30/10
2015

Non ve ne siete neanche accorti

Per qualche giorno questo bloggo è stato offline, a causa di uno spiacevole inconveniente tecnico: il mio provider si era distratto. Questi giorni di oscurantismo forzato e la remota possibilità che non fosse più possibile rinnovare il dominio mi hanno spinto ad interrogarmi su quanto io fossi ancora affezionato a questo posto dopo tanti anni, è la risposta è stata: piuttosto poco. Le persone per cui avevo iniziato a scrivere ormai sono quasi tutte scomparse, il tempo e la voglia sono sempre meno. Soprattutto, scarseggia il materiale di cui scrivere in un momento in cui le opinioni sono diventate una merce decisamente inflazionata mentre i fatti non interessano più a nessuno.

Poche settimane fa, ad esempio, un ospedale di Medici Senza Frontiere è stato bombardato a Kunduz, in Afghanistan. Sono morte almeno 22 persone: 12 operatori dell’organizzazione e dieci pazienti, tra i quali 3 bambini. Dopo meno di una settimana già non ne parlava più nessuno, la notizia era pressoché sparita dai giornali ed è passata inosservata in tv. Tutti discutono delle ultime discutibili prodezze di Valentino Rossi, discettano di vaccinazioni, carni rosse e teoria gender.

Molti anni fa, si era diffusa questa convinzione che fosse importante "consapevolizzare" le persone. Credo che si fosse più o meno nel periodo di grande diffusione di Internet: di punto in bianco avevamo a disposizione un sacco di informazioni e volevamo condividerle, fare in modo che più gente possibile sapesse. Gli intrighi della Monsanto, la rete di aziende controllate dalla Nestlè, i contadini indiani e gli zapatisti in Messico. Eravamo convinti, forse, che essere consapevoli di un problema fosse il primo passo per risolverlo. Sbagliavamo, evidentemente. Tutta quella consapevolezza non era un primo passo, non ha portato a niente. Oggi siamo consapevoli di tutti i problemi. Sappiamo dove e come vengono estratti i metalli rari dei nostri smartphone, che sostanze vengono spruzzate su frutta e verdura per farle apparire più belle nei banchi del supermercato, come vengono allevati e uccisi gli animali che mangiamo, quanto vengono pagati gli operai che cuciono le nostre scarpe ed i nostri vestiti, quanto e da chi sono corrotti i nostri governanti. Cosa è cancerogeno e cosa no. Non ci interessa, scegliamo di far finta di non sapere, di pensare ad altro. Ci raccontiamo che tutti mentono e che la verità è ormai impossibile da conoscere. Aiutati dai social network, ci rifugiamo in microcosmi di persone che percepiamo simili e selezioniamo accuratamente solo quello che vogliamo sentirci dire. Il sano relativismo culturale è stato soppiantato da un’atomizzazione selvaggia del pensiero, in cui l’opinione anonima di uno stolto qualsiasi ha lo stesso valore di una ricerca scientifica, in cui qualunque cosa contraddica la mia esperienza diretta e quindi i preconcetti ed i filtri con cui interpreto la mia vita diventa una bugia, una congiura contro di me. Sono giunto alla conclusione che consapevolizzare, quindi, non serva a nulla. Le informazioni sono diventate inutili, i dati di fatto irrilevanti, non producono più risultati concreti e modifiche alla realtà sensibile ma solo un soffice effetto sedativo. L’universo simbolico non ha bisogno di altre parole, se non per il loro valore estetico.

Ciononostante, poiché sono un essere contraddittorio e problematico, sono ancora qui e non intendo andarmene. Se non altro per me stesso, per il piacere di battere le dita su questi tasti, di sentirmi frizzare i polpastrelli mentre scrivo, e per quei due o tre stimatissimi lettori che ancora bazzicano da queste parti.

Note estemporanee di zio Lusky:
State alla larga dagli anarchici informali, gli anarchici per bene si riconoscono perché danno sempre del lei e dicono buongiorno, buonasera, prego, si accomodi, e grazie.




