7/3
2005

Di case stregate vicino ai torrenti

Allora il mondo era più piccolo ed aveva confini molto più precisi. Verso il basso - la pianura, la città - eravamo limitati dalle due strade di ingresso al paese, discese troppo rischiose all’andata, salite troppo ripide al ritorno per affrontarle con le nostre biciclette e le nostre gambe corte. Non che ci fosse la tentazione, che altro era mai la città se non parenti noiosi da visitare ed estenuanti negozi di scarpe? Un susseguirsi di strade e case viste dal finestrino posteriore di un auto, asfalto e cemento, un luogo sconosciuto e lontano quanto l’america ma assai meno affascinante, dato che non passava mai sulle nostre televisioni in bianco e nero. Neppure verso l’alto ci si poteva spingere a piacimento, al massimo fino alle contrade più vicine, stando attenti al bosco. Entro quei ristretti confini rimanevano le strade, i cortili, i prati e gli orti dietro casa, dove ogni adulto ci poteva tenere d’occhio, ammonire come a scuola; quell’odiosa rete di vecchi spioni e mamme impiccione era il più efficace sistema di protezione della specie che la tradizione rurale avesse messo a punto in migliaia di anni. Naturalmente, era imperfetta. C’era sempre un muretto da saltare per sottrarsi agli sguardi indiscreti, o almeno così ci si illudeva.
Il rifugio più sicuro, in quel ritaglio di mondo, era la nostra casa abbandonata. Ci entravamo da una finestra sul retro che chissà come eravamo riusciti ad aprire, ed era il nascondiglio perfetto. Con esuberanza provincialista l’avevamo ribattezzata "Spectrum" o qualcosa del genere, ben sapendo che ogni vecchia casa abbandonata deve essere stregata ed ospitare dei fantasmi, per quanto questi fossero evidentemente così imbarazzati dalle nostre scorribande da non volersi manifestare in alcun modo. Ricordo l’odore del legno ammuffito, uno strato di polvere spesso due dita ed una botola che portava in soffitta, chissà dove abbiamo trovato la scala per raggiungerla, e noi ci sedevamo lì a raccontarci storie seduti su cuscini recuperati da vecchi divani alla discarica, illuminati dalle candele rubate in chiesa, fieri come cospiratori in quella tana segreta, in quel centro sociale prepuberale. Fumavamo tralci secchi e sottili che si chiamavano visoni, o quando ci andava di lusso qualche sigaretta fregata ai nostri vecchi. Se riuscivamo a mettere insieme abbastanza soldi, arraffandoli senza scrupoli o guadagnandoceli tra lavoretti e mance, ce ne andavamo a prendere un pacchetto dal tabaccaio, stando sempre ingenuamente attenti a specificare che non erano per noi. Dalla casa, in un attimo raggiungevamo il torrente che sega in due il paese come una vecchia cicatrice e lo risalivamo fin dove era possibile saltando di sasso in sasso, stando attenti a non infilare un piede nell’acqua schiumosa o tra le siringhe che spuntavano qua e là dal terreno. Sulle sponde facevamo le guerre con i bastoni, fino a quando qualche adulto attirato dalle grida ci scopriva e si metteva in mezzo intimandoci un armistizio. Eravamo ancora tutti così piccoli e magri e ossuti che si poteva fare a botte tranquillamente, qualcuna ne davi e qualcuna ne prendevi, senza quelle ingiuste differenze di peso e muscolatura che negli anni successivi avrebbero drasticamente determinato l’esito degli scontri. Erano tempi più democratici, si poteva risolvere qualsiasi questione ricorrendo a pugni, calci, morsi ed unghiate con possibilità di successo pressoché uguali.
Oltre che per fumare, nella nostra casa segreta ci andavamo a pianificare il sabotaggio dei capanni di caccia nei dintorni, poi realizzato strappando le frasche che li nascondevano ed appendendo ai rami intorno cartelli colorati per spaventare e mettere in salvo gli uccelli. Animati dal più nobile spirito ambientalista, su quei cartelli ci scrivevamo pure slogan altisonanti ed insulti all’indirizzo dei cacciatori; almeno, lo abbiamo fatto finché i cacciatori medesimi ci hanno colto sul fatto e spedito a casa a calci in culo. La democrazia, in effetti, valeva solo tra di noi, contro gli adulti non c’era nulla che potessimo fare e sembrava che ogni nostro passatempo desse loro in qualche modo fastidio. Progettavamo rivoluzioni.
Alla fine hanno scoperto la nostra base, naturalmente, e ci hanno scacciato anche da lì. Facevamo troppo rumore, o qualcuno ha notato il movimento attorno a quella finestra. Magari avevano sempre saputo che andavamo lì e ci hanno fatto sloggiare prima che la voce arrivasse al proprietario (perché pare impossibile, ma anche le case abbandonate hanno un proprietario da qualche parte) o temendo che le assi del pavimento cedessero sotto i nostri piedi. Il genere di paure da cui i bambini sono immuni.
Qualche anno dopo hanno ristrutturato la casa, ora sicuramente ci abiterà qualcuno. Mi chiedo che faccia abbia fatto il primo che ha infilato la testa oltre la botola della soffitta, scoprendo i cuscini marciti e le candele ed i fumetti disegnati sulla parete e la rabbia ed i desideri e tutti quegli altri fantasmi che aleggiavano in mezzo alla polvere.

