11/8
2004

Niente da vedere [5]

Day5: Turisti tra le macerie

Sbarcati a Mostar verso le otto del mattino, siamo troppo storditi per cercare un albero economico e chiediamo informazioni alla stazione dell’autobus. Ci indicano due alberghi, attraversiamo il Carinski Most e ci troviamo tra gli edifici distrutti, le case rase al suolo. Affianchiamo una prigione, ci chiediamo chi siano riusciti a rinchiuderci. Le case ricostruite sono tutte presentate da un cartello che illustra, in molte lingue, di che nazionalità siano le imprese ed i fondi che ne hanno permesso la ristrutturazione. Danimarca, Germania, Olanda, Italia, Svezia, Stati Uniti, Turchia, Arabia Saudita, Kuwait... Mostar è terra di conquista, una colonia. Il cerchio di stelle dell’Unione Europea campeggia sulla bandiera, spudorato.

Il nostro morale è a terra, tra i due alberghi scegliamo quello meno costoso che comunque è caro il doppio del Royal di Belgrado, capiremo in seguito che sarebbe stato meglio un’affittacamere, la città ne è piena. Hotel Bristol, affacciato sul Titov Most, sede dell’ambasciata americana due piani sopra il nostro. La camera è un po’ più grande di quella del Royal, ma non poi migliore. La colazione, quella sì. La terrazza si affaccia su un altro edificio diroccato, ma si vedono la selva di minareti da un lato, il campanile cattolico e la croce dall’altra parte, la bandiera americana esattamente sopra le nostre teste. Ci facciamo una doccia e ci buttiamo a letto.

Quando ci riprendiamo è doveroso togliersi subito il pensiero ed andare a vederlo, questo famoso Ponte Vecchio riaperto da appena due settimane. Non siamo venuti a Mostar per il ponte, avevamo fissato la tappa qualche settimana prima di scoprire che con gran squillo di fanfare l’avevano restituito ai turisti. Il paesaggio cambia, tra le strette strade della metà turca, musulmana, ma non vogliono che la si chiami così, si affollano i turisti italiani e tedeschi alla ricerca di souvenir tra le bancarelle. Si fatica a camminare in mezzo a quella folla calata dalla dalmazia in cerca di emozioni, a questi ragazzotti con l’accendino infilato nello slippino, appena risaliti da un bagno nella verde Neretva, a questi sudati vacanzieri che ammirano lo stile austroturco ed i venditori di bossoli e borbottano in italiano "Sembra di essere nel far west". Ci infiliamo in un ufficio di cambio qualsiasi, chiedo di trasmutare venti euro in valuta locale. "But do you know that you can pay everything in euro?" mi sorride l’impiegata. "Everywhere in Mostar?" chiedo perplesso. "Everywhere." mi conferma. Fanculo, dammeli lo stesso questi famosi ultimi Marchi d’europa, valore mezzo euro l’uno, con le diciture in latinico e cirillico e le facciotte di eroi giovani e belli ripescati da chissà quale passato.

Di là del ponte si respira un po’ meglio, i turisti sembra proprio che godano a raggrumarsi attorno alle pietre bianche dello Stari Most e comunque le strade sono un po’ più larghe. Passeggiamo con calma tra le moschee rimesse a nuovo ed i palazzi pericolanti, contempliamo tristi la selva di tombe. 1993. 1994. 1995. Centinaia di lapidi bianche, strette, con anni di nascita diversi ma gli stessi anni di morte. Fuggiamo di nuovo in centro, in mezzo alla gente viva.

Mentre sorseggiamo una birra al tavolino di un bar scoppia improvvisamente un acquazzone, in un attimo le strade si allagano perché mancano i tombini. L’acqua arriva quasi alla soglia dei negozi, un cane ed una bambina scrutano preoccupati il livello che si alza, temendo di venire trascinati nella Neretva; un tizio blocca la strada con una passerella di sedie, per poter scherzare con le cameriere dei bar su entrambi i lati della strada, si ferma su una di queste sedie e mangia una fetta di pizza facendo ridere tutti noi assiepati sotto i portici o dentro i bar. Le auto si fermano, fanno retromarcia e vanno via, i turisti non provano neppure a protestare. La barricata viene tolta solo quando deve passare un auto del corpo diplomatico, non si può scherzare con tutti.

