22/2
2016

Adozione, istruzioni per l’uso [3]


Allora, avete deciso di adottare un bambino. Avete seguito i corsi preparatori previsti dalla legge e siete decisi ad andare avanti. Avete preso carta e penna. Ottimo. E’ giunto il momento di inviare una "dichiarazione di disponibilità" al vostro tribunale dei minori di fiducia.

Il modello lo trovate su Internet ed è abbastanza semplice da compilare, nomecognomeprofessioneresidenza ed un paio di crocette dove affermate di essere in possesso di tutti i requisiti necessari per portarsi a casa un pupo preconfezionato. Ovviamente non si chiede un bambino, per i motivi già illustrati ci si limita a far presente che, se per caso da quelle parti dovessero averne uno a disposizione, voi sareste felici di accoglierlo e dargli amore, protezione, pasti caldi ed un tetto in caso di intemperie. Altruismo puro.

Per quanto riguarda i famosi requisiti necessari, secondo la legge italiana è obbligatorio essere sposati e convivere da almeno tre anni. Si può anche essere sposati da cinque minuti, purché si conviva da almeno tre anni e si sia in grado di dimostrarlo, fornendo anche il nome di qualche testimone che teoricamente potrebbe essere interpellato in materia dal tribunale (non ho mai sentito nessuno a cui sia successo veramente). Questo spazza via dal tavolo le coppie di fatto etero o omosessuali che magari convivono da vent’anni ma non possono o non vogliono sposarsi ed obbliga molti ad una versione istituzionalizzata del famigerato "matrimonio riparatore". Siamo mica un paese civile, noi, cosa vi credevate. Esistono poi altri requisiti relativi all’età dei coniugi ed in particolare alla differenza d’età tra i genitori e la creatura, che per la legge italiana non sono particolarmente ansiogeni. Nel caso di adozione internazionale bisognerà poi tenere in considerazione le regole del Paese di provenienenza del pupattolo, che possono avere vincoli più stringenti: ad esempio nelle Filippine non si possono sommare gli anni di convivenza a quelli di matrimonio ed in Russia probabilmente è vietato per un padre sapere accostare i colori, se capite cosa intendo. Ma qui siamo ancora molto distanti dall’occuparci di un Paese di provenienza, ci penserete in seguito.

Insieme alla dichiarazione di disponibilità vanno inviati alcuni documenti. Pochi, eh. Niente di che. Certificati anagrafici, residenza, stato famiglia... Tutto da richiedere all’anagrafe, perché nelle comunicazioni con il tribunale non vale l’autocertificazione. Un certificato di idoneità psicofisica, che non ricordo neanche cosa voglia dire, e naturalmente una dichiarazione dei vostri genitori di essere a conoscenza del vostro piano malvagio. Attenzione, lo Stato italiano non si spinge fino a chiedervi l’autorizzazione dei genitori, ma solo di informarli delle vostre intenzioni. Non è chiaro cosa possa succedere nel caso i vostri genitori si rifiutino di firmare questo documento, suppongo che ci si regoli come per le assenze di scuola in seconda media.

Nonostante questo sia probabilmente il passaggio più semplice dell’intero iter adottivo, per me et Amormio è stato il primo e probabilmente il peggiore punto di scontro con la burocrazia italiana. Dovete sapere, infatti, che Amormio ha avuto la pessima idea di nascere lontana dal Borgo Natio, in un paesino poco conosciuto dove la burocrazia è arrivata solo recentemente e con risultati non del tutto soddisfacenti: Roma. Gli scrupolosi impiegati dell’anagrafe del Borgo ci hanno informato che era loro impossibile produrre un "Certificato di Nascita" per qualcuno nato fuori dal comune e che... niente, in qualche modo ci dovevamo arrangiare. Per fortuna, siamo nel ventunesimo secolo ed esistono innumerevoli strumenti tecnologici per richiedere un certificato di nascita all’anagrafe di una grande metropoli, vero?

No.

Li abbiamo tentati tutti, e uno non funzionava, l’altro non era ancora attivo, il terzo nessuno sapeva come funzionasse, il quarto era rotta la macchina, il quinto avevano aggiustato la macchina ma era morto l’impiegato che la sapeva far andare, il sesto funzionava solo per i residenti nel comune di Roma, il settimo funzionava ma richiedeva due anni di preavviso. Perciò alla fine, dopo averci perso i mesi, siamo dovuti partire dal Borgo e farci seicento chilometri per andare a Roma a chiedere un certificato all’anagrafe. E non è che lì le cose siano andate molto meglio, tanto che alla fine il certificato mica ce l’hanno dato, ma abbiamo trovato un’impiegata molto gentile la quale ci ha spiegato che sì, in realtà potevano benissimo rilasciarcelo all’anagrafe del Triste Borgo Natio, sei mesi prima, solo che si chiama "Certificato anagrafico di nascita" e quella parolina in mezzo cambia tutto per un pignolo impiegato dell’anagrafe ma è assolutamente ininfluente per il tribunale. A voi non capiterà di certo nulla del genere, ma nel dubbio cercate di nascere nel posto in cui vivete.

Tutto molto semplice, quindi. Firmate e spedite. Dopo un tempo inversamente proporzionale all’efficienza del sistema postale e del tribunale dei minori che si occuperà di voi, riceverete forse una ricevuta della vostra dichiarazione ed un paio di telefonate. La prima telefonata di solito è quella dei carabinieri, che vi fissano un incontro in caserma per verificare il vostro reddito ed il vostro patrimonio. Anzi, siccome sono carabinieri, vi fissano un incontro in caserma solo per dirvi che dovete ritornare un altro giorno per verificare il vostro reddito ed il vostro patrimonio, tanto non avete mica un lavoro serio come il loro, voi, e si sa che vi piace perdere tempo. La seconda telefonata è quella dei servizi sociali, che vogliono conoscervi meglio prima di decidere se potete adottare un bambino. La tentazione di rispondere con accento svedese è fortissima, ma non fatevi intimidire, nella maggior parte dei casi si tratta di esseri umani come voi. Fissate un appuntamento (ne seguiranno altri) e proseguite.

[continua]

Note estemporanee di zio Lusky:
State alla larga dagli anarchici informali, gli anarchici per bene si riconoscono perché danno sempre del lei e dicono buongiorno, buonasera, prego, si accomodi, e grazie.




