11/11
2017

Il grande impero Manchu è nostro

Come forse qualcuno avrà notato, anche quest’anno il bloggo è andato offline a causa di problemi con il servizio che lo ospita. Inutile dire che nel frattempo mi sono venute in mente un sacco di idee brillanti ed argomenti interessanti di cui scrivere per allietare le vostre letture, che cadranno nel dimenticatoio ora che il bloggo è di nuovo raggiungibile.

O forse no, lo vedremo. Nel frattempo, sono tornato: più stanco, più vecchio, ma ancora vivace e battagliero. Proprio come il nostro eroe Silvio.

Note estemporanee di zio Lusky:
State alla larga dagli anarchici informali, gli anarchici per bene si riconoscono perché danno sempre del lei e dicono buongiorno, buonasera, prego, si accomodi, e grazie.




20/10
2017

Diversamente giovane

Una ventina di giorni fa c’è stato il mio compleanno, come sempre, e come sempre non mi hai fatto gli auguri. Forse li hai pensati, chi lo sa. Forse ti ha inghiottito un buco nero, forse sei finalmente felice, forse non mi interessa saperlo, forse ho visto una tua foto del mare, forse una tua vecchia foto con me e il cane, con i capelli arruffati come me quando avevo i capelli. Questo compleanno mi ha regalato un sacco di certezze.

Di solito affrontavo l’appuntamento annuale con una sorta di sottile piacere, l’attesa di vedere se qualcuno si sarebbe ricordato di me, perché in fondo tutta la vita su questa maledetta palla di fango lanciata nel gelido vuoto cosmico non è che uno sbattersi nella speranza che qualcuno ci voglia un po’ bene, magari non tutta ma buona parte, e di solito ne uscivo puntualmente pieno di malinconia perché contavo più le persone che non mi avevano fatto gli auguri di quelle che invece lo avevano fatto.

Questi, signori, è l’artista nudo in tutta la sua ripugnante debolezza.

Quest’anno sono partito avvantaggiato perché ero già triste prima. I quaranta, sapete. Odiavo l’idea di compiere quarant’anni quasi quanto odiavo l’idea di cedere ad un cliché così abusato. Pensavo, succube come sono dell’impero culturale occidentale, che fosse per il fatto di invecchiare, non essere più in grado di fare quello che facevo da giovane, le possibilità perdute, roba così. Però non mi tornava del tutto, in primo luogo perché anche da giovane non è che facessi granché a parte ubriacarmi ed essere arrogante, in secondo luogo perché tutt’ora riesco a fare le stesse cose.

(Certo, ci metto due settimane in più a riprendermi)

Poi, mentre tutti (non tutti, in realtà) mi circondavano del loro affetto e mi regalavano biscotti perché sanno che sono un vecchio goloso, ho finalmente realizzato. Non è il fatto di invecchiare. Non è il fatto che ho perso i capelli, che non so più dare calci in faccia alla gente, che mi ammalerò e morirò. È che non riesco a conciliare l’età anagrafica con l’età che mi sento, perché anche se chi mi conosce lo sa bene che ho lo spirito e gli interessi di una quercia secolare, io parlo a me stesso come se fossi un ragazzino. Un dodicenne, tipo, neanche troppo intelligente, come si può capire dalle battute che faccio. Ed ora sono un dodicenne nel corpo di un quarantenne che, è giudizio unanime, li porta pure male. Perciò ho deciso di scacciare la malinconia ponendomi nuovi ambiziosi obbiettivi che però esulino - attenzione - da quella solita schiera di luoghi comuni che si identifica con la crisi di mezz’età.

Niente auto sportive, jogging, amanti minorenni e droghe sintetiche, scarpe fluo e corsi di zumba.

Però sto provando Spotify.




