12/5
2008

Un’estate di mojito

Questi ancora non sono riusciti a convocare il consiglio dei ministri e già parlano di usare l’esercito per risolvere i problemi della sicurezza interna. Consiglio dei ministri che peraltro includerà tra gli altri Maroni all’interno, Alfano alla giustizia, La Russa alla guerra, Tremonti all’economia, Bondi ai beni culturali, Bossi alle riforme, Fitto ai rapporti con le regioni, Calderoli alla semplificazione. La semplificazione, avete letto bene, ma del resto già lo sapevate. Sembra una di quelle storie truci che si spera sempre che siano false, ma sono vere. Ci aspettano quindi il sergente di quartiere, un governo che sta a metà tra i Sopranos e gli Addams e calderolo che ci semplifica la vita.

Per fortuna ricomincia l’estate, le magliette con le maniche corte, l’infradito ed il mojito.

Ce ne berremo un sacco di mojito quest’estate, sì sì, mentre il rumore del mare ci culla in sottofondo ed il cervello si sfuma all’orizzonte.

(21 Ministri, più il presidente del consiglio dei Medesimi, proprio il numero regolamentare per una partitella Mafiosi vs. Mentecatti. Sarà un caso?)

Mojito, mojito e mojito.
A ettolitri.
Fino a farci uscire la mentuccia dalle narici.

Note estemporanee di zio Lusky:
State alla larga dagli anarchici informali, gli anarchici per bene si riconoscono perché danno sempre del lei e dicono buongiorno, buonasera, prego, si accomodi, e grazie.




6/5
2008

Una questione di sigarette

Uno studente, un operaio, un promoter finanziario (qualunque cosa sia). Dicono siano figli di buona famiglia. Diamanti suggerisce che più che altro siano figli di puttana, e non posso che essere d’accordo con l’illustre collega. Ma guardate le foto, non hanno la faccia da bravi ragazzi? Non fanno paura. Non suscitano rabbia. Sembrano ragazzini, quarti di sega. Probabilmente avevano ben altro aspetto ed espressione, quando la domenica andavano ad alienarsi allo stadio, quando il sabato sera uscivano per le loro passeggiate punitive ai danni dei kebabbari, dei comunisti, dei terroni. Chissà quanto a lungo avrebbero potuto continuare, se non si fossero lasciati prendere la mano, se si fossero limitati agli stranieri. Sicuramente faceva paura, quel branco di bociazze che si credevano uomini, probabilmente erano a loro volta pieni di paura, oltre che di odio e di noia e di birra. Paura per se stessi e per i propri cari, paura delle proprie vittime. Volevano, semplicemente, ripulire la loro città da quanti ritenevano un pericolo, da quanti non andavano loro a genio, da quanti non rientravano nei loro canoni di "normalità", volevano sentirsi forti e ordinati e potenti, imporsi, farsi rispettare, essere ammirati, sfogare la frustrazione di giornate che sembrano sempre più inutili, esorcizzare i problemi trasferendoli su un feticcio esterno a loro, tanto più esterno quanto più diverso da loro, e prenderli a botte, metterli a tacere. Avevano bisogno di sicurezza. Volevano le stesse cose che vogliono i loro genitori, le loro buone famiglie, solo che hanno vent’anni e non si sono accontentati di sibilare qualche insulto al bar, di tracciare una croce su una scheda elettorale. Hanno fatto quello che i loro padri, più per codardia che per ragionevolezza, non osano fare, quello che i loro fratelli maggiori di Forza Nuova e del Fronte Veneto Skinheads, meglio addestrati ed organizzati, stigmatizzano: hanno spontaneamente tradotto in pratica le loro minacce, hanno tradotto in sangue vero, in morte vera, i proclami dei loro volantini e delle scritte sui muri. Hanno portato alle estreme conseguenze ciò che i loro simili, più prudenti, osano solo borbottare tra i denti o gridare in piazza. Il sindaco di Verona, leghista, dice che è una vergogna che questi delinquenti fossero a piede libero, che sono deficienti, teppisti, che la politica non c’entra. Se c’entrasse, d’altro canto, dovrebbe interrogarsi sulle bizzarre similitudini tra i bersagli di questi teppisti ed i metaforici bersagli del suo stesso partito, tra gli oggetti delle minacce della lega e quelli dell’omicida concretezza dei babynazi: stranieri, zingari, comunisti, omosessuali, ebrei, terroni. C’entrasse la politica, dovrebbe chiedersi se per caso non stiano sbagliando qualcosa, quanto a lungo riusciranno a cavalcare questa tigre e a tenerla sotto controllo, ed in che razza di letamaio abbiano trasformato il posto in cui viviamo. Ma non c’entra, la politica, non c’entra la città, non c’entra la classe, non c’entra il lavoro, non c’entra la paura ed il modo di gestirla, non c’entra la società ed il modo di controllarla. Era solo una questione di sigarette.