18/2
2016

Adozione, istruzioni per l’uso [2]

Mentre il parlamento si sta parecchio impegnando a dimostrarci ancora una volta che non siamo un Paese degno di questo secolo, proseguo con il racconto sul funzionamento delle adozioni in Italia, un misto di ricordi e riflessioni sulla mia recente esperienza. Riprendo il filo da dove l’avevo interrotto qui.

Terminato il primo corso, molti si sentono scoraggiati. Noi, per lo meno, ci siamo sentiti scoraggiati: non solo dai tempi biblici, dai costi faraonici e dalle difficoltà pratiche e psicologiche che ci erano state anticipate con dovizia di particolari ma anche dall’ottusità dei rappresentanti istituzionali che pretendevano di forzare tutti nel cliché della persona disperata che non trova una ragione di vita senza un figlio che non riusciva ad avere, persone che peraltro esistono davvero e che meriterebbero maggiore rispetto che essere trasformate in un luogo comune per pigrizia dello psicologo e dell’assistente sociale di turno. Nel nostro caso c’è voluto un po’ prima che decidessimo di andare avanti, ma se siete già decisi non c’è niente che vi impedisca di passare subito al livello successivo.

Se non lo avete ancora fatto, è il momento di chiedervi se volete adottare un bambino italiano o interessarvi anche all’adozione internazionale. L’adozione nazionale presenta alcuni vantaggi, soprattutto il fatto di essere completamente gratuita (yep! vi danno un bambino gratis!). Inoltre, a volte vengono dati in adozione bambini molto piccoli e questo può piacere a molti che non vedono l’ora di dilettarsi con coliche, biberon e pannolini. Alcuni, infine, scelgono la nazionale perché vogliono un bambino che sia "etnicamente" simile ai genitori, che sia perché sperano che in questo modo l’adozione passi maggiormente inosservata a livello sociale ed il pupo soffra meno problemi di integrazione, o perché sono dei tristi figuri che non vogliono lo straniero in casa. Come sempre le motivazioni sono varie, non sempre nobili. Attualmente, però, l’adozione nazionale comporta anche alcuni problemi da tenere in considerazione: prima di tutto ha dei tempi lunghissimi, non ho mai sentito parlare di meno di tre anni di attesa e spesso si è arrivati anche oltre il doppio, quindi potete prendervela comoda con quella cameretta. Inoltre, esiste una cosuccia terrificante chiamata "rischio giuridico" ovvero la possibilità, da parte dei genitori biologici o altri parenti del bambino, di appellarsi giuridicamente contro la dichiarazione di adottabilità del minore, che tradotto in italiano significa che per un periodo di tempo che va da qualche mese a qualche anno il vostro pupo è in una sorta di affido e potrebbe essere restituito alla propria famiglia d’origine, qualora un giudice stabilisse che questo è nel suo migliore interesse. Voi ve la sentireste di vivere in questo limbo per un periodo di tempo così lungo? Io no. Io proprio no, ma per fortuna c’è gente più stabile di me, in giro. La seconda opzione è quella dell’adozione internazionale, ovvero dare una casa, tre pasti al giorno e tanti baci ad un bambino nato in altri lidi. I Paesi che non riescono a prendersi cura di tutti i propri pupattoli ed offrono loro la possibilità di crescere altrove sono molti, ciascuno naturalmente con casistiche e regole particolari che prima o poi i papabili genitori dovranno affrontare: mi riferisco sia a leggi locali che possono essere più o meno restrittive di quelle italiane che a differenze di età, stato di salute e condizioni psicologiche dei bambini, per non parlare di costi e tempi di attesa. Non preoccupatevene troppo, per il momento sappiate solo che l’adozione internazionale ha tempi incerti ma (salvo catastrofi) inferiori alla nazionale, molte variabili ed è sempre dannatamente costosa, con un "dannatamente" quantificabile grosso modo tra i dieci ed i trentacinquemila euro. Ho sentito anche di cifre più alte, ma dipende molto dal Paese di provenienza del bambino e francamente nessun ente serio vi indirizzerà verso un Paese che non vi potete permettere. Vi sono venuti i brividi freddi? Vi capisco. Ora pensate che secondo il governatore della regione Lombardia i bambini adottivi non hanno diritto al bonus bebè perché al momento dell’adozione i genitori si sono dichiarati in grado di mantenerli. Vi sono tornati i brividi? Bene.

Quale strada scegliere, dunque? Preferite giocare in casa o aprirvi al mondo? In realtà non c’è nessun bisogno di scegliere, potete dare disponibilità ad entrambe le adozioni e rimandare a quando avrete le idee più chiare o sarete riusciti a vendere quel rene di troppo. Nel caso vogliate tenervi aperta la possibilità dell’adozione internazionale, però, dovete partecipare ad un secondo corso di formazione. In questo caso non dovete più rivolgervi all’USL, ma ad uno degli enti autorizzati dallo Stato Italiano a fare da mediatore tra le coppie in cerca di un pinzio ed i Paesi di provenienza delle creature, onde evitare che si crei un libero mercato dei bambini con fenomeni di malaffare ancora più gravi di quelli che, purtroppo, seppur raramente si verificano comunque. Esistono moltissimi di questi enti, alcuni a carattere locale ed altri con filiali in tutta la penisola, alcuni bene organizzati ed altri più scalcagnati, alcuni gestiti in modo preciso e trasparente ed altri molto più opachi e "sbrigativi". Si differenziano tra loro anche per ideologia di fondo, disponibilità di risorse e soprattutto numero e varietà dei Paesi con cui collaborano, perciò la scelta dell’ente diventerà una tappa molto importante per arrivare a vostro figlio. Ancora una volta, non è una decisione che dovete prendere subito: il corso di formazione all’adozione internazionale potete farlo con qualunque ente autorizzato, senza alcun vincolo da parte vostra di dover poi affidare il mandato allo stesso. Ciononostante, è una buona idea approfittare del corso per farsi anche un’idea della qualità del lavoro dell’ente, pur ricordando che tutti si sforzano di fare bella figura al primo appuntamento quando dal secondo in poi tocca a voi pagare.

