18/1
2018

Cenni di pedagogia cimbra, vol. 2

Quando leggo o racconto una favola a Bustina, spesso mi piace introdurre cambiamenti nel racconto ambientandolo in un contesto differente, scambiando di ruolo ai personaggi o invertendo completamente il senso della storia. Ad esempio, in una versione Cenerentola era trattata benissimo dalle sorelle, non voleva saperne di andare al ballo ma vi veniva costretta da un fata madrina troppo invadente. Cappuccetto Rosso si presta ad innumerevoli variazioni: in una la nonna abita su un’isola dall’altra parte del mare e la protagonista deve stare attenta allo squalo, in un’altra il lupo se ne intende di medicina e precede la bambina a casa della nonna per curare quest’ultima... Senza nessun particolare intento pedagogico, just fun.

Ogni tanto si cimenta anche Bustina in questo gioco. Nella sua ultima variazione, ad esempio, Cappuccetto Rosso prende il fucile della nonna e ammazza il cacciatore che voleva aggredirle.

Un punto per Sorellanza, un altro punto per la militanza, meno dieci punti per la mia possibilità di diventare un padre modello.

Note estemporanee di zio Lusky:
State alla larga dagli anarchici informali, gli anarchici per bene si riconoscono perché danno sempre del lei e dicono buongiorno, buonasera, prego, si accomodi, e grazie.




19/12
2017

Nessuno mi può jedicare neppure tu

In una fredda serata invernale, sono andato con Pornorambo [SPOILER] novello sposo [/SPOILER] a guardarmi l’ultima produzione di casa Disney, ovvero l’ottavo episodio della saga di Star Uors ovvero Gli ultimi jedi. Come da tradizione natalizia seguirà un faceto resoconto dell’esperienza, senza nessun rispetto per chi dovesse ancora guardarselo. Suvvia, è già nelle sale da cinque giorni, cosa diamine avevate di più importante da fare? Vivere?

Dando fondo alle mie scarse riserve di compassione vi piazzo qui un bello

[SPOILER ALERT]

così se proseguite è esclusivamente a vostro rischio e pericolo.

Sarò breve.

Tanto tempo fa, in una galassia più vicina di quello che sembra, l’impero galattico era stato distrutto a spadate e la democrazia borghese era stata ripristinata grazie al repentino pentimento di un padre di famiglia discutibile, ai suoi figli con tendenze incestuose e ad un manipolo di coraggiosi quanto fastidiosi orsetti pelosi. Seppur basata su fondamenta così solide, la neonata Repubblica non sembra destinata a reggere a lungo: il Primo Ordine, che nell’episodio precedente sembrava l’equivalente galattico di quei redneck americani che si ritrovano a commemorare in costume le vittorie dell’esercito confederato ed aveva pure preso un sacco di mazzate, in un attimo di distrazione ha inspiegabilmente ripreso il controllo della galassia e reinstaurato la dittatura. C’è da dire che la maggior parte degli abitanti della galassia non sembra darsi particolarmente pena di questo cambio di regime, anche lì probabilmente hanno smesso da un pezzo di guardare i telegiornali e votano il Movimento Cinque Galassie in attesa di tempi migliori.

L’esercito ribelle è ridotto ad una manciata di soldatini spaziali sparpagliati su un pugno di navicelle, quando la loro ultima base viene scoperta dagli ordinovisti e costretta all’evacuazione. L’ardito pilota Poe Damerin, che tanto ci aveva allietato nell’episodio precedente con le sue pose da bellimbusto, nel primo degli innumerevoli scontri epici della pellicola decide di mandare al massacro quel poco che resta della sua flotta per distruggere un singolo bombardiere nemico, con la motivazione strategica che quel giorno si era alzato con le lune storte e doveva far esplodere qualcosa. Poe, infatti, è uno di quei simpatici guasconi con il grilletto facile che disdegnano le tattiche complicate e preferiscono risolvere ogni situazione problematica con un bel combattimento: un assalto imperiale, un’incomprensione con il proprio comandante in capo, un ritardo di cinque minuti nella consegna della pizza. È a causa di gente come lui che nella nostra galassia abbiamo inventato la legge marziale e gli ospedali psichiatrici, ed è a causa sua che in quell’altra galassia la flotta ribelle si trova ora a fronteggiare il Primo Ordine armata solo di battute di cattivo gusto e tanta buona volontà. Rimasti praticamente senza caccia e senza benza, non resta ai ribelli altra scelta che fuggire nell’iperspazio.

A proposito di persone con gravi problemi nella gestione della propria aggressività, a questo punto rientra in scena anche il semimalvagio Kylocal. Insultato ed umiliato dal suo maestro Snoke, un vecchio con la faccia di uno che ha dimenticato la safeword durante una seduta sadomaso particolarmente aggressiva, Kylocal prende finalmente atto che la sua maschera ronzante era troppo ridicola persino per un pupazzetto come lui e con la serenità che lo contraddistingue la schianta a mazzate contro la parete. So che dev’essere stato difficile per te, Kylocal, ma noi te l’avevamo detto fin da subito che quella bistecchiera in faccia non ti donava molto. Torvo e di pessimo umore, il giovane virgulto del Lato Oscuro può andarsene con i capelli al vento a guidare l’assalto alle navi ribelli fuggite.

