14/9
2021

I cento fiori

Nel giro di un anno e mezzo la realtà su cui stavamo appoggiati così malamente ha cominciato ad andare in frantumi. Questi frantumi, come il sostrato di macerie e cocci delle antiche civiltà, sono già la base su cui costruire la realtà futura.

In questo lasso di tempo siamo passati dal non potere uscire di casa senza i guanti in lattice addosso allo sbocciare di cento fiori bizzarre:

- il covid ci sterminerà tutti
- il covid non esiste
- il covid esiste ma è una banale influenza
- il covid esiste, è una malattia seria ma solo per un numero ristretto di persone
- il covid è uscito da un laboratorio cinese
- il covid è uscito da un laboratorio americano
- il covid è uscito da un laboratorio cinese finanziato dagli americani
- il covid è uscito da un laboratorio americano ma esportato in Cina dagli atleti delle forze armate
- ci vogliono nascondere i vaccini
- ci vogliono nascondere che i vaccini sono inefficaci contro il covid
- ci vogliono nascondere che i vaccini sono dannosi per la salute
- il vaccino ci sterminerà tutti
- il vaccino è solo un modo per inocularci il 5G (che ci sterminerà tutti)

... ed in mezzo cinquanta sfumature di picchiatello.

Nel frattempo, la Cina è sempre più chiusa e sempre più lontana, prende la via delle stelle mentre noi giochiamo al dottore.

Note estemporanee di zio Lusky:
State alla larga dagli anarchici informali, gli anarchici per bene si riconoscono perché danno sempre del lei e dicono buongiorno, buonasera, prego, si accomodi, e grazie.




13/5
2021

Cosa è davvero successo il primo maggio del 1996

Me ne stavo da solo a casa, a studiare. Ero all’ultimo anno di liceo ed avevo improvvisamente realizzato di avere davanti a me meno di due mesi prima della matura, il grande rito di passaggio all’età adulta.
Sentii suonare forte un clacson, dalla strada. La sera prima ero stato ad una festa studentesca e mi ero ubriacato, un’ubriacatura extra oltre alle solite del fine settimana, ma avevo diciotto anni e recuperavo in fretta. Sentii suonare di nuovo il clacson, chi scassava la palle in quella mattina assolata?
Avevo incontrato un tizio, alla festa, che conoscevo vagamente. Mi aveva proposto qualcosa per il giorno dopo, all’apice dell’incoscienza alcolica avevo accettato. Ora se ne stava seduto al posto di guida di un catorcio di camion con il cassone scoperto tenuto insieme dalla ruggine e dalla buona volontà, davanti al cancello di casa dei miei, e suonava il clacson impaziente. Me ne uscii sul terrazzo, quel camion era una cosa incredibile. Qualcuno aveva dipinto un bambino indio sulla portiera con colori a tempera vivaci. Dal tubo di scappamento sbuffava fumo come un turco, e infatti seppi poi che lo chiamavano "Il Turco".
Sul sedile del passeggero era seduto un altro ragazzo poco più vecchio di me, un compaesano. Vedendomi si mise a ridere. Vieni? Dai, vieni.

"Vengo."

Impossibile resistere al fascino di quel camion.

Così ho cominciato la mia breve avventura con l’operazione mato grosso, un gruppo di volontariato scalcinato come i loro mezzi di trasporto. Il primo giorno, quando sono arrivato, mi hanno chiesto cosa sapessi fare. Ho alzato le spalle ed ho risposto, sinceramente, non so fare un cazzo. All’inizio non mi credevano, ma dopo qualche settimana di prova hanno dovuto arrendersi all’evidenza: non sapevo davvero fare un cazzo. Ciononostante, qualcosa da fare la si trovava sempre anche per me: tagliare dei rovi, dipingere una cancellata, lavori dove non rischiavo di fare danni troppo rilevanti.

