11/8
2004

Niente da vedere [6]

Ancora non capisco perché alcuni caratteri di testo serbi mi vengano perfettamenti riconosciuti, mentre altri facciano le bizze... mentre cerco di risolvere il problema, vi prego di sorridere se ogni tanto devo scrivere sbagliato riportando grosso modo la pronuncia. Portate pazienza ed accontentavi di questo penultimo capitolo del mio diario di viaggio a posteriori. Consolatevi con la foto di Nello che beve una birra.

Day 6: Pace sospesa

Il canto dei muezzin è simpatico, quando non ti sveglia alle cinque e mezzo del mattino facendoti balzare dal letto e bestemmiare nella tua camera d’albergo.

Grifo si sveglia prima di noi, il nostro secondo giorno a Mostar, e ne approfitta per indagare sugli orari degli autobus per lasciare la città. Brutte notizie: ce ne sono solo tre, se vogliamo fare la traversata diurna a Spalato dobbiamo partire subito e pernottare là. Tentenniamo qualche minuto, poi mandiamo a quel paese la traversata, tanto vale tornare via terra pur di fermarci almeno un altro giorno a Mostar.

Per prima cosa ci mettiamo alla ricerca della sede di Mladi Most, l’associazione culturale che Nello e Grifo vogliono contattare per avviare un qualche progetto documentaristico comune. A due passi dal nostro albergo avevamo notato un cartello abbastanza esplicito, lo seguiamo inoltrandoci tra gli edifici in rovina. Ci mettiamo due ore, a trovare il posto, girando tutt’attorno allo stesso isolato e chiedendo informazioni a chiunque. Tutti la conosco, la organizacija, ma nessuno sa dove sia, si è trasferita, stanno con quelli di Abraševich, provate dietro l’angolo, l’altro angolo ancora... quando arriviamo alla sede di Abraševich sembra di capitare in un centro sociale qualsiasi, le pareti sono piene di scritte in tutte le lingue del mondo. Tranne per il dettaglio che ci stanno lavorando dei muratori, la sede è palesemente abbandonata. Riprendiamo il giro.

Alla fine siamo fortunati: Abraševich occupa ora uno stadio semidistrutto, in attesa che finiscano i lavori di ristrutturazione della sede ufficiale. Non l’avremmo forse mai trovato se non fossimo incoccati nella persona giusta a cui chiedere. In questa specie di scodella hanno installato dei container coperti da tende, l’atmosfera è surreale, sembra un accampamento nel deserto che li circonda. Nello e Grifo incontrano una rappresentante di Mladi Most (allora esiste!) e le espongono il loro progetto, io ascolto per qualche minuto ma essendo abbastanza estraneo alla cosa preferisco gironzolare un po’.

Arrivano un po’ da tutto il mondo, questi ragazzi, sospetto che siano più gli stranieri dei mostarini. Ma non stanno cercando di salvare il pianeta, in fondo, ed anche se ricevono finanziamenti da chissà quale dio sa dove sembra che almeno qualcosa lo facciano. Proiettano film che a Mostar non arriverebbero mai, organizzano concerti, spettacoli teatrali, hanno un palco con una quarantina di sedie ed un laboratorio internet, una camera oscura per le foto ed un modellino con il progetto della loro nuova sede, che stanno curando loro stessi. Tutto questo me lo spiega un ragazzo di cui non ho afferrato il nome, il suo inglese zoppica un po’ ma mi fa vedere le sue foto, mi racconta qualcosa di sé. "I’m from Kosovo, do you know Kosovo?" annuisco, preferisco non porgli la domanda che mi slata ovvia alla mente. Casa distrutta, genitori ammazzati, ha vissuto un anno a Belgrado e tre a Mostar e fa foto da dio (per questo non ci sono foto di Abraševič... mi ha fatto vergognare).

I miei compagni di viaggio hanno finito di parlare con l’americana, ora stanno parlando con una francese che passa loro un po’ di nomi ed indirizzi, numeri di telefono. Sembra che siano riusciti ad imbastire un discorso, almeno, o ad ottenere qualche contatto interessante. Torniamo dalle parti del ponte, andiamo a mangiare in quel ristorante dove avevamo addocchiato "Vegetarianska plata" scarabocchiato sulla lavagna. Sembra pieno, ma una ragazza ci invita a sedere con lei, è carina ;-)