6/9
2017

Le cose ritrovate e poi perse

Quand’è stata l’ultima volta che hai guardato il cielo?
Sarà l’età che avanza, l’accumularsi di noiosi compromessi e notti insonni, ma ogni alba sembra volerci levare un pezzo - di identità, di storia, di futuro. Bugie che diventano opinioni, opinioni che diventano scienza, scienza che diventa marketing in un ripugnante caleidoscopio di interesse, ignoranza e meschinità. Musica, film, libri, copie digitali destinate a scomparire al capriccio di un sottosegretario all’obsolescenza programmata. Ricordi, notti trascorse ad inseguire nella memoria il suono della tua voce. Una sete inestinguibile, una fame insaziabile. Rabbia urlata tra gif di cagnolini e foto del mare, minacce di morte, auguri di stupro, la totale incapacità di dare un senso ed un peso alle parole prima ancora che di provare compassione, umanità. Uno Stato che getta la sua maschera di civiltà per mostrare il funebre volto del potere, la mano che sola regge il monopolio della violenza. Una civiltà che poi si dimostra per quello che è, aggregazione atomica di consumatori alienati, pronti a tornare allo stato brado, animali feroci, fedeli adoratori del signore delle mosche. Una civiltà che si regge sulla stanchezza di un popolo ormai intorpidito dai sedativi, pronto a reagire a comando come un cane alla catena contro il bersaglio indicato dal padrone, una sovrastruttura in gesso finemente decorata ma ormai fragile, consumata dall’incuria e dalle intemperie.
Al netto di ogni ipocrisia, forse occorre ammettere di avere anche sbagliato. A smettere di credere. A smettere di drogarsi. A smettere di stare male. A lavarsi la faccia la mattina, cercare un governante migliore, un telefono più intelligente, un’energia più pulita. Cambiamo solo il nome a problemi irrisolvibili. La felicità non si può comprare, si possono comprare solo piccole dosi di narcotico per dimenticare quanto siamo infelici. La felicità si può conquistare solo abbattendo il sistema di produzione capitalista, costruendo una società giusta e dando vita ad un’umanità nuova. Magari con una partita a briscola ed un bicchiere di quando in quando. Del resto, siamo soli. Non abbiamo un’ideologia, abbiamo distrutto la fiducia nei nostri simili, disintegrato ogni rete sociale, ogni forma di aggregazione non votata al consumo, non controllata dalle multinazionali dell’amicizia. Queste le magnifiche sorti e progressive. Siamo soli, di fronte ai dardi dell’oltraggiosa fortuna, a quattrocento miliardi di stelle e svariati buchi neri.
Quand’è stata l’ultima volta che hai guardato il cielo?
Guardalo. È immenso, sconfinato e straordinario, persino nella provincia depressa di un continente moribondo.




18/7
2017

Ma il mio mistero è chiuso in me

L’altra sera me ne stavo da solo a casa a guardare un film pornografico thailandese, pellicola raffinatissima, quando inaspettatamente mi suona il campanello. Apro la porta in ciabatte. Al cancello mi aspetta un tizio che non vedo da quando, sei o sette anni fa, mi ha infilato metaforicamente un coltello tra le clavicole raccomandandomi di non raccontarlo in giro per non rovinargli la reputazione. Guardo l’orologio, era circa mezzanotte.

Il fantasma delle emorroidi passate.

Gli chiedo cosa voglia e intanto mi domando dove lo potrei colpire per neutralizzarlo prima che metta in allarme i vicini con le sue grida. Anni di pratica di arti marziali mi suggeriscono la carotide, ma decenni di ignoranza mi impediscono di localizzarla su un corpo umano.
Mi ringrazia per essere uscito anziché, suppongo, lanciargli un vaso di fiori dalla finestra del primo piano. Ci accendiamo una sigaretta. Vuole parlare.

L’ho già detto di quanto io reputi sopravvalutato parlare?

