27/10
2010

Il grande cinema di Karmachimico: True Legend

Sabato sera, mentre ero latitante a Padova in attesa di andare a bere un mojito al cubano, ho visto "I sette samurai" di Akira Kurosawa. Per cui oggi vorrei parlarvi, cari lettori immaginari come un dio del wu shu, di un grande capolavoro del cinema asiatico.

Ma non di questo.

Ieri sera, infatti, io e Lagatta sgranocchiando taralli ci siamo guardati "True Legend", di un regista non meglio specificato che non ho voglia di cercare su wiki. E’ uno di quei film cinesi dove la gente si prende a mazzate dall’inizio alla fine ma con eleganza e stile e per un nobile scopo, e questo li distingue dalle partite della Stella Rossa Belgrado (manca il nobile scopo) o dai dibattiti sulla costruzione delle discariche (mancano eleganza e stile). Nella migliore tradizione delle recensioni cinematografiche da osteria, tralascerò tutta la parte sulla fotografia, la scenografia, la regiografia e tutti gli altri aspetti di un film che non conosco e passerò direttamente alla trama.

Il film comincia con dei ninja che si arrampicano su uno sperone roccioso in mezzo ad altri speroni rocciosi per liberare un principe che sta per essere ucciso da degli altri tizi per motivi non specificati. A guidarli c’è il valoroso generale Su, aiutato dal colonnello Ma e dai soldati semplici Di, A, Da, In, Con, Per, Fra e Tra, che penetrano senza indugio nella base nemica e fanno strage di qualsiasi forma di vita si pari loro dinnanzi, perché curiosamente anche dopo i primi cento-duecento morti c’era ancora gente che si parava loro dinnanzi per impedirgli di fare la qualsiasi mentre io, per esempio, avrei ritenuto l’occasione adatta a mettermi immediatamente in mutua fino al successivo cambio di dinastia. Ma è per quello che loro fanno i film di arti marziali e io no. Diverse acrobazie, spadate e sciabolate dopo tutti tornano a casa sani e salvi tranne quelli che sono morti, il principe viene liberato e vuole ricompensare il generale Su nominandolo governatore ma quello risponde che lui non ha tempo per quelle cose e propone invece che la carica venga attribuita al suo fratellastro Uan, che egli ama come un fratellastro. Il principe acconsente, perché evidentemente quel posto da governatore non lo voleva proprio nessuno e quindi andava bene qualunque pirla fosse disponibile.

Passano gli anni.

Su è a casa con la sua famiglia felice, composta dall’amata moglie Ying che è anche sorella di Uan e quindi sorellastra dello stesso Su, ma alla fine sticazzi scommetto che in Cina succede di peggio, dal tenero figlioletto Feng e dal saggio padre di cui non ricordo il nome perché muore subito dopo. Torna in città Uan, ormai governatore, e si capisce che qualcosa non va perché arriva accompagnato da una scorta di guardie con armature nere e preceduto da vessilli neri. Non è che ci voglia un gran genio per capire che sono armati, ma non delle migliori intenzioni. Inoltre Uan è tutto pallido con le occhiaie scure, come chi è roso dalla malvagità o passa le notti a farsi le raspe o, come in questo caso, passa le notti a farsi raspe malvagie pensando alla sorella. Entra a casa di Su, dove egli era cresciuto, e senza neanche pulirsi le scarpe uccide il saggio padre e gli taglia la testa, perché a quanto pare anni prima il padre di Su aveva ucciso su’ padre, dopo di che rapisce Ying e il nipote e va a salutare la tomba del padre, che per motivi poco chiari a noi occidentali si trova su un pontile affacciato su delle ripide violentissime.
Su, venuto a conoscenza del fatto, si risente e va di corsa sul pontile, per elargire al fratell(astr)o la giusta dose di calci nei denti atta a punire la sua esuberanza. Ci sono però un paio di problemi: mentre Su passava il tempo a giocare con il figlioletto e a fare flic flic con la moglie, Uan si è sottoposto ad un piercing estremo facendosi installare una potente armatura direttamente nella carne viva ed ha approfondito la conoscenza della terribile tecnica marziale dei Cinque Pugni Velenosi, che fa male. Evidentemente in Cina la carica di governatore lascia molto tempo libero. Di conseguenza, nonostante la sua sconfinata maestria è Su ad avere la peggio e Uan lo ucciderebbe pure con una certa facilità, se il piccolo Feng non si aggrappasse alla gamba dello zio supplicandolo di risparmiare il padre. Allora Uan, che ama il bambino e non vuole traumatizzarlo, si limita a prendere Su e a gettarlo nelle rapide. Con suo disdoro, però, Ying si getta a sua volta nelle rapide per salvare il marito. Il piccolo Feng resta solo con il malvagio zio, due poveri sfigati che nessuno ama.

