2/3
2005

Andare avanti

Ci vieni sabato al concerto dei Folka? No, la mia ragazza è incinta, non posso uscire. Come? Massì, l’Ale. E’ all’ottavo mese. Ah, e si sa già chi è stato? Lascia perdere, meglio che non lo venga a sapere. Intanto penso ad una mano fredda una mano calda una mano fredda una foto sul muro una foto sul divano una foto chissà dove si è persa. Guarda, il mio amico si è seduto con quelle là. E chi sono? Quella è la più troia del mondo. Chi, quella? No, non quella con il maglione bianco, che pure... quell’altra. Beh, la più troia del mondo è orribile, peccato. Davvero è orribile? A me non pare. Voglio dire, ha una faccia normale. Appunto, siamo nel 2005. Avere una faccia normale è peggio di una cicatrice. Ed alzarsi distendersi alzarsi controllare la posta accendere una sigaretta bere un bicchiere d’acqua stendersi alzarsi guardare se nevica tossire. La monnezza, la camorra, quei napoletani del... Scusami, prima che tu prosegua, vorrei farti notare che a me Napoli piace. E che ho un coltello in mano. Stavi dicendo? No, no, niente... Ma davvero, non ti volevo interrompere. Prosegui pure. No, non stavo dicendo niente. Ah, ok, m’era parso. Crederci ricordare avere paura mentire sentire lo stomaco come una pallina da golf incandescente aspettare pensare scrivere il sogno del tuo funerale. E se il tuo ragazzo ti beccasse a letto con un altro, che farebbe? Penso che ammazzerebbe prima lui e poi me. Prima lui, perché da me vorrebbe sapere almeno perché l’ho fatto. Io ucciderei prima lei. Anzi, solo lei. A lui offrirei una birra, per solidarietà. In fondo, avrebbe appena perso una donna. E sentire in gola quella frase che non puoi dire che non vuoi dire che non hai nessuno a cui dire che nessuno vuole ascoltare e dire mille altre parole e fare mille altre cose e tutto quello che dici tutto quello che fai lo fai perché devi ma quell’unica frase che non dici ti fa sentire muto e strozzato ma non fa differenza alcuna per alcuno ed in fondo neanche per te. Vuoi del calzini per tua moglie? Grazie, non ho nessuna moglie. Per i tuoi figli? Non ho figli. Per te, allora. Grazie, ce li ho già.

Note estemporanee di zio Lusky:
State alla larga dagli anarchici informali, gli anarchici per bene si riconoscono perché danno sempre del lei e dicono buongiorno, buonasera, prego, si accomodi, e grazie.




2/3
2005

Lettera aperta al misterioso burlone pericoloso attentatore

Quello del bombarolo, si sa, è un mestiere poco gratificante e scarsamente riconosciuto. Niente pensione, niente tredicesima, niente ferie, niente cena di natale: praticamente un cococò, ma senza neanche lo stipendio. Ci vuole passione, indubbiamente, e pazienza.
Passione. Procurarsi mezzo chilo di polvere pirica non è un’impresa impossibile, ma non è neanche che basti fare un giro al discount sotto casa. E poi confezionarla, sperando che non ti salti per aria il soggiorno nuovo. L’innesco, il timer, non sono cose semplici da preparare, ci vuole un minimo di competenza e suppongo rimanga sempre una certa quantità di rischio. Ed infine andare a depositarla nei pressi delle caserme, con tutte le telecamere che ci sono, o nelle discariche, con quella puzza insopportabile. Non puoi neppure pretendere di farlo per la gloria, perché se quel piccolo capolavoro di artigianato a cui hai dedicato tempo ed impegno dovesse funzionare, non avrai neppure la soddisfazione di potertene vantare. Ci vuole passione, per odiare così tanto i cassonetti dei rifiuti.
E pazienza. Molta pazienza, perché non sempre le tue opere d’arte funzionano come vorresti. Qualche volta non scoppiano, qualche volta scoppiano dopo, qualche volta prima. E’ giusto giusto da quando è salito al governo il Banana che piazzi una bomba ogni tre mesi nei paraggi di una caserma, e mai sei riuscito neanche a spettinare un appuntato. Tanta meticolosa preparazione e qualcosa va sempre storto, oppure sei tu a sbagliare strategia: se vuoi far male a qualcuno, la prima bomba la metti nel cassonetto della carta e la seconda nella campana del vetro, mica il contrario, le schegge di carta volanti mica fanno male a nessuno. Ci vai sempre vicino, ogni volta la bomba avrebbe potuto uccidere se qualcuno fosse stato nei pressi, ma mai è successo.
Che fortuna, per noi. Che sfiga, per te.
Dicono che stai facendo attentati dimostrativi. OK, sono tre anni che dimostri, puoi anche darci un taglio. Dicono che sei un anarchico insurrezionalista. Non stai insurrezionando per niente, al massimo aggravi l’emergenza rifiuti. Dicono che metti in pericolo la vita delle nostre eroiche forze dell’ordine, che te ne esci a notte fonda dai centri sociali, che appartieni alla stessa mala genìa di chi contesta in piazza. Non sono cose belle.
Quanto resisterà la tua passione, mi chiedo, quanto durerà la tua pazienza di fronte a questa incredibile sequenza di coincidenze, colpi di sfortuna, inneschi difettosi? O che qualcuno ti ha picchiato con un cestino dei rifiuti quand’eri piccolo e sei rimasto traumatizzato, oppure devi essere dotato di una perseveranza fuori del comune. Se non sapessi che è impossibile, giurerei che qualcuno ti paga per farlo. Se non lo ritenessi inconcepibile, direi che questo qualcuno ti paga con i soldi delle mie tasse. Ma simili pensieri non mi potrebbero mai sfiorare. Non in italia, non ora.