29/4
2008

Il cerchio della vita continua, Simba.

Un cartello recita:
"VELTRONI: con le primarie ha fatto cadere il governo Prodi, con le elezioni politiche ha cacciato i comunisti dal parlamento, candidando Rutelli ha perso Roma. WALTER SANTO SUBITO"

Fanno festa i neofascisti della capitale, con le loro testine rasate e le manine tese nel saluto romano, con i bandieroni con la celtica ed i tricolori. Sono pochi, nella folla che riempie la piazza, ma giustamente esultano: per la prima volta dalla fine della guerra un loro ex camerata sale al campidoglio come sindaco di roma, anche se al tempo probabilmente si chiamava "podestà" o qualcosa del genere.
"Ex camerata" non è un espediente retorico: Gianni Alemanno ha passato tutti gli anni ’80 sulle barricate con il Fronte della Gioventù, a fare a botte con gli sbirri e i comunisti, ed ancora oggi che si è sciacquato i denti a Fiuggi porta la croce celtica al collo, probabilmente perché è comunque un simbolo solare di una certa rilevanza folkloristica, o gliel’hanno regalato come medaglietta per la prima comunione, chissà.
Ad ogni modo, festeggiano i fasci, festeggiano i tassisti (scusate la ridondanza), festeggia Alemanno e festeggia senz’altro anche quella componente più moderata del suo partito/schieramento che mai si sognerebbe di infilare una croce celtica sotto la camicia, almeno per il momento. E comprensibilmente ringraziano Uolter Ueltroni ed il suo partito fantasma, che continua a fare tutti gli sbagli possibili e ad incassare una sconfitta dopo l’altra.
Dopo questo bel risultato i giornali annunciano che "comincia la resa dei conti" tra i Democratici. Balle, probabilmente. Sarebbe giusto e doveroso che quei quattro meschini si guardassero in faccia, ammettessero la propria cosmica inutilità e si ritirassero a coltivare ortensie su qualche isola sperduta del Mediterraneo, possibilmente disabitata per non disturbare gli autoctoni. Invece, si infileranno qualche coltellata tra le scapole, cadrà la testa di qualche numero due o numero tre, i cretini alla guida rimarranno immutati e presto via! Verso altre luminose sconfitte!
Il brutto è che purtroppo, in questo momento, c’è bisogno del partito democratico. Duole dirlo, ma per quanto incompetenti e squallidi sono l’ultimo baluardo in parlamento contro l’egemonia della destra, e se crollano loro, se si frantumano ora, questi cinque anni che si preannunciano terribili potrebbero diventare un incubo. Certo, sono un partito senz’anima e senza senso, pieno di gente intelligente e valida guidata da coniglietti suicidi, e non c’è alcuna garanzia che abbiano intenzione di reggere la barricata, ogni frase di Ueltroni sembra piuttosto suggerire un cordiale e masochista affratellamento con gli avversari, ma esiste almeno una flebile speranza che facciano opposizione almeno ai provvedimenti peggiori.
Per oggi, intanto, la destra vince ancora, la sinistra continua la propria latitanza, il partito democratico è allo sbando. Tutto va per il peggio.
Ma oggi è il 29 Aprile, ed il 29 Aprile di sessantatre anni fa i partigiani scendevano dalle montagne e si riprendevano il Triste Borgo Natio, strappandolo (con quattro giorni di ritardo) agli amichetti di Alemanno ed ai loro alleati celtici. La Liberazione arriva sempre troppo tardi, ma prima o poi, crepi il lupo, arriva.




