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2005

Il paese è impazzito ed anch’io modestamente

Elle si sveglia alle nove di mattina, apre le finestre e nota che lo attende un’altra soleggiata giornata di noia, si lava la faccia e fa colazione con una sigaretta. Nessun sintomo di sbornia da smaltire, perché nonostante l’impegno profuso la sera prima non è riuscito ad ubriacarsi ed è andato a letto presto; accende il computer, torna sotto le coperte e si guarda beato e sonnolento un film, sottotitoli in giapponese ed inglese che a volte scorrono troppo veloce, a volte sono troncati dalla banda nera del formato sedici noni. Alle undici e trenta Elle si veste, fuma un’altra sigaretta e va a gettare tre sacchetti di pubblicità elettorale, offerte speciali dei supermercati e cartoni dello yogurt nel cassonetto della carta. Già che c’è il sole e non ha nulla da fare, Elle va a mangiare dai suoi, giusto per soddisfare i bisogni primari almeno una volta ogni tanto.

L.: Tutto questo casino mi pare esagerato. Lo dice anche il proverbio: è morto, se ne farà un altro.
F.: Sì, ma questo erano ventisei anni che non moriva.

Elle se ne va a votare attraversando a piedi il paese deserto. Nella sua vecchia scuola non ci sono che gli scrutatori indaffarati a leggere il giornale ed un poliziotto che lo saluta senza conoscerlo. Elle esce dalla scuola, guarda la targa di marmo appesa fuori che parla di Resistenza e si accende ancora una sigaretta, sale in macchina senza una meta e raggiunge il borgo, pensa che magari Pi è già sveglio anche se sono solo le due e mezzo del pomeriggio. Pi è sveglio, stanco per la baldoria del sabato sera, lamenta uno stomaco a pezzi e l’inquietudine di doversi rimettere a far qualcosa dopo la laurea. Sta preparando uno spettacolo sulla Resistenza e dato che è bravo si accolla la maggior parte del lavoro, del resto sembra l’unico ad avere del tempo libero; l’incasso dello spettacolo servirà a finanziare un giornale con cui lui collabora solo sporadicamente, è riuscito almeno a far mettere in nota spese sessanta euro di birra e sarà tutto quello che ci guadagnerà. Pi promette che leggerà il racconto che Elle gli ha portato, si sentiranno in settimana.

P.: Non è possibile, dobbiamo organizzare uno spettacolo e questi pensano solo alla figa. Non è il modo di lavorare.

Ci sta per lasciare il triste borgo e presto tornerà in Gran Bretagna, privandoci del suo accento francese e lasciandoci in cambio i sospiri malinconici dell’amato GiEmme. Ci confida ad Elle di non aver voglia di partire, mentre il pallone da calcio passa sopra le loro teste ed il prato comincia a riempirsi di gente. Elle ha il forte sospetto che non sia dal suo borgo natio che Ci stenta a separarsi, che non sia il pensiero di un appartamento vuoto a renderle triste il ritorno. GiEmme ed Elle tentano di venire a capo di tutte le feste che dovranno affrontare nelle prossime settimane. La madre di Ci l’ha chiamata per informarla della morte del papa. Sono in Italia, ha risposto Ci, non si parla d’altro da tre giorni. Eppure il borgo sembra aver ripreso vita, scaldato dal sole primaverile, si cerca una terrace dove bere qualcosa. Qualcuno dovrebbe insegnare a questo cameriere di cosa si parla quando si parla di spritz, pensa Elle. Poi Ci e GiEmme se ne devono andare, Elle ritorna a sedersi sull’erba.

L.: L’anno prossimo andrò a votare con il passaporto.
GM.: Se vince di nuovo B., I’m ready to leave the country.

Erre vuole un gelato, Enne ed Elle la accompagnano in pianura ma passano prima per la libreria di fianco. Dopo aver comprato due libri ed un gelato gusto ace ad Elle non rimangono più neanche i soldi per il caffé, mentre Enne ha già dovuto chiedere un prestito. Riprendono a passeggiare e parlano di libri buoni e cattivi, di film buoni e cattivi; camminare e chiacchierare sono ancora passatempi a buon mercato, ma non sanno dove andare. Salgono sulla balconata del duomo a guardare la gente in piazza, scendono, vanno a trovare il kebabbaro che ha iniziato a preparare anche il burek ma alla macedone, così sostiene Enne, con carne, patate, cipolla. Il kebabbaro promette che presto troveranno anche quello con il formaggio e senza carne, ma Elle dubita che sarà buono quanto quello di Belgrado e desidererebbe trovarsi là. Càpitano di nuovo in piazzetta, il borgo ruota su se stesso, stanno per separarsi ma da un’altra strada arrivano A ed Emme.

N.: Per la tesi mi sono imposto dei criteri molto rigidi: al massimo una tessera da cinquanta fotocopie per ogni libro.

Il sole inizia a calare e non fa più così bene il proprio lavoro, il prato si svuota, Elle sta seduto sull’erba con A ed Emme mentre un ubriaco importuna le ragazze senza troppa convinzione. A dimostra buona memoria e rimane silenziosa, splendida e pallida, chiedendosi se vedrà le foto scattate all’osteria. Emme ha diciassette anni e qualcuno le ha rubato il casco, la madre l’ha convinta a sporgere denuncia e lei è andata in caserma. I carabinieri hanno steso il solito buffo verbale, hanno avanzato ipotesi: Dev’essere stato un rumeno, quelli hanno il DNA (hai presente il DNA?) come gli abbracci del mulino bianco, mezzo rumeno, e va bene, mezzo zingaro, per forza rubano sempre. Poi il carabiniere le ha chiesto se vuole diventare una micropoliziotta. I micropoliziotti non devono fare altro che riferire in caserma se notano qualcosa di strano, maniaci, spacciatori, consumatori di droga, a scuola, in biblioteca, sul prato. Ce ne sono già nella sua stessa scuola, le dicono, ma Emme lo sa già perché queste micropoliziotte le conosce, sono state due di loro ad indirizzare i carabinieri in occasione della retata in biblioteca. Orecchiano con discrezione le conversazioni e riferiscono, tengono gli occhi aperti e fanno finire in caserma i propri compagni di scuola. Emme racconta che le è stato lasciato un numero di telefono, casomai ci volesse ripensare, ed intanto Elle fuma pensoso una sigaretta all’ascìss.

G.: In camera mia le donne arrivano e se ne vanno quando voglio.
L.: Forse perché sono su internet.

G.: Come mai non parli mai?
L.: Lascia stare, è timida.
G.: Beh, si comincia sempre da una parola.
L.: E quella parola può essere vaffanculo.

Elle torna a casa che il sole è calato, gli viene troppo da ridere per riuscire a leggere e si stende sul letto a fumare una sigaretta. Accende il computer e si guarda un film in sintonia con il suo umore drogato, poi si addormenta.

Note estemporanee di zio Lusky:
State alla larga dagli anarchici informali, gli anarchici per bene si riconoscono perché danno sempre del lei e dicono buongiorno, buonasera, prego, si accomodi, e grazie.