28/5
2019

Prontuario sulle recenti elezioni ad uso degli expat

Spiegare i risultati delle recenti elezioni è compito doloroso, soprattutto per i deboli di stomaco, ma necessario. Me lo chiedono gli amici espatriati, evidentemente imbarazzati all’idea di dover giustificare le obbrobriose scelte dei nostri connazionali ai cittadini di altri Stati se non più civili, se non altro meno beceri.

Il mio suggerimento è di iniziare con il grande classico italiano del voto di protesta: almeno dal ’94 esiste una massa informe e senza volto di elettori che si spostano di mostro in mostro alla ricerca dell’ultima novità, sempre e comunque "per esprimere il proprio disagio" nei confronti del governante di turno o "la propria rabbia". Questi poveri ignavi hanno quindi espresso una preferenza prima per il giovane rivoluzionario Berlusconi, poi per la lega, quindi per i radicali, successivamente per Renzi, dopo per il giacobinismo di Beppe Grillo ed infine per Salvini. Questo ci rassicura spingendoci a vedere il risultato attuale in una prospettiva di lungo periodo: tra cinque anni questi livorosi insoddisfatti andranno a votare per un altro urlatore, possibilmente più folkloristico degli attuali.

Non trascurate l’inevitabile cenno alla passione degli italiani per l’uomo forte: argomento vetusto ma sempre attuale e senz’altro sempre vero. Almeno dai tempi di Giulio Cesare, preferiamo affidare il nostro destino a qualcuno che ne sappia fare un migliore uso, e diffidiamo dei democratici. Non mi dilungherei però troppo su questo argomento, già trattato in abbondanza da storici, politologi e videoblogger di richiamo.

Dal tema precedente passerei piuttosto ad accusare la fiducia nella divina provvidenza, sentimento che cova nel cuore di molti compatrioti e li spinge, oltre che a premiare incondizionatamente chiunque baci un rosario o una reliquia in pubblico, ad evitare qualsiasi considerazione razionale in sede politica, avendo fede che ad ogni modo tutti i problemi si risolveranno entro i termini del giudizio universale. La divina provvidenza, tra l’altro, non richiede nessuna particolare azione o impegno da parte nostra, ad eccezione della saltuaria partecipazione a qualche pigro rito collettivo (la messa, le elezioni). Questo argomento vi permetterà, tra l’altro, di rifilare un paio di stoccate alla Chiesa cattolica: particolare che sarà apprezzato specialmente nei Paesi protestanti od ortodossi.

Se i vostri interlocutori non si dovessero accontentare di queste spiegazioni un po’ scontate, potete citare anche il confronto tra il voto progressista dei centri urbani e quello conservatore della provincia. La città cosmopolita ed istruita, la campagna arretrata ed egoista, robe così. Niente di nuovo o di particolarmente originale, ma se abitate in una grande capitale estera vi farà senz’altro apparire brillanti almeno quanto un articolista di Repubblica. Evitate tuttavia di addentrarvi troppo su questo terreno, è più impervio ed accidentato di quanto sembri (pare che abbiano le province anche all’estero, dopo tutto).

Mi auguro che a questo punto abbiate soddisfatto anche i palati più esigenti, ma se la serata dovesse protrarsi o ci fosse un altro italiano nel gruppo, magari un intellettualoide che fa finta di saperla lunga, potete sempre giocarvi la carta della deprivazione relativa: gli italiani votano i partiti reazionari perché dopo dieci anni di recessione economica e stagnazione culturale temono di perdere i propri privilegi da primo mondo. La politica imbelle, espressione del nostro popolo, non sa fornire risposte che soddisfino la paura artificiosa ed ancestrale di ritrovarsi in fondo alla scala di Maslow e gli elettori si rifugiano nel più antico dei rituali scaramantici: l’antropofagia, declinata in questo caso nel voto alla lega. Se vedete balenare l’ombra del dubbio sul volto dei vostri amici state cogliendo nel segno: non ci stanno capendo un cazzo. Proseguite su questi toni condendo il tutto con paroloni pescati a caso da un bignami di sociologia; se non l’avete a portata di mano un libro di cucina sortirà lo stesso effetto.

Non funziona? Buttate lì qualche perla sull’antintellettualismo, la deriva berlusconiana che ha preparato il terreno per i barbari. Non spiega granché, ma offre un terreno ideale per cambiare argomento.

Se proprio ci tenete ad andare oltre, ma il buon senso e l’amor di patria suggerirebbero di fare diversamente, dovrete a questo punto affrontare il colossale elefante parcheggiato nella stanza: il vulnus antropologico insito nel nostro DNA, lo spirito del "ma a me, che cazzo me ne frega?" che permea la cultura italiana da ben prima che esistesse una cultura italiana. Per ogni italiano degno di questo nome, infatti, i problemi del mondo sbiadiscono impietosamente di fronte agli impietosi accidenti della sua personale esperienza di vita: guerre, rivoluzioni, epidemie e carestie nulla valgono se paragonati ad una botta sul paraurti dell’auto nuova, ad un’unghia incarnata, alla figlia del cugino del portiere del palazzo che è andata a convivere con una ragazza straniera, Signora mia dove andremo a finire? L’italiano - concedetevi un po’ di retorica - ambisce al potere ma rifugge dalla responsabilità, vuole i soldi ma odia faticare per guadagnarli, esige rispetto ma disprezza tutto e tutti, ritiene di avere diritto ad ogni cosa ma gode nel tracciare limiti ai diritti degli altri. La sua massima aspirazione è nascere ricco. Vive nel senso di colpa, ma assolve se stesso anche dai peggiori delitti. Soprattutto, in qualsiasi momento il fato gli ponga davanti l’occasione di dimostrare il proprio valore od il proprio impegno per un futuro migliore, egli riesce sempre a schivare il colpo con un’alzata di spalle ed un illuminante "ma a me, in fondo, che cazzo me ne frega?". La risposta è che all’italiano non gliene frega un cazzo, niente vale la pena, tutto sprofonda in un tepore entropico che assume indifferentemente la forma della nebbia padana o dell’afa mediterranea e fa scivolare sempre di più la penisola in mezzo al mare come una zavorra di pietra. Ma questo lo sapete benissimo, non è per niente che ve ne siete andati.

Note estemporanee di zio Lusky:
State alla larga dagli anarchici informali, gli anarchici per bene si riconoscono perché danno sempre del lei e dicono buongiorno, buonasera, prego, si accomodi, e grazie.