24/4
2008

Immaginati il casino su Tatooine

"Alberghi pieni. Migliaia di persone in coda. Centinaia di migliaia di pellegrini già prenotati da oggi fino al settembre 2009."

Io i cattolici proprio non li capisco*.
Tutti a far la fila per vedere un cadavere vecchio di quarant’anni. Che sia di un santo o, come credo io, di un ciarlatano, poco importa: passi la fede, passi la religiosità popolare che ha sempre bisogno di qualcosa di tangibile per credere all’infinito, ma qui si sconfina un tantinello nella morbosità necrofila.

Sarà per questo che Obi-Wan ha preferito disintegrarsi.




* Non capisco i leghisti, non capisco i cattolici, a questo punto qualcuno potrebbe pure pensare che sia un problema mio. E’ possibile. Ne dubito.




22/4
2008

La lega non si spiega

Il tema di questa settimana è: a cosa è dovuto il successo della lega?
La prima risposta, quella più scontata e banale, è che i leghisti siano gretti e razzisti, conservatori e conformisti, egoisti che pensano solo al proprio meschino interesse, al proprio orticello, al proprio conticino in banca, che non riescono a vedere al di là del proprio naso e se la prendano quindi con i bersagli che la televisione indica loro. Un esercito di lobotomizzati telecomandati, insomma.
A fronte del grande successo elettorale di qualche tempo fa (il giorno non lo so, l’ho cancellato dal calendario) questa spiegazione non pare più sufficiente, o forse non conveniente. E allora, bisogna fare uno sforzo in più ed approfondire, cercare di capire l’enigma del leghismo, i motivi del suo successo, l’identità sfuggente della sua base.
Alcuni dicono che il voto alla lega sia un voto di protesta, uno sfogo contro una classe politica fotogenica ma incapace, bene educata ma inconcludente, una bizzarra e contraddittoria incarnazione dell’antipolitica che va tanto di moda oggi. Altri ipotizzano che tanto successo sia dovuto al radicamento nel territorio, alla presenza capillare dei leghisti nel tessuto della società civile, in poche parole alle sagre padane, ai banchetti, ai panini con la soprressa ed al folklore. C’è chi osserva anche come i politici leghisti, pur essendo dei rozzi ciarlatani a livello nazionale, siano rinomati nelle amministrazioni locali. Poi ovviamente c’è la vecchia teoria secondo cui la lega farebbe leva sulle paure della gente ed attirebbe quindi il voto degli elettori sbandati in cerca di rassicurazioni.
E comunque, ricordano i più acuti giornalisti, in fondo l’elettorato settentrionale della lega non ha tutti i torti a sentirsi sfruttato, abbandonato da roma (ché il PD non ha neanche la sede a Milano, o una roba del genere, figuratevi), tassato e tartassato, assediato dagli extracomunitari, soffocato dai prodotti cinesi, preso in giro dalla politica. Poveri, piccoli legaioli impauriti.

Mmm.