Sua madre era di Mostar, ma ora lei vive in Svizzera, studia economia ma non le piace l’ambiente. Ogni tanto torna a vedere la città della sua infanzia, forse a trovare dei parenti, ma ormai è tardi: in Svizzera la trattano da straniera, a Mostar lo stesso. Ci spiega che fino all’anno scorso di turisti ne passavano pochi e per attirarli dalla costa dalmata era necessario organizzare festival, concerti, iniziative; quest’anno arrivano tutti per vedere il ponte e quindi l’amministrazione ha preferito togliere tutto il resto, tanto non serve. Lei sul ponte neanche ci passa, troppa gente, ci spiega. Ma i turisti vanno bene, per carità, vi prendete una birra, mangiate qui... almeno lasciate un po’ di soldi che servono sempre. Si scherza un po’ con i luoghi comuni sugli italiani, sempre in ritardo, sempre disorganizzati (per forza, le avevamo appena spiegato i nostri cambiamenti di tragitto)... noi le diamo ragione, un po’ perché sono cose vere, un po’ perché non ci va di menarcela da civiltà superiore. Ma com’è la situazione, qui? Tesa, risponde, l’atmosfera è malata, mi sento male a respirare qui. Forse tra venti, trent’anni, se i giovani riescono a dimenticare...

Al pomeriggio facciamo un’altra scorribanda tra i minareti, le moschee sono tutte messe a nuovo e pagando ci possiamo entrare, anche se è venerdì, e pagando ancora possiamo salire sul minareto a guardare gli scemi che fingono di tuffarsi dallo Stari Most per impressionare gli altri turisti. Il municipio, curiosamente, non è ancora stato ricostruito, campeggia fuori il cartello "Si cercano investitori".

Non vado pazzo per chiese e moschee, ma se decidiamo di avventurarci nella parte croata della città, è perché voglio vedere da vicino quest’unico campanile che troneggia sulla selva di minareti. Con cautela, naturalmente, mi chiedo cosa penserebbe Regina se sapesse di questa nostra mossa. ;-)
Eppoi non avevo ancora trovato la statua di Bruce Lee, mi hanno detto che c’era, che non c’era, che volevano metterla ma non l’avevano ancora fatto, mi avevano indicato vagamente quella zona.

Le guide turistiche si sforzeranno di spiegarvi che Mostar ora è una città unita, un singolo poplo che cerca di dimenticare, o di non dimenticare, di ricominciare o di ricostruire. Credetegli, è molto bello e molto consolatorio come pensiero. Ma purtroppo non è un cazzo vero. C’è una linea di demarcazione, a Mostar, che taglia in due l’aria, davvero la si avverte nel respiro. Noi l’abbiamo attraversata in Shpanski Trg, dove i vecchi giocano a scacchi dietro il monumento ai militari spagnoli caduti nell’ultimo decennio. Tutto è ancora normale, l’atmosfera da depliant, il titanico edificio dalle finestre accecate...

Raggiungiamo la chiesa, è proprio brutta, dentro non è ancora terminata ed i fedeli scendono in una qualche cripta per la funzione. Decidiamo di proseguire, sembra di essere in un qualche entroterra veneto. Poi notiamo gli sguardi della gente. Il fatto è che Nello ha i tratti del viso un po’ talebaneggianti, questo sì. La gente si gira quando passiamo, lo fissa (malevola). Qui il turismo non arriva, e non sembrano circolare molti soldi. Ci fissano, tutto qui. Forse neanche malevoli, solo curiosi, a voler essere estremamente ottimisti.

Sbuchiamo al Rondò, un grande incrocio, posiamo l’occhio sui cartelli stradali per capire dove dobbiamo andare. Siamo confusi, il cartello che indica "CENTAR" non punta dove ci aspettavamo. Controlliamo la cartina, di nuovo il cartello. Non ci siamo sbagliati, il cartello punta in direzione opposta alla Neretva, allo Stari Most ed al resto del mondo, punta in direzione del nulla. Allora forse qualcosa capiamo, la facciata di cartapesta ad uso e consumo dei turisti, la sensazione di incredulità quasi palpabile, è tutta una commedia, un inganno, si racimolano soldi ed energie in attesa della prossima battaglia, come il Grifo aveva percepito ben prima di me. Quanto ci vorrà prima che europei, americani e sceicchi vari abbiano finito di ricostruire, non ci sia più bisogno di tenere il coperchio su questa pentola? Cosa succederà quando i turisti si saranno nuovamente stancati di farsi fotografare su questo ponte e migreranno altrove? Venti, trent’anni sembrano un miraggio.

A pochi passi intravediamo uno strano edificio, in stile neofascista. "Hrvastka Dom", o qualcosa del genere, scritto in latinico ed in un alfabeto che non sembra il cirillico serbo. Ci avviciniamo, c’è una bizzarra statua che ricorda "Guernica" di Picasso, delle panchine e diversa gente attorno, tranquilla. Ci sono anche due rilievi, ai lati dell’entrata, sui quali campeggia lo scudo a scacchi e la scritta: "Repubblica Croata di Erzag-Bosnia, 1993". Avevano fatto altri progetti su questa città, nessuno si è ancora sentito di cancellarli; dall’alto della montagna si vede ancora il disegno del ponte ricostruito, sembra una beffa. Fuggiamo, vaghiamo ancora un po’ ma non riusciamo a trovare l’altro campanile visto in lontananza, ce n’è uno che sovrasta una statua della madonna ma ci siamo persi di nuovo, meglio tornare.

