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2009

Cose turche, vol. 1

Il titolo è un po’ pretenzioso, lo so, dato che in fin dei conti io ed Amormio siamo stati solo ad Istanbul. Ma è regola comune tra i turisti che una volta che si sia vista la capitale, si può far finta di sapere tutto di una nazione, no?

Uff, come siete noiosi.

Storia: una volta, tipo un milione di anni fa, Istanbul non c’era. Pare impossibile ma è così. C’era solo una strada per cui passavano i greci che andavano in medio oriente a fare a botte e tornavano carichi di bottino. Più raramente succedeva il contrario, che i greci tornassero senza bottino o passassero altri popoli dai nomi meno importanti che andavano a piantar grane in Grecia. Un giorno un tizio di nome Byzàs ebbe un colpo di genio ed aprì una locanda lungo la strada, si fermò sulla soglia e cominciò ad invitare dentro i passanti a mangiare un panino con dentro la pecora o bersi un tè. Inizialmente l’idea non ebbe molto successo, finché Byzàs (che era, appunto, un genio) non pensò di infilare uno spiedo nella pecora e cuocerla un po’ prima di metterla nel panino. A quel punto gli avventori furono così tanti che il locale si espanse, fu necessario organizzare dei turni per potersi sedere a mangiare, costruire degli alloggi per i clienti in attesa, dei bagni e cose così. Era nata una città, conosciuta per un breve periodo come Kebabbopoli e successivamente come Bysanzio.
Nel 300 e rotti dell’era cristiana passò da quelle parti anche l’imperatore di Roma Costantino, quello famoso perché si sognava i crocefissi, e decise di stabilirvi lì la nuova capitale dell’impero. Suo nipote Giustiniano vi fece edificare delle mura e qualche chiesa, e la storia pareva finita lì. Attorno al 1200, però, un inaspettato colpo di scena: un gruppo di crociati che visitava la città durante una gita organizzata dalla serenissima repubblica venne bellamente raggirato da un venditore di souvenir del bazar egiziano e per rappresaglia mise a ferro e fuoco la città, portandosi via tutto quello che poteva entrare nel bagaglio a mano. Neanche il tempo di riprendersi dall’accaduto, ed un paio di secoli dopo arrivano gli ottomani i quali, con la complicità del governo veneziano, conquistano la città, ne fanno la capitale del loro impero e si mettono a costruire moschee a destra e a manca senza ritegno. La costruzione delle moschee si arresta temporaneamente solo negli anni ’20 del Novecento, quando un altro tizio inventa l’alfabeto latino e decide che le donne sono più belle con i capelli al vento. Ora è al potere la Democrazia Musulmana e la costruzione di moschee è ripresa così come quella di fazzoletti per coprirsi il capo.
Unica cosa che non è cambiata in tutti questi secoli di storia è la pecora nel panino.

Geografia: Istanbul è a destra della Grecia e a sinistra della Turchia, con acqua sopra e sotto. Se chiedete informazioni a persone molto anziane, potrebbe essere utile ricordare che prima si chiamava Costantinopoli.

Arrivare: sbarcati all’una di notte dall’aereo, c’era un tizio in aeroporto che aspettava me ed Amormio con un cartello con su scritto "Prinz Lucky". Pure scritto sbagliato. Imbarazzante per me, figuriamoci per lui.

Muoversi: dicono che le strade di Istanbul siano piuttosto trafficate, ma questo non corrisponde affatto alla realtà. Le strade di Istanbul sono infatti intasate in gigantesco ingorgo che ebbe origine nel 1923, quando Mustafà Kemal detto Ataturk parcheggiò un attimo in seconda fila per bersi un tè, ed ora si estende fino alle coste meridionali dell’Anatolia. C’è gente che è nata e morta di vecchiaia senza mai scendere dall’auto di famiglia. Nei rari casi in cui un evento eccezionale provoca il materializzarsi di una strada sgombra, però, per sfogarsi gli istanbullesi pigiano sull’acceleratore per raggiungere il prima possibile l’ingorgo successivo, perciò attraversare la strada è rischiosetto. Vi consiglio di scegliere un albergo che sia sullo stesso lato della strada di tutti i posti dove volete o dovete andare. In alternativa, ci sono i mezzi pubblici, ma qui vi devo mettere in guardia perché presentano delle notevoli differenze rispetto a quelli italiani: funzionano, costano poco ed è molto difficile entrarci senza avere pagato il biglietto.

Mangiare: ad Istanbul si mangia il kebab. Punto. Però esistono circa ottantadue varianti del kebab, alcune delle quali si richiamano a riti antropofagi precristiani (Kokorec o qualcosa del genere) ed altre impastate col napalm, molte con la pecora, alcune con il pollo, con o senza yogurth, con la melanzana, ecc. Noi li abbiamo assaggiati tutti, tranne quello fatto con gli avanzi che vendono in italia, e sono tutti buoni. Inoltre, lungo le rive del Bosforo vendono i panini con dentro il pesce pescato nel Bosforo. Voi mangereste qualcosa che sia stato nel Bosforo? Nemmeno io.

Bere: i turchi bevono principalmente tè e yogurt annacquato. Il tè lo bevono sempre, ovunque, in qualsiasi momento, facendo qualsiasi cosa. In giro per la città è normale trovare bicchierini da tè vuoti, in attesa che qualcuno li ripigli e ci metta del nuovo tè dentro. Lo amano davvero molto. E’ un tè così forte che ci puoi accendere il motorino, ma buono; se ne bevi due non dormi la notte. Lo yogurt annacquato è pure salato, però dopo che l’hai provato un paio di volte non riesci più a farne a meno. Anche perché, mangiando solo carne, hai bisogno di qualcosa che risvegli il tuo intestino di quando in quando.
Oltre a queste due bevande base, i turchi bevono anche il caffè turco, che in italiano si chiama sciaquatura di piatti, ed il raki, che è l’unica bevanda alcolica ammessa nel paese. Una sera siamo entrati in una bettola per assaggiare ’sto raki, perché io ed Amormio siamo persone furbe che il sabato sera vanno nelle bettole di Istanbul ad ubriacarsi, e mentre gli altri avventori discutevano se accoltellarci o darci una botta in testa siamo giunti alla conclusione che si tratta di una specie di pastis amaro, e fa schifino. Lo si beve accompagnandolo con fettine di cetriolo e formaggio di pecora, che è l’equivalente turco delle nostre patatine. Alla fine, dato che abbiamo bevuto e mangiato tutto, a malincuore hanno deciso di risparmiarci.

[Continua]

Note estemporanee di zio Lusky:
State alla larga dagli anarchici informali, gli anarchici per bene si riconoscono perché danno sempre del lei e dicono buongiorno, buonasera, prego, si accomodi, e grazie.