1/3
2005

I Grandi Concerti di KarmaChimico: Folkabbestia

Marzo. Pare ieri che la neve ricopriva i prati (ed i campi, i marciapiedi, le strade, i tetti delle case, i parabrezza delle auto, i rami degli alberi, le fabbriche, i parcheggi, le tane delle talpe ed in misura molto minore i fili d’erba) ed il gelo ci faceva tremare avvolti nei nostri cappotti. Pare ieri, invece è oggi. Mannaggia all’effetto serra, qui siamo a nove gradi sotto zero. Dov’è il riscaldamento globale quando serve? All’animazza di Jeremy Rifkin.
Comunque.
Per la serie "I Grandi Concerti di KarmaChimico", eccovi il fedele resoconto della mia esperienza di sabato sera.

Una vocina piccina picciò mi aveva messo al corrente che era previsto un concerto dei Folkabbestia nella vicina città di Vicienza; io i Folka non li avevo mai sentiti perché l’ultima volta che sono passati da queste parti c’era stato un equivoco sulle date e non è che abitino proprio dietro l’angolo. Questa volta non mi possono sfuggire, mi dico. Voglio dire, i Folkabbestia, mica cazzi. Cerco di convincere con questo semplice ragionamento tutte le persone che conosco ma qui il folk non lo capiscono, tutti hanno altri impegni, che ci vogliamo fare...
Si porta pazienza e si va da soli, cioé io.
Che già sabato pomeriggio mi era tornata la febbre e pensavo non fosse il caso.
Ma i Folkabbestia, mica bagigi.
Un mese che aspetto il concerto, una settimana che ascolto il disco, uno dei tre ciddì originali con il cellophan e tutto che ho comprato originale in un negozio di dischi originali nell’ultimo anno, insomma, non mi faccio mica fermare da due, tre, quattro linee di febbre. Mi imbottisco di medicine come un topo di laboratorio e parto.

Tra il borgo natio (triste, tristissimo) e la città di Vicienza (che non c’ha mica tanto da ridere, comunque) ci sono circa una trentina di chilometri. Io che ho il senso dell’orientamento di un pipistrello cieco e sordo in una discoteca romagnola decido di partire con un’ora di anticipo sul supposto orario di inizio del concerto, perché anche se me ne fotto di risolverli i miei difetti li conosco. Infatti, arrivo a Vicienza con tre quarti d’ora d’anticipo, mi metto a cercare in zona industriale "via dell’edilizia" e chiaramente mi trovo a vagare tra via della siderurgia della chimica dell’oreficeria della ceramica del lavoro delle scienze dell’economica della siderurgia della chirurgia inguinale della petrolchimica della teologia applicata al comportamento delle scimmie e via discorrendo.
Arrivo al locale che sono le 21.30 spaccate. Preciso come un orologio in via dell’orologeria svizzera.
Entro, pago uno sproposito
(ma penso, vabbeh sono i Folka mica uva passa)
e mentre mi marchiano il dorso della mano con il timbrino all’inchiostro cancerogeno mi informano che il concerto sarebbe iniziato un po’ tardi. Quanto tardi, chiedo. Verso le undici, rispondono. Ed io vabbé mica è tardi è sabato sera se solo ci fosse qualcuno che conosco in questo cazzo di posto e comunque non mi muovo da qui che poi ci metto altre due ore a ritrovare il locale e finisce che mi perdo di nuovo.
Che poi io ero arrivato lì alle nove e mezzo perché l’unico sito su tutta internet che avesse pubblicato un orario di inizio aveva scritto nove e mezzo, vatti a fidare. Questo per dire che non me l’ero inventato io e che su internet pubblicano informazioni false e tendenziose.