Come si arriva in Piazza di Spagna, chiediamo. Tagliate per il parco, ci suggerisce una ragazza. Ancora sguardi malevoli, saranno gli ultimi per fortuna, ma alla fine del parco notiamo una fontana, decidiamo di avvicinarci. La fontana raffigura un ponte, spezzato. Dai due tronconi sgorga l’acqua illuminata dal basso con dei faretti. Cosa voleva rappresentare lo scultore, con questo ponte spezzato? Ci corre un altro brivido lungo la schiena, difficile non cogliere sottintesi sinistri. Fuggiamo, fuggiamo, in Shpanski Trg l’aria torna leggera, una bella ragazza scende dall’autobus e noi facciamo gli scemi, facciamo ridere gli altri passeggeri. Siamo solo turisti, in fondo, abbiamo bisogno anche di leggerezza in questa città di morti.

Prendiamo fiato sul Titov Most, il cadavere di un cane galleggia sotto di noi, è proprio una giornata di oscuri presagi. Andiamo a mangiare, il caffé lo berremo in quella caffetteria turca che abbiamo visto dall’altra parte, la birra della buonanotte la prenderemo appena al di là del ponte, tra i croati che come noi chiudono la giornata in relax. Tutto tranquillo a Mostar, nessuna statua di Bruce Lee in vista, andiamo a dormire.

A Nello la birra non piace mica tantoLe montagne sassose di MostarNello e Grifo a Mostared anche Lusky è stato quisto maledetto ponteDall’alto del minaretoqualcuno finge di tuffarsi dal ponteIl campanile cattolicoLa Casa CroataSimboli inquietantiUna fontanaHotel Bristol




Sesto excursus: guerre, tensioni.

"Turn left, it’s the second door. The building is ruined because of... you know... war circumstances." (signore a cui abbiamo chiesto informazioni a Mostar)

La prima cosa che tutti si chiedono e ci chiedono dopo il nostro ritorno è lo stato della situazione sociale, se ci sono tensioni, se si avverte ancora la guerra. Non siamo titolati a rispondere, forse, ma mi limiterò ad esporre quello che ho visto, le sensazioni che ho provato.

A Belgrado, come turisti d’assalto, la tensione post-bellica non si sente moltissimo. Nicolaj ci aveva avvertito in treno, all’andata: sono stati bombardati tre volte il secolo scorso, nessuna meraviglia se non amano gli stranieri. Può essere vero, ma per quanto stranieri non siamo sempre stati trattati bene, quasi coccolati, probabilmente meglio di quanto lo siano i turisti stranieri in molte città d’Italia. E siamo paese bombardatore, oltre tutto. Naturalmente, trovarsi di fronte agli edifici bombardati, quando meno te l’aspetti, è davvero una doccia fredda. Li avessimo visti al nostro ingresso in città avremmo probabilmente vissuto un’esperienza diversa, filtrata da quelle rovine; ma quando noi ce li siamo trovati di fronte ci eravamo già "abituati" ad una città tranquilla e vitale, quelle macerie ci sono sembrate davvero uno sfregio, uno stupro. Ma il problema è ancora una volta nostro, i belgradesi ci passano a fianco senza farci apparente caso, aspettano l’autobus, leggono il giornale, pattinano. L’unica traccia delle guerre che non è possibile ignorare sono i mutilati, quelli si incrociano dappertutto in città e non puoi fingere di non vederli o di non capire.

A Mostar la situazione è ben diversa, come penso si possa capire dal mio racconto. Lì i danni alle case e alle cose sono stati molto più massicci, i cimiteri traboccanti ti salutano all’arrivo (da Belgrado) ed alla partenza, musulmani e cristiani, anche da morti rigorosamente divisi. Solo un turista particolarmente spensierato può sorridere guardando i bossoli di mortaio o di fucile in vendita sulle bancarelle, solo un apatico può non percepire qualcosa di strano, nell’aria. Ma per il momento, e speriamo continui, tutto scorre apparentemente tranquillo nel mercato di questa città, basta rimanere attaccati al corrimano del ponte.

Note estemporanee di zio Lusky:
State alla larga dagli anarchici informali, gli anarchici per bene si riconoscono perché danno sempre del lei e dicono buongiorno, buonasera, prego, si accomodi, e grazie.