6/5
2008

Una questione di sigarette

Uno studente, un operaio, un promoter finanziario (qualunque cosa sia). Dicono siano figli di buona famiglia. Diamanti suggerisce che più che altro siano figli di puttana, e non posso che essere d’accordo con l’illustre collega. Ma guardate le foto, non hanno la faccia da bravi ragazzi? Non fanno paura. Non suscitano rabbia. Sembrano ragazzini, quarti di sega. Probabilmente avevano ben altro aspetto ed espressione, quando la domenica andavano ad alienarsi allo stadio, quando il sabato sera uscivano per le loro passeggiate punitive ai danni dei kebabbari, dei comunisti, dei terroni. Chissà quanto a lungo avrebbero potuto continuare, se non si fossero lasciati prendere la mano, se si fossero limitati agli stranieri. Sicuramente faceva paura, quel branco di bociazze che si credevano uomini, probabilmente erano a loro volta pieni di paura, oltre che di odio e di noia e di birra. Paura per se stessi e per i propri cari, paura delle proprie vittime. Volevano, semplicemente, ripulire la loro città da quanti ritenevano un pericolo, da quanti non andavano loro a genio, da quanti non rientravano nei loro canoni di "normalità", volevano sentirsi forti e ordinati e potenti, imporsi, farsi rispettare, essere ammirati, sfogare la frustrazione di giornate che sembrano sempre più inutili, esorcizzare i problemi trasferendoli su un feticcio esterno a loro, tanto più esterno quanto più diverso da loro, e prenderli a botte, metterli a tacere. Avevano bisogno di sicurezza. Volevano le stesse cose che vogliono i loro genitori, le loro buone famiglie, solo che hanno vent’anni e non si sono accontentati di sibilare qualche insulto al bar, di tracciare una croce su una scheda elettorale. Hanno fatto quello che i loro padri, più per codardia che per ragionevolezza, non osano fare, quello che i loro fratelli maggiori di Forza Nuova e del Fronte Veneto Skinheads, meglio addestrati ed organizzati, stigmatizzano: hanno spontaneamente tradotto in pratica le loro minacce, hanno tradotto in sangue vero, in morte vera, i proclami dei loro volantini e delle scritte sui muri. Hanno portato alle estreme conseguenze ciò che i loro simili, più prudenti, osano solo borbottare tra i denti o gridare in piazza. Il sindaco di Verona, leghista, dice che è una vergogna che questi delinquenti fossero a piede libero, che sono deficienti, teppisti, che la politica non c’entra. Se c’entrasse, d’altro canto, dovrebbe interrogarsi sulle bizzarre similitudini tra i bersagli di questi teppisti ed i metaforici bersagli del suo stesso partito, tra gli oggetti delle minacce della lega e quelli dell’omicida concretezza dei babynazi: stranieri, zingari, comunisti, omosessuali, ebrei, terroni. C’entrasse la politica, dovrebbe chiedersi se per caso non stiano sbagliando qualcosa, quanto a lungo riusciranno a cavalcare questa tigre e a tenerla sotto controllo, ed in che razza di letamaio abbiano trasformato il posto in cui viviamo. Ma non c’entra, la politica, non c’entra la città, non c’entra la classe, non c’entra il lavoro, non c’entra la paura ed il modo di gestirla, non c’entra la società ed il modo di controllarla. Era solo una questione di sigarette.

Note estemporanee di zio Lusky:
State alla larga dagli anarchici informali, gli anarchici per bene si riconoscono perché danno sempre del lei e dicono buongiorno, buonasera, prego, si accomodi, e grazie.