Note estemporanee di zio Lusky:
State alla larga dagli anarchici informali, gli anarchici per bene si riconoscono perché danno sempre del lei e dicono buongiorno, buonasera, prego, si accomodi, e grazie.




4/3
2005

Cheat code

Questo secolo comincia veramente ad infastidirmi. Non è che qualcuno ha la password per saltare direttamente al ventiduesimo?




3/3
2005

La neve reloaded

Mentre ascolto i miei colleghi darsi affannosamente da fare per organizzare la gita aziendale sulla neve, senza neppure sospettare di quanto sia fantozziana l’idea al di là della buona fede che li anima, vengo colto da improvvisi flash sulle mie passate esperienze di sport invernali.

[Flash n.1: 1989 o giù di lì]
Gita sulla neve delle scuole medie. Qualcuno mi infila a forza i piedi in un paio di scarponi da sci, aggancia il tutto a due travi di legno vagamente sagomate e mi spinge su una pista da fondo. Una volta che gli sci si siano infilati nei binari tracciati dagli altri trecentottantadue bambini della gita, non c’è modo di girarsi: per tornare all’autobus devo arrancare per tutti i quarantotto chilometri della pista circolare maledicendo moderatamente gli dei olimpici (allora ero ancora un bambino timorato). Quando finalmente arrivo, qualche mio compagno di classe ha già cambiato voce e sta studiando per la patente, nel frattempo la revisione del bus è scaduta.

A quanto pare i tentativi di organizzare questa gita alla quale io non parteciperei in nessun caso sono destinati a fallire per colpa della generale mancanza di entusiasmo. Non mi sorprende: chi ha voglia di passare anche il fine settimana in compagnia degli stessi individui che ti tolgono il fiato tutti gli altri giorni?

[Flash n.2: 1992 o giu di lì]
Gita sulla neve delle superiori. Nessuno ha più l’autorità per costringermi a fare figuracce con gli sci ai piedi, per cui mentre gli sportivi si coprono d’onore io ed i miei amici beviamo la birra e ci buttiamo giù per una pista da bob sdraiati su dei sacchetti di plastica. A faccia in giù, anche. E nessuno si è fatto male, sorprendentemente.

Nel frattempo qui sta iniziando a nevicare e la mia collega si concede gridolini estatici, mentre a me si prospetta la possibilità di rimanere bloccato nel luogo di quotidiano sfruttamento lavorativo fino alla fine della corrente era glaciale. Si accettano offerte di soccorso (no perditempo).

[Flash n.3: 2002 o giu di lì]
Finito il tempo delle gite sulla neve, ci si va a buttare giù dai pendii utilizzando mezzi di fortuna quali: camere d’aria dei camion, scatoloni, slittini della prima guerra mondiale. Non c’é neanche tanta neve, a dire il vero. Come risultato io mi spacco un sopracciglio e sono quello che si fa meno male, tranne naturalmente Neno e gentile signora che sono protetti da gisù perché loro vanno in chiesa ed io no (e se ne vantano).