Generalmente il corso per l’adozione internazionale va meglio del primo, un po’ perché la seconda volta fa sempre meno male e un po’ perché gli enti hanno tutto l’interesse a che voi ne usciate "preparati", "consapevoli" ma non terrorizzati. Metto gli aggettivi tra virgolette, perché francamente non ricordo di essere uscito da questo corso particolarmente preparato o consapevole di quello che avrei affrontato in seguito. Ricordo invece qualche utile informazione sulla condizione dei bambini abbandonati nei diversi Paesi del mondo, poche istruzioni sulle pratiche burocratiche ci attendevano, un paio di psicologhe che si ritenevano molto più consapevoli di quando evidentemente fossero e parecchie coppie in odore di santità, pronte ad accogliere un BAMBINO dal "vissuto" quanto più possibile doloroso per accoglierlo in una famiglia e dargli tanto amore. Già l’uso del termine "vissuto" tradisce il fatto che sei stato troppo tempo in prossimità di uno psicologo. Nessuno, comunque, che desiderasse avere un figlio: giammai un pensiero tanto egoista si volesse affacciare alla loro mente! La lezione del primo corso era stata imparata.

Portata a casa anche la seconda medaglia, si può cominciare a pensare di fare sul serio. Lo volete questo figlio? O meglio, siete disponibili ad accogliere una creatura e prendervi cura di lei a tempo indeterminato? Potete ancora ripensarci, eh. Ora vi hanno spiegato che i bambini abbandonati, in qualsiasi posto del mondo, hanno un sacco di problemi. Che nessuno passa attraverso povertà, fame, abbandono, vita di strada, violenze psicofisiche ed istituzionalizzazione senza portarsi addosso qualche cicatrice. Che il figlio che adotterete quasi sicuramente non è il figlio che avevate in mente, il bebè che avete sognato fino a questo momento: sarà più grande, sarà meno sano, sarà più aggressivo e meno intelligente. Vi hanno spiegato tutto quello che può andare storto, il famigerato fallimento adottivo. Potete ripensarci, ma avrete ancora un sacco di occasioni per mettere la freccia a destra ed imboccare a tutta velocità l’uscita. Volete proseguire? Bene. Fuori carta e penna, si comincia con la burocrazia.

[continua]




16/2
2016

Adozione, istruzioni per l’uso [1]

Sono stanco, confuso e probabilmente influenzato, per cui mi sembra piuttosto appropriato condividere con voi gentili ed invisibili lettori alcune riflessioni, memorie su un tema che è fugacemente salito alla ribalta delle cronache in questi giorni e che presto sicuramente tornerà di nuovo nell’oblio. Non sto parlando del festival di Sanremo, purtroppo. Sto parlando di adozioni, quella roba che pigli un bambino già fatto, te lo porti a casa come se l’avessi fatto tu e diventa tuo figlio. Come sapranno già i due che mi conoscono di persona, i più malintenzionati o gli hacker che mi hanno violato l’hard disk, recentemente mi è capitato di adottare una bambina. Una bellissima, dolcissima e pericolosissima creatura che chiameremo Bustina. Anche se questo non fa certo di me un grandissimo esperto in materia, magari ne so qualcosa di più del vostro cardinale di fiducia. Se non altro, ho dovuto informarmi ed armarmi di santa pazienza per affrontare il lungo percorso burocratico, sociale ed emotivo che un’adozione comporta e magari a qualcuno può interessare qualche informazione di prima mano prima di affrontare la stessa strada o sparare cazzate sul diritto di tizio e caio ad adottare un bambino. Va da sé che mi riferisco al contesto italiano (in particolare veneto, perché su questo tema le autorità locali fanno un po’ quel che vogliono) ed alla mia esperienza personale. Sarà una storia lunga, per cui attrezzatevi di patatine e birra ed aspettatevi più di una puntata.

Io et Amormio abbiamo cominciato ad avvicinarci all’argomento alcuni anni fa ed è stato un bene, perché il riciclaggio di bambini richiede prima di tutto una certa preparazione, almeno per la legge italiana. Non è che tutti possono diventare genitori, cinque minuti di ginnastica, uno schizzetto e via. Quello vale per le coppie normali e la legge ci tiene a farti sapere fin da subito che se vuoi adottare una creatura non sei certamente una persona normale. Quindi, si prende in mano il telefono e si chiama il servizio adozioni della vostra USL, si scambiano due chiacchiere in simpatia e ci si iscrive al corso più vicino. Questi corsi di preparazione all’adozione sono aperti a tutti ed hanno un grandissimo pregio: sono gratuiti. A parte questo, ci sono state riunioni del direttivo dell’Isis più divertenti ed animate da maggiore sensibilità. Anche se l’argomento principale di tutti questi corsi è sempre il BAMBINO, scritto e pronunciato tutto maiuscolo, il sottotesto costantemente presente e qualche volta pure esplicitato è infatti che voi siete lì perché avete dei problemi e non potete avere un BAMBINO e quindi volete adottare un BAMBINO per risolvere i vostri problemi e tutto questo è ovvio, naturale ed assolutamente SBAGLIATO. Non aiuta che a condurli siano spesso degli psicologi, la forma di vita terrestre più spregevole dopo il virus dell’ebola. Grazie a loro ed al sadismo che li accompagna, in questi corsi va costantemente in scena il "dramma della sterilità".