La vita ci ha prima avvicinato e poi allontanato, niente di drammatico, se non fosse per il fatto che appena io ti ho voltato le spalle ormai rassegnato a non avere più niente a che fare con te, tu hai deciso che magari valeva la pena tradire tutto quello che di buono poteva essere preservato almeno nel ricordo e passarmi sopra ancora una volta con la mietitrebbia del tuo cinico utilitarismo. Mica solo a me, eh, ma sono io il protagonista di questa storia quindi mi si permetta un secondo di egocentrismo.

Vuoi parlare del sentimento di eterna amicizia che ci lega, sentimento che si era evidentemente preso un momento di ferie tra il 2005 e la settimana scorsa. Mi dici che sei cambiato, come se fossi una di quelle signorine sifilitiche e credulone con cui copulavi in bagno durante le feste, mamma mia quante volte sono dovuto uscire a pisciare nelle aiuole perché tu tenevi il cesso occupato. Mi chiedi se porto rancore.

Chi, io?
No, il rancore fa venire il cancro.

Se per sei anni mi sono girato dall’altra parte quando ci incrociavamo per strada è perché soffro di una rara forma di torcicollo allergico agli stronzi. Se per sei anni sono stato cacciato da ogni retrospettiva su Pasolini perché solo a sentire il tuo nome cominciavo a vomitare improperi come la ragazzina dell’esorcista te lo assicuro, è stata solo una coincidenza. Non ti porto rancore, ho anche appena deciso che non ti prenderò a pugni per la strada come in fondo speri che stia per fare, per sentirti di nuovo l’uomo sensibile e civile trattato ingiustamente dal bruto ignorante.

Mi chiedi se sono disposto a perdonarti.

Ti rispondo che il perdono non è esattamente il mio forte. Ho la maledizione di avere una memoria dannatamente buona per alcune cose, ed ogni freccia avvelenata che mi hai tirato contro ci è rimasta attaccata. Ti rispondo che ciascuno in questa vita maledetta raccoglie quello che semina ed anche se tu adesso ti atteggi ad Hello Kitty, io lo so che sei un incrocio tra Barbie Facciadimerda e Chucki la bambola assassina.

Ci trasferiamo in un bar, fumiamo un’altra sigaretta. Tu bevi, io no.
Quando sono ubriaco commetto più facilmente errori, anche se la penultima volta che ci siamo visti mi hai ringhiato in faccia che le più grandi cazzate della mia vita le avevo dette da sobrio. A dimostrazione di quanto poco tu mi conosca, di quali perle io conservi della nostra eterna amicizia.

Possiamo andare al bar insieme? Certo che possiamo. Possiamo bere una birra assieme? Magari anche sì, non esiste una giuria di coerenza cosmica pronta a darmi una medaglia di cartone per non aver bevuto una birra assieme ad una persona discutibile. Nell’economia generale dell’universo, il vero dramma è che tu, fantasma, non sei migliore o peggiore dell’uomo medio: uno che se precipita con l’aereo sulle Ande comincia a chiedersi quale dei compagni di sventura abbia l’aspetto più succulento. Prima ancora di avere controllato se ci sia campo sul cellulare per chiamare i soccorsi.

Anch’io raccolgo quello che ho seminato, poco e male. Ho fatto soffrire qualcuno anch’io, anche se non al limite del serialkilling come te. Non mi sento meglio nel buttarti in faccia una minima parte degli insulti che ho confezionato pazientemente per te in questi anni, così come non credo alle tue dichiarazioni d’amore e pentimento. Forse dovrei darti questi due pugni e farla finita, magari farebbe bene ad entrambi.

Ah, ma tua moglie aspetta un figlio, congratulazioni. È per questo che tu stai qui a perdere tempo con me e a bere cercando di commuovermi facendo gli occhi da cocker. Mi abbracci, sono un po’ rigido. Beviamoci pure questa birra insieme, perché no? Non stasera, ma tra un anno o due potresti trovarmi in una disposizione più favorevole. Magari fossi in te la farei assaggiare prima da qualcuno, non si sa mai. Della nostra eterna amicizia, però, non ne parliamo più. Parliamo del tempo, della politica o meglio ancora dei vaccini. Bell’argomento, i vaccini.

