22/7
2010

Ultimo tango a Tangeri [3]

Tangeri è una città da una botta e via. Quelli che ci passano, sbarcando con il traghetto dalla Spagna o al termine di una lunga traversata direttamente da Genova, ci si fermano al massimo un giorno o due, il tempo di farsi un giretto per la medina, comprare sterco di cammello da fumare e poi dirigersi verso le città imperiali. Ma le città, viste così, son tutte uguali. Ci vuole più tempo per assaporare le virtù di Tangeri, cose che toccano l’animo arido di un vicentino giovane di mezz’età come me. Per esempio.

Il gran comandante Mao
Ci sono città per cani e città per gatti. Tangeri è decisamente una città per gatti, gatti africani, col muso a punta, gatti guerrieri con le orecchie mozzicate e lo sguardo da veterani, sdraiati in ogni androne a cercare ombra o campeggiati sotto i tavoli dei ristoranti all’aperto in attesa di un boccone di cibo, grosse gatte incinta che attendono serenamente il parto sugli scalini, gatti giovani che giocano tra i sacchi di spezie delle botteghe. Roba che se uno avesse il cuore tenero, dovrebbe gettare tutti i vestiti e riempirsi il bagaglio a mano di gatti.

It’s a kind of magick
Nei nostri vagabondaggi per la medina, siamo capitati una sera in un negozio di spezie che sembrava vendere anche prodotti parafarmaceutici, perché ci servivano un paio di cerotti. Mentre aspettavamo che il tizio andasse a cercare un altro tizio che capisse l’inglese, perché come si dice "cerotto" in arabesco o francese o spagnolo al momento mi sfugge e le perifrasi non sono contemplate dal corano, abbiamo notato come una corona d’aglio che penzolava dalla parete, solo che non era aglio, era più simile ad una corona di topi mummificati, ma per fortuna non erano neppure topi bensì, ad un esame più attento, camaleonti o gechi o un’altra di quelle bestioline con la coda arricciata, appesi con dei fili sopra la curcuma, essicati e polverosi. Alla nostra inevitabile domanda sul perché tenesse un simile orrore in bottega (sempre esposta mostrando il massimo rispetto per le usanze locali), il negoziante ci ha risposto che erano un ottimo rimedio per la febbre ed il mal di testa. Come la tachipirina, insomma. Indagando ulteriormente, abbiamo scoperto che in pratica i cadaverini vanno gettati nell’acqua calda, di cui si respirano i vapori, o buttati nel fuoco, di cui si respirano i fumi. Assolutamente sconsigliata l’ipotesi di ridurli in polvere e sniffarli o di aggiungerli al kebab, nonostante il McMarok non preveda probabilmente una ricetta molto diversa. Divergenze sono poi emerse anche sull’effettiva finalità di questa medicina. Contro il mal di testa e la febbre, certo. O anche per rilassarsi. O anche per avere delle visioni, per "rendere reali i sogni". E’ magia del sud, ci ha spiegato un vecchio al caffè.

E insomma, da uno a dieci?
Pare che Tangeri non mi sia piaciuta molto. In effetti alcuni aspetti della città mi hanno sfinito, non tanto fin che ero lì, ma nel ricordo hanno gettato un’ombra sulle cose più belle. Il dover contrattare su tutto, tutto, porcozio tutto, dallo yoghurt alla bottiglia d’acqua al taxi al caffè, alla lunga è frustrante, l’odore della carne viva e morta al mercato di Tetouan è nauseabondo, e non voglio più avvicinarmi a meno di dieci metri da un sacco di curcuma. Ma questo non sarebbe un giudizio corretto, perché in realtà mi sono divertito molto ed ho visto luoghi e persone magnifiche, per le quali varebbe la pena non dico andarci a vivere, ma tornarci prendendosi un lungo periodo di ferie dai disagi del mondo capitalista. Il tè alla menta sulle terrazze del cafè Hafa. Il vecchio barbiere che prende lunghe boccate di hashish dalla sua pipa di legno. Le passeggiate sull’infinita spiaggia di Asilah. I gamberi alla piastra dello Zerda. La foto di Keith Richards al cafè Baba. Il bagno nell’oceano ad Achakar. I cinni che giocano nella medina, tra le verdure stese dalle vecchie contadine. La baia illuminata dalla terrazza del riad. I vestiti appesi ad asciugare al vento. La tartaruga e l’aria speziata dell’Ibn Battouta. La gente che dopo qualche giorno ormai ci riconosceva e salutava per strada. Il caffè olé. I venditori di sigarette singole. I colori.

Note estemporanee di zio Lusky:
State alla larga dagli anarchici informali, gli anarchici per bene si riconoscono perché danno sempre del lei e dicono buongiorno, buonasera, prego, si accomodi, e grazie.