Qui entra in gioco un argomento spinoso, ovvero le motivazioni che spingono degli esseri umani a voler fabbricare un pupo o, in alternativa, a prenderne uno fabbricato conto terzi. Sparo le mie. Credo che alcuni genitori, singolarmente o in associazione a delinquere, cerchino un riscatto dalla noia del quotidiano, altri desiderino solo qualcuno da amare e a cui dare l’affetto che non hanno mai ricevuto, altri ancora proiettino su un proprio clone ideale l’angoscia di una vita mai vissuta. Molti si fanno condizionare dalle fortissime pressioni culturali su questo tema, mentre qualcuno ad un certo punto della vita sente una sorta di imperativo biologico a riprodursi e mandare avanti la specie, un istinto irrazionale ed irresistibile. La tradizione fascista di questo Paese tende a sobbarcare sulla donna il ruolo irrinunciabile di madre, la cui mancata realizzazione comporta ancora l’attribuzione di uno stigma sociale di inadeguatezza o devianza, ma salvo smentita dai biologi in studio credo che il desiderio di paternità possa essere presente o assente quanto quello di maternità. Probabilmente esistono tante motivazioni quanti genitori, alcune valide, altre decisamente no, altre inspiegabili. Alcuni non sentono alcuno stimolo a figliare e vivono alla grande lo stesso, per inciso. Per motivi altrettanto eterogenei alcuni decidono di adottare un figlio. La mia esperienza, però, mi porta a ritenere che molti arrivino a questa scelta solo dopo aver tentato in tutti i modi di farsene uno in casa alla vecchia maniera, aver messo in pratica tutti i consigli di nonne, zie e conigli, aver consultato sull’argomento tutti i medici del mondo, essersi sottoposti ad esami estenuanti e qualche volta umilianti, aver pianto tutte le lacrime dei sette mari, aver fatto operazioni, cure, pellegrinaggi, aver preso pastiglie, pozioni, punture e naturalmente sguardi pietosi e molte domande indiscrete alla cena di Natale. Ho conosciuto molte persone, alcune tra le mie più care, che desideravano ardentemente un figlio e per un motivo o per l’altro non riuscivano ad averlo con la consueta procedura, a volte ho condiviso parte delle loro tribolazioni ed ho solo sfiorato la loro sofferenza, la frustrazione ed il senso di impotenza di fronte ad un ostacolo insuperabile. E’ ingiusto e crudele. Alcuni si arrendono ed imparano a convivere con la propria peculiarità, altri trasformano il desiderio di genitorialità in un pensiero fisso, un’ossessione che da e toglie senso alla vita e solo dopo essere giunti allo stremo delle forze ed all’esaurimento delle possibilità accettano con dolore la situazione e si orientano verso la "scelta" dell’adozione. Questo è "il dramma della sterilità" vissuto da molti che si avvicinano alla strada dell’adozione e, per un’esigenza di generalizzazione, secondo le istituzioni questo è ciò che spinge e motiva tutti i potenziali genitori adottivi. Se avanzi altre motivazioni, sei in fase di negazione. Se non sembri abbastanza disperato o abbastanza sterile, sei fuori schema e perciò decisamente sospetto e poco idoneo a diventare un genitore adottivo. Allo stesso tempo, poiché tutto va fatto esclusivamente per il bene del BAMBINO, è necessario affrontare e superare il desiderio egoistico di avere un figlio e rifugiarsi quindi in una comoda schizofrenia o in un tragicomico gioco di mezze verità. Le istituzioni, per definizione, sono stupide. Seduto in cerchio in una stanza ostile con molte altre coppie al loro primo corso di formazione all’adozione, ho visto persone che avevano passato degli anni molto difficili alla ricerca di un figlio e pur non condividendone le motivazioni e non comprendendone del tutto l’accanimento, ho provato per loro un grande rispetto e un sentimento di umana solidarietà. Seduto in cerchio con loro, ho sentito psicologi ed assistenti sociali definirli "handicappati" per la loro incapacità di generare prole, costringerli ad esporre il proprio dolore più profondo di fronte a dei perfetti sconosciuti, paventare loro tutte le reali e gigantesche difficoltà che li avrebbero attesi lungo il percorso adottivo e forzarli innaturalmente a fingere di sopprimere quella voglia di un pupazzolo da coccolare che era stata la loro principale molla ad alzarsi dal letto per un numero troppo lungo di giorni. Gli altri, chiunque altro non avesse vissuto con sufficiente dolore lo stesso tipo di dramma, veniva comunque messo in discussione e costretto ad una sorta di clandestinità. Tutto questo dura circa una giornata, si svolge di solito in uno scantinato maleodorante con strumenti di tortura appesi alle pareti ed è un passaggio obbligato per ricevere il primo timbrino di idoneità all’adozione ma ehi, ve l’ho già detto che è gratis?

Questo è solo il primo corso, che serve probabilmente a mandare a casa quelli che pensano che l’adozione sia tutta frizzi e lazzi o, come succede in quei film americani, un’auto di lusso che parcheggia nel cortile di un grande orfanotrofio. Non ci sono auto di lusso, coppie eleganti che passano in rassegna gli orfanelli e scelgono il più sorridente, ma solo un’infinità di corsi molto nojosi, un esercito di psicologi, una carriolata di documenti da produrre, firmare ed autenticare e tanta bile da ingoiare. Alla fine, però, nel nostro caso c’era Bustina, in mille altri casi mille altri bambini che prima stavano in posti infinitamente peggiori, per cui forse vale la pena prendere in mano quel telefono e proseguire.

[continua]




8/2
2016

Le singe flamboyante

Oggi è il capodanno cinese. Essendo un campagnolo con velleità cosmopolite e soprattutto un vecchio ubriacone, io ci tengo a celebrare ogni festività di qualsiasi cultura del mondo dal Mardi Gras al Dias de los Muertos all’Id al-Fitr, ma per motivi miei ho un occhio di riguardo per la tradizione orientale. Quello che va a cominciare è l’anno della Scimmia, ascendente Fuoco, ed è previsto sia un anno irrequieto, ricco di cambiamenti improvvisi e colpi di scena. Io per esempio ho appena mancato la presa della maniglia e mi sono schiantato con la mia solita irruenza contro la porta chiusa del bagno, chi se lo sarebbe aspettato? Del resto, se mi va come l’ultimo, d’altra parte, sarà sicuramente un anno appassionante. Inoltre, il "mese del Cavallo nell’anno della Scimmia" è un’espressione idiomatica molto diffusa in Cina per indicare un futuro remoto in cui si potrebbe verificare un evento improbabile o a lungo atteso, come l’incontro con un Grande Amore o la realizzazione del ponte sullo stretto di Messina, a cui i cinesi tengono molto. Pertanto, sincronizzate i calendari: il mese del Cavallo è il quinto del calendario lunare, per cui questa occorrenza propizia (anche se tutt’altro che rara) si verificherà quest’anno tra il 5 Giugno ed il 3 Luglio. Grandi imprese ci attendono.