Dal punto di vista ideologico probabilmente ci sarebbe stato molto da mettere in discussione, ma fondamentalmente l’unica ideologia era quella di lavorare e mandare i soldi in sudamerica per aiutare "i poveri". Si lavorava furiosamente, accanitamente, come per espiare la colpa primordiale di essere nati in un Paese ricco, si facevano i lavori di più bassa manovalanza senza lamentarsi. Dicono che sia un’organizzazione religiosa, ma l’unico dio che ho visto adorare dai ragazzi del mato grosso era il sudore. Lì dentro ho conosciuto amici che per qualche anno sono stati più che amici. All’interno dell’organizzazione eravamo un piccolo gruppo di eretici perché, mentre lavoravamo, parlavamo di dove andare a bere finito il lavoro. I vecchi ci guardavano male, per loro non esisteva altro che il dio sudore ed i santi poveri e fare festa il sabato sera era uno spreco di soldi e di forze. Soldi e forze che andavano diretti verso uno scopo superiore, che noi non riuscivamo ad abbracciare con altrettanza convinzione. I loro campi di lavoro erano roba da rivoluzione culturale, campi di rieducazione attraverso il sudore negli occhi.

È durata finché è durata, poi non è durata più. Ma anche vent’anni dopo, provo rispetto per quella volontà ferrea, persino per il loro fanatismo nel donarsi agli altri senza risparmiarsi e senza mettere in discussione struttura e sovrastruttura.

In quei brevi mesi, ho incrociato anche il sentiero di N., che lo ha seguito fino alle estreme conseguenze. Giuro che ogni tanto vedo ancora il Turco passare per le strade del paese, con un carico di vecchi mobili o rottami sul cassone scoperto, guidato da un altro ragazzino.




20/1
2021

Non solo non va tutto bene ma neanche va tutto

Tale è il potere evocativo della parola, che alcune frasi pesano come sentenze sul destino di una persona o di un’intero popolo. Nel caso dell’Italia, una di queste frasi è il gattopardesco «Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi.» Quante volte l’abbiamo sentita ripetere nelle sue mille varianti, sempre paragonata al periodo attuale.
Tutto rimane com’è, eppure tutto cambia, persino in quest’epoca di grandi tumulti psicosanitari.
Ricordo di aver letto per la prima volta di questa "nuova influenza simile alla Sars" uno dei primissimi giorni dello scorso anno, mentre mi godevo l’ultima vacanza all’estero in un clima di normalità. Fumavo su un balcone affacciato su un piccolo villaggio di montagna sloveno, avevo un brutto presentimento per i miei amici in Cina, mi scrollavo poi di dosso senza alcuna fatica cenere e pensieri. Continuai a seguire il rigagnolo di informazioni fino a quando diventarono un torrente di illazioni, battute di cattivo gusto, video falsi messi in circolazione sui social e rassicurazioni che da noi, mai. Eravamo preparati, puliti, igienici. Ricordo quando a febbraio andai per la prima volta a fare la spesa con la mascherina, la gente che mi guardava ridacchiando da lontano. Il torrente divenne un fiume e ci travolse, come i fiumi travolgono inconsapevoli le dighe costruite dai bambini con rami secchi e ciottoli. Le scuole chiusero, le fabbriche diventarono luoghi di contagio, le strade pericolose, i supermercati teatro di psicosi collettive. Il cambiamento fu repentino e sconvolgente: didattica a distanza, cassa integrazione, chiusure, un lessico da bombardamento fatto di lockdown, coprifuoco, sterilizzazione e quarantena.
Eppure, tutto cambia sempre. La nostra specie sarebbe del tutto inadatta a sopravvivere in natura, se non fosse dotata di una straordinaria capacità di adattamento ai cambiamenti. Anche in questa situazione ci siamo tuffati in avanti con uno spirito da conquistatori del futuro, al grido di "Andrà tutto bene!", tra arcobaleni e rassicurazioni che ne saremmo usciti migliori.
Non ne siamo ancora usciti, dopo quasi un anno e varie speranze disattese, molti errori strategici e qualche vicolo cieco, però in generale è ora difficile credere che ne usciremo migliori. Oggi è praticamente impossibile incontrare qualcuno al supermercato senza mascherina, un tizio ci ha provato ed hanno evacuato il negozio come se avesse avuto addosso una cintura esplosiva. Non siamo più così maniaci riguardo ai guanti o alla sanificazione del carrello della spesa, ma ci disinfettiamo sempre le mani e parliamo a ragionevole distanza. Non ci abbracciamo più neanche tra parenti, e viviamo appesi alla promessa di un vaccino. Lavoriamo in uffici remoti e studiamo in aule remote, ma facciamo ancora grosso modo quello che facevamo prima, tra capi rapaci, professori più o meno inconcludenti e con il cannone di una grossa crisi economica puntato contro. In fondo in fondo restiamo sempre i soliti stronzi, anche se a distanza.