30/9
2015

Abbasso il duce, abbasso il re

E’ passato un altro anno, un altro compleanno. Da piccolo li attendevo con trepidazione, aspettavo Settembre per tutto l’anno e poi per tutto Settembre aspettavo il trenta. Ora, non riesco a ricordare perché tanto entusiasmo. Ora, la cosa mi sembra piuttosto seccante, anche se non mi sono ancora stancato di invecchiare. Quest’anno è stato piuttosto produttivo, dall’ultimo trentasettembre ad oggi si potrebbe dire che la mia vita è cambiata. Che espressione buffa: la mia vita è cambiata. Si usa dirlo per le cose più banali come per le grandi tragedie o avventure. Prova questo nuovo telefono, ti cambierà la vita. Accetta la costruzione di questa nuova autostrada, ti cambierà la vita. Sposati, ti cambierà la vita. Muori, ti cambierà la vita. In realtà la vita continua a cambiare, e a cambiarci, anche se non facciamo niente, come gli scogli erosi lentamente dal mare. Durante l’ultimo anno, tuttavia, sono stato almeno un po’ più mobile degli scogli sul mare, ho portato a termine la prima parte di un progetto molto importante ed ora che quel progetto cammina sulle sue gambe sono pronto per dedicarmi anche a qualcos’altro. Soddisfatto, mai. Più felice, a volte. Nel complesso, credo di essere peggiorato con gli anni, ma non quanto l’ambiente che mi circonda. Cerco di ridere di più, ed ho delle buone scuse per farlo. E’ stato un buon anno. Non tutto va come vorrei che andasse, ed ho sostituito le mie allucinazioni cyberpunk con le tensioni cervicali piccoloborghesi che ho sempre disprezzato. Amo, amo moltissimo, odio con parsimonia. Dormo e bevo troppo poco, leggo troppo poco, faccio troppo poco tutte le cose che mi piacciono, e questa è la vera tragedia. Soddisfatto, mai. E di questa insoddisfazione farò il mio unico patrimonio.




16/9
2015

Caso o diritto

Come tutti gli uomini alla soglia della mezz’età, di quando in quando amo mettermi alla prova con uno sport estremo. C’è chi si butta col parapendio, chi fa kite surfing nei laghetti infestati dai piraña, io leggo gli articoli di cronaca dei quotidiani locali.

Qualche tempo fa, in una di queste mie temerarie incursioni nell’orrido, ho letto l’opinione di una ragazza di origine straniera riguardo la questione dei rifugiati. "Essere nati in un Paese ricco è un caso, un colpo di fortuna" diceva "così come è un caso nascere in un Paese povero o colpito dalla guerra. Chi è stato più fortunato dovrebbe quindi aiutare chi, senza colpa, si trova in una situazione di grande difficoltà."

Per quanto riguarda la prima frase, sono assolutamente d’accordo. Da un punto di vista ontologico nascere in Italia, Mauritania o su Proxima Centauri non è un nostro merito ma un puro accidente del caso come nascere biondi, alti, maschi ed in buona salute. Queste caratteristiche casuali o innate influenzano drasticamente le nostre possibilità di avere una vita soddisfacente o anche una vita tout-court, e questo prima ancora che noi siamo in grado di camminare, mangiare le pappine senza sbrodolare e dimostrare di possedere un libero arbitrio. Essere nati in un Paese ricco, avere un tetto sopra la testa e ricevere un’istruzione di base è già un grande privilegio e di solito ci capita in sorte senza alcun merito. Per quanto riguarda la seconda frase, ovvero che in virtù di questo privilegio noi saremmo moralmente obbligati ad aiutare i più sfortunati, si tratta ovviamente di una prescrizione etica che ciascuno può accettare oppure no. Se sono un privilegiato per caso, non ne ho nessun merito ma neppure nessuna colpa da espiare, ho vinto la lotteria ma avevo le stesse possibilità di chiunque altro. Ne riparliamo alla prossima reincarnazione, quando io sarò un’ameba nel brodo primordiale di Saturno e tu una fotomodella cocainomane di Cefalù. Quindi la ragazza intervistata aveva ragione sulla premessa, ma a mio avviso ne traeva una conclusione illogica e fortemente influenzata dalle proprie convinzioni etiche o religiose. Io magari giungo alla stessa conclusione per ragioni etiche anche molto diverse, ma capisco che lo stesso non sia valido per tutti.