Ecco, io vivo in un posto dove la lega ha fatto quanto, il 25%?
Una persona su quattro tra quelli che incrocio per strada ha votato per loro, e non è neanche una novità delle ultime settimane. Vivo in mezzo a loro, parlo con loro, mangio in mezzo a loro, bevo con loro, il più delle volte mio malgrado. Non sono mostri, non sono alieni, sono operai, impiegati, imprenditori, professori, camerieri, idraulici, tecnici. Ci puoi scherzare assieme, ci puoi discutere di cose indolori e lontane come il cinema, lo sport, le ricette della nonna, l’SQL e l’ippica azteca. Ma sono tutti, tutti, ribadisco "tutti", dei grandissimi coglioni, lo erano prima ed il fatto di aver vinto le elezioni non li rende migliori. E non perché siano stupidi, o non abbiano cultura, ma perché sono gretti e razzisti, conservatori e conformisti, e pensano solo al proprio meschino interesse. Prendendoli nel loro complesso, e compiendo quindi una crudele generalizzazione, si potrebbe parlare di loro come di un esercito di lobotomizzati telecomandati. Il che dimostra che a volte la risposta più scontata è anche quella vera, o almeno è l’unica spiegazione che resiste a qualsiasi critica. Non è neanche una spiegazione troppo pessimistica, in fondo non è detto che ’sta gente col tempo non possa darsi una svegliata, ma al momento questo è lo stato della nazione. Vi pare impossibile che un quarto della popolazione dell’italia settentrionale sia composta da idioti? E infatti, la percentuale reale è molto più alta, ma qui solo di lega si sta parlando.
Liberi di non credermi, di condurre le vostre indagini, di analizzare le ragioni sociali dello scontento e le modalità di estrinsecazione del disagio, l’oggettivizzazione del malessere anomico e qualsiasi altra cosa vi venga in mente. Io cerco solo di farvi risparmiare tempo e fatica, ma nel dubbio provate e vedrete. Io ci ho rinunciato, perché giungevo sempre alla stessa conclusione: il leghista medio è un coglione fatto e imballato. Magari lo sono pure io, per carità, ma non avendo rappresentanza parlamentare nessuno si sbatte a studiare le ragioni del mio disagio, quindi non lo sapremo mai con certezza.




16/4
2008

Sinistra abbalenata

B.: Abbiamo perso le elezioni.
L.: Figurati, io ho perso tutto il partito.


Ora si scatena la resa dei conti a casa della Sinistra (l’) Arcobaleno. Con grande senso critico e responsabilità, tutti danno addosso a tutti, si incolpano, si defilano, minacciano passi indietro, scarti laterali, ribaltoni, smembrano il cadavere ancora caldo. Alcuni si sono dati alla macchia, e certo oggi Bertinotti può girare senza scorta solo perché ha pochissime probabilità di incontrare un suo elettore. Davvero non si spiegano ancora le ragioni della disfatta? Certo, il nome e il simbolo facevano abbastanza pena, ma forse varrebbe la pena di investigare un po’ oltre, Sherlocks.
Come beffa finale, adesso arrivano a ipotizzare come leader Nichi Vendola. Prima, quando serviva, andava bene Bertinotti, il militante del cachemire, il nonno della rivoluzione. Ora, con i buoi fuggiti, la stalla bruciata ed i lanzichenecchi accampati nell’aia, si ricordano di tirare in ballo quello che un quattro percento l’avrebbe raggiunto anche con le scarpe slacciate.

Grrr.
Qualcuno mi può ripetere un po’ i sintomi di quella cosa... "gastrite"?




15/4
2008

Il ritorno del cavaliere nero

Ingredienti per 60.000.000 di persone
120 milioni di foglie di cavolo acido
30.000 tonnellate di macinato di montone o, in mancanza, di maiale
30 milioni di cipolle
300 tonnellate di peperoncino piccante
3 milioni di litri di olio extravergine di oliva
15 milioni di uova
150.000 ettolitri di salsa di pomodoro
60.000.000 di cucchiai di prezzemolo
60.000.000 di spicchi d’aglio
brodo in quantità

