25/8
2015

Tornare a lavorare

Amici, italiani concittadini, ormai vi capisco a stento. Vi ho visti sfilare elegantemente per le strade di Cortina, arrivare comodamente seduti in seggiovia fin sulle più alte vette delle Dolomiti e lì guardarvi attorno stupiti ed ammirati, senza trattenere gridolini di ammirazione, farvi quattrocento foto con il cellulare appeso ad una canna da pesca e ridiscendere incespicando per sentieri che sembrano ormai autostrade, vi ho visti ancheggiare abbronzati lungo le spiagge ghiaiose del Conero o sulla sabbia veneta, sfoggiando tatuaggi e borsette alla moda, stendervi a rosolare sotto il sole d’Agosto per ore senza mai entrare in mare, scattarvi altre quattrocento foto e poi tornare a casa, vi ho visti arrancare tra gli asciugamani distesi con borse di nylon piene di pancarré e carciofini sottolio da consumare in spiaggia, vi ho sentiti commentare accaniti - ancora! - le prodezze della prima partita di calcio del campionato come parlaste di cose serie, vi ho visti con lo sguardo chino sui telefoni a raccontare al mondo quanto vi steste divertendo, ho sentito i vostri insulti ai rifugiati e ai migranti, ai venditori ambulanti che si affannano a proporvi altri accessori inutili, vi ho visti bambini accalcarvi con giocattoli costosi attorno alle postazioni wifi, imprecando contro la lentezza della connessione, vi ho visti sorridere depressi, pallidi, ingrassati e stanchi. Forse è ora di tornare a camminare, è ora di tornare a nuotare, a leggere, a scrivere, a battere a macchina, a strappare le erbacce, a parlare a voce alta, è ora di schiarirsi le idee. Forse è ora di tornare a lavorare.

Note estemporanee di zio Lusky:
State alla larga dagli anarchici informali, gli anarchici per bene si riconoscono perché danno sempre del lei e dicono buongiorno, buonasera, prego, si accomodi, e grazie.