E poi, ognuno a casa sua. Nessuna riappacificazione, nessun finale strappalacrime hollywoodiano. Nessuna soddisfazione, nessun rancore. Solo il vuoto del deserto di Atacama, dove per ogni lacrima sboccia un fiore, e dove incidentalmente si possono nascondere dei cadaveri con buona possibilità che non vengano mai trovati.

Eppure da quella sera, sarà che mi sto invecchiando, sarà che effettivamente abbiamo passato dei gran bei momenti insieme, sarà che sono un po’ sotto stress in questo periodo, non posso fare a meno di provare un po’ di dolce nostalgia per qualcosa che so già non può farmi altro che male. Poi per fortuna razionalizzo e no, col cazzo che ricomincio a fumare.




4/4
2017

Dal pozzo

Il giorno in cui sono andato a discutere la tesi sono andato a Trento da solo, con la vecchia auto dei miei. Era il 12 settembre 2001. Il giorno prima era successo qualcosa e tutti erano nervosi, ma io pensavo solo alla tesi ed ero affilato come un coltello. Scivolai dentro la facoltà pochi minuti prima dell’orario previsto per il mio appello e lì trovai un amico, teso, lì per il mio stesso motivo.

Non era proprio un amico, diciamo che stava nell’orbita dei miei amici. Molto serio, determinato, intelligente, ansioso. Ci siamo più o meno frequentati per tutti gli anni dell’università, incrociati in sala studio, in mensa, eppure di tutti quegli anni ricordo di lui solo le poche parole scambiate quel giorno.

Mi accolse incredulo sul pianerottolo di fronte all’aula, non voleva credere che mi fossi fermato a bere un aperitivo da solo, nel bar dove chi voleva laurearsi non sarebbe dovuto entrare. Lui girovagava per la facoltà da un pezzo. Per strada l’aveva fermato un cronista dell’Adige, chiedendogli cosa ne pensava degli attentati alle Torri Gemelle. Lui aveva risposto che non pensava niente, stava andando a discutere la tesi. Il cronista si era scandalizzato che non avessero sospeso gli esami in quel giorno tragico per l’umanità e lui l’aveva mandato a cagare, così mi raccontò. Poi lo chiamarono dentro l’aula, o chiamarono me, e non ho altri ricordi di lui.

Ho raccontato questa storiella mille volte, un po’ per la storia del giornalista e molto per sottolinearmi quanto io fossi figo all’epoca, che mentre tutti si agitavano andavo a bermi un prosecco alle nove di mattina sul muso dell’ansia e del terrore.

Non era proprio un amico, ma quel ragazzo mi era molto simpatico e lo ammiravo persino, si vedeva che non era un cazzaro come noialtri. Peccato che io non avessi il suo numero di telefono, che all’epoca non esistessero le reti sociali, che prima che inventassero le reti sociali io avessi completamente dimenticato il suo nome. Non la sua faccia, il suo sorriso teso del 12 settembre. Perso del tutto nel mare dell’oblio.

Poi, il mese scorso, alle tre di notte improvvisamente il suo nome mi è tornato in mente. Così, come un lampo nella notte. Me lo sono appuntato subito sul telefono, per non perderlo di nuovo, ed il giorno dopo ho scandagliato tutti i soliti mezzi per ritrovarlo e l’ho ritrovato. Ho scoperto che era poco più vecchio di me, forse per quello mi sembrava più serio all’università. Dopo la laurea è andato a vivere in Irlanda e Portogallo. Ha studiato, insegnato, scritto libri. Si è sposato ed ha avuto una figlia. È morto per una brutta malattia, quasi tre anni fa, ed io non riesco a capire perché questo fatto così lontano ed inevitabile mi faccia così tremendamente soffrire da settimane, perché mi faccia così male.