(L’amico Pornorambo mi aveva curiosamente chiesto di commentare la faccenda di Renzi ed ero partito con le migliori intenzioni di farlo, ma ricollegare Renzi a questo discorso è un po’ come quelle brusche virate di argomento che assumevano i miei temi in classe quando mi accorgevo di aver parlato per i cazzi miei per tre pagine e mancavano dieci minuti alla consegna).

Esiste tuttavia ancora, in questo Paese dove tutto cambia perché nulla cambi, un curioso non-luogo dove tutto rimane sempre uguale perché è il luogo preposto per eccellenza al cambiamento. Un posto dove, unico in Italia, si può girare con la mascherina abbassata sul naso, creare assembramenti, sfidare pubblicamente le regole senza grandi conseguenze. Un posto dove urlare, insultare, minacciare e fare oscene battute sulla sorte del Paese senza che nessuno si alzi dalla sedia e ti infili due pappine per farti rinsavire: si tratta naturalmente del parlamento. Non vorrei sembrare populista, credo fermamente nella necessità del parlamento, se non altro per tenere occupati quegli anziani e tenerli distanti dalle loro consuete attività criminose. Ci è capitato tuttavia in queste ultime settimane di assistere ad uno spettacolo particolarmente vergognoso avvenuto proprio in parlamento: Matteo Renzi, l’uomo che si era ritirato dalla politica qualche anno fa, l’uomo che ha reso l’odiosa immagine del PD ancora più odiosa, l’uomo con la più ricca collezione di tradimenti dalla caduta dell’impero romano d’occidente, ci ha deliziato per giorni con una crisi di governo causata apparentemente solo dalla sua crisi di astinenza da telecamere. Fortunatamente il tentativo di arrembaggio è stato respinto, anche grazie ai voti di alcuni figuri sospetti tra i quali non escludo di aver riconosciuto gli addetti alle pulizie di montecitorio ed un cane poliziotto stazionato da quelle parti. Speriamo che ora il meschino prenda atto della propria irrilevanza politica e se ne torni nel proprio ambiente naturale a mangiare pane senza sale. Non sono un estimatore del governo Conte e mi viene la pelle d’oca di fronte all’ipotesi che non si possa mettere in discussione il governo a causa della pandemia, se non altro perché la pandemia durerà ancora a lungo e sarà seguita da crisi economica, carestia e guerra e solo la mancanza di dio sa quanto non vorrei trovarmi ancora Conte al governo nel lungo inverno post atomico. Tuttavia, anziché vedere ancora una volta l’Italia soffocata dall’obeso ego di Renzi preferisco aspettare che il governo Conte, con tutte le sue squallide inefficienze, i terribili compromessi e l’insopportabile linea politica, giunga serenamente alla sua naturale conclusione: l’invasione da parte dell’esercito di liberazione popolare e la sostituzione con un governo fantoccio guidato da Pechino.