Queste ultime vengono infatti immediatamente sgamate e ritrovate dai loro avversari grazie ad una nuova supercazzola ipertecnologica per trovare a lunga distanza gli oggetti smarriti, tipo quelle medagliette elettroniche per non perdere il cane che hanno una stella e mezza nelle recensioni su amazon. Kylocal scatena tutta la propria furia (o conoscendolo, un modesto 15% della propria furia totale) deciso a sterminare una volta per tutte la resistenza, ma quando inquadra nel mirino la propria stessa madre a bordo della nave ammiraglia la sua volontà vacilla e decide di risparmiarla. Casualmente, non considera che i suoi camerati non soffrono dello stesso complesso edipico e con un paio di missilate mandano sbrigativamente all’altra galassia tutta la plancia di comando della ribellione.

[Qui ci starebbe una scena in cui, mi dicono, il generale Leia si mette a volare nello spazio come Superman per tornare a bordo dell’astronave, ma io in quel momento ero uscito un attimo per andare in bagno e non voglio credere che ciò sia realmente avvenuto.]

Nel frattempo, riprendiamo il filo anche con Rei che dopo aver impiegato un intero film a ritrovare Liuk Skywalker cerca di convincerlo a tornare in battaglia o almeno, in seconda ipotesi, ad addestrarla come jedi. Liuk obbietta, a mio avviso giustamente, che se si è rifugiato a vivere in un convento di suore su un’isola altrimenti deserta a bere latte di tricheco e giocare con i pinguini forse - ma forse, eh - è perché non aveva tanta voglia di compagnia. Cosa deve fare di più un povero vecchio per far capire che vuole stare tranquillo, trasferirsi in Molise? Rei comincia allora a stalkerarlo in giro per l’isola e a rompere maldestramente i manufatti locali, lasciando intendere che non avrebbe smesso di importunarlo prima di aver ricevuto le attenzioni che sentiva di meritare in quanto giovane donna ed aspirante eroina della saga. Liuk, per quieto vivere, cede.

La battaglia tra ribelli ed ordinovisti entra intanto in una tediosa fase di stallo, con la resistenza che riesce a tenere a distanza gli avversari ma sa che una nuova fuga nell’iperspazio sarebbe inutile come cercare di dare una spiegazione razionale a questa tediosa fase di stallo. Si sveglia però Finn, che stava in coma a causa delle mazzate ricevute da Kylocal qualche tempo fa, e con l’aiuto di una cozza asiatica elabora un piano improbabile per consentire ai ribelli di mettersi in salvo. I due si recano quindi su un pianeta casinò per rintracciare l’unico, ma proprio unico, assolutamente l’unico esperto di codici in tutta la galassia che possa consentirgli di penetrare nello star destroyer nemico. Non trovandolo, si imbattono per caso in un altro tizio che è anche lui un esperto di codici imperiali e sa fare le stesse identiche cose, solo con un accento più fastidioso. La visita su questo pianeta, apparentemente abitato solo da schiavisti e gente che si è arricchita con il traffico d’armi e le convenzioni per divieto di sosta, ci dà anche occasione per un po’ di stantia retorica populista contro i ricchi che sono cattivi perché sono ricchi, discorsetto che nel contesto di un film Disney può far leva solo su babbei privi di spirito critico. Infatti due minuti dopo, quando il casinò stesso viene distrutto da una mandria di mucche impazzite io aggrappato ai braccioli della poltroncina urlavo interiormente "ECCO SI GIUSTO AMMAZZATELI TUTTI QUESTI BORGHESI DI PALTA, TRIONFI LA GIUSTIZIA BOVINA E PROLETARIA!!!". Dopo aver sparso per la città in pari misura letame e spirito sovversivo, Finn e la cozza riescono a scappare insieme ad Accento Fastidioso e vanno a disattivare la supercazzola rintracciosa nemica.