Passano gli anni.

Ying ha salvato Su, perché in Cina le rapide violentissime fanno solo scena ma non ammazzano nessuno, come i calci volanti. Grazie all’aiuto della dottoressa Michelle Yeoh il veleno dei Cinque Pugni Velenosi viene espulso dal corpo di Su e questo è quindi libero di piangersi addosso e darsi all’alcol per il disonore della sconfitta subita. La moglie, stufa di sentire le sue lagne dopo avergli anche salvato la vita (e trovatela voi una donna che si getta nelle rapide per salvarvi dopo che non siete riusciti a proteggerla dal fratello che se la vuole fare), lo redarguisce con la dolcezza tipica delle donne orientali (davvero, trovatela voi una donna che non vi gonfi la faccia a padellate in una situazione così) e lo sprona a fare del proprio meglio. E lui lo fa. Ritorna in forze, ha delle allucinazioni in cui il dio del wushu lo aiuta ad allenarsi e finalmente dopo molto tempo è in grado di andare a cercare Uan per vendicarsi e riprendersi il figlio. Ma la moglie, scocciata, c’era andata lei cinque minuti prima.
Uan, vedendo Su irrompere come una furia in casa sua e sterminare con disinvoltura tutto il suo esercito, ha una bella pensata e fa seppellire viva Ying in un posto che sa solo lui, così di certo Su non lo potrà uccidere se non vuole perdere l’amata moglie per sempre. Peccato che questo piano potrebbe funzionare solo se Su fosse informato della situazione, cosa che Uan tralascia sbadatamente di fare. E infatti muore, dopo che Su gli ha strappato l’armatura di dosso e infilato i Cinque Pugni Velenosi nell’Impero di Mezzo. E muore anche Ying, cosa che tende a capitare quando ti seppelliscono vivo.

Passano gli anni.

Improvvisamente non siamo più in una specie di passato mitologico pieno di foreste, eserciti armati di sciabola e armature cucite sulla pelle, ma in una grande città con i vaporetti e gli occidentali cattivi che uccidono i cinesini per divertimento. E sono passati solo pochi anni dalla scena precedente! Su è tornato ad essere un alcolizzato, vaga per le strade con il figlio che si prende cura di lui e si piange addosso tutto il tempo per non essere riuscito a salvare la moglie. Davvero, ’sto tizio è una lagna. Mentre pianta rogne in una locanda, ritrova il dio del wushu vestito da cosacco (giuro) che gli insegna la tecnica marziale dell’ubriaco che lui impara con una certa naturalezza essendo già ubriaco da prima. Poi nella locanda incontra anche il colonnello Ma, quello con cui da giovane andava a liberare i principi nelle fortezze nemiche, e questi due incontri sono l’unica cosa che ci ricorda che stiamo guardando sempre lo stesso film, perché tutto il resto che succede non c’entra una mazza da wushu con quanto avvenuto prima. Il colonnello Ma, ora diventato maestro di arti marziali (esistono altri lavori in Cina?) li invita all’arena dove sconfiggerà gli occidentali cattivi che uccidono i cinesini per divertimento, ripristinando l’orgoglio nazionale in un’epoca di tetro colonialismo. Su lo segue, più che altro per bere a scrocco al bar dell’arena, e Ma si fa stendere da un lottatore di wrestling. Qui potrebbe finire il film, se il lottatore non osasse allungare le sue manacce sul piccolo Feng. Su entra ovviamente nel ring, utilizza le tecniche dell’ubriaco per stendere tutti gli avversari che gli vengono messi davanti dallo spietato manager David Carradine e dimostra l’indiscutibile superiorità della razza Han sui goffi subumani europei. Epica la scena in cui Su è steso a terra, tra la vita e la morte, tutti attendono che egli si alzi in piedi per reclamare la vittoria e tutti gridano "Su, Su!" ma Su resta giù e gli appare la moglie che lo incita dicendo "Su, Su!" e Su si tira su. Per la disperazione, David Carradine andrà a Bangkok e si impiccherà per le palle ad un ventilatore da soffitto, o una cosa del genere (scena tagliata).

Passano gli anni.

Il film si chiude con Su che si allena da solo ed il figlio che lo guarda ammirato, perché in Cina un figlio non chiede di meglio che una madre morta sepolta viva ed un padre alcolizzato che combatte con gli dei del wushu che gli parlano nella testa.

Note estemporanee di zio Lusky:
State alla larga dagli anarchici informali, gli anarchici per bene si riconoscono perché danno sempre del lei e dicono buongiorno, buonasera, prego, si accomodi, e grazie.