11/8
2004

Niente da vedere [3]

Il fascino di Belgrado è difficile da spiegare. La città ha poco a che vedere con le altre capitali europee che ho visto o di cui ho sentito parlare; essendo stata ripetutamente rasa al suolo nel corso dei secoli, sono pochi gli edifici che risalgono a prima della fine ’800 e ne risultano bizzarri miscugli tra l’architettura di quell’epoca, lo stile sovietico e gli edifici ultramoderni. Fa strano, decisamente. In particolare sembrano esserci meno chiese che in una cittadina italiana di medie dimensioni... ai vostri gusti decidere se questo sia un bene o un male ;-)
Però sorprende.
Infine, pochi turisti assai. In tre giorni non abbiamo riconosciuto nessun italiano, i baracchini con mappe e guide turistiche non erano poi molti. E’ più una città da vivere con rilassatezza, gustare un po’ alla volta... il ché è esattamente il contrario di quanto abbiamo fatto noi. Molti dicono che il suo punto di forza sia la vita notturna ma noi, ahimé, non abbiamo potuto gustare granché neppure di quella. Allora perché ne sono rimasto così affascinato?
Mistero balcanico. O forse la risposta sta tutta nel ritorno a casa, con la locandina del giornale di vicenza che titola con orgoglio:

"GRAN FOLLA PER LA FESTA DELLA SOPPRESSA"

Già, son cose che danno da pensare.

Day 3: Bombe, carri armati, il bel danubio blu

Il terzo giorno, guida turistica alla mano, visitiamo con una certa calma e maggiore cognizione di causa la Stari Grad già assaggiata il giorno prima. Al mattino c’è ancora poca gente per le strade, anche noi ce la prendiamo comoda; sembra che solo gli automobilisti abbiano fretta in questa città, tutti gli altri tendono a camminare con rilassatezza. Di turisti d’assalto ci siamo quasi solo noi, lacerati tra il desiderio di gustare con calma questa città e la frenesia di vedere tutto il possibile. Facciamo una capatina al Plato, sfogliamo i libri in alfabeto latino o cirillico, ci stupiamo per l’assenza dei fumetti di Bilal tra tutti gli stranieri presenti. Scopro che tra i libri di sociologia non compare nessuno degli autori che per anni mi hanno propinato come classici imprescindibli... in compenso io non conosco nessuno degli autori presenti, facendomi supporre che anche in questa disciplina come in tutto il resto la Serbia abbia sviluppato una scuola autonoma (appunto: argomento da approfondire). Già che ci siamo, capatina alla vicina sede universitaria, giusto per respirarne l’atmosfera.

Purtroppo il museo nazionale è chiuso per allestimento, decidiamo quindi di scendere in stazione per studiare il passaggio alla successiva tappa mostarina. Con nostra sorpresa, scopriamo la presenza di alcuni autobus notturni che portano direttamente a Mostar. Che bello, ci diciamo. Poveri fessi che siamo! Del resto l’unica alternativa era passare per Zagabria, da quanto abbiamo capito. Sarajevo, no way. Risaliamo quindi la Nemanjina, bighellonando spensierati.

Chi conosce Belgrado ricorda sicuramente che risalendo la Nemanjina dalla stazione fino al grande incrocio di piazza Slavija, improvvisamente si viene schiacciati dalla storia. Un primo, enorme palazzo distrutto dalle bombe di precisione euroamericane, subito dopo (all’incrocio con la Miloša) altri due colossali ministeri distrutti, con una precisione maniacale. Noi si resta un po’ lì, quasi congelati nel caldo estivo, cercando di afferrare un senso che ci sfugge in quello che vediamo. Inutile. Riprendiamo il percorso lungo la Nemanjia, ignorando ancora che altre rovine ci avrebbero aspettato lungo la stessa Miloša.

Ci perdiamo, chiediamo informazioni con scarso successo. Praticamente ci siamo persi in piazza Slavija ed immagino che questo faccia sorridere chi conosce Belgrado. Voglio dire, dappertutto ma a Slavija come fai a perderti? E’ un incrocio enorme, tra le più grandi strade del centro Belgrado, girato l’angolo si vede Sveti Sava... Beh, anche questo siamo riusciti a fare, perderci in piazza Slavija con la cartina in mano. ;-) Il bello è che naturalmente avevo dimenticato in albergo il frasario preparatomi da Babsi e quello era l’unico angolo di Beo dove nessuno parlava inglese.