5/2
2016

First world problems

Da qualche tempo a questa parte ho un portacellulare agganciato alla grata della ventola di riscaldamento dell’auto. E’ un portacellulare onesto che ho comprato cinque o sei anni fa, con la tenaglia rivestita di gomma morbida e due piedini su cui appoggiare il telefono, una roba stabile. Di solito ci aggancio il telefono per ascoltare la musica e, dato che l’altoparlante del telefono non suona bene, ho anche un cavetto che va dal jack delle cuffie del telefono all’autoradio. Comodo, eh, a parte che il cavetto è lungo due metri e fa tutto il giro dell’auto ma pazienza, un giorno passerò al bluetooth.
Il fatto è che in occasione dell’ultima festa del Sol Invictus, poveraccio direte, ho cambiato telefono ed il jack delle cuffie che prima stava sopra ora sta sotto ed è nascosto da uno dei piedini del portacellulare, per cui non potevo più agganciarlo al portacellulare e contemporaneamente collegarlo all’autoradio, e quindi perché vivere?
Per il primo mese, come mio solito ho fatto finta di niente aspettando che il problema in qualche modo si risolvesse da solo. Non è successo niente (che strano). Potevo ascoltare la musica dall’altoparlante del telefono agganciato, oppure collegare il telefono all’autoradio e lasciarlo svolazzare per la macchina, ma io volevo tutto e lo volevo subito. Qualche volta mettevo il cellulare a testa in giù, ma rischiavo un incidente ogni volta che dovevo cambiare canzone e scambiavo la destra con la sinistra. Allora mi sono messo a cercare un altro portacellulare, specifico per il mio stramaledetto modello con il jack delle cuffie sotto, ma ora vendono più che altro quei cosi magnetici ed io ho paura che mi cancellino i contatti della rubrica, e poi mi scocciava cacciare soldi per qualcosa quasi uguale a quello che avevo già. Ho progettato un portatelefono da auto da farmi in casa, bellissimo, ma sai che sbattimento per un maledetto piedino. Allora ho pensato, prendo il portacellulare che ho e gli spezzo una zampina, tolgo quel maledetto ostacolo da davanti al mio jack e sistemo tutto. Torno alla vita. Ci ho provato. Ho scoperto che la zampina si poteva piegare e chiudere.

Questo per dire che la mia maestra delle elementari quando diceva che ero un bambino tanto intelligente non aveva capito un kaiserschmarren.




28/1
2016

La banalità del bianco

Recentemente, per motivi eterodossi, mi sono trovato a passeggiare brevemente per i corridoi della facoltà di sochologia a Trento. Avevo frequentato gli stessi corridoi con molta più assiduità intorno alla fine degli anni Novanta, e mi è stato difficile non provare una certa afflizione. Lo storico edificio di via Verdi è stato negli anni rimesso a nuovo, ridipinto, lustrato: tutto mi è sembrato più moderno e pulito, meno accogliente. Non ci sono più i bagni misti dove si fumava in attesa di un esame, sparita la piccionaia, scomparse le macchie nere sui pavimenti delle aule dove erano state spente innumerevoli sigarette, in un’era precedente la nostra. I ragazzi ci soffrono ancora ma sono ragazzi splendidi, moderni e puliti, ben diversi dai cialtroni maleodoranti che eravamo noi, riconoscibili ad un chilometro. Questi hanno capelli pettinati e sopracciglia ad ala di gabbiano, potrebbero studiare qualsiasi cosa, in un posto qualsiasi. Della vecchia sochologia, da questa rapida visita, mi sembra essere rimasto soltanto il guscio. Magari mi sbaglio, certamente sono passati molti anni ed il mondo cambia, mentre noi guardiamo splendide serie tv e giochiamo al cellulare. Il mondo cambia, mentre noi ci sporchiamo le mani per cambiarlo o per cercare di tenerlo fermo. Il mondo cambia, mentre noi continuiamo a correre in avanti come maratoneti spompati, ed è giusto oltreché inevitabile. Persino i ricordi, cambiano. Ci si divertiva, a sochologia, ma sicuramente non era il nostro passatempo principale. Di ore spese ad amare e soffrire ed odiare e dormire e fissare il soffitto e spremersi il cuore e il cervello rimangono solo le schegge più brillanti, gemme strappate alla sabbia. Il vero delitto è cercare di rendere normale qualcosa di speciale, tornare a camminare per quei corridoi e scoprirli ridipinti di bianco. Ordinati. Banali. Poi capisci che così è com’era previsto che fossero fin dall’inizio, come forse erano sempre stati. Siamo stati noi a riempirli di scritte e cicche appiccate. Per questo è così doloroso, quel posto era speciale perché mi apparteneva, mi corrispondeva di una corrispondenza che non può essere confrontata coi fatti né espressa a parole, si nutre di ricordi, sensazioni, sentimenti, giochi di sguardi tra noi e il tempo che passa. Il gigantesco non detto. Spero che sochologia sia ancora speciale per quelli che la vivono ora, anche se sarà uno speciale diverso dal mio. In ogni caso, dovessero anche crollare le colonne del portico e le aule vuote trasformarsi in una squallida banca, dovessimo anche morire o dimenticare tutti, la corrispondenza continuerà a sopravvivere agli anni, alle rughe, ai successi ed ai fallimenti, ai contratti, ai naufragi, ai segreti ed alle bugie, ai silenzi, ai tradimenti e persino alla cosiddetta ed improbabile normalità. Troverà un suo canale speciale nella nostra storia personale, come un rigolo d’acqua che viene inghiottito dalla terra e sgorga dal nulla cento chilometri più in là, vent’anni dopo. Non nel passato, sempre nell’istante. Per questo è speciale.




21/1
2016

Famiglie modello

Sono figlio di una coppia eterosessuale. Non era difficile indovinarlo, visto che qualsiasi altro tipo di famiglia è tuttora illegale in questa magnifica succursale del Vaticano dove viviamo. Sono cresciuto in una famiglia normale, ovvero lecita secondo le norme vigenti: un padre, una madre, un fratello, io e una sorella. Mio padre lavorava molto, davvero molto, credo di averlo visto per la prima volta intorno ai sei anni. Mia madre lavorava part-time, ci lasciava da nonna che aveva la televisione a colori. Erano tempi duri, la fine dei Settanta e l’inizio degli Ottanta, meno squallidi di adesso ma comunque duri. Mio fratello più grande mi menava, doveva sfogare la tensione di vivere in tempi così duri e sfortunatamente non avevano ancora inventato la playstation. Io menavo mia sorella più piccola, perché così funzionava l’ecosistema (erano tempi duri). Le mie famiglie ideali di riferimento erano La famiglia Addams, la comunità hippie dei Puffi e tutta una serie di orfanelli/e giapponesi che vivevano con i più disparati parenti, oltre ad esempio al giovane Jim che aveva un rapporto di figlialità surrogata con due diversi maschi adulti e alle sorelle March, a cui mancava un modello patriarcale. Ciononostante, contrariamente a tutte le aspettative, ora sono un adulto sano e disfunzionale come chiunque altro.




