15/4
2020

Il sorriso della lucertola

Alla gatta non pesa la quarantena: ci è abituata da quindici anni. Se ne sta pigramente a dormire tutto il giorno, appollaiata su una sedia o sulla spalliera del divano. Ogni tanto si accoccola davanti alla porta a vetri e si gusta oziosamente il sole che riscalda il pavimento. Di quando in quando vede una lucertola, dall’altra parte del vetro, che fa la stessa cosa. Allora la gatta si innervosisce. Emette un ringhio sordo, soffia, segue la preda con lo sguardo. Resta immobile, ma i muscoli guizzano, promettono assalti, battaglie furiose. Gli occhi lanciano fulmini mentre seguono il sogno di una vittoria scontata, appena al di là del vetro. Ogni tanto, in queste occasioni, la lasciamo uscire. Ci sembra di soffocare il suo istinto di predatrice, allora la facciamo uscire.
In genere a quel punto la lucertola si è già involata. La gatta ad ogni modo se n’è già dimenticata, non la cerca neppure. Lucertola, quale lucertola? Fa qualche passo pigro e poi si sdraia al sole, si strofina sulla schiena, si mette a dormire sotto il rosmarino come un leone ai piedi del baobab.

Hai sempre pensato che fosse una questione di tempo. Negli ultimi vent’anni, per lo meno. Otto ore al giorno di lavoro salariato, più il trasporto, la ristorazione, il sonno ed altre faccende fisiologiche, doveva essere per forza una questione di tempo. Se tu avessi avuto più tempo libero, ti saresti dedicato finalmente alle amicizie, ai progetti, ai sogni, alle letture, ai film, alle avventure. Ora scopri che non era una questione di tempo: ne hai finché vuoi e lo passi a guardare dalla finestra. Era una questione di spazio. Se solo tu potessi uscire liberamente di casa, ti dedicheresti finalmente alle amicizie, agli affetti, ai progetti, alle avventure. Quando ci pensi ti innervosisci, sogni rivoluzioni, cambiamenti epocali, battaglie furiose. Peccato solo che in un modo o nell’altro la tua vita sia sempre al di là del vetro.

Ed io ci credo come credo alle velleità bellicose della mia gatta.

Note estemporanee di zio Lusky:
State alla larga dagli anarchici informali, gli anarchici per bene si riconoscono perché danno sempre del lei e dicono buongiorno, buonasera, prego, si accomodi, e grazie.