11/9
2020

L’insostenibile estetica della violenza

Sono entrato per la prima volta in una palestra di arti marziali a 17 anni. Credo che qualcuno ci andasse magari perché era fascista, ma la maggior parte della gente era lì solo perché voleva picchiarsi. Pochi hanno il coraggio di dirlo, e nessuno a sinistra, ma picchiarsi è la cosa più divertente che due adulti consenzienti possano fare senza togliersi i vestiti: ecco perché i ragazzi vanno a fare MMA ed i corsi di scacchi sono vuoti. Poi in realtà la palestra è una scuola di vita, mi ha dato tantissimo oltre ai calci in faccia. La prima cosa che mi insegnarono è che se si è coinvolti in una rissa la cosa più intelligente da fare è scappare, solo se proprio non è possibile scappare allora bisogna tirare un calcio fortissimo nelle balle di quello che ti sta davanti e poi scappare. L’ho sempre ritenuto un insegnamento prezioso, purtroppo successivamente annacquato da molte altre nozioni ridicole con cui gli apologeti delle arti marziali vogliono annacquare la sana passione per la violenza e che chiamano "i valori". È vero, "le arti marziali ti insegnano i valori" e grazie a venticinque anni di esperienza sul campo ve li posso riassumere di seguito: rispetto dell’autorità, della gerarchia e della disciplina. Cameratismo tra compagni di corso ed omertà verso l’esterno. Rispetta le regole, a meno che questo non possa interferire con le tue possibilità di mettere a tappeto l’avversario. Le donne possono praticare le arti marziali esattamente quasi come un uomo, a volte sono un po’ snobbate ma se accettano ripetute infusioni del Qi del maestro possono anche progredire molto rapidamente. Onore, sudore e sofferenza faranno di te un uomo potente come un vulcano attivo. Vi suona familiare? Concetti presi con il badile dalla cultura orientale dei secoli scorsi, un bignami di virtù confuciane mai approfondite e mal digerite, che spesso fanno da paravento floreale alla più becera tradizione marziale di casa nostra, maschilismo e culto della forza. Già, inutile negare che gran parte dei maestri e degli istruttori di arti marziali sono fascisti. Alcuni magari neanche se ne rendono del tutto conto, non è che sia una categoria professionale famosa per i dibattiti in scienze politiche: si limitano a trasmettere agli allievi questi "valori" che hanno ricevuto a loro volta dai propri maestri. Non è facile metterli in discussione, proprio perché sono valori che non incoraggiano il pluralismo di opinioni e rifiutano la democrazia, se non al momento di incassare le agevolazioni fiscali per le associazioni sportive. Per fortuna, non tutti i maestri sono disposti a farsi ciechi promotori di una cultura così becera e non tutti gli allievi sono comunque disposti ad assorbire acriticamente tutte le stronzate che sentono, c’è ancora gente sana di mente che vuole solo darsi due belle pizze in faccia senza un perché.




15/4
2020

Il sorriso della lucertola

Alla gatta non pesa la quarantena: ci è abituata da quindici anni. Se ne sta pigramente a dormire tutto il giorno, appollaiata su una sedia o sulla spalliera del divano. Ogni tanto si accoccola davanti alla porta a vetri e si gusta oziosamente il sole che riscalda il pavimento. Di quando in quando vede una lucertola, dall’altra parte del vetro, che fa la stessa cosa. Allora la gatta si innervosisce. Emette un ringhio sordo, soffia, segue la preda con lo sguardo. Resta immobile, ma i muscoli guizzano, promettono assalti, battaglie furiose. Gli occhi lanciano fulmini mentre seguono il sogno di una vittoria scontata, appena al di là del vetro. Ogni tanto, in queste occasioni, la lasciamo uscire. Ci sembra di soffocare il suo istinto di predatrice, allora la facciamo uscire.
In genere a quel punto la lucertola si è già involata. La gatta ad ogni modo se n’è già dimenticata, non la cerca neppure. Lucertola, quale lucertola? Fa qualche passo pigro e poi si sdraia al sole, si strofina sulla schiena, si mette a dormire sotto il rosmarino come un leone ai piedi del baobab.

Hai sempre pensato che fosse una questione di tempo. Negli ultimi vent’anni, per lo meno. Otto ore al giorno di lavoro salariato, più il trasporto, la ristorazione, il sonno ed altre faccende fisiologiche, doveva essere per forza una questione di tempo. Se tu avessi avuto più tempo libero, ti saresti dedicato finalmente alle amicizie, ai progetti, ai sogni, alle letture, ai film, alle avventure. Ora scopri che non era una questione di tempo: ne hai finché vuoi e lo passi a guardare dalla finestra. Era una questione di spazio. Se solo tu potessi uscire liberamente di casa, ti dedicheresti finalmente alle amicizie, agli affetti, ai progetti, alle avventure. Quando ci pensi ti innervosisci, sogni rivoluzioni, cambiamenti epocali, battaglie furiose. Peccato solo che in un modo o nell’altro la tua vita sia sempre al di là del vetro.

Ed io ci credo come credo alle velleità bellicose della mia gatta.




