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2014

Odissea marsicana

Domenica, un signore di mezz’età apre il cancello della cappella di famiglia nel cimitero di Magliano De’ Marsi, nelle campagne, saluta rispettosamente i parenti ed estrae dalla custodia un violino. Con il sole del mattino in faccia, dando le spalle ai suoi, suona rivolto al viale ordinato su cui si affacciano una di seguito all’altra le ultime abitazioni delle famiglie del paese. Non benissimo, forse. Le note si spandono tra le lapidi, accarezzano i visitatori di quel luogo silenzioso suscitando curiosità ed una misteriosa commozione. Non c’è mercimonio, in questo gesto pubblico e solitario, non c’è ambizione, solo la ricerca di un’ora di quiete personale in quel villaggio della quiete eterna. Lo ascolto quasi con le lacrime agli occhi, allontanandomi, senza motivo.

Ogni volta che parto per un viaggio, pur breve come questo, parto con l’eccitazione del vagabondo e con l’ignobile resistenza di chi deve comunque vincere l’attrito di un divano che odia. Sentimenti contrastanti. Ogni volta che torno, torno con la consapevolezza un po’ naif di essere più ricco in emozioni, conoscenze, salsicce secche in valigia e con il tragico dubbio di aver invece solo accumulato altre nozioni da wikipedia, senza che l’esperienza riesca poi a cambiarmi davvero. Tutto quello che ho visto in questi pochi giorni a zonzo per gli Appennini e la Marsica mi è sembrato meraviglioso e degno di essere vissuto: generose matrone, santuari gelati, arabeschi di marmo e di sentimenti, vecchie storie di famiglia, case restaurate o diroccate, paesini abbarbicati sulle colline come fuori dal tempo, macellai rancorosi, anziani sepolti in famiglia tornare brevemente alla vita. La modernità sembra priva di senso, al confronto, con i suoi telefonini scarichi e serie tv e lavori alienanti.

Se un giorno morirò seppellitemi però piuttosto al cimitero di Torano. E’ pieno di tombe selvagge ed inquiete, cresciute sregolatamente l’una sull’altra, tra cui la mia carcassa confusa potrebbe anche trovarsi a proprio agio.

Note estemporanee di zio Lusky:
State alla larga dagli anarchici informali, gli anarchici per bene si riconoscono perché danno sempre del lei e dicono buongiorno, buonasera, prego, si accomodi, e grazie.