11/4
2020

Calura

Ve lo ricordate com’è cominciata questa storia? La riassumo per i posteri. A gennaio sfottevamo i cinesi che si mangiano le peggio schifezze. A febbraio ridevamo un po’ meno, facevamo scorta di scatolette e cercavamo inutilmente le mascherine, ma ci dicevano che comunque era tutto sotto controllo e le mascherine non servivano a nulla. A marzo ci hanno chiuso in casa, con un esercito di spie addestrate sui social a sorvegliare le strade. Ad aprile ci dicono che possiamo uscire solo con le mascherine, che non si sa dove e come dovremmo trovare, ma comunque sentendoci in colpa. Nessuno che nel frattempo abbia mai ammesso di aver sbagliato qualche calcolo, di aver detto una cazzata magari pure in buona fede. Zaia si era scocciato dopo qualche giorno di blanda misura precauzionale nella sua regione, voleva riaprire le scuole a fine febbraio, ora con la sua voce pastosa e l’accento da tardo neolitico si atteggia a paternalista talebano della morale e della salute. Per non parlare del fatto che la sanità pubblica in veneto l’hanno distrutta lui ed i suoi amici. Sala faceva lo splendido a Milano. Zingaretti invitava agli aperitivi in centro. Su Salvini non mi pronuncio perché non considero dignitoso parlare di lui. Conte e Speranza scrivono i decreti basandosi sui commenti della loro pagina Facebook, ormai è evidente. Gli industriali preferiscono rischiare la loro risorsa più sacrificabile e sostituibile, la forza lavoro, piuttosto che togliere soldi agli azionisti: e poi dicono che la lotta di classe è finita. Nessuno che ammette di aver sbagliato. E allora comincio io. A metà gennaio dicevo che vietare tutti i voli dalla Cina era una follia irrealizzabile. A fine gennaio sostenevo per iscritto che “entro un mese” non avremmo più sentito parlare di quella specie di influenza. A metà febbraio ero fiducioso che il nostro sistema sanitario, con tante settimane di preavviso, sarebbe stato preparatissimo ad affrontare l’emergenza. Da fine febbraio sono entrato in un silenzio imbarazzato che sostanzialmente dura tutt’ora. Ho detto un sacco di cazzate.
È arrivata l’estate, e noi siamo ancora intrappolati in casa dalle nostre paure, come le proverbiali rane fatte bollire un poco alla volta. Paura di ammalarci, paura di essere puniti, trattati come i bambini irresponsabili che siamo. Poco importa che i genitori siano ancora meno responsabili e lungimiranti di noi, che prendano decisioni anche gravi basandosi sull’opportunità del momento, su idee preconcette o sulle loro stesse paure: essi hanno l’autorità di proteggerci e punirci. A volte ce lo dimentichiamo, che la presunta saggezza dei genitori è solo una caratteristica del ruolo attribuito loro socialmente, non una dote reale, non una qualità che si acquisisce in modo automatico. Lo scopriamo spesso con dolore quando siamo bambini, poi torniamo a dimenticarlo, perché ci fa comodo, fino a quando tocca a noi indossare quella vecchia parrucca e recitare la parte dei genitori che proteggono, che sanno tutto, che dicono sempre che tutto andrà bene anche quando è evidente che a causa del mio carattere di merda, difetti genetici e della contingente situazione politica, economica e sanitaria è sempre più palese che, piccolina, non andrà tutto bene proprio manco per il cazzo. O se vogliamo mantenere fede al nostro spirito progressista: andrà tutto bene, ma prima andrà tutto molto, molto male.
Nel frattempo, è arrivata l’estate, noi siamo agli arresti domiciliari a lessare, ad attendere le zanzare, senza più un lavoro, senza più l’entusiasmo dei primi giorni di quarantena. Le notizie sull’epidemia si sono ridotte all’aggiornamento serale della classifica dei paesi più colpiti, rigorosamente in ordine di morti e feriti come un bollettino di campionato. Il fatto che tutti i paesi stiano barando sulle cifre, rendendo futile pure questo macabro esercizio, non viene più sottolineato da nessuno. Tutti ci mentono, come ci si aspetta che facciano i genitori. Le videochiamate si stanno diradando così come, per fortuna, le esibizioni fintamente popolari dai balconi. Resta solo la noia ed il consumo di prodotti assai poco culturali (non per niente, la vendita di libri è stata tra quelle che hanno subito le maggiori limitazioni). Credo che il piano sia piuttosto chiaro, vogliono renderci la permanenza a casa così insopportabile che alla fine saremo costretti a compiere l’atto più abominevole che la psiche umana possa concepire: tornare volentieri al lavoro.