11/4
2020

Calura

Ve lo ricordate com’è cominciata questa storia? La riassumo per i posteri. A gennaio sfottevamo i cinesi che si mangiano le peggio schifezze. A febbraio ridevamo un po’ meno, facevamo scorta di scatolette e cercavamo inutilmente le mascherine, ma ci dicevano che comunque era tutto sotto controllo e le mascherine non servivano a nulla. A marzo ci hanno chiuso in casa, con un esercito di spie addestrate sui social a sorvegliare le strade. Ad aprile ci dicono che possiamo uscire solo con le mascherine, che non si sa dove e come dovremmo trovare, ma comunque sentendoci in colpa. Nessuno che nel frattempo abbia mai ammesso di aver sbagliato qualche calcolo, di aver detto una cazzata magari pure in buona fede. Zaia si era scocciato dopo qualche giorno di blanda misura precauzionale nella sua regione, voleva riaprire le scuole a fine febbraio, ora con la sua voce pastosa e l’accento da tardo neolitico si atteggia a paternalista talebano della morale e della salute. Per non parlare del fatto che la sanità pubblica in veneto l’hanno distrutta lui ed i suoi amici. Sala faceva lo splendido a Milano. Zingaretti invitava agli aperitivi in centro. Su Salvini non mi pronuncio perché non considero dignitoso parlare di lui. Conte e Speranza scrivono i decreti basandosi sui commenti della loro pagina Facebook, ormai è evidente. Gli industriali preferiscono rischiare la loro risorsa più sacrificabile e sostituibile, la forza lavoro, piuttosto che togliere soldi agli azionisti: e poi dicono che la lotta di classe è finita. Nessuno che ammette di aver sbagliato. E allora comincio io. A metà gennaio dicevo che vietare tutti i voli dalla Cina era una follia irrealizzabile. A fine gennaio sostenevo per iscritto che “entro un mese” non avremmo più sentito parlare di quella specie di influenza. A metà febbraio ero fiducioso che il nostro sistema sanitario, con tante settimane di preavviso, sarebbe stato preparatissimo ad affrontare l’emergenza. Da fine febbraio sono entrato in un silenzio imbarazzato che sostanzialmente dura tutt’ora. Ho detto un sacco di cazzate.
È arrivata l’estate, e noi siamo ancora intrappolati in casa dalle nostre paure, come le proverbiali rane fatte bollire un poco alla volta. Paura di ammalarci, paura di essere puniti, trattati come i bambini irresponsabili che siamo. Poco importa che i genitori siano ancora meno responsabili e lungimiranti di noi, che prendano decisioni anche gravi basandosi sull’opportunità del momento, su idee preconcette o sulle loro stesse paure: essi hanno l’autorità di proteggerci e punirci. A volte ce lo dimentichiamo, che la presunta saggezza dei genitori è solo una caratteristica del ruolo attribuito loro socialmente, non una dote reale, non una qualità che si acquisisce in modo automatico. Lo scopriamo spesso con dolore quando siamo bambini, poi torniamo a dimenticarlo, perché ci fa comodo, fino a quando tocca a noi indossare quella vecchia parrucca e recitare la parte dei genitori che proteggono, che sanno tutto, che dicono sempre che tutto andrà bene anche quando è evidente che a causa del mio carattere di merda, difetti genetici e della contingente situazione politica, economica e sanitaria è sempre più palese che, piccolina, non andrà tutto bene proprio manco per il cazzo. O se vogliamo mantenere fede al nostro spirito progressista: andrà tutto bene, ma prima andrà tutto molto, molto male.
Nel frattempo, è arrivata l’estate, noi siamo agli arresti domiciliari a lessare, ad attendere le zanzare, senza più un lavoro, senza più l’entusiasmo dei primi giorni di quarantena. Le notizie sull’epidemia si sono ridotte all’aggiornamento serale della classifica dei paesi più colpiti, rigorosamente in ordine di morti e feriti come un bollettino di campionato. Il fatto che tutti i paesi stiano barando sulle cifre, rendendo futile pure questo macabro esercizio, non viene più sottolineato da nessuno. Tutti ci mentono, come ci si aspetta che facciano i genitori. Le videochiamate si stanno diradando così come, per fortuna, le esibizioni fintamente popolari dai balconi. Resta solo la noia ed il consumo di prodotti assai poco culturali (non per niente, la vendita di libri è stata tra quelle che hanno subito le maggiori limitazioni). Credo che il piano sia piuttosto chiaro, vogliono renderci la permanenza a casa così insopportabile che alla fine saremo costretti a compiere l’atto più abominevole che la psiche umana possa concepire: tornare volentieri al lavoro.




