5/2
2010

Ong Bak 2: meglio nascere elefanti che coccodrilli

"Ogni mattina in Thailandia il coccodrillo si sveglia e comincia a correre, perché sa che Tony Jaa sta arrivando per lui. Ogni mattina in Thailandia l’elefante si gira dall’altra parte e continua a dormire, perché sa che Tony Jaa lo proteggerà. In Thailandia, non importa che tu sia coccodrillo o elefante, Tony Jaa sta comunque saltando sulla tua testa."
(Antico proverbio thai)


Ve lo ricordate Tony Jaa? Quel ragazzo thailandese che ha come unici hobby il corteggiamento degli elefanti e la frattura delle ossa? Beh, è tornato, con grande sollievo di quei reparti di ortopedia che rischiavano la chiusura per mancanza di pazienti. Ieri sera mi sono visto Ong Bak 2, che in italiano ha il curioso sottotitolo "La nascita del dragone". Prima che ve lo chiediate, in questo film non ci sono dragoni. Non ci sono nascite. Non c’è nessuno che si chiami "Dragone", e non è quel film sulla vita di Ivan Drago che stiamo aspettando da tempo immemorabile. Il sottotitolo non ha alcun senso, a meno che "Dragone" non sia il nome del cimitero thailandese che ospita tutte le vittime di Tony Jaa in questo film, nel qual caso me lo immagino come un enorme camposanto su più livelli, con una strada di accesso a quattro corsie molto trafficata.

Tony Jaa, un uomo ed il suo elefanteIl film in questione, devo ammettere, mi è piaciuto un po’ meno dei due film precedenti ("L’uomo che amava gli elefanti" e "Se mi ridai la testa ti restituisco la clavicola", nella traduzione italiana). Nonostante un budget sicuramente superiore ed una maggiore attenzione a tutti gli aspetti tecnici che la faccenda comprota (scenografia, costumi, fotografia e blablabla), la pretesa di elevare la ginocchiata in faccia a topos mitopoietico mi ha convinto poco, così come la tragedia edipica in salsa thai. Mi riferisco, però, solo a quel trascurabile 10% del film in cui Tony Jaa non sta amoreggiando con gli elefanti o disarticolando la vita a qualcuno, che ribadisco sono le sue vere passioni. La trama è piuttosto semplice: nella thailandia medievale alcuni nobili si fanno la guerra (solo quello sanno fare, stupidi nobili) ed un tizio e sua moglie finiscono uccisi davanti agli occhi del figlioletto, nascosto per proteggerlo in una scuola di danza. Questo normalmente porterebbe alla commovente storia di un ballerino complessato, ma non in un film di Tony Jaa, evidentemente. Il ragazzino viene catturato da un mercante di schiavi e gettato in una grande vasca fangosa con un coccodrillo, che evidentemente doveva essersi comportato molto male per meritare una tale punizione. Dopo pochi minuti di combattimento, infatti, si verifica una misteriosa migrazione di massa di coccodrilli dalla thailandia verso la più sicura e confortevole cambogia, ed il coccodrillo thailandese viene considerato estinto. Una banda di artisti di strada con il pallino delle arti marziali decide allora di portare il cinno, che di nome fa Tien, nel loro villaggio segreto in mezzo alla giungla e di usarlo come deterrente contro gli animali selvatici. Nel frattempo, dato che un bambino di dieci anni che uccide i coccodrilli non sembrava abbastanza pericoloso, procedono ad insegnargli l’uso di tutte le armi esistenti nel variopinto mondo dell’omicidio thailandese e di tutte le più sbarazzine tecniche per fare male al prossimo tuo come a te stesso; già che c’erano, buttano nel mucchio anche un po’ di giochi di prestigio e acrobazie, che nel caso non fosse restato più nessuno da uccidere gli sarebbero sempre tornate comode per trovare un lavoro al circo (c’è crisi).

Poi non ditemi che esagero con gli elefantiUna volta diventato il bandito più forte e cattivo di tutti ed averci fracassato gli zebedei con la storia della sua infanzia (ma a noi, fortunati spettatori, solo in senso figurato), Tien decide di andare a vendicare i propri genitori. Di seguito è tutto un sussegguirsi di gloriosi archetipi del cinema di arti marziali: lui che entra nel palazzo del cattivo fingendosi un danzatore, lui che scopre che la sua fidanzatina è diventata la zoccola privilegiata del cattivo, lui che s’ingegna per far fuori il cattivo, lui che uccide, storpia o mutila più soldati della sifilide, lui che se ne torna bel bello nel suo villaggio in mezzo alla giungla per ricoprire finalmente il ruolo che gli spetta nel violento ecosistema thailandese. Qui però sorge un problema, perché nel villaggio anziché i suoi amici giullari ci sono decine e decine di guerrieri incapucciati desiderosi di provare l’ebbrezza della frattura multipla scomposta e Tien, benché con una certa riluttanza, si trova costretto ad accontentarli. Segue una lunghissima sequenza di combattimento che ricorda vagamente il campionato internazionale di mangiatori di kitkat, solo che al posto di croccanti wafer ricoperti di cioccolato ci sono croccanti thailandesi ricoperti di stracci neri. Il film si chiude con un finale aperto che di sicuro piacerà a pochi, se non altro perché è frustrante rimanere in trepidante attesa di nuovi sviluppi della storia d’amore tra Tony Jaa ed il suo elefante senza che ci sia stato nel frattempo almeno un bacio. L’aspetto positivo è che ci dovrebbe essere un sequel imminente e di conseguenza potremo imparare nuovi stupefacenti modi di far coincidere l’amore per gli animali con le gomitate in faccia agli umani. Mentre aspetto, penso che ricomincerò a bere il latte ed anche a prendere quotidianamente pastiglie di calcio, perché se c’è una cosa che questo film mi ha insegnato è che la salute delle ossa è importante.


P.S.: Da questo film (e da tutti gli altri film di Tony Jaa) si potrebbe trarre l’impressione che in Thailandia sia praticamente impossibile uscire di casa senza imbattersi in una mandria di elefanti. Il ministro per il turismo thailandese ci tiene comunque a rassicurare che i pedofili sono molti di più.

Note estemporanee di zio Lusky:
State alla larga dagli anarchici informali, gli anarchici per bene si riconoscono perché danno sempre del lei e dicono buongiorno, buonasera, prego, si accomodi, e grazie.