6/4
2020

Contro la resilienza

Odio la resilienza. Fino a qualche anno fa non ero neppure consapevole dell’esistenza di questo vocabolo, poi improvvisamente esploso e divenuto onnipresente: sui social, nella narrazione giornalistica italiana, nei messaggi motivazionali da quattro spicci al chilo che girano tra i filosofi di whatsapp.
Wikipedia la definisce come “la capacità di far fronte in maniera positiva a eventi traumatici, di riorganizzare positivamente la propria vita dinanzi alle difficoltà, di ricostruirsi restando sensibili alle opportunità positive che la vita offre, senza alienare la propria identità.” Non so, e non mi interessa sapere, se il termine esita anche in altre lingue. La resilienza è una caratteristica tipicamente italiana. “Resiliente” è il friulano che si rimbocca le maniche ed inizia a ricostruire la propria casa il giorno dopo il terremoto, il romano che si arrabatta tra la vita di palazzo e quella di borgata, resiliente è il veneto stakanovista, “muso duro e bareta fracà”, come il meridionale che sopravvive trovando varchi nelle maglie del sistema. La resilienza è più italiana della pizza e del caffè espresso. È una capacità individuale di tener botta di fronte alle avversità, di adattarsi e tirare avanti. Puoi nobilitarla quanto vuoi: è una capacità passiva, talmente passiva che il vocabolo non possiede neppure un verbo corrispondente: almeno nel linguaggio comune l’individuo è resiliente, non “resilie”.
Per tutta la loro storia, gli italiani sono stati resilienti: hanno sopportato senza grande entusiasmo l’unificazione del paese, si sono adattati al fascismo, hanno ingoiato il rospo di due guerre mondiali per poi tirare a campare per tutto il dopoguerra. Hanno “fatto fronte”, ma senza “alienare la propria identità” cioè senza cercare un vero cambiamento, alla mafia, alle catastrofi naturali, al malaffare nella vita politica e lavorativa, all’erosione dei propri diritti, alla distruzione della sanità pubblica, alla perdita degli orientamenti politici, ai disastri ambientali. Hanno tenuto botta, tirato a campare, manifestando una ammirevole capacità di resilienza. Anche ora, chiusi in casa in una situazione fino a poche settimane fa inimmaginabile, con un governo che a malapena sarebbe in grado di organizzare una pizzata tra amici del calcetto ed istituzioni locali in preda all’ubriachezza, gli italiani sanno dimostrare grande resilienza. Forse è il caso che prima o dopo la smettano, che cedano, che abbiano una crisi di nervi collettiva e non si adattino più. In Italia, diceva qualcuno, ci sono sempre tutte le condizioni per fare la rivoluzione, ma alla fine questa non si fa mai: è per colpa della resilienza, aggiungo io. Aboliamola. Non riorganizziamo positivamente la nostra vita. Diamole fuoco.




3/2
2020

Il male della Cina

Se c’è una cosa che vorrei fare ora, in barba a divieti e quarantene, è proprio salire su un aereo ed andare in Cina. Non per fare l’eroe e dimostrare a tutti che non temo virus o isteria collettiva, provavo lo stesso desiderio un mese fa, un anno fa. La mia nostalgia è una crisi d’astinenza, un fastidio fisico. Il mio naso brama l’odore umido dei templi meno frequentati, i miei polmoni vogliono riempirsi dell’aria grave delle metropoli. È qualcosa che sfugge al controllo dell’intelletto e si rivolge al Grande Interno, come direbbe René Leys. Più di tutto, mi manca il volo. Venti ore in classe economica, sapete quanto è scomoda, con le ginocchia piegate ed il cibo scadente, che se Bustina dorme tu non puoi dormire perché le tue gambe le fanno da letto e devi stare attento che non cada, e se Bustina non dorme tu non puoi dormire perché lei vuole parlare o giocare o fare un giretto per l’aereo. Mi mancano l’insonnia da viaggio intercontinentale, il collo rotto e quelle ridicole coperte di pail, l’aria filtrata che non è aria, i passeggeri assorti a contemplare schermi microscopici. Mi manca tutto il potenziale del viaggio che deve ancora cominciare, un itinerario che cambierà in corso d’opera, pranzi e cene da improvvisare, persone gentili che devieranno dalla loro strada per aiutarci, cose sconosciute che vogliono essere conosciute.




9/7
2019

Summertime

Ogni estate per me è tutte le estati. Il sole che mi brucia la pelle, l’afa che mi toglie il respiro. Il pavimento fresco sotto i piedi scalzi, lo stesso di quando ero bambino. Ogni estate è l’estate del ’91, quando si giocava a rubare dai supermercati e si beveva birra sul tetto della piscina comunale, cercando di capire come funzionavano le donne. Ogni estate è l’estate del ’97, tuffi nel torrente gelato dall’alto della rupe, o del 2004, un viaggio in treno infinito e lunghe telefonate nel cuore della notte. Ogni estate ha il profumo dei pini di montagna e l’odore umido dei templi cinesi, il sapore acre della polvere e quello salato dell’acqua di mare. Ogni estate è l’estate del 2013, una valigia trascinata sul selciato di un villaggio dello Henan, è l’estate dell’85, sigarette e pornografia consumati di nascosto in una casa abbandonata, ogni estate è la ripetizione ossessiva di un brano di Max Gazzè a bordo piscina, nel 1995. Ogni estate è l’estate in campeggio con i miei, le notti da solo a bere sambuca ghiacciata sul divano, l’estate in cui uscivo ogni sera ad ubriacare la mia tristezza e tornavo a casa piangendo per la paura di fare un incidente in auto, l’estate in cui è morto mio padre. Ogni estate ha il sapore fresco del mojito, il fruscio del ventilatore nelle orecchie e della sabbia tra i denti. Tutte le estati sono una singola estate che continua a riproporsi in dejavù impazziti, come in un sogno molesto su un letto disfatto dal caldo.




