9/10
2006

Russia, Cecenia, giornalista

In questi giorni è possibile captare, nel brusio mediatico generale che ci circonda, tre concetti in apparente connessione tra loro: Russia, Cecenia, giornalista.
Credo che la maggior parte degli italiani abbia solo un vago sentore che ci sia ancora una guerra in corso in Cecenia (chi la combatte, come, perché). Credo che siano gli stessi che hanno almeno un’idea di quale sia attualmente la situazione politica in Russia. Credo che ancora meno italiani si ricordino di che cosa sia un giornalista.

Anna Poliqualcosa.
Uccisa.

Presto questi concetti, questo nome italianizzato e questo cognome su cui la lingua incespica torneranno ad essere assorbiti dal brusio e ne emergeranno altri, più o meno importanti, un Iraq, una strage, uno scandalo. Siamo tutti troppo indaffarati nei nostri epici impegni quotidiani, troppo presi dalle nostre minute tragedie personali per prestare realmente attenzione a queste parole che ogni tanto si stagliano con maggiore chiarezza sull’oceano dell’informazione centralizzata. In fondo, il (tele/radio) giornale è solo un’altra forma di intrattenimento, un modo per distrarci cinque minuti, magari con un’espressione molto seria in viso, dai problemi veramenti seri della nostra vita: il figlio da accompagnare a scuola, la revisione dell’auto, i piatti da lavare, il raffreddore.

Ecco, prima che la Russia, la Cecenia, la giornalista spariscano di nuovo dalla nostra vita, vengano coperte dal brusio, affoghino in fondo al secchiaio, prima che di Anna Politkovskaja non si parli di nuovo più, cerchiamo almeno di prestarvi un po’ di attenzione, di salvare qualcosa. A che scopo, non vi saprei dire. Magari come esempio, come chiave di lettura, magari anche solo per ricordarsene la prossima volta che qualcuno si vanterà di essere amico di Putin, di sostenere la democrazia, di combattere il terrorismo. Magari anche solo perché certe persone non andrebbero dimenticate.

Note estemporanee di zio Lusky:
State alla larga dagli anarchici informali, gli anarchici per bene si riconoscono perché danno sempre del lei e dicono buongiorno, buonasera, prego, si accomodi, e grazie.