Pulite e sbollentate per pochi minuti le foglie di cavolo. Stendetele su un canovaccio pulito e lasciatele raffreddare.
Impastate in una grande terrina la carne, le uova, gli spicchi d’aglio, il prezzemolo ed il peperoncino e aggiustate di sale e pepe. Dividete l’impasto in sessanta milioni di parti e avvolgete abbastanza stretta ogni polpetta con una foglia di cavolo. Alcune fighette chiudono l’involtino con uno stuzzicadente, fate voi.
Tagliate le cipolle finemente e fatele appassire nell’olio che avete riscaldato in una teglia piuttosto grande. Disponete gli involtini sul fondo della teglia e coprite con il brodo e la salsa di pomodoro. Regolate di sale e aggiungete un cucchiaino di peperoncino al liquido di cottura.
Fate sobbollire dolcemente per almeno un’ora, girando gli involtini di tanto in tanto. se ci avete messo lo stuzzicadente, a questo punto sono fatti vostri.
State all’occhio con il sale, se me avete messo troppo aggiungete acqua al brodo. Alla fine il sugo dovrebbe risultare abbastanza liquido.
Ponete il tutto in una zuppiera e servite caldo.


Dato che da oggi di cavoli acidi ne avremo in abbondanza, meglio imparare a farne buon uso.

Stanotte ho dormito male. Non solo perché (preferendo conservare il cavolo acido per i giorni a venire) ho mangiato due piatti di pasta e ceci alle undici di sera mentre ascoltavo i risultati delle elezioni, con tutte le conseguenze gastriche del caso, ma anche perché riflettevo sulla meravigliosa lezione che la vita ci ha voluto insegnare in questa occasione: un giorno puoi essere presidente della Camera, incontrare il Dalai Lama, e il giorno dopo ti ritrovi ad essere un qualsiasi militante della sinistra extraparlamentare. Ho scritto "meravigliose"? Intendevo "merdose".

Per la prima volta nella storia della repubblica italiana, non ci sarà nessun rappresentante della sinistra in parlamento. Nessuno. Forse perché non esiste più nel paese una sinistra da rappresentare, anche se mi permetto ancora di dubitarne. Ad ogni modo, se fare opposizione dentro la maggioranza era complesso e vagamente schizofrenico, farla addirittura da fuori il parlamento sarà facilissimo, e sotto il 4% si ha addirittura diritto alla tutela del wwf. Nel frattempo, prendiamo atto della sconfitta culturale, sociale e politica. Berlusconi e i suoi oggi rappresentano il 46,8% degli italiani. Non uno di più, non uno di meno: ricordiamocelo, perché ci sarà un giorno in cui tutti affermeranno di averli votati, e ce ne sarà un altro in cui tutti negheranno di averlo fatto. Un italiano su due, tra quelli che incroceremo per strada oggi, ha votato per Berlusconi o per uno dei suoi scherani. Come siamo messi, quanto c’è da fare, e questo inverno sembra non finire mai. Meglio fare scorta di montoni.




14/4
2008

I grandi concerti di KarmaChimico: Manu Katché

Quando si dice "Manu Katché", è inutile negarlo, la maggior parte della gente non pensa a un cazzo. Gli estimatori di musica invece pensano, "sticazzi, il genio delle percussioni, il maestro del jazz, colui che ha suonato con tutti i grandi della terra: Peter Gabriel, Sting, il Dalai Lama, Garbarek, Alessandro Magno". E suonando Manu Katché nel Tristo Borgo, ed essendo io tuttologo di riferimento del Tristo Borgo, potevo forse mancare al concerto di Manu Katché?
Forse, ma non. E pur avendo l’orecchio musicale di un secretaire Luigi XVI* posso dire che è stata un’esperienza sensazionale, una sarabanda di suoni travolgente, ipnotica. Gigantesco lui e bravissimi i suoi compagni sul palco, compreso quel pianista-ragno che mi son sognato tutta la notte.

E finito il concerto, ho raggiunto il Nello tornato in patria per qualche giorno e da lì in poi sono state solo tenebre e slijvovica.