28/5
2019

Prontuario sulle recenti elezioni ad uso degli expat

Spiegare i risultati delle recenti elezioni è compito doloroso, soprattutto per i deboli di stomaco, ma necessario. Me lo chiedono gli amici espatriati, evidentemente imbarazzati all’idea di dover giustificare le obbrobriose scelte dei nostri connazionali ai cittadini di altri Stati se non più civili, se non altro meno beceri.

Il mio suggerimento è di iniziare con il grande classico italiano del voto di protesta: almeno dal ’94 esiste una massa informe e senza volto di elettori che si spostano di mostro in mostro alla ricerca dell’ultima novità, sempre e comunque "per esprimere il proprio disagio" nei confronti del governante di turno o "la propria rabbia". Questi poveri ignavi hanno quindi espresso una preferenza prima per il giovane rivoluzionario Berlusconi, poi per la lega, quindi per i radicali, successivamente per Renzi, dopo per il giacobinismo di Beppe Grillo ed infine per Salvini. Questo ci rassicura spingendoci a vedere il risultato attuale in una prospettiva di lungo periodo: tra cinque anni questi livorosi insoddisfatti andranno a votare per un altro urlatore, possibilmente più folkloristico degli attuali.

Non trascurate l’inevitabile cenno alla passione degli italiani per l’uomo forte: argomento vetusto ma sempre attuale e senz’altro sempre vero. Almeno dai tempi di Giulio Cesare, preferiamo affidare il nostro destino a qualcuno che ne sappia fare un migliore uso, e diffidiamo dei democratici. Non mi dilungherei però troppo su questo argomento, già trattato in abbondanza da storici, politologi e videoblogger di richiamo.

Dal tema precedente passerei piuttosto ad accusare la fiducia nella divina provvidenza, sentimento che cova nel cuore di molti compatrioti e li spinge, oltre che a premiare incondizionatamente chiunque baci un rosario o una reliquia in pubblico, ad evitare qualsiasi considerazione razionale in sede politica, avendo fede che ad ogni modo tutti i problemi si risolveranno entro i termini del giudizio universale. La divina provvidenza, tra l’altro, non richiede nessuna particolare azione o impegno da parte nostra, ad eccezione della saltuaria partecipazione a qualche pigro rito collettivo (la messa, le elezioni). Questo argomento vi permetterà, tra l’altro, di rifilare un paio di stoccate alla Chiesa cattolica: particolare che sarà apprezzato specialmente nei Paesi protestanti od ortodossi.

Se i vostri interlocutori non si dovessero accontentare di queste spiegazioni un po’ scontate, potete citare anche il confronto tra il voto progressista dei centri urbani e quello conservatore della provincia. La città cosmopolita ed istruita, la campagna arretrata ed egoista, robe così. Niente di nuovo o di particolarmente originale, ma se abitate in una grande capitale estera vi farà senz’altro apparire brillanti almeno quanto un articolista di Repubblica. Evitate tuttavia di addentrarvi troppo su questo terreno, è più impervio ed accidentato di quanto sembri (pare che abbiano le province anche all’estero, dopo tutto).

Mi auguro che a questo punto abbiate soddisfatto anche i palati più esigenti, ma se la serata dovesse protrarsi o ci fosse un altro italiano nel gruppo, magari un intellettualoide che fa finta di saperla lunga, potete sempre giocarvi la carta della deprivazione relativa: gli italiani votano i partiti reazionari perché dopo dieci anni di recessione economica e stagnazione culturale temono di perdere i propri privilegi da primo mondo. La politica imbelle, espressione del nostro popolo, non sa fornire risposte che soddisfino la paura artificiosa ed ancestrale di ritrovarsi in fondo alla scala di Maslow e gli elettori si rifugiano nel più antico dei rituali scaramantici: l’antropofagia, declinata in questo caso nel voto alla lega. Se vedete balenare l’ombra del dubbio sul volto dei vostri amici state cogliendo nel segno: non ci stanno capendo un cazzo. Proseguite su questi toni condendo il tutto con paroloni pescati a caso da un bignami di sociologia; se non l’avete a portata di mano un libro di cucina sortirà lo stesso effetto.