Sulla sua isola misteriosa e non più solitaria, frattanto, Liuk Skywalker sta impartendo un bignamino di cultura jedi alla giovane Rei. Un paio di slide di powerpoint, una lezione di yoga, una caverna misteriosa rappresentativa delle tentazioni del lato oscuro... tutto il pacchetto base, insomma, condito da qualche frecciatina su come il mito dei jedi sarebbe in fondo da ridimensionare, se non altro per essere stati così fessi da farsi fregare da quel vecchio rugoso di Palpatine. Liuk, infatti, è ormai un anziano disilluso e malinconico a cui hanno sottratto anche l’ultimo cantiere. Come il ghiacciolo di cui porta il nome, dietro un guscio dolce e luminoso cela un oscuro segreto: la liquirizia, qui rappresentata dalla sua responsabilità nel passaggio di Kylocal al lato oscuro. Avendo avvertito un forte conflitto interiore nell’animo del suo allievo Ben Solo, Liuk aveva pensato brillantemente di risolverlo accantonando il metodo Yoga-Montessori e dandogli una spadatina laser nel sonno. Ben però si era svegliato in quel momento, sappiamo quanto può essere fastidiosa la luce al neon di una spada laser che si accende a due centimetri dalla tua faccia mentre dormi, l’aveva visto lì al fianco del letto e non si sa davvero cosa ci fosse da interpretare, Liuk, dai, cosa ti aspettavi? Si sa che Kylocal non sa gestire una critica costruttiva senza distruggere la stanza, bruciare un tempio e trucidare alcuni compagni di classe. Non basta essere un bravo jedi per essere un bravo maestro, e Liuk francamente non è mai stato né l’uno né l’altro: era molto stimato soprattutto per il fatto di essere l’unico jedi, ecco. Rei, inoltre, si è scambiata di nascosto il numero di whatsapp telepatico con lo stesso Kylocal ed i due continuano a chattare di nascosto dai rispettivi vecchi, cercando di trovare un compromesso tra le due opposte sponde della Forza o almeno non so, di provare ad uscire insieme un paio di volte e poi si vedrà come va a finire, dai. Quando la scopre, Liuk non prende benissimo la notizia e tenta di riaffermare con cipiglio severo la propria autorità, costringendo anche Rei ad andarsene dall’isola non prima di aver ridimensionato le sue pretese pedagogiche a bastonate sui denti.

Dall’altra parte della galassia, intanto, Finn e compagnia bella si intrufolano infine nello Star Destroyer e cercano di disattivare il radiocoso ma proprio sul più bello vengono scoperti grazie all’unico droide di guardia che sa fare il proprio lavoro nel raggio di parecchi anni luce. Il piano audace ed improbabile pertanto fallisce, come avviene spesso per i piani improbabili che altrimenti si chiamerebbero piani probabili. Per loro fortuna, però, la saggia Leia aveva già pronto un piano insgamabile: la vecchia volpina fa evacuare tutti i soldati superstiti della ribellione su delle piccole navi cargo e li fa svignare alla chetichella verso una vecchia base abbandonata poco distante. In ogni angolo della galassia c’è una vecchia base ribelle abbandonata, non avete idea di quanto questo sia dannoso per il mercato immobiliare. Per loro sfortuna, però, il piano insgamabile viene sgamato in trenta secondi netti e gli ordinovisti cominciano a tirar giù a laserate le piccole navi cargo come paperelle al luna park. Per salvare l’ultimo pugno di ribelli superstiti entra in scena persino la fata turchina che si scaglia a kamikaze contro l’astronave nemica immolandosi per la causa, che se lo fanno quelli dell’Isis sono dei cazzoni ma se lo fanno quelli di Uerre Stellari sono degli eroi.

Su quella stessa astronave - non che ce ne siano molte altre, in realtà, anche il Primo Ordine deve aver avuto dei tagli di budget pesantissimi - si era diretta Rei per convertire al Lato Chiaro l’ambiguo Kylocal, o almeno bersi una cosa calda assieme, fare due chiacchiere, poi se sono rose fioriranno, dai. Il bamboccione desidera prima presentarla al vecchio Snoke, il quale si dimostra un abile stratega, potentissimo nell’uso della Forza e spietatamente intelligente nel manipolare le menti delle persone che lo circondano. Un po’ meno perspicace nella comprensione degli impulsi ormonali dei giovani maschi nella fase di corteggiamento, forse, dato che pone con tracotanza Kylocal di fronte alla scelta tra il potere del Lato Oscuro della Forza ed il potere di quell’altro lato oscuro che un film della Disney non potrà mai rivelare. C’è da dire che Kylocal, per una volta, non ha particolare esitazione. Una volta trasformato il suo terribile maestro Snoke in due mezzi maestri Snoke completamente inoffensivi, il giovane sith offre a Rei la possibilità di governare assieme a lui la galassia, ma lei gli risponde che è appena uscita da una storia di due anni con un tipo, ha bisogno di stare un po’ di tempo da sola, non è quello che sta cercando in questo momento e lo pianta bellamente in asso. Kylocal torna dunque ad occuparsi della seconda cosa che gli interessa di più nella vita, il potere del Lato Oscuro, ed assume il comando dell’esercito per distruggere definitivamente la resistenza.

