12/1
2004

 

Spunti vari:

Chi volesse muovere i primi passi nell'affascinante mondo dell' etnometodologia, potrebbe verificare la correttezza di questa mia superficiale osservazione ed utilizzarla magari come punto di partenza per una ricerca sociologica piu' approfondita.
Fino a poco tempo fa - diciamo, un paio d'anni - una delle domande piu' scontate e banali tra due lavoratori era "A lavorare come xea?" (per fedelta' agli etnometodi devo mantenere l'idioma locale, traduz.: "Come va il lavoro?"). Domanda di cortesia, certamente comune in tutto il mondo anche se qui espressa in dialetto veneto.
Ora questa domanda rituale ha assunto pero' un tono piu' sommesso, quasi timoroso di una risposta che gia' si conosce. Sempre piu' spesso, viene sostituita da "E el lavoro? Ghin gavýo?" (traduz.: "E lavoro, ne avete?").
La verifica e l'analisi di questo strano fenomeno amerei farle di persona, purtroppo al momento sono davvero troppo impegnato a gonfiare il gommone.

Secondo spunto, ho letto nel uic-end "Io uccido" di Giorgio Faletti. Devo dire che si nota una certa evoluzione stilistica rispetto alle opere precedenti dell'autore (ricordo ad esempio "Porco il mondo che c'ho sotto i piedi", un classico) ma non e' di sicuro un capolavoro ne' per trama ne' per stile. Pazienza, se uscissero solo capolavori sapete che rompimento di palle. Mettiamola cosi': se vi trovaste in libreria e doveste scegliere tra questo e, diciamo, "Casablanca Serba", io vi consigliereri il secondo (l'ho appena iniziato ma tra i primi racconti ci sono cose sensazionali). Ma se invece foste a casa e l'alternativa fosse tra Faletti e la televisione, meglio Faletti (tranne stasera tra l'una e le due, guardatevi Twin Peaks).

Infine, proverbio zen.
Qualunque sia la domanda, l'olio essenziale al pino mungo non e' la risposta.

Note estemporanee di zio Lusky:
State alla larga dagli anarchici informali, gli anarchici per bene si riconoscono perché danno sempre del lei e dicono buongiorno, buonasera, prego, si accomodi, e grazie.