Non funziona? Buttate lì qualche perla sull’antintellettualismo, la deriva berlusconiana che ha preparato il terreno per i barbari. Non spiega granché, ma offre un terreno ideale per cambiare argomento.

Se proprio ci tenete ad andare oltre, ma il buon senso e l’amor di patria suggerirebbero di fare diversamente, dovrete a questo punto affrontare il colossale elefante parcheggiato nella stanza: il vulnus antropologico insito nel nostro DNA, lo spirito del "ma a me, che cazzo me ne frega?" che permea la cultura italiana da ben prima che esistesse una cultura italiana. Per ogni italiano degno di questo nome, infatti, i problemi del mondo sbiadiscono impietosamente di fronte agli impietosi accidenti della sua personale esperienza di vita: guerre, rivoluzioni, epidemie e carestie nulla valgono se paragonati ad una botta sul paraurti dell’auto nuova, ad un’unghia incarnata, alla figlia del cugino del portiere del palazzo che è andata a convivere con una ragazza straniera, Signora mia dove andremo a finire? L’italiano - concedetevi un po’ di retorica - ambisce al potere ma rifugge dalla responsabilità, vuole i soldi ma odia faticare per guadagnarli, esige rispetto ma disprezza tutto e tutti, ritiene di avere diritto ad ogni cosa ma gode nel tracciare limiti ai diritti degli altri. La sua massima aspirazione è nascere ricco. Vive nel senso di colpa, ma assolve se stesso anche dai peggiori delitti. Soprattutto, in qualsiasi momento il fato gli ponga davanti l’occasione di dimostrare il proprio valore od il proprio impegno per un futuro migliore, egli riesce sempre a schivare il colpo con un’alzata di spalle ed un illuminante "ma a me, in fondo, che cazzo me ne frega?". La risposta è che all’italiano non gliene frega un cazzo, niente vale la pena, tutto sprofonda in un tepore entropico che assume indifferentemente la forma della nebbia padana o dell’afa mediterranea e fa scivolare sempre di più la penisola in mezzo al mare come una zavorra di pietra. Ma questo lo sapete benissimo, non è per niente che ve ne siete andati.




17/5
2019

Due parole d’amore per i posteri

Più lo guardo, e meno capisco il fascino misterioso che Salvini pare esercitare su certa gente. Capisco lo sfogo, l’incazzatura, la rabbia primordiale ed antropofaga che spinge i suoi seguaci ad applaudirlo ai comizi: l’urlo e la bestemmia che ti assale dopo esserti chiuso il dito nella portiera dell’auto, qualcosa di istintivo ed animalesco che non risponde alla ragione. Capisco l’adorazione cieca di chi si è abbeverato per anni alla fonte della propaganda ed aspira solo a qualcuno che lo guidi per la cavezza. Capisco affidarsi a Salvini come la pecora si affida fiduciosa alla mano ferma del macellaio. Ma credere in lui? Persone intelligenti che affidano a lui il proprio destino? Salvini stesso non sa che farsene, del vostro destino.

Dai discorsi di Salvini non traspare una sola parola di speranza nel futuro, una sola possibilità di miglioramento, un barlume di prospettiva: né per l’Europa, né per l’Italia, né per il paesino a cui di volta in volta alliscia il pelo. Solo paura, odio, disperazione, frustrazione, solo volontà di distruggere, di reprimere, di rinchiudere, di eliminare. Non per niente ha fatto della ruspa il suo simbolo.

Salvini non è uno statista, non è neanche un politico. Non è neppure un oratore e gli mancano persino quei due soldi di carisma da venditore di tappeti che aveva quel dittatore pelato a cui molti lo accostano. Non arriva neppure alla scarsa statura morale del peggior farabutto che abbia calcato il suolo di questo Paese. È solo un opportunista capitato al potere per caso che cerca di rimanerci il più a lungo possibile, interessato solo al trogolo in cui caccerà il muso la sera. Salvini non farà la storia, perché non conosce la storia e non crede nella storia. Salvini è una pulce sul mantello della storia, un uomo meschino, con una visione politica meschina, adatto a tempi meschini.