6/4
2020

Contro la resilienza

Odio la resilienza. Fino a qualche anno fa non ero neppure consapevole dell’esistenza di questo vocabolo, poi improvvisamente esploso e divenuto onnipresente: sui social, nella narrazione giornalistica italiana, nei messaggi motivazionali da quattro spicci al chilo che girano tra i filosofi di whatsapp.
Wikipedia la definisce come “la capacità di far fronte in maniera positiva a eventi traumatici, di riorganizzare positivamente la propria vita dinanzi alle difficoltà, di ricostruirsi restando sensibili alle opportunità positive che la vita offre, senza alienare la propria identità.” Non so, e non mi interessa sapere, se il termine esita anche in altre lingue. La resilienza è una caratteristica tipicamente italiana. “Resiliente” è il friulano che si rimbocca le maniche ed inizia a ricostruire la propria casa il giorno dopo il terremoto, il romano che si arrabatta tra la vita di palazzo e quella di borgata, resiliente è il veneto stakanovista, “muso duro e bareta fracà”, come il meridionale che sopravvive trovando varchi nelle maglie del sistema. La resilienza è più italiana della pizza e del caffè espresso. È una capacità individuale di tener botta di fronte alle avversità, di adattarsi e tirare avanti. Puoi nobilitarla quanto vuoi: è una capacità passiva, talmente passiva che il vocabolo non possiede neppure un verbo corrispondente: almeno nel linguaggio comune l’individuo è resiliente, non “resilie”.
Per tutta la loro storia, gli italiani sono stati resilienti: hanno sopportato senza grande entusiasmo l’unificazione del paese, si sono adattati al fascismo, hanno ingoiato il rospo di due guerre mondiali per poi tirare a campare per tutto il dopoguerra. Hanno “fatto fronte”, ma senza “alienare la propria identità” cioè senza cercare un vero cambiamento, alla mafia, alle catastrofi naturali, al malaffare nella vita politica e lavorativa, all’erosione dei propri diritti, alla distruzione della sanità pubblica, alla perdita degli orientamenti politici, ai disastri ambientali. Hanno tenuto botta, tirato a campare, manifestando una ammirevole capacità di resilienza. Anche ora, chiusi in casa in una situazione fino a poche settimane fa inimmaginabile, con un governo che a malapena sarebbe in grado di organizzare una pizzata tra amici del calcetto ed istituzioni locali in preda all’ubriachezza, gli italiani sanno dimostrare grande resilienza. Forse è il caso che prima o dopo la smettano, che cedano, che abbiano una crisi di nervi collettiva e non si adattino più. In Italia, diceva qualcuno, ci sono sempre tutte le condizioni per fare la rivoluzione, ma alla fine questa non si fa mai: è per colpa della resilienza, aggiungo io. Aboliamola. Non riorganizziamo positivamente la nostra vita. Diamole fuoco.




3/2
2020

Il male della Cina

Se c’è una cosa che vorrei fare ora, in barba a divieti e quarantene, è proprio salire su un aereo ed andare in Cina. Non per fare l’eroe e dimostrare a tutti che non temo virus o isteria collettiva, provavo lo stesso desiderio un mese fa, un anno fa. La mia nostalgia è una crisi d’astinenza, un fastidio fisico. Il mio naso brama l’odore umido dei templi meno frequentati, i miei polmoni vogliono riempirsi dell’aria grave delle metropoli. È qualcosa che sfugge al controllo dell’intelletto e si rivolge al Grande Interno, come direbbe René Leys. Più di tutto, mi manca il volo. Venti ore in classe economica, sapete quanto è scomoda, con le ginocchia piegate ed il cibo scadente, che se Bustina dorme tu non puoi dormire perché le tue gambe le fanno da letto e devi stare attento che non cada, e se Bustina non dorme tu non puoi dormire perché lei vuole parlare o giocare o fare un giretto per l’aereo. Mi mancano l’insonnia da viaggio intercontinentale, il collo rotto e quelle ridicole coperte di pail, l’aria filtrata che non è aria, i passeggeri assorti a contemplare schermi microscopici. Mi manca tutto il potenziale del viaggio che deve ancora cominciare, un itinerario che cambierà in corso d’opera, pranzi e cene da improvvisare, persone gentili che devieranno dalla loro strada per aiutarci, cose sconosciute che vogliono essere conosciute.