Il locale altro non è che un capannone industriale affittato e riconvertito a capannone per i concerti, le assemblee, le situazioni; con fantasia l’hanno ribattezzato "Capannone sociale" perché la creatività veneta mai si smentisce nel mondo. Al momento del mio ingresso ci sono soltanto: i Folka che fanno il soundcheck, tre ragazzine che probabilmente si sono perse (quattordicenni dall’aria neo-goth-ma-vestita-benino), due fricchettoni ed un vecchio che balla da solo durante il soundcheck. Ed io che improvvisamente realizzo e mi chiedo
echecazzocifaccioquifinoalleundicichegiànonstobenenonsareidovutousciredicasaefaunfreddodellamiseriaputtana?
Ma non mi faccio prendere dallo sconforto, gironzolo, scambio due chiacchiere con il violinista, esco a fumare, bevo un bicchiere, leggo i manifesti, ascolto il soundcheck, guardo il vecchio che balla da solo, aspetto che inizi il concerto.
Il locale comincia a riempirsi. Ogni volta che esco a fumare una sigaretta qualcuno mi frega il posto a sedere e per riaverne uno devo aspettare che qualcun altro esca a fumarsi una sigaretta. Grazie sirchia, ti ho pensato molto anche sabato sera. Il soundcheck finisce alle undici e mezzo, i Folkabbestia vanno a cenare per caricarsi di energie prima dell’evento ed io penso ci siamo, finalmente.
Ma all’improvviso, cosa sono questi brividi lungo la schiena? Epperché improvvisamente tremo tutto? Epperché il mio stomaco si sta richiudendo su se stesso come una mano che si stringe a pugno? Epperché mi si annebbia la vista?
E’ forse entrato nella stanza l’amore della vita mia?

No.

Aspirina mi comunica che il suo turno è finito e stacca. Zerinol mi lascia un biglietto d’auguri sul tavolo. La febbre rompe gli argini e mi torna a 360gradi, io seduto su una poltroncina mi copro di sudori freddi e penso
eh, no, cazzo...
mica è giusto così
cominciate a suonare vi prego sto male
ma i Folka ignari della mia tragedia continuano a cenare sul soppalco di fronte a me.
A mezzanotte e mezza attaccano, alle prime note il pugno nel mio stomaco comincia a dar segno di volersi liberare con una violenta esplosione. Ed io mi dico eh no, un mese che aspetto il concerto una settimana che ascolto il cd (uno dei tre originali dell’anno) un’ora a girare per la zona industriale di vicienza tre ore che sono qui in attesa che suonino ora cominciano a suonare ed io resto qui
e ci mancherebbe altro
mica ho fatto dieci anni di addestramento in tibet per niente
eh sì, signori miei, me la rido dell’influenza, io!
E sono rimasto lì.
Stoico.
Quasi fino alla fine della terza canzone, in effetti, poi mi sono fatto largo verso l’uscita raccontandomi che andavo solo a prendere una boccata d’aria, ma il contatto con l’aria gelida ha peggiorato la situazione. A quel punto ovviamente la mia capacità di connettermi con la realtà era leggermente alterata, altrimenti mica mi sarei infilato in auto e mica sarei partito cercando disperatamente di restare nella careggiata di destra e mica sarei tornato a casa e mica mi sarei buttato a letto e mica mi sarei svegliato dodici ore più tardi maledicendomi per la mia sfiga e lanciando pesanti accuse nei confronti della mamma di gesù e di tutti i santi del paradiso fissando sconsolato il timbrino sul dorso della mia mano.

Ridete, canaglie?
Beh, mi auguro che non vi capiti mai una cosa simile, tranne a quello che è arrivato qui cercando "puttane in thailandia" perché sua madre ha finito la stagione dei saldi.