In conclusione, sulla neve è bello andarci per spanarsi il muso (tm) con gli amici, non per dimostrarsi socievoli con gli altri schiavi ed i loro padroni. Inoltre, dovrei smetterla di mangiare madeleine a pranzo.




2/3
2005

L’artista

Per tutti quelli che là fuori pensano che il mio unico talento sia fumare una sigaretta in trenta secondi, eccovi la dimostrazione che sono anche capace di disegnare:
bianco e nerocolori
A sinistra, il mio autoritratto a pennarello su carta a quadretti. A destra, lo stesso colorato al computer e rielaborato con le più sofisticate tecnologie che neanche la pixar se le sogna.

Sì, in effetti volevo solo provare lo scanner.




2/3
2005

Andare avanti

Ci vieni sabato al concerto dei Folka? No, la mia ragazza è incinta, non posso uscire. Come? Massì, l’Ale. E’ all’ottavo mese. Ah, e si sa già chi è stato? Lascia perdere, meglio che non lo venga a sapere. Intanto penso ad una mano fredda una mano calda una mano fredda una foto sul muro una foto sul divano una foto chissà dove si è persa. Guarda, il mio amico si è seduto con quelle là. E chi sono? Quella è la più troia del mondo. Chi, quella? No, non quella con il maglione bianco, che pure... quell’altra. Beh, la più troia del mondo è orribile, peccato. Davvero è orribile? A me non pare. Voglio dire, ha una faccia normale. Appunto, siamo nel 2005. Avere una faccia normale è peggio di una cicatrice. Ed alzarsi distendersi alzarsi controllare la posta accendere una sigaretta bere un bicchiere d’acqua stendersi alzarsi guardare se nevica tossire. La monnezza, la camorra, quei napoletani del... Scusami, prima che tu prosegua, vorrei farti notare che a me Napoli piace. E che ho un coltello in mano. Stavi dicendo? No, no, niente... Ma davvero, non ti volevo interrompere. Prosegui pure. No, non stavo dicendo niente. Ah, ok, m’era parso. Crederci ricordare avere paura mentire sentire lo stomaco come una pallina da golf incandescente aspettare pensare scrivere il sogno del tuo funerale. E se il tuo ragazzo ti beccasse a letto con un altro, che farebbe? Penso che ammazzerebbe prima lui e poi me. Prima lui, perché da me vorrebbe sapere almeno perché l’ho fatto. Io ucciderei prima lei. Anzi, solo lei. A lui offrirei una birra, per solidarietà. In fondo, avrebbe appena perso una donna. E sentire in gola quella frase che non puoi dire che non vuoi dire che non hai nessuno a cui dire che nessuno vuole ascoltare e dire mille altre parole e fare mille altre cose e tutto quello che dici tutto quello che fai lo fai perché devi ma quell’unica frase che non dici ti fa sentire muto e strozzato ma non fa differenza alcuna per alcuno ed in fondo neanche per te. Vuoi del calzini per tua moglie? Grazie, non ho nessuna moglie. Per i tuoi figli? Non ho figli. Per te, allora. Grazie, ce li ho già.