9/7
2019

Summertime

Ogni estate per me è tutte le estati. Il sole che mi brucia la pelle, l’afa che mi toglie il respiro. Il pavimento fresco sotto i piedi scalzi, lo stesso di quando ero bambino. Ogni estate è l’estate del ’91, quando si giocava a rubare dai supermercati e si beveva birra sul tetto della piscina comunale, cercando di capire come funzionavano le donne. Ogni estate è l’estate del ’97, tuffi nel torrente gelato dall’alto della rupe, o del 2004, un viaggio in treno infinito e lunghe telefonate nel cuore della notte. Ogni estate ha il profumo dei pini di montagna e l’odore umido dei templi cinesi, il sapore acre della polvere e quello salato dell’acqua di mare. Ogni estate è l’estate del 2013, una valigia trascinata sul selciato di un villaggio dello Henan, è l’estate dell’85, sigarette e pornografia consumati di nascosto in una casa abbandonata, ogni estate è la ripetizione ossessiva di un brano di Max Gazzè a bordo piscina, nel 1995. Ogni estate è l’estate in campeggio con i miei, le notti da solo a bere sambuca ghiacciata sul divano, l’estate in cui uscivo ogni sera ad ubriacare la mia tristezza e tornavo a casa piangendo per la paura di fare un incidente in auto, l’estate in cui è morto mio padre. Ogni estate ha il sapore fresco del mojito, il fruscio del ventilatore nelle orecchie e della sabbia tra i denti. Tutte le estati sono una singola estate che continua a riproporsi in dejavù impazziti, come in un sogno molesto su un letto disfatto dal caldo.




28/5
2019

Prontuario sulle recenti elezioni ad uso degli expat

Spiegare i risultati delle recenti elezioni è compito doloroso, soprattutto per i deboli di stomaco, ma necessario. Me lo chiedono gli amici espatriati, evidentemente imbarazzati all’idea di dover giustificare le obbrobriose scelte dei nostri connazionali ai cittadini di altri Stati se non più civili, se non altro meno beceri.

Il mio suggerimento è di iniziare con il grande classico italiano del voto di protesta: almeno dal ’94 esiste una massa informe e senza volto di elettori che si spostano di mostro in mostro alla ricerca dell’ultima novità, sempre e comunque "per esprimere il proprio disagio" nei confronti del governante di turno o "la propria rabbia". Questi poveri ignavi hanno quindi espresso una preferenza prima per il giovane rivoluzionario Berlusconi, poi per la lega, quindi per i radicali, successivamente per Renzi, dopo per il giacobinismo di Beppe Grillo ed infine per Salvini. Questo ci rassicura spingendoci a vedere il risultato attuale in una prospettiva di lungo periodo: tra cinque anni questi livorosi insoddisfatti andranno a votare per un altro urlatore, possibilmente più folkloristico degli attuali.

Non trascurate l’inevitabile cenno alla passione degli italiani per l’uomo forte: argomento vetusto ma sempre attuale e senz’altro sempre vero. Almeno dai tempi di Giulio Cesare, preferiamo affidare il nostro destino a qualcuno che ne sappia fare un migliore uso, e diffidiamo dei democratici. Non mi dilungherei però troppo su questo argomento, già trattato in abbondanza da storici, politologi e videoblogger di richiamo.

Dal tema precedente passerei piuttosto ad accusare la fiducia nella divina provvidenza, sentimento che cova nel cuore di molti compatrioti e li spinge, oltre che a premiare incondizionatamente chiunque baci un rosario o una reliquia in pubblico, ad evitare qualsiasi considerazione razionale in sede politica, avendo fede che ad ogni modo tutti i problemi si risolveranno entro i termini del giudizio universale. La divina provvidenza, tra l’altro, non richiede nessuna particolare azione o impegno da parte nostra, ad eccezione della saltuaria partecipazione a qualche pigro rito collettivo (la messa, le elezioni). Questo argomento vi permetterà, tra l’altro, di rifilare un paio di stoccate alla Chiesa cattolica: particolare che sarà apprezzato specialmente nei Paesi protestanti od ortodossi.