Il finale è triste ma contiene una nota di speranza: la prossima volta che i Folkabbestia passeranno da queste parti sarò più previdente, raggiungerò il posto con quattro ore di anticipo e mi farò inchiodare mani e piedi sotto il palco. Vivo o morto sentirò suonare questi Folka. I Folka, dico. Mica caramelline alla menta.

P.S.: Ad ogni modo mi è parso che suonassero bene, ed il disco è molto bello.




25/2
2005

Pongostyle

Dice l’Espresso che siamo una generazione random. Che la nostra vita è composta da una costellazione di gratificazioni brevi, quasi istantanee, che si susseguono casualmente come i brani musicali negli ipod. Sarà vero, mi chiedo. Io che di musica e di ippica azteca mi intendo pressappoco uguale l’ipod non ce l’ho, però il concetto è chiaro. Ci spostiamo volubili da un’esperienza all’altra, da una situazione all’altra, fermandoci giusto il tempo di un assaggio, di un bacio, di un bicchiere di birra. Cerchiamo di prendere ciò che ci fa piacere e di scartare tutto il resto, evitiamo la noia peggio che le malattie, cerchiamo di inanellare i momenti piacevoli uno dietro all’altro, tre secondi per passare da una traccia all’altra, senza alcuna pretesa di coerenza o continuità. Shuffle. La politica ci fa ribrezzo, se non ci fa ribrezzo cerchiamo di stare comunque alla larga dai partiti, che già nel momento in cui pensi ad un "partito" ti viene in mente qualcosa di immobile, pesante, conservatore. Meglio spostarsi di movimento in movimento, di manifestazione in manifestazione: oggi per la pace, domani per i treni, tra una settimana per la discarica, una firma per la procreazione assistita ed una per gli spazi sociali. Un problema alla volta, via via che si presentano, senza improbabili pianificazioni. Non c’è neanche da sentirsi in colpa, visto che i politici di professione si comportano allo stesso modo: oggi sono per la guerra, domani per il ritiro, il mese scorso volevano l’onu, tra una settimana non la vogliono più, l’altro ieri tutti amavano i radicali, stamattina tirano un sospiro di sollievo perché i radicali vanno da un’altra parte. Il corso d’azione si decide al momento, poi casomai si cambia. E’ finita la politica di appartenenza, uccisa dalla politica di convenienza: loro cambiano alleanze e bandiere, noi diamo il nostro appoggio a qualcun altro. O a nessuno, per quello che vale. Shuffle. Pure la religione, poi, un’altro di quegli aspetti della vita che dovrebbero darti una direzione, una stabilità, un’identità. Invece ci bombardano di messaggi per cui tutte le religioni in sostanza adorano lo stesso dio e si vogliono bene e devono essere affratellate però in fin dei conti la mia è migliore della tua ed il tuo libro sacro dice che e non dice che e voi trattate male le donne e voi invece le mercificate e noi siamo stati perseguitati però adesso perseguitiamo gli altri e pure il tibet in fin dei conti non è altro che una teocrazia del cazzo però i buddisti sono simpatici mentre gli induisti sono tolleranti però c’hanno ancora le caste ed ecumenicamente si scannano sull’infibulazione, la circoncisione, il crocifisso, ma se chiedessero ai cattolici cosa vuol dire transustanziazione si scoprirebbe che l’italia è più o meno un paese protestante. Sostanzialmente atei, ma anche un po’ agnostici perché non si sa mai, rifiutiamo ogni allucinato estremismo e guardiamo con disprezzo alle credenze preternaturali e naif, ma anche commossi o affascinati dalle manifestazioni di religiosità popolare o da certe misteriose credenze esotiche. E chiaro che dio non esiste, però se un gatto nero mi taglia la strada aspetto che passi qualcuno prima di me. E i cerchi nel grano non si sa mai. Shuffle. E ci appare inconcepibile la prospettiva di legarci in modo esclusivo per tutta la vita ad una stessa persona, negandoci persino la possibilità di essere fugacemente felici con una delle altre persone che esistono al mondo. Non è impossibile che tu sia l’amore della mia vita, ma se invece dovessi scoprire che è la donna l’uomo il cane che gratterà alla porta tra un quarto d’ora? Siamo sei miliardi di esseri umani sul pianeta, senza contare animali domestici e da fattoria. Parliamone. Anzi, non parliamone proprio, stiamo bene per il tempo che stiamo bene e pace. Shuffle. Possiamo girare cinque locali in una serata ed in ogni locale avere una personalità diversa, possiamo conoscere cinquecento persone e con ognuna presentarsi in modo diverso, con un nome diverso, un tono di voce diverso, opinioni diverse, tanto nessuno se ne accorgerà mai perché il rapporto si consuma nel momento e nel luogo, in un altro momento o in un altro luogo sarà comunque un rapporto diverso. L’unica differenza tra passare il sabato sera in un centro sociale o alla festa di laurea del figlio di un imprenditore miliardario è che a saperlo prima decidi come vestirti, in caso contrario sarai comunque vestito secondo la moda imperante in una qualche parte del mondo. Shuffle. Possiamo o dobbiamo o vogliamo avere solo lavori che durino tre mesi e poi cambiare. Shuffle. Prendiamo dalle ideologie, dalle filosofie, dalle pubblicità radiofoniche quei due o tre concetti che ci sembrano validi o interessanti e li riassembliamo tra loro, costruendoci una Weltanschauung poliedrica, scomponibile, accessoriata, che cambia colore secondo il punto di illuminazione e quello di osservazione. Un lifestyle di pongo. Shuffle. Dieci righe o dieci minuti sullo stesso argomento finiscono per annoiarci. Guardiamo al mondo come ad un ipertesto, siamo una società cliccante. Shuffle. Non conosco nessuno che sia la stessa persona dalla mattina alla sera.