Asserragliati in una grotta piena di capre luccicose, i ribelli sono lì che mandano disperate richieste di aiuto nello spazio ed attendono nervosamente che le spunte di notifica diventino azzurre. Fuori dalla porta, Kylocal schiera tutte le sue truppe, neanche tante ad essere sinceri, e lancia l’assalto finale. Vari personaggi secondari si sacrificano inutilmente inviati ancora una volta in missione suicida. Finalmente, quando tutto sembra perduto, compare Liuk Skywalker, apparentemente deciso ad abbandonare l’isolamento monastico per offrire al proprio ex allievo Kylocal un breve ripasso dell’ultima lezione che purtroppo non era riuscito a portare a termine. I due combattono l’ennesima, bellissima ma un filino inflazionata battaglia epica di questo ilm, senza lesinare insulti e graziosi passi di breakdance. Alla fine, Liuk sembra disposto a farsi uccidere da Kylocal così come Obi Wan aveva fatto in precedenza di fronte a lui, Kylocal travolto da un buon 78% della propria furia lo affetta come un salame, ma - sorpresa! - non si trattava del vero Liuk, bensì di una sua proiezione mentale. Il vero Liuk è ancora al sicuro, sulla sua isola! E muore. Da solo, presumibilmente per essere stato tutto il giorno seduto su una roccia sotto il sole. Schiumando rabbia come solo lui sa fare e con il furiometro ormai pericolosamente vicino alla soglia di attenzione, Kylocal entra allora nella caverna dei ribelli e scopre che - sorpresa! n.2 - hanno tagliato tutti la corda da una porta sul retro aperta gentilmente da Rei. I superstiti della Resistenza scappano quindi sul Millenium Falcon, ma sono così pochi che a questo punto farebbero fatica non solo ad organizzare un moto carbonaro ma anche un torneo di briscola in parrocchia. La principessa Leia comunque è tutto sommato soddisfatta e ci credo, è l’unica della vecchia trilogia che non è ancora morta, cosa potrebbe andare storto? Con questa amara considerazione l’astronave se ne sfreccia via, in una galassia lontana lontana, e noi staremo ad aspettarla con i lucciconi agli occhi ancora per due anni luce.




12/12
2017

Cenni di pedagogia cimbra, vol. 1

Spiegare l’omosessualità a una bambina di 4 anni (e mezzo):
"Ci sono uomini a cui piacciono gli uomini e donne a cui piacciono le donne".
"Ah, ok."

Spiegare la differenza tra "sparare" e "spalare" la neve:
Due ore di discussione pseudoscientifica sulle precipitazioni atmosferiche, il ciclo delle stagioni, il funzionamento presunto di un cannone da neve, principi base dell’arte dello sci, nozioni approssimate di scienza dell’evoluzione e quant’altro basta a farmi mettere in discussione tutto ciò che credevo di sapere sulla vita, l’universo e tutto il resto. Il tutto complicato da difetti di pronuncia in entrambi gli interlocutori.




23/11
2017

La rivoluzione non è uno stato mentale

Rivoluzione. Uno dei termini più abusati dagli sciacalli del Marketing, gentaglia senza scrupoli che vive di parole ma non ne ha il minimo rispetto.
Tutto oggi è rivoluzionario: il nuovo telefono, la nuova auto, il nuovo shampoo, la nuova teoria gestionale. Tutto è rivoluzionario, e lo puoi comprare presso un dealer autorizzato del padronato organizzato. Tra quelli un po’ più a sinistra, un po’ più rivoluzionari del markettaro medio, si usa talvolta dire che "la rivoluzione è uno stato mentale", intendendo che bisogna porsi prima di tutto in una condizione psicologica divergente dal pensiero comune, avere il coraggio di effettuare scelte controcorrente. Scelte che però si riducono quasi sempre ad azioni di consumo più "intelligenti" e "consapevoli", magari addirittura "eque e solidali". Presso un dealer autorizzato dal padronato organizzato, ovviamente.
Come canta qualcuno, "la rivolta ormai è un fatto personale". Spetta al singolo individuo effettuare le proprie scelte rivoluzionarie, decidere autonomamente in che modo esprimere il proprio anticonformismo, il proprio pensiero critico. Ognuno troverà senz’altro la soluzione più adatta alla propria personalità, alla propria sensibilità, in un catalogo sempre più ampio di proposte rivoluzionarie ed assai appaganti, dal veganesimo al buddhismo, dal novax a Linux.

Qualche dubbio, però, dovrebbe sorgere. Non dico che la rivoluzione non possa essere soddisfacente sul piano personale, né che debba per forza tradursi in un bagno di sangue per le strade, vetrine rotte, Audi incendiate, Briatore alla ghigliottina, bava alla bocca e contadini con il forcone, la rivoluzione può essere anche un ballo, magari un pranzo di gala, ma per definizione dev’essere sociale. Se tutto il tuo afflato sovversivo lo esprimi comprando uova di galline allevate a terra anziché in batteria e ti senti pure più figo di Marat, temo non si tratti di rivoluzione quanto piuttosto di masturbazione. Con tutti i pregi e difetti del caso.




11/11
2017

Il grande impero Manchu è nostro

Come forse qualcuno avrà notato, anche quest’anno il bloggo è andato offline a causa di problemi con il servizio che lo ospita. Inutile dire che nel frattempo mi sono venute in mente un sacco di idee brillanti ed argomenti interessanti di cui scrivere per allietare le vostre letture, che cadranno nel dimenticatoio ora che il bloggo è di nuovo raggiungibile.

O forse no, lo vedremo. Nel frattempo, sono tornato: più stanco, più vecchio, ma ancora vivace e battagliero. Proprio come il nostro eroe Silvio.