Se i vostri interlocutori non si dovessero accontentare di queste spiegazioni un po’ scontate, potete citare anche il confronto tra il voto progressista dei centri urbani e quello conservatore della provincia. La città cosmopolita ed istruita, la campagna arretrata ed egoista, robe così. Niente di nuovo o di particolarmente originale, ma se abitate in una grande capitale estera vi farà senz’altro apparire brillanti almeno quanto un articolista di Repubblica. Evitate tuttavia di addentrarvi troppo su questo terreno, è più impervio ed accidentato di quanto sembri (pare che abbiano le province anche all’estero, dopo tutto).

Mi auguro che a questo punto abbiate soddisfatto anche i palati più esigenti, ma se la serata dovesse protrarsi o ci fosse un altro italiano nel gruppo, magari un intellettualoide che fa finta di saperla lunga, potete sempre giocarvi la carta della deprivazione relativa: gli italiani votano i partiti reazionari perché dopo dieci anni di recessione economica e stagnazione culturale temono di perdere i propri privilegi da primo mondo. La politica imbelle, espressione del nostro popolo, non sa fornire risposte che soddisfino la paura artificiosa ed ancestrale di ritrovarsi in fondo alla scala di Maslow e gli elettori si rifugiano nel più antico dei rituali scaramantici: l’antropofagia, declinata in questo caso nel voto alla lega. Se vedete balenare l’ombra del dubbio sul volto dei vostri amici state cogliendo nel segno: non ci stanno capendo un cazzo. Proseguite su questi toni condendo il tutto con paroloni pescati a caso da un bignami di sociologia; se non l’avete a portata di mano un libro di cucina sortirà lo stesso effetto.

Non funziona? Buttate lì qualche perla sull’antintellettualismo, la deriva berlusconiana che ha preparato il terreno per i barbari. Non spiega granché, ma offre un terreno ideale per cambiare argomento.

Se proprio ci tenete ad andare oltre, ma il buon senso e l’amor di patria suggerirebbero di fare diversamente, dovrete a questo punto affrontare il colossale elefante parcheggiato nella stanza: il vulnus antropologico insito nel nostro DNA, lo spirito del "ma a me, che cazzo me ne frega?" che permea la cultura italiana da ben prima che esistesse una cultura italiana. Per ogni italiano degno di questo nome, infatti, i problemi del mondo sbiadiscono impietosamente di fronte agli impietosi accidenti della sua personale esperienza di vita: guerre, rivoluzioni, epidemie e carestie nulla valgono se paragonati ad una botta sul paraurti dell’auto nuova, ad un’unghia incarnata, alla figlia del cugino del portiere del palazzo che è andata a convivere con una ragazza straniera, Signora mia dove andremo a finire? L’italiano - concedetevi un po’ di retorica - ambisce al potere ma rifugge dalla responsabilità, vuole i soldi ma odia faticare per guadagnarli, esige rispetto ma disprezza tutto e tutti, ritiene di avere diritto ad ogni cosa ma gode nel tracciare limiti ai diritti degli altri. La sua massima aspirazione è nascere ricco. Vive nel senso di colpa, ma assolve se stesso anche dai peggiori delitti. Soprattutto, in qualsiasi momento il fato gli ponga davanti l’occasione di dimostrare il proprio valore od il proprio impegno per un futuro migliore, egli riesce sempre a schivare il colpo con un’alzata di spalle ed un illuminante "ma a me, in fondo, che cazzo me ne frega?". La risposta è che all’italiano non gliene frega un cazzo, niente vale la pena, tutto sprofonda in un tepore entropico che assume indifferentemente la forma della nebbia padana o dell’afa mediterranea e fa scivolare sempre di più la penisola in mezzo al mare come una zavorra di pietra. Ma questo lo sapete benissimo, non è per niente che ve ne siete andati.




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