E pazienza pure che in questo post io abbia usato troppo spesso la prima persona plurale, non è che intendo affermare che siamo tutti così, che facciamo tutti così, o tutte queste cose, o sempre. E’ proprio questo il punto. A dire il vero non credo neppure che abbia senso parlare ancora di generazione, ma statisticamente ci sarà pure qualche proposizione con cui qualcuno sarà d’accordo. Ora o in un altro momento.




24/2
2005

La guerra che non hanno finito

Che il ministro (puah) fini abbia iniziato a leggere i libri di storia è già un segnale positivo, ma lo stesso se penso al Kosovo non mi sento affatto fiducioso. Anche perché gli americani sembrano pensarla diversamente: Frank Carlucci, ex segretario della difesa, ex uomo della CIA ed ora presidente emerito del gruppo Carlyle (uno dei principali fornitori dell’esercito americano, per capirci), amico di Donny Rumsfeld, ritiene che l’unica soluzione per evitare una nuova guerra nei balcani sia "la piena indipendenza del Kosovo, e [che] l’unica questione da risolvere [sia] come arrivarci."
Basterebbe il fatto che improvvisamente tutti si ricordino che esiste il Kosovo, a farci sudare freddo.


P.S.: Per leggere l’articolo di Carlucci ("The War We Haven’t Finished", sul New York Times dell’altro ieri) occorre registrarsi al sito, però è gratis. Se invece non vi fidate di dare i vostri dati agli yanquis speditemi una mail che vi faccio un copia e incolla.




24/2
2005

Oppio di stato, neanche tanto buono

Causa pigrizia, sulla trasmissione in diretta RAI dei funerali del fondatore di cielle Giussani mi limito a sottoscrivere quanto osservato ieri da Cadavrexquis. Da parte mia aggiungerò solo che mi ha schifato come quasi tutte le forze politiche si siano sbrodolate in elogi del defunto, e che la sera del suo trapasso con commossa partecipazione mi sono voluto rivedere Life of Brian dei Monty Python, per associazione di idee.




23/2
2005

L’imbarazzo della scelta

Oltre a tutte le sfighe che già abbiamo, a quanto pare pure qui in venetolandia dovremo presto affrontare la sfida delle elezioni regionali. Di suo, non sarebbe un problema. Siamo già andati a votare diverse altre volte, anche se sempre con pessimi risultati, ma non abbiamo mai avuto particolare paura; questa volta, invece, sembra davvero un’impresa superiore alle mie forze.
In primo luogo, i candidati sono tutti miliardari. Questo per principio mi schifa: non possono aspettare a diventare ricchi dopo essere stati eletti?
In secondo luogo, sono quello che sono. Da una parte, l’attuale governatore galan: l’uomo che mentre il veneto andava a puttane, lui pure. Per il centrosinistra, un certo carraro re dei cinturini per gli orologi (e già qui...), ultracattolico e baciapile, diessino d’accatto. Outsider, un tale panto che imitando berlusconi nello stile ed il vecchio bossi nel programma raccoglie i fuoriusciti dalla lega ed altri alienati.
Come dire, provo un certo imbarazzo a dover scegliere una di queste tre persone. Che ne dite, vale la pena di alzarsi dal divano solo per andare a buttare una scheda bianca nel cestino?