In un certo senso, l’ho tenuto vivo con me per tutti questi anni, cristallizzato in quel giorno come una farfalla sotto vetro. Giovane, nervoso, sorridente, vivo. Nella mia memoria, nella mia immaginazione egli era immortale e senza nome. Che scherzi ingiusti e volgari ci gioca la cosiddetta realtà.




5/12
2016

La comfort zone della Costituzione

Di quando in quando, mi capita di incontrare qualcuno che mi dia fastidio. Succede soprattutto quando esco di casa. Io lo so che sono padrone del mio destino e non dovrei attribuire ad altri la causa della mia situazione socioeconomica, sociopolitica, socioaffettiva o sociosalutistica, tranne nel caso in cui uno effettivamente viene e mi dà una mazzata (Pope Francis docet), ma capita appunto occasionalmente che qualcuno funga da catalizzatore per il mio odio verso l’universo vuoi perché si trova nel posto sbagliato al momento sbagliato, tipo nell’auto davanti alla mia che non vuole uscire dalla maledetta rotonda, vuoi perché effettivamente è un’idiota patentato che applica indefessamente le proprie energie a rovinarmi la vita.

Lascerò a voi stabilire a quale delle due categorie appartenga Matteo Renzi, faccio solo notare che non si escludono a vicenda.

Questo per dire che sono felice che se ne vada a casa. I miei studi confuciani mi stanno facendo rivalutare il valore della serenità della famiglia, peraltro, perlomeno di quella di Matteo Renzi. Ciononostante debbo ammettere di non essere del tutto soddisfatto dell’altro risultato del referendum costituzionale che si è tenuto ieri.

Ebbene, ho votato.

Ebbene, sì.

E quindi quando il Matteone nazionale si affaccia al balcone di Piazza Venezia per ammettere, con grande gesto di umiltà di ’stocazzo, che "lui" ha perso e perciò "lui" paga rassegnando le dimissioni, in realtà quella faccia da tolla mi sta scippando pure l’ultima cosa che poteva rubarmi: la sconfitta. Il bello è che nessuno di quelli che conosco che hanno votato "Sì" sono renziani, anche perché io non frequento renziani.

So bene che quella proposta dal suo governo non era una riforma costituzionale perfetta. C’erano dentro cose buone e cose cattive, più buone che cattive secondo me, e mi è scocciato doverle votare in blocco. Del resto, non ritengo sia perfetta neppure la nostra costituzione attuale, altrimenti non sarei stato dell’idea di cambiarla. Capisco le motivazioni di chi ha votato "No", c’erano ottimi motivi per votare No oltre al desiderio di mandare a casa Renzi, ma alla fine inutile negare che a fare la differenza è stata proprio quest’ultima motivazione. Se il megalomanino toscano avesse annunciato le dimissioni a seguito della vittoria del Sì, accampando qualsiasi scusa bislacca del tipo "Ritengo compiuto il lavoro che volevo fare quest’anno", "Ho fatto un fioretto alla Madonna" o "Preferisco dedicarmi alla famiglia e scrivere la mia autobiografia", oggi la riforma costituzionale sarebbe legge.