20/10
2017

Diversamente giovane

Una ventina di giorni fa c’è stato il mio compleanno, come sempre, e come sempre non mi hai fatto gli auguri. Forse li hai pensati, chi lo sa. Forse ti ha inghiottito un buco nero, forse sei finalmente felice, forse non mi interessa saperlo, forse ho visto una tua foto del mare, forse una tua vecchia foto con me e il cane, con i capelli arruffati come me quando avevo i capelli. Questo compleanno mi ha regalato un sacco di certezze.

Di solito affrontavo l’appuntamento annuale con una sorta di sottile piacere, l’attesa di vedere se qualcuno si sarebbe ricordato di me, perché in fondo tutta la vita su questa maledetta palla di fango lanciata nel gelido vuoto cosmico non è che uno sbattersi nella speranza che qualcuno ci voglia un po’ bene, magari non tutta ma buona parte, e di solito ne uscivo puntualmente pieno di malinconia perché contavo più le persone che non mi avevano fatto gli auguri di quelle che invece lo avevano fatto.

Questi, signori, è l’artista nudo in tutta la sua ripugnante debolezza.

Quest’anno sono partito avvantaggiato perché ero già triste prima. I quaranta, sapete. Odiavo l’idea di compiere quarant’anni quasi quanto odiavo l’idea di cedere ad un cliché così abusato. Pensavo, succube come sono dell’impero culturale occidentale, che fosse per il fatto di invecchiare, non essere più in grado di fare quello che facevo da giovane, le possibilità perdute, roba così. Però non mi tornava del tutto, in primo luogo perché anche da giovane non è che facessi granché a parte ubriacarmi ed essere arrogante, in secondo luogo perché tutt’ora riesco a fare le stesse cose.

(Certo, ci metto due settimane in più a riprendermi)

Poi, mentre tutti (non tutti, in realtà) mi circondavano del loro affetto e mi regalavano biscotti perché sanno che sono un vecchio goloso, ho finalmente realizzato. Non è il fatto di invecchiare. Non è il fatto che ho perso i capelli, che non so più dare calci in faccia alla gente, che mi ammalerò e morirò. È che non riesco a conciliare l’età anagrafica con l’età che mi sento, perché anche se chi mi conosce lo sa bene che ho lo spirito e gli interessi di una quercia secolare, io parlo a me stesso come se fossi un ragazzino. Un dodicenne, tipo, neanche troppo intelligente, come si può capire dalle battute che faccio. Ed ora sono un dodicenne nel corpo di un quarantenne che, è giudizio unanime, li porta pure male. Perciò ho deciso di scacciare la malinconia ponendomi nuovi ambiziosi obbiettivi che però esulino - attenzione - da quella solita schiera di luoghi comuni che si identifica con la crisi di mezz’età.

Niente auto sportive, jogging, amanti minorenni e droghe sintetiche, scarpe fluo e corsi di zumba.

Però sto provando Spotify.




6/9
2017

Le cose ritrovate e poi perse

Quand’è stata l’ultima volta che hai guardato il cielo?
Sarà l’età che avanza, l’accumularsi di noiosi compromessi e notti insonni, ma ogni alba sembra volerci levare un pezzo - di identità, di storia, di futuro. Bugie che diventano opinioni, opinioni che diventano scienza, scienza che diventa marketing in un ripugnante caleidoscopio di interesse, ignoranza e meschinità. Musica, film, libri, copie digitali destinate a scomparire al capriccio di un sottosegretario all’obsolescenza programmata. Ricordi, notti trascorse ad inseguire nella memoria il suono della tua voce. Una sete inestinguibile, una fame insaziabile. Rabbia urlata tra gif di cagnolini e foto del mare, minacce di morte, auguri di stupro, la totale incapacità di dare un senso ed un peso alle parole prima ancora che di provare compassione, umanità. Uno Stato che getta la sua maschera di civiltà per mostrare il funebre volto del potere, la mano che sola regge il monopolio della violenza. Una civiltà che poi si dimostra per quello che è, aggregazione atomica di consumatori alienati, pronti a tornare allo stato brado, animali feroci, fedeli adoratori del signore delle mosche. Una civiltà che si regge sulla stanchezza di un popolo ormai intorpidito dai sedativi, pronto a reagire a comando come un cane alla catena contro il bersaglio indicato dal padrone, una sovrastruttura in gesso finemente decorata ma ormai fragile, consumata dall’incuria e dalle intemperie.
Al netto di ogni ipocrisia, forse occorre ammettere di avere anche sbagliato. A smettere di credere. A smettere di drogarsi. A smettere di stare male. A lavarsi la faccia la mattina, cercare un governante migliore, un telefono più intelligente, un’energia più pulita. Cambiamo solo il nome a problemi irrisolvibili. La felicità non si può comprare, si possono comprare solo piccole dosi di narcotico per dimenticare quanto siamo infelici. La felicità si può conquistare solo abbattendo il sistema di produzione capitalista, costruendo una società giusta e dando vita ad un’umanità nuova. Magari con una partita a briscola ed un bicchiere di quando in quando. Del resto, siamo soli. Non abbiamo un’ideologia, abbiamo distrutto la fiducia nei nostri simili, disintegrato ogni rete sociale, ogni forma di aggregazione non votata al consumo, non controllata dalle multinazionali dell’amicizia. Queste le magnifiche sorti e progressive. Siamo soli, di fronte ai dardi dell’oltraggiosa fortuna, a quattrocento miliardi di stelle e svariati buchi neri.
Quand’è stata l’ultima volta che hai guardato il cielo?
Guardalo. È immenso, sconfinato e straordinario, persino nella provincia depressa di un continente moribondo.