15/1
2016

The man who sang the world

Avrei voluto dire anch’io la mia sulla morte di David Bowie, perché quando muore uno famoso pare che se non condividi qualche parola di cordoglio sei un ignorante o non gli volevi bene. Io sarò anche un ignorante ma ci volevo bene, al David Bowie. Solo che non so cosa scrivere, di musica alla fin fine non ne capisco poi tanto e ripetere come tutti che era un genio perché ha fatto delle cose geniali mi sembra un po’ insulso. Potrei citare qualche canzone, ma in fin dei conti ne conosco a malapena un paio di dozzine sulle centinaia che lui ha cantato, mica come tutti i veri fan che su facebook hanno citato bellissimi versi ad esempio da Space Oddity, o Heroes, o Space Oddity, o Heroes, o Space Oddity, o Heroes, o Space Oddity, o Heroes, o Space Oddity, o Heroes, o Space Oddity, o Heroes, o Space Oddity, o Heroes, o Space Oddity, o Heroes, o Space Oddity, oppure ancora Heroes. Io in fondo non me ne intendo tanto neanche di David Bowie, mi sa, so solo che di lui conserverò nel cuore ad imperitura memoria:

- la faccia
- i capelli
- il re dei goblin
- le canzoni (una decina)
- il proposito di chiamare il cane "Devid Bau" se mai ne avrò uno


Ora vado perché è morto pure il tipo che interpretava Renato Zero in Harry Potter e devo elaborare il lutto.




21/12
2015

Come funziona la Forza

Dimostrando sommo disprezzo per il freddo, il sonno e l’età che portiamo, sabato sera io e l’amico Pornorambo siamo usciti dai rispettivi relitti di AT-AT che utilizziamo come abituale dimora per andare in un romantico cinemino di periferia a vederci l’ultimo prodotto dell’industria di intrattenimento amereggana. Per puro caso ci siamo orientati su Star Uors: De fors ewekins. Le nostre aspettative, su una scala da 1 a 10, si ponevano più o meno a livello "Secchio di escrementi di Bantha" che si pone tra "Jar Jar Binks" e 1. Tempo cinque minuti non solo ci eravamo ricreduti, ma eravamo lì con la bavetta alla bocca. E’ bello, eh. Il migliore remake dell’originale che potessero fare, divertentone e appassionante, nonché la dimostrazione che si può ancora mettere mano al marchio Star Uors senza andare per forza a pescare nella sabbietta dei Bantha. Per questo ho deciso di raccontarvelo un po’ a grandi linee, come ai bei tempi.

Seguiranno spoiler. Tantissimi spoiler. Una galassia di spoiler. Se non sapete cos’è uno spoiler proseguite pure con la lettura, si tratta di un grazioso roditore nordamericano che non ha nulla a che vedere con i nostri amici Jedi. In caso contrario, vi lascio tre puntini di sospensione verticali per svignarvela.

.
.
.


I titoli di testa ci informano con Liuk Skaiwokke che è scomparso e tutti lo cercano, un po’ perché è l’ultimo cavaliere Jedi in circolazione e un po’ perché spettava a lui pagare sessant’anni di affitto e bollette arretrate del tempio Jedi su Coruscant, e nessuno si era ricordato di spegnere il riscaldamento. Dove sia andato, nessuno lo sa, neppure il suo fido astrodroide R2-D2 che se ne sta in un angolino a prendere polvere nel quartiere generale della Resistenza, perché evidentemente hanno un sacco di spazio superfluo in quel posto. Il film comincia sul pianeta Jakku, un luogo deserto ed inospitale come il cervello di Salvini, dove un pilota della Resistenza di nome Boh riesce ad ottenere un prezioso indizio per localizzare Liuk. Tanto per cambiare, però, Boh viene subito catturato dalle truppe dell’Impero 2.0 guidate da Kylocal, un fanboy di Darth Vader con serissimi problemi di gestione della rabbia, che stermina anche il suo misterioso contatto, tutti gli abitanti del villaggio, quelli del villaggio vicino e gli animali migratori che passavano di lì, giusto per far capire a tutti quanto sia profonda la propria malvagità. Per fortuna Boh ha un guizzo di genio ed originalità e prima di essere preso mette al sicuro le informazioni in suo possesso affidandole al proprio astrodroide da compagnia, una palla rotante che per motivi non del tutto chiari faceva sempre ridere tutto il cinema tranne me. Mentre Kylocal tortura Boh con gusto e professionalità, il droide palla se ne rotola in giro per il deserto fino a quando si imbatte in Rey, una ragazza che vive da sola e tira a campare smontando rottami di astronave e vendendoli in cambio di mezza porzione di pane verde ammuffito liofilizzato (o due porzioni di pane senza muffa, che però è meno saporito e nutriente). Rey è giovane, bella e sa fare tutto, monta e smonta astronavi, monta e smonta gente a bastonate, guida le astronavi, parla con i droidi in droidese, insomma è la tipica ragazza cresciuta da sola nel deserto in un mondo ostile. Nel frattempo, Boh riesce a scappare dalle grinfie di Kylocal grazie all’aiuto di FN-2187, uno stormtropper che alla sua prima battaglia si ritrova con una bella macchia sulla divisa imperiale (due macchie se contiamo quella di sangue sul casco...). Lo scopo di FN-2187 è semplicemente disertare, cambiarsi le mutande e tornare a casa per chiedere ai genitori perché diavolo l’abbiano battezzato come la vecchia panda di zia Adelina. Boh, invece, lo convince a risolvere il problema cambiando il nome in Findus ed a tornare su Jakku per riprendersi il droide, trovare Liuk, salvare la galassia e tutto quel genere di cose. Su Jakku, non ci vuole molto perché Findus in effetti si incontri e si scontri con Rey ed il droide, ma l’atmosfera si fa improvvisamente calda a causa di un bombardamento a tappeto dei caccia imperiali. Una settimana difficile, per gli onesti abitanti di Jakku. Findus e Rey decidono di fuggire sul primo pezzo di ferraglia che trovano casualmente parcheggiato nel deserto con il portellone aperto e le chiavi nel cruscotto, che guarda caso è il Millenium Falcon. Dopo un inseguimento mozzafiato, i due riescono a seminare gli inseguitori e lasciare il pianeta, ma vengono immediatamente catturati da Han Solo e Ciubecca che stavano casualmente passando da quelle parti. Se a questo punto cominciate ad avere l’impressione che in questo film avvengano veramente troppi incontri casuali, vi ricordo che ad un certo punto, nel vostro film preferito della saga, un certo Liuk Skaiwokke atterra in un punto a caso di un pianeta grandissimo e si ritrova proprio di fronte alla capanna del pupazzo verde che stava cercando. In altre parole, è la Forza - ed è esattamente in questo modo che funziona.