2/3
2005

Lettera aperta al misterioso burlone pericoloso attentatore

Quello del bombarolo, si sa, è un mestiere poco gratificante e scarsamente riconosciuto. Niente pensione, niente tredicesima, niente ferie, niente cena di natale: praticamente un cococò, ma senza neanche lo stipendio. Ci vuole passione, indubbiamente, e pazienza.
Passione. Procurarsi mezzo chilo di polvere pirica non è un’impresa impossibile, ma non è neanche che basti fare un giro al discount sotto casa. E poi confezionarla, sperando che non ti salti per aria il soggiorno nuovo. L’innesco, il timer, non sono cose semplici da preparare, ci vuole un minimo di competenza e suppongo rimanga sempre una certa quantità di rischio. Ed infine andare a depositarla nei pressi delle caserme, con tutte le telecamere che ci sono, o nelle discariche, con quella puzza insopportabile. Non puoi neppure pretendere di farlo per la gloria, perché se quel piccolo capolavoro di artigianato a cui hai dedicato tempo ed impegno dovesse funzionare, non avrai neppure la soddisfazione di potertene vantare. Ci vuole passione, per odiare così tanto i cassonetti dei rifiuti.
E pazienza. Molta pazienza, perché non sempre le tue opere d’arte funzionano come vorresti. Qualche volta non scoppiano, qualche volta scoppiano dopo, qualche volta prima. E’ giusto giusto da quando è salito al governo il Banana che piazzi una bomba ogni tre mesi nei paraggi di una caserma, e mai sei riuscito neanche a spettinare un appuntato. Tanta meticolosa preparazione e qualcosa va sempre storto, oppure sei tu a sbagliare strategia: se vuoi far male a qualcuno, la prima bomba la metti nel cassonetto della carta e la seconda nella campana del vetro, mica il contrario, le schegge di carta volanti mica fanno male a nessuno. Ci vai sempre vicino, ogni volta la bomba avrebbe potuto uccidere se qualcuno fosse stato nei pressi, ma mai è successo.
Che fortuna, per noi. Che sfiga, per te.
Dicono che stai facendo attentati dimostrativi. OK, sono tre anni che dimostri, puoi anche darci un taglio. Dicono che sei un anarchico insurrezionalista. Non stai insurrezionando per niente, al massimo aggravi l’emergenza rifiuti. Dicono che metti in pericolo la vita delle nostre eroiche forze dell’ordine, che te ne esci a notte fonda dai centri sociali, che appartieni alla stessa mala genìa di chi contesta in piazza. Non sono cose belle.
Quanto resisterà la tua passione, mi chiedo, quanto durerà la tua pazienza di fronte a questa incredibile sequenza di coincidenze, colpi di sfortuna, inneschi difettosi? O che qualcuno ti ha picchiato con un cestino dei rifiuti quand’eri piccolo e sei rimasto traumatizzato, oppure devi essere dotato di una perseveranza fuori del comune. Se non sapessi che è impossibile, giurerei che qualcuno ti paga per farlo. Se non lo ritenessi inconcepibile, direi che questo qualcuno ti paga con i soldi delle mie tasse. Ma simili pensieri non mi potrebbero mai sfiorare. Non in italia, non ora.




1/3
2005

I Grandi Concerti di KarmaChimico: Folkabbestia

Marzo. Pare ieri che la neve ricopriva i prati (ed i campi, i marciapiedi, le strade, i tetti delle case, i parabrezza delle auto, i rami degli alberi, le fabbriche, i parcheggi, le tane delle talpe ed in misura molto minore i fili d’erba) ed il gelo ci faceva tremare avvolti nei nostri cappotti. Pare ieri, invece è oggi. Mannaggia all’effetto serra, qui siamo a nove gradi sotto zero. Dov’è il riscaldamento globale quando serve? All’animazza di Jeremy Rifkin.
Comunque.
Per la serie "I Grandi Concerti di KarmaChimico", eccovi il fedele resoconto della mia esperienza di sabato sera.

Una vocina piccina picciò mi aveva messo al corrente che era previsto un concerto dei Folkabbestia nella vicina città di Vicienza; io i Folka non li avevo mai sentiti perché l’ultima volta che sono passati da queste parti c’era stato un equivoco sulle date e non è che abitino proprio dietro l’angolo. Questa volta non mi possono sfuggire, mi dico. Voglio dire, i Folkabbestia, mica cazzi. Cerco di convincere con questo semplice ragionamento tutte le persone che conosco ma qui il folk non lo capiscono, tutti hanno altri impegni, che ci vogliamo fare...
Si porta pazienza e si va da soli, cioé io.
Che già sabato pomeriggio mi era tornata la febbre e pensavo non fosse il caso.
Ma i Folkabbestia, mica bagigi.
Un mese che aspetto il concerto, una settimana che ascolto il disco, uno dei tre ciddì originali con il cellophan e tutto che ho comprato originale in un negozio di dischi originali nell’ultimo anno, insomma, non mi faccio mica fermare da due, tre, quattro linee di febbre. Mi imbottisco di medicine come un topo di laboratorio e parto.