18/7
2017

Ma il mio mistero è chiuso in me

L’altra sera me ne stavo da solo a casa a guardare un film pornografico thailandese, pellicola raffinatissima, quando inaspettatamente mi suona il campanello. Apro la porta in ciabatte. Al cancello mi aspetta un tizio che non vedo da quando, sei o sette anni fa, mi ha infilato metaforicamente un coltello tra le clavicole raccomandandomi di non raccontarlo in giro per non rovinargli la reputazione. Guardo l’orologio, era circa mezzanotte.

Il fantasma delle emorroidi passate.

Gli chiedo cosa voglia e intanto mi domando dove lo potrei colpire per neutralizzarlo prima che metta in allarme i vicini con le sue grida. Anni di pratica di arti marziali mi suggeriscono la carotide, ma decenni di ignoranza mi impediscono di localizzarla su un corpo umano.
Mi ringrazia per essere uscito anziché, suppongo, lanciargli un vaso di fiori dalla finestra del primo piano. Ci accendiamo una sigaretta. Vuole parlare.

L’ho già detto di quanto io reputi sopravvalutato parlare?

La vita ci ha prima avvicinato e poi allontanato, niente di drammatico, se non fosse per il fatto che appena io ti ho voltato le spalle ormai rassegnato a non avere più niente a che fare con te, tu hai deciso che magari valeva la pena tradire tutto quello che di buono poteva essere preservato almeno nel ricordo e passarmi sopra ancora una volta con la mietitrebbia del tuo cinico utilitarismo. Mica solo a me, eh, ma sono io il protagonista di questa storia quindi mi si permetta un secondo di egocentrismo.

Vuoi parlare del sentimento di eterna amicizia che ci lega, sentimento che si era evidentemente preso un momento di ferie tra il 2005 e la settimana scorsa. Mi dici che sei cambiato, come se fossi una di quelle signorine sifilitiche e credulone con cui copulavi in bagno durante le feste, mamma mia quante volte sono dovuto uscire a pisciare nelle aiuole perché tu tenevi il cesso occupato. Mi chiedi se porto rancore.

Chi, io?
No, il rancore fa venire il cancro.

Se per sei anni mi sono girato dall’altra parte quando ci incrociavamo per strada è perché soffro di una rara forma di torcicollo allergico agli stronzi. Se per sei anni sono stato cacciato da ogni retrospettiva su Pasolini perché solo a sentire il tuo nome cominciavo a vomitare improperi come la ragazzina dell’esorcista te lo assicuro, è stata solo una coincidenza. Non ti porto rancore, ho anche appena deciso che non ti prenderò a pugni per la strada come in fondo speri che stia per fare, per sentirti di nuovo l’uomo sensibile e civile trattato ingiustamente dal bruto ignorante.

Mi chiedi se sono disposto a perdonarti.

Ti rispondo che il perdono non è esattamente il mio forte. Ho la maledizione di avere una memoria dannatamente buona per alcune cose, ed ogni freccia avvelenata che mi hai tirato contro ci è rimasta attaccata. Ti rispondo che ciascuno in questa vita maledetta raccoglie quello che semina ed anche se tu adesso ti atteggi ad Hello Kitty, io lo so che sei un incrocio tra Barbie Facciadimerda e Chucki la bambola assassina.

Ci trasferiamo in un bar, fumiamo un’altra sigaretta. Tu bevi, io no.
Quando sono ubriaco commetto più facilmente errori, anche se la penultima volta che ci siamo visti mi hai ringhiato in faccia che le più grandi cazzate della mia vita le avevo dette da sobrio. A dimostrazione di quanto poco tu mi conosca, di quali perle io conservi della nostra eterna amicizia.

Possiamo andare al bar insieme? Certo che possiamo. Possiamo bere una birra assieme? Magari anche sì, non esiste una giuria di coerenza cosmica pronta a darmi una medaglia di cartone per non aver bevuto una birra assieme ad una persona discutibile. Nell’economia generale dell’universo, il vero dramma è che tu, fantasma, non sei migliore o peggiore dell’uomo medio: uno che se precipita con l’aereo sulle Ande comincia a chiedersi quale dei compagni di sventura abbia l’aspetto più succulento. Prima ancora di avere controllato se ci sia campo sul cellulare per chiamare i soccorsi.