Han Solo fa presto amicizia con i due giovani scavezzacollo e li prende sotto la propria protezione, mentre con il Millenium Falcon fanno rotta verso un pianeta che pare il Guatemala dove una sua amica gestisce un bar, perché come diciamo da queste parti in caso di dubbio o di pericolo è sempre meglio andarsi a bere un bicchiere prima di ragionare. L’amica di Han, il cui nome francamente non ho capito e non mi interessa, è una tartarughina carinissima che sembra figlia di Yoda e Squirtle dei Pokemon, blatera delizioso nonsense sulla Forza e non combina molto altro. A questo punto Findus, frustrato nelle sue speranze di fidanzarsi subito con Rey e ritirarsi a vivere in campagna con molti figli, droidi ed animali, decide di levare le tende ed andare sull’Orlo Esterno a fare non si sa bene cosa, visto che letteralmente le uniche cose che sa fare nella vita è pulire cessi e sparare alla gente. Lo stress si fa sentire anche per Rey, che inizia a sentire le voci, scende nella cantina del bar e trova in una cassettina di legno nientepopodimeno che la spada laser originale di Liuk Skaiwokke, già di suo padre prima di lui, che come certo ricorderete era stata tagliata insieme al resto del suo braccio nel corso della più commovente puntata di "Carramba che sorpresa!" degli anni Ottanta. Come sia finita nelle mani della Tartaruga, non si sa. Perché fosse in una cassetta di legno aperta, in una stanza senza porta, peggio custodita di una bottiglia di Jagermaister già aperta, non si sa. Appena la tocca, però, Rey soffre di una serie di allucinazioni spaventose come peraltro chiunque abbia mai bevuto Jagermaister in un bar guatemalteco e reagisce saggiamente fuggendo da sola nella foresta. In quel momento, tanto per cambiare, l’impero colpisce ancora e butta giù a laserate il bar con tutti gli avventori dentro. Della Tartarughina e dei suoi clienti, compresa una deliziosa ed originalissima orchestrina aliena, da questo momento in poi non si saprà più nulla. Findus torna velocemente sui propri passi e si ricongiunge con Han Solo, ma non riescono a salvare Rey che dopo un breve ed impari scontro viene catturato dal malvagio Kylocal. Qui c’è il toccante momento dell’incontro tra Han e la principessa il generale Leia, che s’erano lasciati tempo prima. Roba commovente, se vi piace la geriatria.

(Da apprezzare che quando Kylocal scopre che tra i ribelli che sta inseguendo c’è anche una ragazza, il temibile Sith reagisce con la compostezza tipica di uno studente di ingegneria al primo anno di università. Oh, ma clonarsi qualche ragazza nelle truppe imperiali?)

L’Impero 2.0, che ora è guidato da un gigantesco ologramma di Voldemort, sperimenta intanto la sua nuova superarma. Si tratta di un intero pianeta attrezzato come una gigantesca Morte Nera, solo che stavolta può distruggere interi sistemi solari a tipo un miliardo di miliardi di chilometri di distanza e funziona interamente ad energia solare, perché l’Impero sarà anche un malvagio regime di morte ma almeno ci tiene al rispetto dell’ambiente. Con il primo colpo, fanno saltare il pianeta dove ha sede il Senato galattico, una mossa terribilmente populista che attira subito le simpatie della fascia debole dell’elettorato e di cui in tutta franchezza nessuno si duole eccessivamente per il resto del film. Con il secondo colpo, invece, vorrebbero far fuori la principessa Leia e quindi la cosa inizia a farsi preoccupante, per cui i ribelli decidono di affidare una missione di salvataggio e sabotaggio ai propri uomini migliori: Han, Ciube e Findus ovvero un vecchio di settant’anni, un tappeto ambulante di età indefinita ed un disertore in fregola. Io ora non vorrei spacciarmi per un esperto militare, ma credo che al posto loro comincerei ad addestrare delle truppe d’assalto per questo genere di evenienze, visto anche che si presentano piuttosto spesso. Nel frattempo, tra Rey e Kylocal iniziano i primi bisticci su quale sia il lato più forte della Forza. In un momento di grande pathos il cattivissimo Kylocal, comandante delle truppe imperiali, si toglie lo spaventoso casco nero e con nostra grande sorpresa veniamo a sapere che si tratta soltanto di un adolescente brufoloso con il naso grosso quanto i suoi problemi di autostima. Inoltre, è figlio di Han Solo e della principessa Leia, ha tradito Liuk e ha una vocina, una vocina che la Forza lo perdoni. Rey lo percula tantissimo per tutto ciò e lui se ne scappa a piagnucolare da Lord Voldemort, mentre la ragazza in quattro e quattr’otto riesce a liberarsi. La reazione di Kylocal quando viene a saperlo è sicuramente uno dei momenti più simpatici della saga, persino meglio di quella volta che Jar Jar ha pestato - ohohohohoh non fatemici ripensare - quella caccona su Tatooine. Che poi non si capisce perché in questo film tutti i personaggi debbano essere dei ragazzini, passi per Rey, passi per Findus, ma Kylocal? E il comandante della base imperiale? L’intera maledetta plancia di comando della base è operata da ragazzini con la voce stridula, tutti insieme non arrivano all’età del Gran Moff Tarkin.

Qui inizia la strepitosa sequenza finale, che vede da un lato Han Solo e Findus infiltrarsi nella base nemica, disattivare i cazzabubboli e ritrovare Rey, dall’altra i caccia della Resistenza cercare di distruggere il quisillis che impedisce alla superarma di esplodersi da sola. Mentre i nostri eroi piazzano bombine dappertutto, Han Solo vede passare Kylocal e decide di fare il buon padre di famiglia e provare a riportarlo presso il Lato Chiaro della Forza. Pessima idea. Commovente il suo discorso del tipo "Torna a casa, Ben." (Pare che il vero nome di Kylocal sia Ben, oppure Han Solo è veramente un pessimo padre.)

"Torna a casa, Ben."
"No, il figlio che conoscevi è morto, tu mi hai abbandonato, tutti i soliti cliché."
"Torna a casa, oggi è giovedì, tua madre ha fatto gli gnocchi con il ragù."
"Scherzi? Pensavo fosse mercoledì. Mi cambio e arrivo."

