13/1
2005

Notte (giorno) Notte [2]

A dispetto dei miei benintenzionati informatori, e per fortuna, il treno era arrivato in perfetto orario. Sbucai nella vasta piazza della stazione sotto una pioggia battente, tra venditori di ombrelli neanche troppo a buon mercato e turisti indaffarati, mi misi alla ricerca dell’autobus che avrebbe dovuto portarmi al museo. Il 110, parte ogni 25 minuti dalla stazione, così mi ero appuntito e così mi impuntai a cercare sprecando senza successo troppo tempo; Garibaldi mi fissava severo mentre vagavo tra le pozzanghere ed i bus in arrivo o in partenza, chiedendo a malincuore informazioni, consultando orari, badando soprattutto a non farmi arrotare da qualcuno.
Ci misi un po’ a capire che mi stavo ostinando senza motivo, un qualsiasi autobus per Capodimonte andava bene, che avesse o meno il 110 esposto sul parabrezza. Feci i biglietti e salii sul primo che partiva; la timbratrice era guasta, il biglietto uscì marchiato solo da una striscia nera illeggibile, scrollai le spalle e mi sedetti.
Traffico belgradese, ma non troppo. Giornata grigia, risalii quella città sconosciuta scrutandone le strade dal finestrino e pentendomi già di non aver perso altri dieci minuti per fare colazione. I passeggeri cominciarono ad accalcarsi, sembrava che molti avessero la mia stessa destinazione per cui tenevo le orecchie bene aperte per non rischiare di perdere la mia fermata, in un impeto di senso civico arrivai a cedere il mio posto a sedere ad una signora con due bambini piccoli.
Scesi al seguito di una fiumana di altri turisti quasi sulla soglia del museo, lesto ad infilarmi tra i denti l’ennesima sigaretta della giornata ed a pensare
Do un’occhiata alla fila per l’ingresso, se non è troppo lunga vado almeno a prendere un caffè.
Speranza delusa, sotto i portici si snodava già una lenta processione in attesa, mi bastò un colpo d’occhio per capire che anche senza attardarmi avrei dovuto aspettare a lungo. Trenta persone ogni dieci minuti, tre metri ogni dieci minuti sotto gli architravi a sesto acuto prima di raggiungere la biglietteria. I più equipaggiati estraevano da borse e zaini panini, tranci di pizza, via via che mezzogiorno si avvicinava e poi si allontanava alle nostre spalle, noi sempre immersi in una calca tranquilla, pazienti. Ogni tanto da un gruppo si staccava qualcuno ed andava a fare rifornimenti alla caffetteria del museo per poi tornare ad inserirsi al proprio posto nel millepiedi che si strascicava in avanti. Io ero solo e restavo digiuno, quando proprio non riuscivo a resistere alla noia succhiavo un’altra sigaretta cercando di non sbuffare troppo fumo in giro, ascoltavo le chiacchiere di chi mi stava attorno (Arriviamo da Roma, ci siamo dovuti alzare prestissimo stamattina!) e riflettevo su quanto fosse ironico, essere partito perché stanco di aspettare e trovarmi imbottigliato lì, senza nulla da fare. Un temporale scoppiò e si placò, tutti sollevavano la testa quando un aereo ci passava sopra con lo stesso fragore del temporale, qualcuno spiegò ad alta voce che l’aeroporto non era lontano. Scambiai poche battute con chi mi circondava, facendo attenzione alle palombelle in agguato tra i capitelli, la signora che si era fatta tutta la strada fin da roma si lamentava di non essere riuscita a trovare un posto da insegnate a Napoli perché amava molto quella città, arrivò a dirmi che noi napoletani siamo tutti molto simpatici. Noi napoletani, ah ah, signora, meglio che stia zitto se non voglio diventare un fenomeno da baraccone.
L’attesa dura più di due ore, mi consolo e resisto pensando al signor Caravaggio che mi attende ma neppure una volta entrato posso tirare un sospiro di sollievo, la folla non si sparpaglia per le numerose sale, non si distrae a fissare i marmi o gli arazzi o i parmigianini della collezione permanente: preme famelica per raggiungere le sale dedicate al maestro, senza neppure degnare di uno sguardo le meraviglie che la circonda. Gli stranieri sorridono sarcastici ma si prestano allo stesso gioco, mentre i sorveglianti stremati cercano di diluire la marea incalzante per la quale non provano compassione.
Inevitabilmente, quando infine raggiunsi le stanze dedicate a Caravaggio sembrava di essere al mercato, la bellezza era soffocata dal trambusto e dalla stanchezza, le tele si scorgevano allungando il collo sopra decine di teste, ci si faceva spazio con i gomiti aspettando ancora, inutilmente, un momento di quiete. Davanti a me si rivelavano alcuni dei quadri che più amo e non riuscivo a rinfrancarmi del tutto. Le sale successive erano quasi vuote, i maratoneti della cultura, appagati, sciamavano in silenzio verso l’uscita con lo sguardo fisso dinanzi a sé. Uscii sentendo crescere in me frustrazione e mal di testa, il secondo più incalzante della prima, aveva smesso di piovere e sapevo di non poter rimandare oltre una sosta per il pranzo.
Mi infilai in una pizzeria, la prima che trovai accanto alla fermata del bus. Un ragazzo si affaccendava tra i tavoli apparecchiando e sparecchiando, raccogliendo ordinazioni e servendo e portando il conto, accompagnato solo dai richiami rudi di un anziano pizzaiolo. Mi sedetti solo ad un tavolo da quattro, dopo un’altra lunga attesa potei finalmente bermi una birra ed assaggiare una margherita. Turismo naif. Non sembrava molto diversa dalle pizze del nord, a dire il vero, solo un po’ più cruda ed insipida. Bene, mi dissi, una volta che vengo a Napoli nella mia vita e non riesco neppure a mangiare una pizza decente; il posto sbagliato, o il momento sbagliato, o tutt’e due, immagino. Incassai l’ennesima delusione e me ne andai, mentre la pizzeria chiudeva e l’emicrania si faceva insopportabile.

Note estemporanee di zio Lusky:
State alla larga dagli anarchici informali, gli anarchici per bene si riconoscono perché danno sempre del lei e dicono buongiorno, buonasera, prego, si accomodi, e grazie.