23/2
2005

Già dal titolo si capisce che sarà un best seller

Sentendone per sbaglio la voce roca alla radio, domenica, l’avevo capito che il polacco ne fuma trenta al giorno. Ma pensavo sigarette, chessò, sigari donati dal voltagabbana cubano. A quanto pare, peccavo di ingenuità.




22/2
2005

A.V.A.: Associazione Vecchi Atarassici

Ci sono ancora cose che ispirano curiosità, a noi vecchi ormai atarassici e distaccati dalla follia del mondo. Non proprio curiosità curiosità, direi piuttosto
ah. curioso.
e nulla più, altrimenti non saremmo atarassici ma solo annoiati. Non che la distinzione ci interessi (altrimenti ancora una volta non saremmo atarassici).
Curioso, quindi, come i cumuli di neve che si staccano improvvisamente dai rami del grosso pino fuori dalla finestra mi facciano desiderare che sotto ci passi un calderoli qualsiasi. Curioso, perché non c’è alcun collegamento tra il fenomeno fisico e quell’altro fenomeno. Curioso come pensare a calderoli mi faccia salire alle labbra l’esclamazione "via questi papi polacchi che portano via il lavoro ai papi italiani". Curioso come io non sia tra quelli in fremente attesa del nuovo libro del malconcio polacco.
ah.
Curioso come io senta odore di mare quando esco a fumare una sigaretta. Curioso come mi renda poi conto che è solo effetto del sale gettato a secchiate sulla neve. Curioso, come io riesca puntualmente a dimenticare di mettere fuori la monnezza, pagare le bollette, fare la spesa. Curioso come io riesca a ricordare nel dettaglio cose, persone, che non vedo da troppo tempo ed a provare improvvise dolorose fitte di nostalgia. Curioso quanto schifo facciano le marlborolait rispetto alle barclay. Curioso anche svegliarsi chiedendosi se i resistenti iracheni somiglino più ai partigiani o ai repubblichini, con buona pace di chi invece non se lo chiede.
Oh, beh. Una volta stupitomi per questi eventi, poi sono capace di passare ore sul divano a fissare il soffitto della mia cucina chiedendomi se valga la pena alzarsi per lavare i piatti, oppure sia meglio fumare un’altra sigaretta. In genere, vince la sigaretta.
Curioso infine come riemerga dal nero abisso della mia memoria questo ricordo che credevo sepolto per sempre:

[Scena: tre gentiluomini di altri tempi passeggiano amabilmente sotto i portici di una non troppo nota cittadina del nordest sulla cui piazza si gioca a scacchi negli anni pari. Uno sembra il cugino povero di binladen, un altro mi viene troppo da ridere a descriverlo, il terzo è il vostro amabile maître à penser.]

[Dando per scontato che il vostro amabile maître à penser sia io, altrimenti che scuse avete per essere arrivati a leggere fin qui?]

T.D.R.A.D.: Ma chi è questa tipa?
C.P.D.B.: E’ una che ad A.M.A.P. piace molto.
A.M.A.P.: Veramente, questo lo dici tu. Cristo, ha... 16, 17 anni.
T.D.R.A.D.: Beh, dieci anni meno di te, non è male.
A.M.A.P.: Undici.
T.D.R.A.D.: Cazzo. Ma allora tu ne hai... Non è possibile, dai... ventotto... non può essere... eppure... Cazzo, sei fottuto. Ti pensi, C.P.D.B.? E’ un vecchio. E ddio, noi abbiamo solo tre anni di meno. Anche noi siamo quasi fottuti, certo non proprio come lui, ma ci saremo presto. Tremendo. Cazzo. Che tristezza.

[A.M.A.P. sorride con distaccata serenità e memorizza questo dialogo per farlo incidere sulla lapide di T.D.R.A.P. entro la fine del mese.]

A ben pensarci, tutto ciò è avvenuto sabato scorso. Sapete, noi vecchi...