Ma a quel punto, con orrore di tutte le casalinghe di mezz’età e di Pornorambo, Kylocal cambia idea e con abile mossa trafigge Han Solo uccidendolo con la spada laser, lasciandoci con il dubbio che Leia cucini veramente male o, come tutti sospettano, che il Lato Oscuro sia intrisecamente vegano. Anche Rey e Findus ci rimangono veramente male, fanno esplodere in fretta la base dell’Impero e cominciano a prendere a mazzate Kylocal in mezzo al bosco innevato, tagliando con la spada laser un sacco di alberi perché in fondo si è capito che a loro no, dell’ambiente non intressa proprio niente. L’entusiasmo, però, non è tutto quando si combatte contro il Lato Oscuro ed il povero Findus, che brandisce la spada laser come una specie di mazza da baseball luccicante, viene rapidamente messo al tappeto. Rey invece fa appello a tutta la sua conoscenza della Forza (che a questo punto della saga è teoricamente pari a una pacca sulle spalle da parte della Tartarughina, ma vabbeh) e dopo un epico combattimento riesce a sconfiggere Kylocal e a fuggire.

Ritornati al covo della Resistenza, per un motivo apparentemente inspiegabile R2-D2 decide infine di rivelare a sua volta di avere un pezzo della mappa per ritrovare Liuk, che combinato con le informazioni del droide palla mostra finalmente l’ubicazione del nascondiglio del vecchio cavaliere Jedi: la Sardegna. Nessuno gliel’aveva mai chiesto al droide? Aspettava che morisse Han Solo? Sapeva che stava per finire il film? Mistero. Ancora una volta, comunque, i ribelli non trovano altri da mandare se non Rey, perché a chi affidare la conclusione di una missione importantissima in corso da anni se non alla stagista appena assunta? Mi pare una scelta ovvia. Commovente l’incontro finale tra Liuk, con la panza, le occhiaie e l’espressione di un barbone in crisi depressiva, e la giovane promessa del Lato Chiaro. Il Jedi sembra uno che si è ritirato su un’isola deserta con uno scatolone pieno di sigarette ma si è dimenticato i fiammiferi. Quando lei, senza dire una parola, gli porge la vecchia spada laser...

...niente, parte la sigla e ce ne restiamo appesi all’amo in attesa del prossimo episodio, con il rigagnolo di bava che ormai aveva formato una pozzanghera sotto il sedile. Giudizio finale: da 1 a 10, "Spada laser nella neve", che sta tra 10 e "Io sono tuo padre".




17/11
2015

Se non ci credi abbastanza

Sono sicuro che non siamo neppure in pochi, quelli che di fronte ad una tragedia pubblica stanno male ma non si riversano subito a vomitare odio, non si divertono - perché in fondo è divertente, dai, ammettetelo - a scribacchiare o linkare teorie del complotto ed ipotesi geopolitiche con la profondità di pensiero di un telefilm, non si lanciano ad invocare crociate né altre soluzioni tanto semplici quando inutili, soddisfacenti solo per chi le chiede perché consentono di togliersi il pensiero a costo zero. Sono sicuro che non siamo affatto in pochi, quelli che si interrogano, leggono, rileggono, contestano, cercano di capire, si preoccupano senza essere terrorizzati, cercano di separare il grano dalla pula. Magari non capiamo, magari non siamo più intelligenti o più furbi degli altri, magari è per questo che viviamo di dubbi invece di certezze da cinquantamila like.

Io di certezze ne ho poche, di assoluta nessuna. So che qualche volta provo paura, qualche volta odio, nei confronti di chi mette le bombe e di chi sgancia le bombe, di chi usa il fucile e di chi vende il fucile. So che non vorrei vivere in un mondo senza musica, senza sorrisi, senza capelli al vento in una mattina d’estate, non vorrei vivere in un mondo con i soldati per strada e le bombe al mercato, senza acqua e cibo, senza medicinali e senza libri, senza baklava e senza vino, so che non vorrei vivere in un mondo in cui posso uscire di casa solo per andare a lavorare, in un mondo dove tutto è pericoloso tranne ubbidire. So che ci stanno confezionando un mondo dove non mi piacerebbe vivere. So che stiamo bastonando il Medio Oriente da almeno quindici anni e viviamo in uno status quo di guerra permanente. So che, come ha scritto qualcuno, colonialismo, tirannia e terrorismo sono legati in una relazione simbiotica, in un ciclo in cui si passa da uno stato all’altro per poi ricominciare e credo anche che non si possa eliminare uno di questi fattori senza cancellare anche gli altri due. So che esistono musulmani moderati, musulmani radicali ed estremismi di varia natura e misura, per non parlare del miliardo e rotti di musulmani che probabilmente si definiscono tali solo perché sono nati in una certa regione e famiglia in un certo contesto storico, come i cattolici da noi che vanno a messa solo a natale o solo per bersi il bianchetto dopo la liturgia. So che esistono o sono esistiti terroristi, dittatori, assassini di tutte le religioni e di nessuna. So che la definizione di terrorista è più complessa di quel che sembra, che i nostri terroristi sono i partigiani degli altri, che persino un terrorista non è solo un terrorista ma per forza di cose anche qualcos’altro tra cui purtroppo un essere umano. So che nelle terre controllate dallo Stato Islamico c’è gente che ci vive più o meno costretta, che lavora, che si ammala, so che c’è una qualche forma di governo e so che per qualcuno quella forma di governo non è neanche peggio di quella che avevano prima. So che non ci si può aspettare niente di buono da chi crede in qualcosa con troppa fede e troppo poca ragione, che sia l’Islam, il cattolicesimo, il buddismo, il comunismo, il fascismo, il veganesimo, il kung fu, twilight o il calcio. So che qualcuno penserà che non tutte queste fedi incitano alla violenza, ma io credo che il problema sia la quantità più che la qualità. Tutte le fedi sono buone, se non tenti di imporla ad altri perché sei convinto sia la cosa migliore per tutti. Tutte le fedi sono innocue, se non ci credi abbastanza. Credo sia umano ed inevitabile credere in qualcosa, crederci con forza, difendere quello in cui crediamo. Credo sia doveroso ricordare che non è necessario credere in un Dio, appartenere ad una religione, sottomettere la ragione ad una fede quale che sia, fosse anche la fede nella scienza e nella ragione stessa. Dubitare, sempre. Gli estremisti odiano il dubbio, i fedeli odiano il dubbio, i terroristi non hanno dubbi. Dubitare, sempre, ma fare qualcosa fintanto che si dubita.