Ma non importa, quel che è fatto è fatto ed il cialtrone si è impegnato molto, ma ha sbagliato quasi tutto. Capisco ancora meglio chi si è rifiutato di partecipare a questo costoso sondaggio sull’ego di Matteo Renzi, in effetti. La verità è che il suo è stato un governo di centrodestra che è riuscito a fare un paio di cose appena, le unioni civili ed un tentativo di rifoma costituzionale, che sono comunque due cose in più di quanto fatto da qualsiasi governo negli ultimi vent’anni. Lo dico con un peso nel cuore, l’ho sempre detestato e spero si ritiri in Cambogia a sminare la giungla, ma due cose Renzi ha fatto e sono lo stesso due più di zero: sulle unioni civili, per esempio, è caduto il secondo governo dello stimatissimo Prodi (il primo era caduto sulle trentacinque ore... sogni utopistici del secolo scorso).
Ora ci ritroviamo con un Salvini felice, un Grillo felice, un Berlusconi comunque soddisfatto, un governo tecnico in arrivo e varie minacce di morte da parte delle banche. Le prossime elezioni quasi sicuramente premieranno la destra sia perché effettivamente a sinistra di Renzi c’è il deserto dei tartari, sia perché tra due mali scegliamo sempre quello che non proviamo da più tempo. La prossima riforma costituzionale probabilmente non la scriverà lo spirito redivivo di Calamandrei, come molti sembrano aspettarsi, ma la mano sudaticcia di un Brunetta o di un Calderoli, se proprio ci va d culo un Di Battista. Di Battista come l’ipotesi migliore, pensateci. E avrà dentro cose buone e cose cattive, forse più cattive che buone. Ma fa niente, vedremo cosa ci riserva il futuro e lo affronteremo di conseguenza.

Però ecco, un po’ mi dispiace. Qualcosa poteva cambiare, invece si è deciso di non cambiare, di preferire i problemi conosciuti all’incognita. Decidere di non cambiare in linea di massima mi fa sempre tristezza. Ma sarà per la prossima volta, dai. Magari ci pensa Piero Pelù.




9/11
2016

Make America bad again

E quindi pare che abbia vinto il mostro, la barzelletta, l’ipotesi per assurdo. Da un lato possiamo tirare un sospiro di sollievo: finalmente si può ritornare a dire che gli americani sono una massa di idioti, come sospettavamo. Dall’altro, avremo un pazzo furioso seduto sul trono più importante del mondo. Non che l’alternativa fosse molto meglio, eh: la Clinton è un’opaca destrorsa, ed entrambi sono comunque strumenti di chi detiene veramente il potere nelle democrazie borghesi, ovvero lobby e multinazionali. Considerando peraltro che spesso, non solo negli Stati Uniti, i danni peggiori a livello internazionale li hanno fatti presidenti di cosiddetto centrosinistra: Kennedy, Clinton, Blair, D’Alema...
Ci aspettano sicuramente tempi interessanti, ma difficilmente più cupi di quelli attuali. Se Trumpo si dimostra il pupazzo che sembra, gli confezioneranno un bell’impeachment nel giro di un paio d’anni e poi ce lo toglieremo dai piedi. Ma non scordiamoci che i politici una volta eletti fanno spesso il contrario di quanto avevano promesso in campagna elettorale, nel qual caso Donny potrebbe essere il miglior presidente della storia mondiale.




30/9
2016

Ain’t nothin’ gonna breaka my stride

Ho combinato due o tre cose nella vita, niente di che, ma meglio di niente. Me ne restano due o trecento da fare e non mi fanno paura. Non scriverò una lista, se non altro perché da qualche parte dovrei includere pure te, ma con un po’ di pazienza e fortuna arriverò in fondo e se non sarà per questa, scroccherò altre vite come si faceva coi gettoni in sala giochi da ragazzini.

Ora ho: un amore, una piccola maestra che mi insegna un sacco di roba nuova (un po’ bella e un po’ brutta) ed un cactus sulla scrivania. Un mucchio di libri da leggere, chilometri da percorrere, canzoni da ascoltare. Un’auto col riscaldamento, pastiglie per il mal di testa, seicento caratteri di cinese semplificato, cicatrici, ricordi, nemici, complici in attività criminose. Cattive abitudini, vizi e segreti. La dannazione di una buona memoria. Un sacco argentato di tè Bao-Chung profumato.

Ringrazio tutti per tutto, infinitamente.