21/2
2005

Sono uscito di casa e ci tengo a farlo sapere

Venerdì sera, fiducioso mi reco all’inaugurazione della stagione 2005 del Cinecoso Alternativo (tm). All’evento partecipa un numero spropositato di persone (ma si attendono i dati della questura). Ciononostante mi viene il dubbio che qualcosa non abbia funzionato nella collaudata macchina organizzativa di Nello, dato che ci sono solo quattro (4) pulzelle, di cui almeno una sicuramente maggiorenne. In effetti, a giudicare dalla composizione del pubblico ci si sarebbe ben potuto aspettare la proiezione di una finale di coppa o di un filmino di moana. Invece no, come annunciato ci siamo sollazzati con...

Battle Royale

(boato del pubblico)

Questo filmone, giustamente divenuto oggetto di culto in tutto il mondo, parla di...
insomma...
in pratica... c’è una classe di studenti giapponesi che viene rapita e posta su un’isola da cui non può fuggire, a ciascuno studente viene data un’arma e l’ordine di ammazzarsi a vicenda, e così fanno.
Chiaramente questo stringato riassunto non permette di apprezzare tutta l’intricata vicenda, i risvolti umani e morali, le sfaccettature psicologiche e tutti gli altri appassionanti aspetti dell’opera che ci hanno tenuto in piedi a discutere animatamente fino alle cinque del mattino. E’ pur vero che dopo cinque minuti tutti parlavano d’altro tranne Nello e Pierbulus.

Non paghi di esserci dati alla cultura per tutta la serata e gran parte della notte, Sabato viene proposto di recarci a visitare una mostra di arte contemporanea dalle parti di Bassano del Grappa (detta anche l’Atene dei poveri). Gonfio di entusiasmo vado a prendere l’amico Pierbulus, che stordito dal film alle tre e mezzo del pomeriggio stava ancora sotto le coperte, mezzo vestito e mezzo in pigiama com’è nel suo elegante caratteristico stile. Nel mentre che ci facciamo un caffè veniamo raggiunti anche dal prode Nello, a sua volta smanioso di essere illuminato dall’Arte.
Sorge un problema.
Il destino beffardo vuole che il cane di Bulus si fosse il giorno prima rotolato su non meglio precisate evacuazioni corporali altrui e sia stato di conseguenza portato al canelavaggio, dove attende fiducioso di essere recuperato. La nostra sete di conoscenza viene così tradita, il tempo che perdiamo per andare a prendere questo maledetto botolo coprofilo ci rende impossibile raggiungere l’amena cittadina prima della chiusura della mostra. Ci disperiamo un pochettino e decidiamo di ripiegare sulla ridente Marostica, così chiamata per via delle famose ciliegie. Passeggiamo per la suggestiva piazza discutendo di storia locale come gentiluomini di altri tempi, esortati da Pier intraprendiamo coraggiosi la salita verso le romantiche mura, dopo cinque minuti veniamo fermati dallo stesso PierBulus che piagnucolando ci supplica di tornare giù perché è stanco... supplica alla quale io e Nello generosamente ci pieghiamo, sapendo che il bambino è cagionevole di salute. Ci fermiamo quindi a bere qualcosa e torniamo verso il triste borgo natio, compiendo un lungo giro panoramico per la provincia, dato che lo stesso Bulus si era lamentato di conoscere così poco delle terre che circondano il borgo*. Io ancora una volta lo accontento (sabato è stato meglio di natale, per l’amico Bulus) scarrozzandoli attraverso la pianura, la collina, contrade sconosciute, un paio di volte sopra un misterioso ponte e direi pure qualche montagna... ehm, tutto questo fino a quando sono riuscito a ritrovare la strada di casa.
Ieri, esausto da tanta attività psicofisica, ho passato la giornata ad irradiare di energia negativa il computer domestico per formattarlo uccidendo tutte le creature maligne che vi si erano insediate. Sono uscito solo a prendere le sigarette ed una tazza di cioccolato caldo alla cannella (e se pensate che uscire di casa sotto la neve per prendere una tazza di cioccolato caldo con cannella sia un chiaro indicatore di omosessualità latente, il problema è vostro, non mio**), ad eccezione del solito pasto domenicale scroccato in giro.


* Questa è la versione che passerà alla storia, che non si dica in giro che mi sono perso mentre ero alla guida.
** Anche perché io volevo il cioccolato caldo all’arancia, ma era finito.