa, un altro aereo fino a Linate. I più attenti tra voi avranno notato che fino a questo punto il mio prolisso racconto non ha segnalato disavventure, nessun treno perso, nessuna rapina, nessun arresto per attività controrivoluzionarie. Poi siamo tornati in Italia, appunto.

Per prima cosa, l’aereo viaggia con un’oretta di ritardo. Pazienza, ormai siamo alla fine della storia, basta arrivare a Milano e sciropparsi tre ore d’auto per arrivare al Triste Borgo Natio e dormire. Poi però dobbiamo aspettare un’altra ora che il nastro sputi i nostri bagagli ammaccati ma pazienza, orami siamo a Milano e basta recuperare l’auto dal parcheggio e sciropparci queste tre ore di viaggio verso casa, l’ultimo sforzo. Poi però il nostro odore di the e di avventura stimola l’olfatto dei cani antidroga all’aeroporto, e le guardie ci chiedono gentilmente se abbiamo droga o soldi o se abbiamo frequentato gente che fa uso di droga o di soldi e meglio se ce lo dite subito, non c’è niente di male, risolviamo tutto più velocemente. Ci smontano il bagaglio, frugando fin dentro il flaconcino di autan, e sempre molto cortesemente dopo un’altra ora di perquisa ci lasciano andare mentre i cani ci guardano con l’aria di chi ha perso un amico. Ma fa niente, ci dobbiamo solo districare nel labirintico parcheggio di Linate, trovare la macchina e bla bla bla tre ore-casa-letto. Sono le sei del pomeriggio, siamo in piedi già da diciotto ore e cominciamo ad averne le balle piene. Troviamo l’auto. Le porte non si aprono. Panico.

Può essere la batteria del telecomando, diciamo. Torniamo in aeroporto e corrompiamo le guardie perché ci lascino entrare in zona duty free e comprare una batteria di riserva. Non è la batteria del telecomando. E’ la batteria della macchina. Le porte continuano a non aprirsi.

Peraltro comprata nuova due settimane prima.

Non esistono ovviamente prove che lo dimostrino, ma l’ipotesi più convincete è che alla partenza, uscendo dall’auto, io abbia erroneamente premuto un pulsantino sul telecomando che non sapevo a cosa servisse, e vien fuori che quel pulsantino accendeva le luci di parcheggio, e che non sia una buona cosa. Ora, come tutti sanno, le auto generalmente hanno una chiave meccanica di riserva per aprire le porte quando il telecomando non funziona. La nostra chiave meccanica di riserva era dentro l’auto. Avevamo per fortuna una copia di scorta.

A casa.

Accelero sul seguito: bestemmie, crisi isteriche, voglia di ricominciare a fumare, ricerca di uno scassinatore d’auto, ricerca di un meccanico che non avesse nulla da fare il sabato sera, ricerca di un mezzo sostitutivo per tornare a casa. Abbiamo lasciato l’aeroporto verso le dieci di sera, su una stramaledettissima Smart a noleggio con il ridicolo portabagagli pieno, esausti, fermandoci ad ogni autogrill per darci il cambio alla guida.

E la mattina dopo, recuperata la fottuta chiave di scorta ed un carica batterie per auto, siamo tornati all’aeroporto a riprenderci la macchina pagando pure un sovrapprezzo per avere sforato il tempo di parcheggio. Alla fine ce l’ha avuta più semplice Marco Polo.


Alla fine, si chiederanno i miei piccoli lettori, cosa m’è rimasto di questo viaggio in Cina?
Cambiamenti epocali nella mia coscienza? La capacità di affondare sulle anche? Malattie veneree?

No, no e no. Ma dolci ricordi ed alcune considerazioni superficiali.
La Cina possiede la capacità di ridimensionare i concetti di spazio e tempo. Lo spazio, perché ogni distanza è almeno il doppio di quello che avevo immaginato. Il tempo, perché puoi fare seicento chilometri in due ore e poi aspettare un’ora in fila in biglietteria. Ridimensiona gli standard di pulizia, ti costringe a chiederti quanta sporcizia puoi sopportare, quanto siamo diventati troppo abituati al pulito e schizzinosi. Dai panni di camoscio vergine per pulire il vetro dell’iphone (eccessivo) ai piatti del pranzo sciacquati in un secchione di plastica unto (insostenibile) ci sono un sacco di sfumature di igiene più o meno sopportabili. Ti fa riflettere sui colori: la kitcheria è imperante, ovunque è un tripudio di luci al neon e vernici sgargianti, il grigio delle chiese stona contro l’allegra simbologia dei templi. La Cina rimette in discussione quello che sai fare: viaggiare in taxi, aggiustare al volo un paio di occhiali rotti, lavare a mano in albergo. Ci vuole un secolo per sciacquare la roba nel lavandino di un albergo, tocca ripescare conoscenze ancestrali di economia domestica dall’inconscio collettivo o almeno dai ricordi della nonna. Allo stesso modo conoscendo appena la pronuncia dei numeri e venti parole di mandarino siamo riusciti a far tutto, senza guida, senza interprete, senza alpitour, anche e soprattutto quello che ci avevano sconsigliato di fare. Le cose che sembravano complicate sono risultate semplici. Il mondo è semplice da attraversare.




Chiudo con qualche parola di ringraziamento: a Marco Polo, che ha aperto la strada, e al sito Soffia il vento dell’est che mi ha fatto da guida nel libro del Rag. Polo. Al sito Sapore di Cina con i suoi preziosi consigli pratici di viaggio e al sito China Files che è una delle più importanti finestre sul mondo cinese e ieri ha anche pubblicato un breve articolo sulla nostra esperienza a Chenjiagou, che avevo scritto in precedenza per una pubblicazione del Borgo. Grazie ai compagni occasionali di viaggio ed allenamento, che hanno reso più semplice superare i pochi momenti di sconforto, ed alle nostre esperte di cineserie nel Triste Borgo Natio, che sono state prodighe di indicazioni pratiche per prepararci al meglio alla spedizione.

[E’ finito, dai.]

[Era anche ora.]

[Che fate ancora qui? Sgomberare, sgomberare...]

Note estemporanee di zio Lusky:
State alla larga dagli anarchici informali, gli anarchici per bene si riconoscono perché danno sempre del lei e dicono buongiorno, buonasera, prego, si accomodi, e grazie.