Tra il borgo natio (triste, tristissimo) e la città di Vicienza (che non c’ha mica tanto da ridere, comunque) ci sono circa una trentina di chilometri. Io che ho il senso dell’orientamento di un pipistrello cieco e sordo in una discoteca romagnola decido di partire con un’ora di anticipo sul supposto orario di inizio del concerto, perché anche se me ne fotto di risolverli i miei difetti li conosco. Infatti, arrivo a Vicienza con tre quarti d’ora d’anticipo, mi metto a cercare in zona industriale "via dell’edilizia" e chiaramente mi trovo a vagare tra via della siderurgia della chimica dell’oreficeria della ceramica del lavoro delle scienze dell’economica della siderurgia della chirurgia inguinale della petrolchimica della teologia applicata al comportamento delle scimmie e via discorrendo.
Arrivo al locale che sono le 21.30 spaccate. Preciso come un orologio in via dell’orologeria svizzera.
Entro, pago uno sproposito
(ma penso, vabbeh sono i Folka mica uva passa)
e mentre mi marchiano il dorso della mano con il timbrino all’inchiostro cancerogeno mi informano che il concerto sarebbe iniziato un po’ tardi. Quanto tardi, chiedo. Verso le undici, rispondono. Ed io vabbé mica è tardi è sabato sera se solo ci fosse qualcuno che conosco in questo cazzo di posto e comunque non mi muovo da qui che poi ci metto altre due ore a ritrovare il locale e finisce che mi perdo di nuovo.
Che poi io ero arrivato lì alle nove e mezzo perché l’unico sito su tutta internet che avesse pubblicato un orario di inizio aveva scritto nove e mezzo, vatti a fidare. Questo per dire che non me l’ero inventato io e che su internet pubblicano informazioni false e tendenziose.

Il locale altro non è che un capannone industriale affittato e riconvertito a capannone per i concerti, le assemblee, le situazioni; con fantasia l’hanno ribattezzato "Capannone sociale" perché la creatività veneta mai si smentisce nel mondo. Al momento del mio ingresso ci sono soltanto: i Folka che fanno il soundcheck, tre ragazzine che probabilmente si sono perse (quattordicenni dall’aria neo-goth-ma-vestita-benino), due fricchettoni ed un vecchio che balla da solo durante il soundcheck. Ed io che improvvisamente realizzo e mi chiedo
echecazzocifaccioquifinoalleundicichegiànonstobenenonsareidovutousciredicasaefaunfreddodellamiseriaputtana?
Ma non mi faccio prendere dallo sconforto, gironzolo, scambio due chiacchiere con il violinista, esco a fumare, bevo un bicchiere, leggo i manifesti, ascolto il soundcheck, guardo il vecchio che balla da solo, aspetto che inizi il concerto.
Il locale comincia a riempirsi. Ogni volta che esco a fumare una sigaretta qualcuno mi frega il posto a sedere e per riaverne uno devo aspettare che qualcun altro esca a fumarsi una sigaretta. Grazie sirchia, ti ho pensato molto anche sabato sera. Il soundcheck finisce alle undici e mezzo, i Folkabbestia vanno a cenare per caricarsi di energie prima dell’evento ed io penso ci siamo, finalmente.
Ma all’improvviso, cosa sono questi brividi lungo la schiena? Epperché improvvisamente tremo tutto? Epperché il mio stomaco si sta richiudendo su se stesso come una mano che si stringe a pugno? Epperché mi si annebbia la vista?
E’ forse entrato nella stanza l’amore della vita mia?

No.

Aspirina mi comunica che il suo turno è finito e stacca. Zerinol mi lascia un biglietto d’auguri sul tavolo. La febbre rompe gli argini e mi torna a 360gradi, io seduto su una poltroncina mi copro di sudori freddi e penso
eh, no, cazzo...
mica è giusto così
cominciate a suonare vi prego sto male
ma i Folka ignari della mia tragedia continuano a cenare sul soppalco di fronte a me.
A mezzanotte e mezza attaccano, alle prime note il pugno nel mio stomaco comincia a dar segno di volersi liberare con una violenta esplosione. Ed io mi dico eh no, un mese che aspetto il concerto una settimana che ascolto il cd (uno dei tre originali dell’anno) un’ora a girare per la zona industriale di vicienza tre ore che sono qui in attesa che suonino ora cominciano a suonare ed io resto qui
e ci mancherebbe altro
mica ho fatto dieci anni di addestramento in tibet per niente
eh sì, signori miei, me la rido dell’influenza, io!
E sono rimasto lì.
Stoico.
Quasi fino alla fine della terza canzone, in effetti, poi mi sono fatto largo verso l’uscita raccontandomi che andavo solo a prendere una boccata d’aria, ma il contatto con l’aria gelida ha peggiorato la situazione. A quel punto ovviamente la mia capacità di connettermi con la realtà era leggermente alterata, altrimenti mica mi sarei infilato in auto e mica sarei partito cercando disperatamente di restare nella careggiata di destra e mica sarei tornato a casa e mica mi sarei buttato a letto e mica mi sarei svegliato dodici ore più tardi maledicendomi per la mia sfiga e lanciando pesanti accuse nei confronti della mamma di gesù e di tutti i santi del paradiso fissando sconsolato il timbrino sul dorso della mia mano.