Leggendo anche i commenti, però, sono stato colpito dal ragionamento di un irritato lettore, il quale ragionava più o meno così: "Ma quale privilegio? Ma quale colpo di fortuna? I nostri padri ed i nostri nonni sono MORTI per garantirci il benessere di cui godiamo, pertanto il nostro tenore di vita è un diritto che godiamo in virtù del loro sacrificio!"
Eh no, ciccio. Come certi buzzurri ripetono spesso, non esistono diritti senza doveri. I tuoi genitori ed i tuoi avi, come certamente già sai, non si sono infatti limitati a lavorare duro ed immolarsi sul Piave, ma hanno anche invaso terre straniere, stuprato fanciulle, depredato risorse, sostenuto dittatori e filibustieri. Magari volontariamente, forse costretti, ma l’hanno fatto. Il benessere che ti hanno lasciato in eredità è dovuto anche a questo, perciò se ritieni che la tua vita non sia il risultato casuale di mulinelli di geni scompigliati dal vento cosmico ma il preciso effetto delle scelte e delle azioni razionali dei tuoi avi, se credi che quelle azioni, quelle scelte compiute da altri, diano a te dei diritti speciali pur non avendone nessun merito personale, allora sei destinato anche a pagarne il conto. Quanto è salato questo conto, quant’è costata la situazione di benessere generale che ti ha permesso di nascere e diventare quello che sei? E’ dura da calcolare ma, a spanne, direi che ti conviene convertirti alla teoria del caos.




25/8
2015

Tornare a lavorare

Amici, italiani concittadini, ormai vi capisco a stento. Vi ho visti sfilare elegantemente per le strade di Cortina, arrivare comodamente seduti in seggiovia fin sulle più alte vette delle Dolomiti e lì guardarvi attorno stupiti ed ammirati, senza trattenere gridolini di ammirazione, farvi quattrocento foto con il cellulare appeso ad una canna da pesca e ridiscendere incespicando per sentieri che sembrano ormai autostrade, vi ho visti ancheggiare abbronzati lungo le spiagge ghiaiose del Conero o sulla sabbia veneta, sfoggiando tatuaggi e borsette alla moda, stendervi a rosolare sotto il sole d’Agosto per ore senza mai entrare in mare, scattarvi altre quattrocento foto e poi tornare a casa, vi ho visti arrancare tra gli asciugamani distesi con borse di nylon piene di pancarré e carciofini sottolio da consumare in spiaggia, vi ho sentiti commentare accaniti - ancora! - le prodezze della prima partita di calcio del campionato come parlaste di cose serie, vi ho visti con lo sguardo chino sui telefoni a raccontare al mondo quanto vi steste divertendo, ho sentito i vostri insulti ai rifugiati e ai migranti, ai venditori ambulanti che si affannano a proporvi altri accessori inutili, vi ho visti bambini accalcarvi con giocattoli costosi attorno alle postazioni wifi, imprecando contro la lentezza della connessione, vi ho visti sorridere depressi, pallidi, ingrassati e stanchi. Forse è ora di tornare a camminare, è ora di tornare a nuotare, a leggere, a scrivere, a battere a macchina, a strappare le erbacce, a parlare a voce alta, è ora di schiarirsi le idee. Forse è ora di tornare a lavorare.




4/8
2015

I cimbri non dimenticano

Dopo un lungo periodo di silenzio, riprendo il discorso da dove l’avevo interrotto: l’ultimo libro della saga cimbra di Umberto Matino, "Tutto è notte nera". Anche se qualcuno potrebbe credere di notare i sintomi di una lieve ossessione, che non mi sento di confermare né di smentire, vi assicuro che ho impiegato tutto questo tempo a leggere il libro, naturalmente. C’ho avuto anche altro da fare, come ho già scritto dall’altra parte. Mi sembra però opportuno, ora che l’ho letto, tornare a soffermarmi brevemente su questo romanzo che ancora una volta va a destare dal loro sonno secolare i cimbri della Val Leogra.
Perché?, chiede il bambino dall’ultima fila.

