Il triste borgo natio, affacciatosi un paio di volte sui libri di storia ma subitaneamente ricacciato indietro a pedate, non è proprio un bel posto. Parliamo come mangiamo e respiriamo quel che produciamo, il ché fa di noi degli inascoltabili portatori di malattie industriali. I ragazzi di quattordici anni se ne vanno in giro ubriachi per le piazzette, quelli di diciassette sognano di scappare, i ventenni si iscrivono all’università perché qualsiasi cosa va bene pur di vedere un po’ di porco mondo. A trenta si chiudono in casa, inchiodano porte e finestre e col televisore acceso si lamentano che non si può più uscire, perché è pieno di extracomunitari. I quarantenni sono terrorizzati dall’idea di perdere il lavoro e doverlo spiegare ai propri figli, i più vecchi li vedi solo al mercato del sabato mattina.
Ciononostante, ci sono bei posti e bei momenti, come un pomeriggio di festa passato a bighellonare senza meta, bere birre o spritz, discutere (ancora!) di politica internazionale con il kebbaparo, corteggiare, fumare, scrutare perplesso i quattordicenni ancora sobri, i diciassettenni tentennanti, i ventenni tornati a casa, i trentenni che per una volta si concedono una passeggiata in centro, i quarantenni che si godono le ferie, i vecchi che sbattono gli occhi attoniti per la luce del pomeriggio, tutti in movimento senza uno scopo, placidamente trascinati dalle onde, senza quasi riconoscere il proprio triste borgo natio.