2/9
2016

Torneranno i pirati

Da qualche tempo, Bustina vuole che le si racconti una storia prima di andare a dormire. Fino a poche settimane fa sarebbe stato impensabile, dato che la sua soglia dell’attenzione era grosso modo quella di un cucciolo di golden retriever in una voliera tropicale. Ora chiede con avidità ed ascolta rapita, al buio. Non vuole che le si legga una storia, vuole che gliela si racconti.

Sua madre si è inventata lì per lì un personaggio, tale Tata Francesca, e questa è diventata assieme ai suoi genitori la protagonista assoluta delle nostre storie pomeridiane o serali. "Tata" come bambina, non come governante o addestratrice di infanti.

Non so che cosa succeda a Tata Francesca nelle storie che racconta Amormio, mentre lei racconta io non ci sono o tendo a fare altro. Ma le mie storie, oh, nelle mie storie Tata Francesca affronta ogni sera temporali in montagna, castelli abbandonati, pirati, tigri, tempeste tropicali, naufragi e capi cannibali, avventure rocambolesche e surreali. Se la cava sempre con il minimo spargimento di sangue possibile, e sempre torna a casa felice e contenta.

Bustina non emette un fiato fino alla fine, io mi chiedo sempre se si sia addormentata. Poi esplode in un gioioso riassunto di quello che ha appena sentito, con tanto di onomatopee ed effetti speciali, mi abbraccia e finalmente scivola nel sonno. Magari psicologi e pedagoghi non sarebbero contenti, forse i manuali suggeriscono racconti più tranquillizzanti per infanti di tre anni e qualcosa. Potrei raccontarle di quando Tata Francesca diventa grande, un contratto precario rinnovato ogni sei mesi, le giornate trascorse in ufficio a fissare uno schermo, il mutuo in banca, l’auto dal meccanico, le bollette da pagare e pure una stronza di ministro che le ricorda di farsi fertilizzare prima che sia tardi, ma mi fa troppo paura.




2/8
2016

Paura e delirio in Dalmazia: la storia degli Uscocchi

Un paio di giorni prima di andare in vacanza mi è arrivata una mail di Umberto Matino, il miglior scrittore italiano vivente [citazione necessaria], la quale mi informava della recente uscita della sua quarta opera. Purtroppo non si trattava in questo caso di un altro romanzo sull’abilità dei popoli cimbri nell’ammazzare la gente lasciando dietro di sé una generosa abbondanza di tracce, argomento del quale non saremo mai sazi, bensì della trascrizione in italiano corrente di un saggio storico/libro di inchiesta veneziano del diciassettesimo secolo. Sì, avete letto bene e no, non sto scherzando. "Storia degli Uscocchi" è stato scritto originariamente nel Seicento, a più riprese, da un paio di studiosi che non erano cimbri neppure loro: uno si chiamava Minuccio Minucci, arcivescovo di Zara in un’epoca in cui i grandi brand potevano addirittura disporre di propri rappresentanti nelle gerarchie ecclesiastiche, e l’altro Paolo Sarpi, noto soprattutto per la sua storica collaborazione con Francesco Guccini. Due tizi palesemente stipendiati da Venezia per stilare una cronaca assolutamente a proprio favore di alcuni disdicevoli avvenimenti in corso. Come spesso succede, il soggetto di tale cronaca è però molto più interessante della biografia dei suoi autori: gli Uscocchi del titolo ("Uskok") erano infatti un piccolo esercito di irregolari, formatosi originariamente da una comunità di profughi slavi costretti ad abbandonare le proprie terre dall’invasore turco ed insediatisi in quel di Senj/Segna, città costiera della Dalmazia. La zona era contesa a quel tempo tra la Serenissima Repubblica di Venezia, l’Impero Asburgico e l’Impero Ottomano, in un complicato gioco di alleanze, guerre e guerricciole di confine, scambi commerciali, scambi di insulti, autentiche o pretestuose rivalità religiose e pretese sovranità doganali. Gli Uscocchi, da bravi soldati e fedeli cristiani, si misero inizialmente al soldo degli Asburgo per difendere i confini terrestri e marittimi dalle mire espansioniste della Sublime Porta ma poi, dato che di soldi gli austriaci ne cacciavano pochi e loro avevano questo brutto vizio di voler mangiare, decisero di dedicarsi con zelo alla nobile arte della pirateria assaltando le navi che passavano da quelle bande dirette alle isole croate, alla costa istriana e dalmata o a Venezia. Quest’ultima, che si riteneva padrona e sovrana dell’intero Mare Adriatico, ne risultò parecchio infastidita non solo per l’evidente danno economico, ma anche per la minaccia alla propria credibilità internazionale nei confronti dei partner commerciali: non puoi presentarti come protettrice del mare e chiedere dazi a tutti quelli che passano, se poi i tuoi clienti vengono rapinati, rapiti ed occasionalmente uccisi sul tuo vialetto di casa. Di conseguenza, persa parte della propria proverbiale serenissimità, la Repubblica iniziò a darsi un gran daffare per estirpare la molestia uscocca, di volta in volta ricorrendo alla violenza ed alla diplomazia, ai blocchi navali ed alle relazioni internazionali, e ricavandone generalmente un gran bel ragno dal buco mentre le fila degli uscocchi al contrario si ingrossavano di criminali ed avventurieri provenienti da ogni dove (non possiamo escludere a questo punto la presenza di qualche uscocco cimbro, anche se non vengono mai esplicitamente nominati).
Come prevedibile, dopo qualche decennio di questa solfa inconcludente la situazione degenerò, nella confusione qualcuno decise di premere il pulsante "Fine di mondo" e tutto andò a finire in uno smerdammazzo generale, come sovente avviene in questo tristo mondo.