Ebbene, fino a pochi anni fa, da queste parti dei cimbri non importava niente a nessuno. C’erano il panda gigante, la tigre dai denti sciabola ed i cimbri, tutti tristemente votati all’estinzione... ma non è poi che non ci dormissimo la notte. Non io, almeno, e neppure il selezionato campione di giovani avvinazzati che frequentavo. Magari il fior fiore della classe intellettuale vicentina passava i sabati sera a discutere di storia locale e toponomastica cimbra, va a sapere, non ci invitavano mai alle loro feste e comunque è stato scientificamente dimostrato che l’opinione della classe intellettuale vicentina è l’elemento meno influente dell’universo. Per la maggior parte di noi popolino, in definitiva, i cimbri erano solo una minoranza linguistica asserragliata in un paio di paesuncoli dell’altipiano ed in qualche remota valle della Lessinia, che non avevamo mai visto e che non avevano niente a che fare con noi del pedemonte.

Poi un giorno arriva Matino, pubblica un romanzo che passa di mano in mano con la velocità di un incendio nella prateria, ed improvvisamente tutti scoprono che ehi, i cimbri siamo noi, abitanti della Val Leogra e dintorni, siamo noi padri e figli, siamo noi bella ciao che partiamo. La Val Leogra, il Tretto, Posina, persino la Valdelà e tutto il circondario brulicano degli ignari discendenti dei coloni teutonici che presero il nome di cimbri. Ed io che pensavo che la caratteristica "erre" del Tretto fosse solo il sintomo del degrado genetico dovuto a secoli di accoppiamenti tra uomini e capre! Per un attimo, con la scusa di leggere un racconto ambientato nel tinello di casa propria, il Veneto che lavora si è fermato e si è interrogato sul proprio passato, scoprendo cose di cui nessuno gli aveva mai parlato o che aveva dimenticato: le invasioni degli ungari, i vescovi feudatari, gli immigrati tedeschi, la miseria e la fame che per secoli hanno resa aspra la vita di queste montagne, il folklore e le sue favole più o meno spaventose.

Io non amo i romanzi gialli ed in generale nessun racconto in cui i carabinieri facciano bella figura, ma Matino riesce sempre ad avvinghiare saldamente le proprie trame delittuose a posti un po’ selvaggi e raminghi, vicini ma allo stesso tempo sempre emarginati, ai confini di questo Nordest industriale ed ambizioso, nel disprezzato e un tempo poverissimo contado. Anche in "Tutto è notte nera" le storie umane più disparate si intrecciano con la Storia con la esse maiuscola, le sue schiere armate e pestilenze, i grandi movimenti ereticali ed i tiranni medievali. Forse sta proprio qui il fascino dei libri di Matino, più che nell’indovinare chi sia l’assassino di turno: scoprire nel corso della lettura che a due passi da casa si è ritirato in presunta preghiera Ezzelino da Romano senior, o che il "castello" di Pieve dove noi andavamo ad ubriacarci era veramente un castello, o che questo pio angolo d’Italia era nei tempi andati un covo di eretici anarchici. E soprattutto, che qui è sempre stato pieno di cimbri, cimbri come se piovessero, con la loro cultura contadina e le loro tradizioni teutoniche che nei secoli, per amore o per forza, si sono poi fuse con quelle degli autoctoni. Storia ed invenzione sono così ben mescolati da suscitare un’inevitabile curiosità: sarà vera la storia di quella chiesa, di quella contrada, di quella donna, di quello stemma? E chi diavolo è Piero Porco*? Domande che un giorno potrebbero trovare risposta di fronte ad un paio di bicchieri di vino, ma questa è un’altra storia.

