16/9
2015

Caso o diritto

Come tutti gli uomini alla soglia della mezz’età, di quando in quando amo mettermi alla prova con uno sport estremo. C’è chi si butta col parapendio, chi fa kite surfing nei laghetti infestati dai piraña, io leggo gli articoli di cronaca dei quotidiani locali.

Qualche tempo fa, in una di queste mie temerarie incursioni nell’orrido, ho letto l’opinione di una ragazza di origine straniera riguardo la questione dei rifugiati. "Essere nati in un Paese ricco è un caso, un colpo di fortuna" diceva "così come è un caso nascere in un Paese povero o colpito dalla guerra. Chi è stato più fortunato dovrebbe quindi aiutare chi, senza colpa, si trova in una situazione di grande difficoltà."

Per quanto riguarda la prima frase, sono assolutamente d’accordo. Da un punto di vista ontologico nascere in Italia, Mauritania o su Proxima Centauri non è un nostro merito ma un puro accidente del caso come nascere biondi, alti, maschi ed in buona salute. Queste caratteristiche casuali o innate influenzano drasticamente le nostre possibilità di avere una vita soddisfacente o anche una vita tout-court, e questo prima ancora che noi siamo in grado di camminare, mangiare le pappine senza sbrodolare e dimostrare di possedere un libero arbitrio. Essere nati in un Paese ricco, avere un tetto sopra la testa e ricevere un’istruzione di base è già un grande privilegio e di solito ci capita in sorte senza alcun merito. Per quanto riguarda la seconda frase, ovvero che in virtù di questo privilegio noi saremmo moralmente obbligati ad aiutare i più sfortunati, si tratta ovviamente di una prescrizione etica che ciascuno può accettare oppure no. Se sono un privilegiato per caso, non ne ho nessun merito ma neppure nessuna colpa da espiare, ho vinto la lotteria ma avevo le stesse possibilità di chiunque altro. Ne riparliamo alla prossima reincarnazione, quando io sarò un’ameba nel brodo primordiale di Saturno e tu una fotomodella cocainomane di Cefalù. Quindi la ragazza intervistata aveva ragione sulla premessa, ma a mio avviso ne traeva una conclusione illogica e fortemente influenzata dalle proprie convinzioni etiche o religiose. Io magari giungo alla stessa conclusione per ragioni etiche anche molto diverse, ma capisco che lo stesso non sia valido per tutti.

Leggendo anche i commenti, però, sono stato colpito dal ragionamento di un irritato lettore, il quale ragionava più o meno così: "Ma quale privilegio? Ma quale colpo di fortuna? I nostri padri ed i nostri nonni sono MORTI per garantirci il benessere di cui godiamo, pertanto il nostro tenore di vita è un diritto che godiamo in virtù del loro sacrificio!"
Eh no, ciccio. Come certi buzzurri ripetono spesso, non esistono diritti senza doveri. I tuoi genitori ed i tuoi avi, come certamente già sai, non si sono infatti limitati a lavorare duro ed immolarsi sul Piave, ma hanno anche invaso terre straniere, stuprato fanciulle, depredato risorse, sostenuto dittatori e filibustieri. Magari volontariamente, forse costretti, ma l’hanno fatto. Il benessere che ti hanno lasciato in eredità è dovuto anche a questo, perciò se ritieni che la tua vita non sia il risultato casuale di mulinelli di geni scompigliati dal vento cosmico ma il preciso effetto delle scelte e delle azioni razionali dei tuoi avi, se credi che quelle azioni, quelle scelte compiute da altri, diano a te dei diritti speciali pur non avendone nessun merito personale, allora sei destinato anche a pagarne il conto. Quanto è salato questo conto, quant’è costata la situazione di benessere generale che ti ha permesso di nascere e diventare quello che sei? E’ dura da calcolare ma, a spanne, direi che ti conviene convertirti alla teoria del caos.

Note estemporanee di zio Lusky:
State alla larga dagli anarchici informali, gli anarchici per bene si riconoscono perché danno sempre del lei e dicono buongiorno, buonasera, prego, si accomodi, e grazie.