Ridete, canaglie?
Beh, mi auguro che non vi capiti mai una cosa simile, tranne a quello che è arrivato qui cercando "puttane in thailandia" perché sua madre ha finito la stagione dei saldi.

Il finale è triste ma contiene una nota di speranza: la prossima volta che i Folkabbestia passeranno da queste parti sarò più previdente, raggiungerò il posto con quattro ore di anticipo e mi farò inchiodare mani e piedi sotto il palco. Vivo o morto sentirò suonare questi Folka. I Folka, dico. Mica caramelline alla menta.

P.S.: Ad ogni modo mi è parso che suonassero bene, ed il disco è molto bello.




25/2
2005

Pongostyle

Dice l’Espresso che siamo una generazione random. Che la nostra vita è composta da una costellazione di gratificazioni brevi, quasi istantanee, che si susseguono casualmente come i brani musicali negli ipod. Sarà vero, mi chiedo. Io che di musica e di ippica azteca mi intendo pressappoco uguale l’ipod non ce l’ho, però il concetto è chiaro. Ci spostiamo volubili da un’esperienza all’altra, da una situazione all’altra, fermandoci giusto il tempo di un assaggio, di un bacio, di un bicchiere di birra. Cerchiamo di prendere ciò che ci fa piacere e di scartare tutto il resto, evitiamo la noia peggio che le malattie, cerchiamo di inanellare i momenti piacevoli uno dietro all’altro, tre secondi per passare da una traccia all’altra, senza alcuna pretesa di coerenza o continuità. Shuffle. La politica ci fa ribrezzo, se non ci fa ribrezzo cerchiamo di stare comunque alla larga dai partiti, che già nel momento in cui pensi ad un "partito" ti viene in mente qualcosa di immobile, pesante, conservatore. Meglio spostarsi di movimento in movimento, di manifestazione in manifestazione: oggi per la pace, domani per i treni, tra una settimana per la discarica, una firma per la procreazione assistita ed una per gli spazi sociali. Un problema alla volta, via via che si presentano, senza improbabili pianificazioni. Non c’è neanche da sentirsi in colpa, visto che i politici di professione si comportano allo stesso modo: oggi sono per la guerra, domani per il ritiro, il mese scorso volevano l’onu, tra una settimana non la vogliono più, l’altro ieri tutti amavano i radicali, stamattina tirano un sospiro di sollievo perché i radicali vanno da un’altra parte. Il corso d’azione si decide al momento, poi casomai si cambia. E’ finita la politica di appartenenza, uccisa dalla politica di convenienza: loro cambiano alleanze e bandiere, noi diamo il nostro appoggio a qualcun altro. O a nessuno, per quello che vale. Shuffle. Pure la religione, poi, un’altro di quegli aspetti della vita che dovrebbero darti una direzione, una stabilità, un’identità. Invece ci bombardano di messaggi per cui tutte le religioni in sostanza adorano lo stesso dio e si vogliono bene e devono essere affratellate però in fin dei conti la mia è migliore della tua ed il tuo libro sacro dice che e non dice che e voi trattate male le donne e voi invece le mercificate e noi siamo stati perseguitati però adesso perseguitiamo gli altri e pure il tibet in fin dei conti non è altro che una teocrazia del cazzo però i buddisti sono simpatici mentre gli induisti sono tolleranti però c’hanno ancora le caste ed ecumenicamente si scannano sull’infibulazione, la circoncisione, il crocifisso, ma se chiedessero ai cattolici cosa vuol dire transustanziazione si scoprirebbe che l’italia è più o meno un paese protestante. Sostanzialmente atei, ma anche un po’ agnostici perché non si sa mai, rifiutiamo ogni allucinato estremismo e guardiamo con disprezzo alle credenze preternaturali e naif, ma anche commossi o