30/6
2004

La movida

Il triste borgo natio, affacciatosi un paio di volte sui libri di storia ma subitaneamente ricacciato indietro a pedate, non è proprio un bel posto. Parliamo come mangiamo e respiriamo quel che produciamo, il ché fa di noi degli inascoltabili portatori di malattie industriali. I ragazzi di quattordici anni se ne vanno in giro ubriachi per le piazzette, quelli di diciassette sognano di scappare, i ventenni si iscrivono all’università perché qualsiasi cosa va bene pur di vedere un po’ di porco mondo. A trenta si chiudono in casa, inchiodano porte e finestre e col televisore acceso si lamentano che non si può più uscire, perché è pieno di extracomunitari. I quarantenni sono terrorizzati dall’idea di perdere il lavoro e doverlo spiegare ai propri figli, i più vecchi li vedi solo al mercato del sabato mattina.

Ciononostante, ci sono bei posti e bei momenti, come un pomeriggio di festa passato a bighellonare senza meta, bere birre o spritz, discutere (ancora!) di politica internazionale con il kebbaparo, corteggiare, fumare, scrutare perplesso i quattordicenni ancora sobri, i diciassettenni tentennanti, i ventenni tornati a casa, i trentenni che per una volta si concedono una passeggiata in centro, i quarantenni che si godono le ferie, i vecchi che sbattono gli occhi attoniti per la luce del pomeriggio, tutti in movimento senza uno scopo, placidamente trascinati dalle onde, senza quasi riconoscere il proprio triste borgo natio.

Note estemporanee di zio Lusky:
State alla larga dagli anarchici informali, gli anarchici per bene si riconoscono perché danno sempre del lei e dicono buongiorno, buonasera, prego, si accomodi, e grazie.