E’ facile, specialmente in periodi di crisi economica e culturale come questi, cedere alla tentazione di rifugiarsi nel folklore ed in una idealizzata ricerca delle "radici", di un’identità mitica con cui farsi scudo dai problemi che ogni giorno deliziosamente ci rompono i totani. Sarà anche per questo che negli ultimi anni tendono a proliferare nella steppa vicentina sagre medievali, feste celtiche e birre cimbre che si appellano ad aspetti del passato locale forse marginali, quando non inventati a tavolino. C’è un vasto movimento politico che ha fatto del localismo la sua prima ragione d’essere, e come questo sia degenerato nel razzismo, nel fascismo e nell’utilizzo strumentale delle presunte tradizioni è palesemente sotto gli occhi di tutti. Nei romanzi di Matino, la tradizione è invece materia culturale viva, a volte preziosa, spesso crudele come i mostri delle fiabe ed i morsi della fame, è frutto della storia dei popoli che, come onde, si sono nei secoli abbattuti contro questi monti e lungo queste valli. Il territorio che vi fa da sfondo è avaro con chi ci abita ma allo stesso tempo costantemente minacciato da contadini avidi, vescovi senza scrupoli e principi ambiziosi, figure che non sono scomparse con l’arrivo della modernità ma che si possono ancora riconoscere negli industriali ignoranti che erigono orribili capannoni fin dentro i greti dei torrenti, nei politici localissimi che vogliono ancora cementificare intere vallate con allucinanti grandi opere e nell’ottusità della cosiddetta società civile che pensa solo ai propri interessi particolari senza curarsi, se non a parole, della bellezza e dell’integrità del posto dove vive.

A volte anch’io, come i personaggi di Matino, mi sento combattuto tra l’attrazione per l’affascinante isolamento della vita rurale, come il misantropo orso cimbro che sono, ed il rifiuto per quel mondo durissimo e chiuso. Non sono neanche particolarmente affezionato a questi quattro sassi spelacchiati, in fondo, e le mie radici stanno benissimo dove sono: sotto terra. Di una cosa, però, sono sempre più convinto con ogni pelo bianco che mi spunta sulla barba: questi quattro sassi che sorvegliano la pianura dall’alto, questi boschi inselvatichiti popolati da caprioli e salbanelli e soprattutto la paura che ti incutono quando ti trovi ad attraversarli la notte dureranno molto, molto di più dei nostri castelli, capannoni e centri commerciali.

* I cimbri non dimenticano.




9/5
2015

Tutto è notte cimbra

E’ con un brivido di cimbritudine che corro ad informarvi che Umberto Matino, il mio scrittore vivente preferito, sta per dare alle stampe il suo terzo romanzo che si intitolerà "Tutto è notte nera" e tratterà del tema delle assonanze nel pedemonte veneto.

Scherzo, ovviamente parlerà dei cimbri, questi nostri misteriosi antenati con la erre importante vissuti per secoli in solitudine nelle valli più inaccessibili e negli altopiani più isolati prima di trovare finalmente una loro ragione di esistere nelle etichette della birra artigianale e nei romanzi gialli di Matino, dove di solito vestono il ruolo di tetri assassini o montanari psicopatici.

(Il che non aiuta a migliorare la vita sociale di noi portatori sani di erre cimbra, glielo devo dire Sig. Matino)

Sfortunatamente, la malasorte che da sempre perseguita la comunità cimbra fa sì che il romanzo non esca prima del prossimo 20 Giugno, il che d’altra parte vi da tutto il tempo di mettere da parte i soldi per andarvene a comprare una copia. O più di una copia, se voleste finalmente fare qualcosa di concreto per il sostegno della cultura in questo Paese.

Nel caso vi steste chiedendo il motivo di tanto entusiasmo da parte mia nei confronti di uno scrittore così immeritatamente poco famoso, potete anche andare a leggere le mie recensioni de "La valle dell’orco" e "L’ultima anguana", oltre ovviamente ai numerosi commenti che ho lasciato sul relativo canale youporn.




1/4
2015

Lettera numero uno

Due anni fa, oggi, me ne stavo probabilmente in una qualche valle delle Dolomiti a guardare un lago. Ottimo cibo, ottima compagnia, come al solito. Ancora non ti conoscevo, ma già ti pensavo.
Chissà dov’eri tu, disgraziata, lungo una strada di campagna o nei sobborghi sudici di una grande metropoli, condannata all’abbandono dal tuo essere una femmina speciale. Chissà se scacciavi la solitudine piangendo, se ti disperavi, se spaccavi per la rabbia tutti i vetri di quella fosca città, o se ne stavi raggomitolata in silenzio, in attesa di aiuto. Il tormento.
Mi incuriosisci molto. Sei la cosa che mi incuriosisce di più al mondo, in effetti, ed io sono una cosa molto curiosa. Cosa ti piace, cosa sogni, come mangi, come dormi. Il suono della tua voce quando parli e quando canti, il peso della tua mano nella mia. Dove sei, dove sei stata in questi due anni, cosa ti trattiene, quanto a lungo ancora vorrai stare lontana. Tutto è un’incognita, la più grande in cui mi sia imbattuto. Una forma di vita straordinaria e sconosciuta, una scoperta rivoluzionaria ancora da scoprire, un’epifania non ancora rivelata. Un universo intero da esplorare. I minuti che ci separano non posso neppure contarli, mi limito a sgranarli uno ad uno digrignando i denti per la lontananza, consolandomi con una foto in cui sorridevi e guardavi altrove. Spero tu stia bene, anche se lontana. Spero tu non abbia paura quando scoppiano i temporali e sia molto distratta da passatempi bellissimi e frivoli. Il mio cuore è lì con te, non ti lascia sola un attimo, il corpo si trattiene a stento dal lanciarsi all’inseguimento.