La trascrizione di Matino dall’arzigogolato linguaggio arcivescovile del seicento al nostro bell’idioma manzoniano, nonostante almeno un refuso per cui varrebbe la pena far fare un giro di chiglia all’editor, è scorrevole ed impeccabile. Complice forse il fatto che l’ho letto mentre mi trovato ad una manciata di chilometri dalle coste in cui era ambientato il libro, la storia di queste violente zanzare e delle inefficaci zampate del leone di San Marco mi ha sinceramente appassionato.

(Poi sta a guardare pure che io avevo messo in valigia "Storia degli Uscocchi" come libro di riserva da leggere dopo gli altri ottomila che avevo in corso ed alla fine me li sono dimenticati a casa tutti e ottomila rimanendo una settimana al mare in terra straniera solo con i miei Uscocchi ed una deprecabile copia di "Chi" regalata da una vicina di roulotte...)

Evidenti sono poi i parallelismi che si possono trarre tra la storia degli uscocchi e casi contemporanei di pirati efferati che seminano il terrore grazie all’interesse ed alla protezione delle stesse ricche potenze che formalmente promettono di controllarli e garantiscono di sopprimerli: come non pensare agli hacker russi che stanno dando il tormento alla Clinton, per dire, ma anche a quel bambino tedesco rompiballe che girava per il campeggio con la pistola spara freccette. Quindi, "Storia degli Uscocchi" è un libro interessante, bello ed utile per analizzare la società contemporanea.

Ciononostante mi chiedo, quando ad Umberto Matino è venuto in mente di tradurre un trattato di geopolitica del seicento, quando il suo editore gli ha risposto presumibilmente "Vai Umberto, eccoti una valigetta piena di soldi per pubblicarlo!", esattamente che target di lettori avevano in mente? A chi diavolo potrà mai interessare un libro di storia di pirati ambientato tra l’Istria e la Dalmazia ricco di intrighi, impiccagioni, decapitazioni e possibili, ma oscure e misteriose, implicazioni di politica internazionale?

Ah, ecco.

L’ha scritto per me.

Grazie Umberto. M’è piaciuto.
Ormai il vino che ti devo si misura in bottiglie.