25/3
2019

Persi di vista

Per chissà quale motivo, associo sempre questo vecchio bloggo all’insonnia. Forse perché ho scritto alcuni dei pezzi che mi piacciono di più subendo i postumi confusi di una notte insonne, una notte insonne come la scorsa notte.

Con stupore, mi sono accorto di non avere pubblicato niente dallo scorso settembre. Chissà che fine avevo fatto. Mi ero dedicato ad altro, progetti anche graziosi.

Alla fine, ho dimenticato anch’io. Ho dimenticato di scrivere, ho dimenticato perché scrivevo e per chi scrivevo. Non penso andrà meglio prossimamente: ho altri progetti, alcuni dei quali anche graziosi.

La vita, tuttavia, è un labirinto di opportunità che sfuggono alla nostra capacità di comprensione. Non pianifichiamo troppo, magari ci si rivede da queste parti.




28/9
2018

Nostalgia e barbarie

Avevo sempre pensato, e a maggior ragione negli ultimi mesi, che a Matteo Salvini interessasse solamente il potere. Alla fine le motivazioni che spingono gli uomini ad agire si possono ricondurre ad un numero piuttosto ristretto: potere, edonismo, amore, ideologia, poco altro. Escludo che Salvini si stia sbattendo così tanto trascinato dalle proprie idee, ha più volte dimostrato di poterle adattare all’interesse del momento con una certa flessibilità ed apparentemente gli manca del tutto la spinta passionale, le sue ossessioni mediatiche sembrano platealmente calcolate a tavolino. Il potere, quindi. La bramosia di esercitare un’autorità, di dare ordini, di indirizzare i destini di una nazione. È presto per dire se questo mio pregiudizio nei suoi confronti fosse infondato, ma nelle ultime settimane si sta insinuando un dubbio nei miei pensieri. Salvini è al comando, ha piegato il sistema politico ai suoi piedi ed ipnotizzato una nazione molto propensa a farsi ipnotizzare. Anche se formalmente è solo un numero 2, di fatto al momento è una delle persone con maggiore potere in Italia. Un potere effimero, forse, ma a maggior ragione mi aspetterei che cerchi di trarne il maggior vantaggio personale possibile. E cosa se ne fa? Anche se il culto della sua personalità continua a crescere prepotentemente alimentato dalla sua abile rete mediatica, non risulta che ne stia approfittando per girare in cadillac d’oro, costruirsi ville con vulcano o intitolandosi strade e piazze. Ha trascorso l’estate giocando a gavettoni in spiaggia e facendo il tour di tutte le feste locali della lega, quel genere di feste dove si mangiano panini con la soppressa e si beve vino alla spina di cattiva qualità. Può darsi che stia ancora investendo sulla propria immagine di uomo comune, prima di far erigere una statua con le sue orrende fattezze in piazza del Duomo. Ma se invece fosse proprio quello il suo obbiettivo finale, l’impulso primordiale che spinge le sue azioni? Il piacere di girare spensieratamente di sagra in sagra, mangiare sui piatti di plastica ed ubriacarsi di alcolici scadenti, libero di ruttare e farneticare di politica mentre una cover band di Vasco Rossi suona in sottofondo? Ne conosco tanti, così: capelli lunghi nonostante la stempiatura, maglietta dei guns n’ roses tirata sulla pancia, orgogliosi di assistere al concerto di Ligabue o di riuscire ancora a far tardi in birreria. In questo caso, anche il tentativo di Salvini di spingere il Paese verso l’autoritarismo e persino i suoi beceri appelli al razzismo non sarebbero la strategia di un politico ambizioso e spietato, ma solo i sintomi di una malcelata sindrome di Peter Pan che tende ad identificare negli anni dell’adolescenza un passato glorioso a cui ritornare. È solo una sfumatura socialmente più pericolosa di chi rimane patologicamente affezionato ai cartoni animati degli anni Ottanta, chi ricomincia a giocare ai Pokemon a quarant’anni o vorrebbe un mondo senza smartphone. Anche senza negri, perché i negri non c’erano quando eravamo giovani, ma questo è più che altro un effetto collaterale.