Verrò a prenderti, un giorno.




20/3
2015

Isis like Sunday morning

Il debutto sulla scena mediatica degli orridi fascioteocrati dell’Isis non vi sarà certo passato inosservato, a meno che viviate in una qualche caverna afgana. Ma anche in quel caso, probabilmente. C’è molto da commentare su questi lugubri tagliagole, sui loro fini oggettivi e soggettivi, sul loro libro entrate/uscite e persino sulla loro estetica da videogioco, e molti hanno commentato. Altrettanto interessante è però la reazione ai loro sanguinari happening ed alle loro tragicomiche invettive sui social network da parte dell’Occidente, come lo intendono loro ed i loro speculari avversari. Emergono, tra le altre, due forme di ipocrisia molto caratteristiche della nostra famigerata civiltà superiore. In primo luogo, i Paesi che hanno per secoli invaso non solo il Medio Oriente ma praticamente tutto il mondo con i loro eserciti, che hanno commesso genocidi con ogni genere di arma compresi ovviamente i gas e le bombe incendiarie ma senza disdegnare coltelli e baionette, che hanno torturato, stuprato e mutilato senza pudore vecchi, donne e bambini, che hanno sfruttato le materie prime di questi Paesi, che ne hanno affamato le popolazioni, che le hanno consegnato nelle mani di mercenari e multinazionali, che hanno appoggiato colpi di stato, imposto e disfatto governi dispotici a loro piacimento, ora questi stessi Paesi Civili si stracciano le vesti per la barbarie dell’Isis, che si distingue dalla loro solo per visibilità mediatica e quantità, in difetto. Il califfo ed i suoi beccamorti non hanno inventato nulla. Davvero vedendo le immagini delle vittime arse vive non avete pensato neppure un secondo al fosforo bianco su Fallujah e sulla Palestina? Piangendo per le statue assire, avete speso un attimo a ricordare le città africane o asiatiche saccheggiate dalle truppe coloniali, sventrate dai bombardamenti intelligenti?
In secondo luogo, ad ogni attacco soffriamo sdegnosamente il restringersi della scelta tra le destinazioni per le nostre vacanze. Addio a Tunisi, meglio stare lontani da Sharm... Anche i viaggi d’affari sicuramente ne soffriranno. L’Occidente si lamenta perché viene colpito nelle uniche forme di viaggio che ritiene utili e possibili, proprio mentre si impegna con sempre maggior vigore nel limitare il naturale istinto umano ad attraversare i confini per cercare una vita migliore. La stessa gente che invoca a gran voce l’affondamento dei barconi di profughi reagisce scocciata, frustrata all’ipotesi di dover rinunciare alle ferie a Djerba. Questi pecorai barbuti, questi crudeli e disperati seguaci di follie sovrastrutturali, potranno anche radere al suolo le nostre torri di pizza e distruggere con il bulldozer il colonnato di Piazza San Pietro, potranno decapitarci tutti in fila sulla costiera romagnola o arderci vivi nelle nostre gabbie dorate, ma non riusciranno mai a scalfire il nostro decadente, inconsapevole nichilismo. La folle società distopica che vorrebbero imporre al mondo, pure quella, differisce dalla nostra più per mancanza di pudore che per eccesso di violenza.