Anch’io raccolgo quello che ho seminato, poco e male. Ho fatto soffrire qualcuno anch’io, anche se non al limite del serialkilling come te. Non mi sento meglio nel buttarti in faccia una minima parte degli insulti che ho confezionato pazientemente per te in questi anni, così come non credo alle tue dichiarazioni d’amore e pentimento. Forse dovrei darti questi due pugni e farla finita, magari farebbe bene ad entrambi.

Ah, ma tua moglie aspetta un figlio, congratulazioni. È per questo che tu stai qui a perdere tempo con me e a bere cercando di commuovermi facendo gli occhi da cocker. Mi abbracci, sono un po’ rigido. Beviamoci pure questa birra insieme, perché no? Non stasera, ma tra un anno o due potresti trovarmi in una disposizione più favorevole. Magari fossi in te la farei assaggiare prima da qualcuno, non si sa mai. Della nostra eterna amicizia, però, non ne parliamo più. Parliamo del tempo, della politica o meglio ancora dei vaccini. Bell’argomento, i vaccini.

E poi, ognuno a casa sua. Nessuna riappacificazione, nessun finale strappalacrime hollywoodiano. Nessuna soddisfazione, nessun rancore. Solo il vuoto del deserto di Atacama, dove per ogni lacrima sboccia un fiore, e dove incidentalmente si possono nascondere dei cadaveri con buona possibilità che non vengano mai trovati.

Eppure da quella sera, sarà che mi sto invecchiando, sarà che effettivamente abbiamo passato dei gran bei momenti insieme, sarà che sono un po’ sotto stress in questo periodo, non posso fare a meno di provare un po’ di dolce nostalgia per qualcosa che so già non può farmi altro che male. Poi per fortuna razionalizzo e no, col cazzo che ricomincio a fumare.




4/4
2017

Dal pozzo

Il giorno in cui sono andato a discutere la tesi sono andato a Trento da solo, con la vecchia auto dei miei. Era il 12 settembre 2001. Il giorno prima era successo qualcosa e tutti erano nervosi, ma io pensavo solo alla tesi ed ero affilato come un coltello. Scivolai dentro la facoltà pochi minuti prima dell’orario previsto per il mio appello e lì trovai un amico, teso, lì per il mio stesso motivo.

Non era proprio un amico, diciamo che stava nell’orbita dei miei amici. Molto serio, determinato, intelligente, ansioso. Ci siamo più o meno frequentati per tutti gli anni dell’università, incrociati in sala studio, in mensa, eppure di tutti quegli anni ricordo di lui solo le poche parole scambiate quel giorno.

Mi accolse incredulo sul pianerottolo di fronte all’aula, non voleva credere che mi fossi fermato a bere un aperitivo da solo, nel bar dove chi voleva laurearsi non sarebbe dovuto entrare. Lui girovagava per la facoltà da un pezzo. Per strada l’aveva fermato un cronista dell’Adige, chiedendogli cosa ne pensava degli attentati alle Torri Gemelle. Lui aveva risposto che non pensava niente, stava andando a discutere la tesi. Il cronista si era scandalizzato che non avessero sospeso gli esami in quel giorno tragico per l’umanità e lui l’aveva mandato a cagare, così mi raccontò. Poi lo chiamarono dentro l’aula, o chiamarono me, e non ho altri ricordi di lui.

Ho raccontato questa storiella mille volte, un po’ per la storia del giornalista e molto per sottolinearmi quanto io fossi figo all’epoca, che mentre tutti si agitavano andavo a bermi un prosecco alle nove di mattina sul muso dell’ansia e del terrore.

Non era proprio un amico, ma quel ragazzo mi era molto simpatico e lo ammiravo persino, si vedeva che non era un cazzaro come noialtri. Peccato che io non avessi il suo numero di telefono, che all’epoca non esistessero le reti sociali, che prima che inventassero le reti sociali io avessi completamente dimenticato il suo nome. Non la sua faccia, il suo sorriso teso del 12 settembre. Perso del tutto nel mare dell’oblio.

Poi, il mese scorso, alle tre di notte improvvisamente il suo nome mi è tornato in mente. Così, come un lampo nella notte. Me lo sono appuntato subito sul telefono, per non perderlo di nuovo, ed il giorno dopo ho scandagliato tutti i soliti mezzi per ritrovarlo e l’ho ritrovato. Ho scoperto che era poco più vecchio di me, forse per quello mi sembrava più serio all’università. Dopo la laurea è andato a vivere in Irlanda e Portogallo. Ha studiato, insegnato, scritto libri. Si è sposato ed ha avuto una figlia. È morto per una brutta malattia, quasi tre anni fa, ed io non riesco a capire perché questo fatto così lontano ed inevitabile mi faccia così tremendamente soffrire da settimane, perché mi faccia così male.

In un certo senso, l’ho tenuto vivo con me per tutti questi anni, cristallizzato in quel giorno come una farfalla sotto vetro. Giovane, nervoso, sorridente, vivo. Nella mia memoria, nella mia immaginazione egli era immortale e senza nome. Che scherzi ingiusti e volgari ci gioca la cosiddetta realtà.