Forse lo abbiamo giudicato frettolosamente, il Salvini. Forse ha più bisogno di cure di quello che si pensa. Ai posteri, come si suol dire, l’ardua sentenza.




12/7
2018

Il nostro problema è il traffico

Negli ultimi mesi ho sviluppato una crescente repulsione nei confronti della scrittura. Realizzarlo ed ammetterlo con me stesso mi è costato molto, così come mi costa ora battere i polpastrelli sulla tastiera, cercare le parole giuste, trascrivere quello che penso. Attività che per la maggior parte della mia esistenza sono state gioiose, ora si rivelano un peso. Devo interrompermi spesso, trascuro la forma e gli inevitabili errori ed approssimazioni. Non ho ancora ben chiare le ragioni di questo disamore, forse ha a che fare con la mole ributtante di parole che mi tocca inghiottire ogni giorno, ragionamenti ben esposti per giustificare il male che ci circonda. Incespico su ogni parola, e procedo con estrema riluttanza.

Piuttosto che produrre altre inutili parole, passo ore a spulciare le piaghe di questa marcescente società dell’informazione abbeverandomi del peggior veleno che riesce a produrre. Social network e quotidiani online ribollono di articoli e commenti carichi di odio, crudeltà ed ottusità, cerco di leggerne il più possibile fino a diventarne assuefatto, guardo le facce, i profili di chi si augura la morte di altri esseri umani, di chi giustifica lo squallore della propria esistenza addossandone la colpa ad altri, di chi cerca un capro espiatorio, invoca la dittatura ed i campi di sterminio, rifiuta qualsiasi capacità di pensiero critico. Guardo quelle facce e mi convinco che siano in gran parte persone normali, ne deduco che la normalità sia diventata, o più probabilmente sia sempre stata, aberrante. Penso ai pogrom, ai flagellanti, la caccia agli eretici, la guerra dei boxer. Tutta questa nostra presunta civiltà non è altro che una maschera, la gente comune vuole il machete, vuole lasciar sfogare la propria belva interiore, vuole cibarsi di carne umana.

Oppure, semplicemente, sono stato anch’io contagiato dalla narrazione collettiva, dalla paranoia telecomandata che ci spinge a cercare un nemico ovunque, a vedere gli altri non come persone ma come creature pericolose. Ad ingigantire le mie paure fino a lasciare che occupino tutto l’orizzonte.

L’altra notte ho fatto un sogno. Si era scatenata una pandemia mortale, tutti ci affrettavamo verso i supermercati per fare scorta di beni di prima necessità, un po’ per barricarci in casa ed un po’ per il timore che la società sarebbe collassata e non sarebbe più stato possibile trovare di che sfamarci. Ci aggiravamo tra gli scaffali già semivuoti e buttavamo nel carrello qualsiasi cosa sembrasse appetibile nel caso di un lungo assedio: bottiglie di passata, pan biscotto, pasta. Ormai erano rimasti solo i barattoli giganti di cetrioli sottaceto, che nessuno voleva. Non si percepiva vero e proprio panico, solo una sorta di calma ansiosa, mentre ci mettevamo diligentemente in coda alla cassa. Solo a quel punto mi rendevo conto con una certa inquietudine che qualcosa non tornava, in quello scenario preapocalittico: non c’era in effetti nessuna traccia della pandemia di cui tutti parlavamo. Nessuno sembrava realmente ammalato, nessuno tossiva o starnutiva. Nessuno affermava di aver visto realmente dei cadaveri per la strada, nessuno conosceva nessuno che fosse stato veramente colpito dal morbo. C’era solo la paura... e tanto era bastato per farci correre a comprare della roba, per proteggere noi stessi e le nostre famiglie. Un sogno non è un oracolo, ma a volte può essere uno strumento irrazionale per dare un senso razionale a quello che già si pensa.

Proprio quando stavo iniziando a perdere la fiducia nel valore dell’anarchia e della specie umana in generale, a causa di un banale guasto si è spento un semaforo vicino a casa mia. È rimasto spento per quattro giorni, e sono stati gli unici quattro giorni in cui il traffico in quell’incrocio scorreva rapido e regolare in tutte le direzioni.




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