7/1
2015

Continuons à dessiner

Il coro delle rane mi fa impazzire, preferisco chi sa esprimere il proprio dolore in silenzio o con poche, essenziali parole. Io mi rifugio in questa terra di nessuno, a parlare da solo, a scuotere pugni contro le nuvole. Mi ripugnano gli assassini, gli sciacalli, i commentatori che accusano tutti i musulmani, chi parla di attacco ai valori dell’Occidente e rivaluta la Fallaci, chi analizza strategicamente e militarmente, chi prende le distanze, chi si chiede se quei giornalisti non stessero esagerando, chi invita i media alla prudenza, chi invita i media alla violenza, chi tenta la provocazione, chi invita gli altri a tentare la provocazione, i fascisti, chi cita Voltaire, chi fa dei distinguo, i censori che inneggiano alla libertà di stampa, i bugiardi che esaltano la verità, i vigliacchi che inneggiano al coraggio, chi dice che oggi non c’è niente da ridere. A parte te, i quadrupedi ed i pennuti mi ripugnano praticamente tutti, oggi. C’è sempre qualcosa da ridere, specialmente nelle tragedie, e presto recupererò anche la mia fiducia nel genere umano. Siamo l’unica specie con il senso dell’umorismo, in fondo.




26/12
2014

Lo spirito del natale presente

Sono passati quasi tre mesi. Sono passati quasi quattro mesi. È passato quasi un anno. Sono passati quasi dieci anni. Sono passati quasi trentotto anni.

Se dieci anni fa mi avessero detto che saremmo andati tutti in giro con un segnalatore gps infilato in tasca, che avremmo pagato per averlo, se mi avessero detto che avrei guardato serie tv in streaming invece di film, che avrei spedito auguri di natale a gente che non vedo mai, che non avrei più visto gente che allora vedevo sempre, se mi avessero detto che la vigilia di natale sarei andato a farmi tagliare i capelli dai cinesi e che sarebbero andati di moda i droni, forse non mi sarei stupito per niente. Certo speravo di averne di più, di capelli da tagliare.

Se ti ho mandato un messaggio di auguri per natale, non ti offendere. Ho fatto copia e incolla, lo ammetto, ma almeno non l’ho spedito a tutta la rubrica ed ho inserito il tuo nome a mano. Ti ho pensato, almeno per un momento. Nonostante l’acqua passata sotto i ponti, l’erba cresciuta e i cavalli campati. Ed auguro davvero, davvero, giorni felici a te e a chi ti è caro. Magari lontano da me, ma felici.

Se non ti ho mandato un messaggio di auguri per natale, lo stesso, non ti offendere. Magari ti ho pensato troppo, magari so che sei un marxista radicale con poco senso dell’ironia, forse il tuo numero di telefono è bruciato nel grande rogo della primavera 2006 o il tuo nome è balzato in rubrica troppo tardi, quando la mia pazienza per questo genere di cose era già terminata. Magari ti ho scritto e tu hai cambiato numero di telefono sedici volte dall’ultima volta che ci siamo parlati, o mi hai messo in blacklist. Ma auguro lo stesso giorni felici a te e a chi ti è caro perché in fondo, la vita è già fin troppo tirchia.

Prima dei telefoni col gps, dei droni e dei cardiografi da polso, prima delle dirette da piazza san pietro e del cristianesimo e del sole invitto, c’erano solo l’oscurità e la luce. C’erano dei cavernicoli che guardavano il giorno diventare sempre più corto ed il mondo sempre più buio e freddo: gli animali si nascondevano nelle tane, i semi non germogliavano, le piante avvizzivano. Giorno dopo giorno, la notte avanzava. Quando sembrava ormai che il buio ed il freddo avrebbero invaso ogni rifugio e spento ogni cosa viva senza lasciare scampo per queste fragili bestie senzienti, proprio allora l’incedere della notte si arrestava e la luce timidamente iniziava a riconquistare quel che aveva perso. L’inverno era ancora lungo, ma un altro ciclo ricominciava ed in quel primo giorno di luce nuova c’era già la promessa di un’altra primavera, di un’estate in arrivo. Per questo celebriamo la luce, per questo ci stringiamo attorno al fuoco, ai piccoli della specie ed agli spiriti affini in queste notti invernali ben poco magiche e sempre troppo lunghe.