L’empasse dura dopo, come potete immaginare: basta svoltare l’angolo e siamo di nuovo sulla Milana, ci fermiamo a bere una birra sulle panchine del parco appresso. E’ piena di parchi, Belgrado, perlomeno in centro, dove stare tranquilli a bere una birra, fumare, chiacchierare per un po’ guardando i cani che portano i loro padroni a passeggio o che vagano liberi. Facciamo un’altra sortita in Kralja Petra a mangiare un burek ed ammirare la burekkara, per poi tornare a Kalemegdan dove ci rilassiamo per qualche ora. Come evidenziano le testimonianze fotografiche, Nello e Grifo si sono divertiti parecchio a giocare tra i carri armati ed i cannoni, come del resto facevano in parecchi. Strani contrasti, i palazzi bombardati ed i carriarmati, questa statua del vincitore con la spada in una mano e la colomba nell’altra e quel culo di fuori che gli ha costato l’espulsione dalle strade del centro. Città di contrasti, il vetro e l’acciaio degli anni novanta accanto al liberty, i nightclub, le auto blindate e quelle scassatissime, i nuovi manager ed i mutilati di guerra. Sfioriamo lo zoo e ci chiediamo cosa ci facciano nella stessa gabbia un lama ed una gallina, raggiungiamo a piedi il centro sportivo sulla riva del Danubio. L’obbiettivo era trovare un traghetto che ci portasse a Zemun, ma in quella zona non abbiamo trovato né moli né gente che comprendesse bene l’inglese a cui chiedere informazioni, in compenso tanti cani come in tutta la città, che inseguivano le auto abbaiando, giocando a non farsi investire. Peccato, ci siamo dovuti limitare a passeggiare lungo le melmose ed inquinate sponde del fiume fino a tornare alle banchine sulla Sava, a quel punto abbiamo preferito cenare per poi trascorrere una serata di follie.

Follie. :-)

Praticamente arriviamo al Plato, ci stravacchiamo sulle sdraio con una bella birretta in mano (io & Grifo... Nello esagera e si lancia sul coca avana) e guardiamo sul maxischermo quella che era probabilmente un’amichevole preolimpica di basket tra Serbia e Lituania. Con nostra grande sorpresa, visto il calibro delle due squadre, una noia insopportabile. Dopo una mezzoretta le palpebre si abbassano, praticamente io e Grifo ci addormentiamo sulla sdraio, mentre Nello si limita a fissare il vuoto con sguardo torvo che è il suo equivalente del dormire. Non sono neppure sicuro che fosse già mezzanotte, quando abbiamo deciso di affrontare la tragica realtà e siamo tornati in albergo, maledizione a noi ed alla nostra mania di camminare tutto il giorno!

Gli occhiali girovaghi di NelloAutoscatto al parco TeatarNello sul cannoneNello ancora sul cannoneGrifo che prova l’ebbrezza del carro armatoNello condottiero balcanicoLusky e Grifo ancora a Kalemegdan







Terzo Excursus: la memoria rimossa

"I don’t know." (i belgradesi)

Se arrivati a Belgrado vi aspettate di trovarvi in una specie di cartolina dell’unione sovietica, vi sbagliate. Sembra che da queste parti ci sia stato effettivamente un po’ di comunismo nelle scorse decadi, ma al turista di passaggio questo può benissimo sfuggire. La nostra guida turistica salta a pié pari dai bombardamenti tedeschi della seconda guerra mondiale a quelli NATO del 1999 (solo accennati), l’unica falce e martello vista in giro era tracciata con lo spray su un muro di periferia. Strade e piazze hanno cambiato nome, statue non ne abbiamo viste.

Dico, in molte città italiane ci sono ancora monumenti fascisti.

Ma - soprattutto - a Belgrado il concittadino scomodo per eccellenza è il signor Tito, che pure da queste parti ci dovrebbe essere passato. Memori dei consigli ricevuti dalle ragaze croate in treno proviamo a chiedere informazioni sul dove si trovi la sua tomba a diversi belgradesi, ma le risposte si assomigliano tutte.

"Here in Beograd? Are you sure? I don’t know."
"It’s very far from here, I can’t explain."
"I don’t speak English well, I don’t know."

Risposte seguite sempre da rapidi e gelidi cambiamenti di discorso o di marciapiede.

Chiariamoci, non sto facendo il finto tonto e capisco perché il ricordo di Tito sia così importante per i croati e così fastidioso per i belgradesi. Il solo che infine ci abbia saputo dare informazioni concrete e precise è stato il (viscido) albergatore del Royal, ma questa è esperienza del quarto giorno.

Nettamente diversa la situazione a Mostar, ed anche qui in maniera comprensibile. Al vecchio maresciallo sono ancora dedicati almeno un ponte ed una strada (sulla quale è obbligatorio andare a bere il caffé turco, ricordo), ma si notano anche molte dediche "a spray" sui muri.

Note estemporanee di zio Lusky:
State alla larga dagli anarchici informali, gli anarchici per bene si riconoscono perché danno sempre del lei e dicono buongiorno, buonasera, prego, si accomodi, e grazie.