5/12
2016

La comfort zone della Costituzione

Di quando in quando, mi capita di incontrare qualcuno che mi dia fastidio. Succede soprattutto quando esco di casa. Io lo so che sono padrone del mio destino e non dovrei attribuire ad altri la causa della mia situazione socioeconomica, sociopolitica, socioaffettiva o sociosalutistica, tranne nel caso in cui uno effettivamente viene e mi dà una mazzata (Pope Francis docet), ma capita appunto occasionalmente che qualcuno funga da catalizzatore per il mio odio verso l’universo vuoi perché si trova nel posto sbagliato al momento sbagliato, tipo nell’auto davanti alla mia che non vuole uscire dalla maledetta rotonda, vuoi perché effettivamente è un’idiota patentato che applica indefessamente le proprie energie a rovinarmi la vita.

Lascerò a voi stabilire a quale delle due categorie appartenga Matteo Renzi, faccio solo notare che non si escludono a vicenda.

Questo per dire che sono felice che se ne vada a casa. I miei studi confuciani mi stanno facendo rivalutare il valore della serenità della famiglia, peraltro, perlomeno di quella di Matteo Renzi. Ciononostante debbo ammettere di non essere del tutto soddisfatto dell’altro risultato del referendum costituzionale che si è tenuto ieri.

Ebbene, ho votato.

Ebbene, sì.

E quindi quando il Matteone nazionale si affaccia al balcone di Piazza Venezia per ammettere, con grande gesto di umiltà di ’stocazzo, che "lui" ha perso e perciò "lui" paga rassegnando le dimissioni, in realtà quella faccia da tolla mi sta scippando pure l’ultima cosa che poteva rubarmi: la sconfitta. Il bello è che nessuno di quelli che conosco che hanno votato "Sì" sono renziani, anche perché io non frequento renziani.

So bene che quella proposta dal suo governo non era una riforma costituzionale perfetta. C’erano dentro cose buone e cose cattive, più buone che cattive secondo me, e mi è scocciato doverle votare in blocco. Del resto, non ritengo sia perfetta neppure la nostra costituzione attuale, altrimenti non sarei stato dell’idea di cambiarla. Capisco le motivazioni di chi ha votato "No", c’erano ottimi motivi per votare No oltre al desiderio di mandare a casa Renzi, ma alla fine inutile negare che a fare la differenza è stata proprio quest’ultima motivazione. Se il megalomanino toscano avesse annunciato le dimissioni a seguito della vittoria del Sì, accampando qualsiasi scusa bislacca del tipo "Ritengo compiuto il lavoro che volevo fare quest’anno", "Ho fatto un fioretto alla Madonna" o "Preferisco dedicarmi alla famiglia e scrivere la mia autobiografia", oggi la riforma costituzionale sarebbe legge.

Ma non importa, quel che è fatto è fatto ed il cialtrone si è impegnato molto, ma ha sbagliato quasi tutto. Capisco ancora meglio chi si è rifiutato di partecipare a questo costoso sondaggio sull’ego di Matteo Renzi, in effetti. La verità è che il suo è stato un governo di centrodestra che è riuscito a fare un paio di cose appena, le unioni civili ed un tentativo di rifoma costituzionale, che sono comunque due cose in più di quanto fatto da qualsiasi governo negli ultimi vent’anni. Lo dico con un peso nel cuore, l’ho sempre detestato e spero si ritiri in Cambogia a sminare la giungla, ma due cose Renzi ha fatto e sono lo stesso due più di zero: sulle unioni civili, per esempio, è caduto il secondo governo dello stimatissimo Prodi (il primo era caduto sulle trentacinque ore... sogni utopistici del secolo scorso).
Ora ci ritroviamo con un Salvini felice, un Grillo felice, un Berlusconi comunque soddisfatto, un governo tecnico in arrivo e varie minacce di morte da parte delle banche. Le prossime elezioni quasi sicuramente premieranno la destra sia perché effettivamente a sinistra di Renzi c’è il deserto dei tartari, sia perché tra due mali scegliamo sempre quello che non proviamo da più tempo. La prossima riforma costituzionale probabilmente non la scriverà lo spirito redivivo di Calamandrei, come molti sembrano aspettarsi, ma la mano sudaticcia di un Brunetta o di un Calderoli, se proprio ci va d culo un Di Battista. Di Battista come l’ipotesi migliore, pensateci. E avrà dentro cose buone e cose cattive, forse più cattive che buone. Ma fa niente, vedremo cosa ci riserva il futuro e lo affronteremo di conseguenza.

Però ecco, un po’ mi dispiace. Qualcosa poteva cambiare, invece si è deciso di non cambiare, di preferire i problemi conosciuti all’incognita. Decidere di non cambiare in linea di massima mi fa sempre tristezza. Ma sarà per la prossima volta, dai. Magari ci pensa Piero Pelù.