25/3
2005

Naufragio onirico

Interrogai le carte prima di partire per il mio viaggio; le disposi tra il passaporto ed il posacenere e come mi aspettavo uscirono quasi solo carte di sventura, è evidente che farsi le carte da soli non conviene mai. Solo la papessa mi offriva consiglio e protezione, benedicente dal soglio lontano su cui era assisa, mentre il sole d’agosto mi rendeva imprudente ed il vino mi spronava il sangue. Partii senza ascoltare i consigli ed andai molto lontano, a vedere città dove le cicatrici slabbrate della guerra stentavano a rimarginarsi, a guardare il mare dalla finestra e dal balcone. L’onda mi travolse sulla via del ritorno ed io guardai l’onda negli occhi, l’amai mentre mi lacerava vestiti e pelle per lasciarmi sanguinante e nudo su una spiaggia cotta dal sole. Stordito, mi alzai e barcollai lungo il bagnasciuga fino a quando il vento sollevò la sabbia e levigò la mia pelle come quella di un neonato; cieco, sentii i rovi conficcarsi nei miei piedi e nelle mani ed il profumo di rose selvatiche nelle narici; perduto, scorsi un angelo od un jinn nella tempesta e ne seguii l’ombra finché riuscii a tenere il suo passo, ma inciampai e caddi in questo pozzo o fosso indiano. Sono rimasto a lungo a vegliare digiuno, sforzandomi di ricordare almeno il mio nome o quale fosse la meta del mio viaggio, ma nell’oscurità uniforme di questo buco non c’è spazio per tracciare un confine tra la realtà e il sogno. La mia pelle nuova è rimasta pallida e fragile, le mie grida mi rimbombano contro. A stento, aggrappandomi ad ogni ciuffo d’erba che sbuca tra le pietre, risalgo strisciando verso la spiaggia o la tempesta, senza badare al cielo cobalto che incombe su di me né all’acqua scura che giace limacciosa sul fondo. Infilo le mani tra i sassi sconnessi, sfidando i serpenti annidati e nascosti. Sdraiato sulla sabbia, potrò usare la mano libera per togliermi il chiodo conficcato nell’altra, e le spine dai polmoni.

Note estemporanee di zio Lusky:
State alla larga dagli anarchici informali, gli anarchici per bene si riconoscono perché danno sempre del lei e dicono buongiorno, buonasera, prego, si accomodi, e grazie.