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2008

Felicità è un panino col kajmak

La periferia di Belgrado arriva fino a Mestre. Tutt’intorno, l’odiosa stazione con il suo MacDonald’s e gli onnipresenti schermi piatti che proiettano ovunque inutile pubblicità. Al nono binario, il treno diretto ad est. Scordatevi l’Orient Express, i Casanova e gli altri giocattoli platinati, questa è una carovana sgangherata con il nome della destinazione dipinto a grandi lettere sulla fiancata di ogni vagone, ciascuno più vecchio e malandato del precedente: Budapest, Bucuresti ed, in coda, Beograd. La Serbia comincia non appena si mette piede sul predellino e scopri che tutto lì dentro è serbo, dai cartelli al controllore, dal kit di viaggio che le ferrovie serbe mettono gentilmente e a disposizione del viaggiatore (ciabatte, asciugamano, sapone, salviettina umidificata) ai pochi passeggeri. Persino il divieto di fumare è scritto in serbo, e viene ignorato alla serba, e senz’altro è serbo il panino con prosciutto, formaggio e burro che ci viene servito a colazione. Sono necessarie altre quattordici ore di viaggio per allineare la Serbia interiore con quella esteriore.

Belgrado è bella come sempre, povera come sempre, orgogliosa come sempre. Sulle facciate dei palazzi del centro che lentamente continuano a crollare su se stessi qualcuno scrive coraggiosamente il proprio no all’unione europea, no grazie ci avete appena bombardato, no grazie ci volete fregare, no grazie siamo già abbastanza europa da poter fare a meno del vostro prezioso bollino blu. Chissà poi come andrà a finire, anche lì. Le mie proposte di far uscire l’italia dall’unione europea e creare una nuova spettacolare federazione balcanico-mediterraneo sono finora cadute nel vuoto, in attesa di essere rivalutate dai posteri. Il traffico di Belgrado continua ad essere il solito incubo, quel genere di incubo in cui in ogni momento si sente che la fine è vicina, che quell’autobus non potrà proprio frenare in tempo, che quel pedone non potrà schivare il taxi, ed invece si arriva sempre a destinazione incolumi senza aver capito bene come sia stato possibile. Il cavallo di Piazza della Repubblica è sempre al suo posto, San Sava è sempre quasi completata e neanche il Royal Hotel si è mosso, per quanto non sia riuscito ad ottenere informazioni sulle blatte che ne decoravano la doccia tempo fa.

Questa volta la nostra base operativa era quasi in campagna, e dalla finestra guardavamo i vecchi contadini arrivare al mattino ed esporre sul bordo della strada o davanti al trattore due cassette di biete, ciuffi di porri, secchi colmi di uova fresche, gli zingari andare e venire sul loro carrettino, i tossici e gli ubriaconi lasciar passare la giornata con una bottiglia di birra in mano. Poi, qualche passo a piedi, qualche fermata in autobus ed eravamo seduti in riva al danubio a mangiare ćorba e pesce al forno, involtini di cavolo o gulash, o a vagare per viali e viuzze, senza preoccupazioni turistiche. L’amica Z., principale meta del nostro viaggio, conosce ogni angolo della città e ci sa sempre indicare quali tombini si potrebbero spalancare sotto i nostri piedi, ci guida tra i banchetti di alimentari e ci accudisce. I filtri e le maschere a Belgrado sembranon non servire, tutto è talmente straniero e così familiare da stordire, da costringermi a guardarmi attorno cercando di cogliere ogni dettaglio, ogni suono, di capire cosa c’è di tanto affascinante nelle macchine esauste, nella gente che mangia tranquillamente per strada, nelle vie affollate di pedoni, nell’atteggiamento di frenetica calma e serena improvvisazione che sembrano pervadere le strade, a parte l’essere antitesi della vicentinità. Siamo in Europa? No, grazie. E allora dove? Oppure ci siamo, in un angolo polveroso di quell’Europa da rivista patinata che ci propinano ogni giorno, a dibattersi tra disoccupazione, prezzo della farina e programmi tv on demand?

Ancora una volta, torno carico di bagagli sporchi e domande senza risposte. Mi sono fermato troppo poco, ho mangiato e bevuto e respirato Belgrado troppo poco, appena il tempo di rendere doloroso il ritorno a casa, di starsene rannicchiati su una cuccetta a contare malinconicamente gli spiccioli di dinaro con la sensazione di non stare andando da nessuna parte. Eppure, direbbe Galilei, ci muoviamo.

Note estemporanee di zio Lusky:
State alla larga dagli anarchici informali, gli anarchici per bene si riconoscono perché danno sempre del lei e dicono buongiorno, buonasera, prego, si accomodi, e grazie.