affascinati dalle manifestazioni di religiosità popolare o da certe misteriose credenze esotiche. E chiaro che dio non esiste, però se un gatto nero mi taglia la strada aspetto che passi qualcuno prima di me. E i cerchi nel grano non si sa mai. Shuffle. E ci appare inconcepibile la prospettiva di legarci in modo esclusivo per tutta la vita ad una stessa persona, negandoci persino la possibilità di essere fugacemente felici con una delle altre persone che esistono al mondo. Non è impossibile che tu sia l’amore della mia vita, ma se invece dovessi scoprire che è la donna l’uomo il cane che gratterà alla porta tra un quarto d’ora? Siamo sei miliardi di esseri umani sul pianeta, senza contare animali domestici e da fattoria. Parliamone. Anzi, non parliamone proprio, stiamo bene per il tempo che stiamo bene e pace. Shuffle. Possiamo girare cinque locali in una serata ed in ogni locale avere una personalità diversa, possiamo conoscere cinquecento persone e con ognuna presentarsi in modo diverso, con un nome diverso, un tono di voce diverso, opinioni diverse, tanto nessuno se ne accorgerà mai perché il rapporto si consuma nel momento e nel luogo, in un altro momento o in un altro luogo sarà comunque un rapporto diverso. L’unica differenza tra passare il sabato sera in un centro sociale o alla festa di laurea del figlio di un imprenditore miliardario è che a saperlo prima decidi come vestirti, in caso contrario sarai comunque vestito secondo la moda imperante in una qualche parte del mondo. Shuffle. Possiamo o dobbiamo o vogliamo avere solo lavori che durino tre mesi e poi cambiare. Shuffle. Prendiamo dalle ideologie, dalle filosofie, dalle pubblicità radiofoniche quei due o tre concetti che ci sembrano validi o interessanti e li riassembliamo tra loro, costruendoci una Weltanschauung poliedrica, scomponibile, accessoriata, che cambia colore secondo il punto di illuminazione e quello di osservazione. Un lifestyle di pongo. Shuffle. Dieci righe o dieci minuti sullo stesso argomento finiscono per annoiarci. Guardiamo al mondo come ad un ipertesto, siamo una società cliccante. Shuffle. Non conosco nessuno che sia la stessa persona dalla mattina alla sera.

E pazienza pure che in questo post io abbia usato troppo spesso la prima persona plurale, non è che intendo affermare che siamo tutti così, che facciamo tutti così, o tutte queste cose, o sempre. E’ proprio questo il punto. A dire il vero non credo neppure che abbia senso parlare ancora di generazione, ma statisticamente ci sarà pure qualche proposizione con cui qualcuno sarà d’accordo. Ora o in un altro momento.




24/2
2005

La guerra che non hanno finito

Che il ministro (puah) fini abbia iniziato a leggere i libri di storia è già un segnale positivo, ma lo stesso se penso al Kosovo non mi sento affatto fiducioso. Anche perché gli americani sembrano pensarla diversamente: Frank Carlucci, ex segretario della difesa, ex uomo della CIA ed ora presidente emerito del gruppo Carlyle (uno dei principali fornitori dell’esercito americano, per capirci), amico di Donny Rumsfeld, ritiene che l’unica soluzione per evitare una nuova guerra nei balcani sia "la piena indipendenza del Kosovo, e [che] l’unica questione da risolvere [sia] come arrivarci."
Basterebbe il fatto che improvvisamente tutti si ricordino che esiste il Kosovo, a farci sudare freddo.


P.S.: Per leggere l’articolo di Carlucci ("The War We Haven’t Finished", sul New York Times dell’altro ieri) occorre registrarsi al sito, però è gratis. Se invece non vi fidate di dare i vostri dati agli yanquis speditemi una mail che vi faccio un copia e incolla.