Il temporale ha fatto scappare i turisti da mezza giornata, la sera é tranquilla e possiamo fingere di essere in un città artistica e tranquilla, ammirare la bellezza dei minareti illuminati, ascoltare i muezzin cantare le proprie preghiere. Lo sappiamo, che la realtà è ben diversa ed è tutt’attorno a noi. Mi chiedo come faccia la gente a conviverci, ma la risposta è sempre quella, ci si deve convivere volenti o nolenti. "Don’t forget", hanno scritto su entrambi i lati del ponte. Se si potesse, scommetto che molti dimenticherebbero volentieri. Meglio le bancarelle o il cimitero, i turisti o i soldati? Altre domande a cui esito a rispondere, questa città è bella ma mi riempie di angoscia. Beviamo un paio di birre da qualche parte, facciamo le solite foto di routine che tanto con la mia macchinetta verranno fuori male o affatto, torniamo in albergo, con quella bandiera americana che penzola sopra le nostre teste.

Dove ci sposteremo? Partita per Parigi e successiva scomparsa la nostra quarta compagna di viaggio, la traversata da Dubrovnik a Bari perde un po’ di senso. Potremmo attraversare l’Adriatico comunque, ma da Split ad Ancona, accorciando un po’ la tratta del ritorno. E’ comunque necessario passare ancora delle ore a Mostar, non abbiamo ancora cercato Mladi Most ed in fondo siamo appena arrivati.

Appena sbarcati a Mostar, aspetto desolanteda un lato si stagliano le croci cristianea sinistra i minaretiIl ponte dedicato a Tito porta all’ambasciata americanaIl fiume verdelinea di confinesto famoso pontela gente fa il bagnoIl GrifoSembra legga il coranoLa pioggia preoccupa uomini, bambinied animalima non tutti si preoccupanoMinareto, non so qualeanche i gatti frequentano le moscheecerto la notte sembra tutta un’altra cosaGrifo incoronatoanche questo un minareto, diverso da quell’altro







Quinto Excursus: mille modi di dire grazie

"A sendvich mit sir, molim." (Lusky, stazione di Zagabria)

Durante tutto il corso del viaggio, ce la siamo sempre cavata con il nostro inglese. Persino Nello che ha solo una formazione scolastica su questa lingua ha saputo reggere lunghe conversazioni in maniera brillante, quindi con l’inglese non ci sono problemi. Poche le eccezioni, chiaramente non si può pretendere che ogni tabacchino di Belgrado o muratore di Mostar sia anglofono, anzi... grazziaddio che non lo sono tutti.

Le eccezioni le abbiamo colmate un po’ con il francese di Grifo, o con il tedesco di Grifo, o con il russo di Grifo, o con il frasario di Babsi, o con la gestualità italiana ;-)
Ci si è quasi sempre capiti.

Di serbo, croato, bosniaco (non mi ci azzardo neppure a dilungarmi sulle differenze) abbiamo mandato a memoria i termini fondamentali: buongiorno, buonasera, grazie, prego, una birra, sono vegetariano, siamo italiani. La parola che si sente più spesso, essendo turisti educati tra popoli gentili, è hvala, grazie. Solo che la si sente pronunciata in mille modi diversi, a seconda (immagino) del tono di voce, delle pronunce personali e degli accenti locali, tipo hfala, huala, hvalà, vala... del resto non è che un altoatesino e un palermitano parlino esattamente allo stesso modo.

Infine c’è il discorso dell’europanto, questo miscuglio tra lingue europee dove si pescano le parole più comuni in tutte le lingue pur di farsi capire. Una stronzata, state pensando. E naturalmente lo è. Ma sorprendentemente quando ti trovi alle quattro di mattina su un treno tra Split e Zagreb a parlare con un ragazzo che non sa leggere ma conosce smozzichi di cinque lingue, più o meno gli stessi smozzichi che conosci tu, e riuscite a capirvi, allora ti viene il sospetto che persino l’europanto possa funzionare.

Certo, da qui ad ordinare un panino al formaggio in inglese/tedesco/croato al bar della stazione di Zagabria, ce ne passa...

Note estemporanee di zio Lusky:
State alla larga dagli anarchici informali, gli anarchici per bene si riconoscono perché danno sempre del lei e dicono buongiorno, buonasera, prego, si accomodi, e grazie.