Ieri, poi.
Dopo aver visto Veltroni e George Clooney bere aperitivi e scambiarsi pippe sottobanco e pacche sulle spalle, pensavo sarebbe stata un’impresa impossibile, e invece. E’ bastato consegnare la tessera elettorale, prendere le schede, entrare in cabina, spiegare le schede, guardare i simboli, ripiegare le schede, uscire dalla cabina, tornare dentro, riaprirle, pensare a chi era il più onesto, richiuderle, riaprirle, pensare a chi potrebbe essere meno disgustoso, richiuderle, uscire, tornare dentro, riaprirle, fare dieci minuti di chi kung, visualizzare il mio animale guida, pensare a chi vorrei presidente del consiglio, richiudere le schede, trattenere il respiro, chiudere gli occhi, stare in equilibrio su una gamba sola per dieci secondi, riaprire le schede, deglutire, canticchiare una canzone dei clash, pensare al voto utile, il voto utile, il voto utile, la repubblica di Weimar, il voto utile, i barbari che avanzano, il voto utile, mandarli a fare in culo, scegliere il voto dilettevole, tracciare due croci, ripiegare le schede, uscire dalla cabina ed infilare le schede negli appositi contenitori.
Così, come se niente fosse.

Ed oggi scopriremo quanto male siamo messi. Sono disponibili le opzioni: tragedia, catastrofe biblica e Daniela Santanché**.




* paragone un po’ ardito, lo ammetto, e completamente basato sul pregiudizio che i mobili non abbiano orecchio musicale.

** Circolano un paio di curiosi miti attorno a Daniela Santanché. Il primo è che sia un puttanone, fatto non dimostrabile e retaggio evidente di una cultura maschilista trasversale, il secondo che sia una gnocca, cosa palesemente falsa, a meno che non abbiate un debole per le vecchiette con la mandibola da orango. Smettiamola quindi di dare adito a queste menzogne ed attendendo con premura che ritorni nell’anonimato da cui proviene qualifichiamo la Santanché per le sue reali qualità: la stronzaggine, la fascistaggine e gli scoiattoli nel cervello.




9/4
2008

Silver is the new gold

Già lo so, c’è Bossi che dà di matto, sta per prendere i fucili, fare la rivoluzione ed io non dico niente. Eppoi c’è quell’altro, Dell’Utri, che vorrebbe riscrivere i libri di storia ed io mi sto zitto. Ed anche coso, lì, Berluscono, ne spara una al giorno, vaneggia e ritratta e delira e non si ricorda così come si addice ai signori della sua età, ed io invece di approfittarne faccio dinta di niente. E mi sto lasciando scappar via Sinistra Critica e i socialisti, che chissà se mai li rivedremo. Mi è persino arrivato a casa un cartoncino con su scritto che Veltroni e Prodi (Prodi? Prodi chi?) vogliono legalizzare l’eutanasia, il matrimonio gay, l’adozione di bambini da parte di coppie gay e l’adozione di bambini gay da parte di coppie in rianimazione, e che un bravo cristiano dovrebbe quindi votare per il Po-popopopo-pòlo delle libertà, ma ho glissato. Non trovo neanche più il cartoncino, sennò ve lo farei vedere. Per dire il disinteresse.

Ma non è solo che queste elezioni, come sempre le ultime prima di una catastrofe*, sono di una noia mortale. E’ che sono tempi bui, tempi in cui uno per vivere deve fare anche cose moralmente discutibili, come per esempio lavorare. O peggio, allenarsi duramente per una gara di tai-c, disputarla e tornarsene a casa con una luccicante medaglia d’argento. Poco importa che ci fossero così tante specialità e categorie da rendere pressoché impossibile tornarsene a casa senza almeno una tondino di latta, sta di fatto che in una particolare forma (la più semplice), tra i "principianti-maschi-over 18-con gli occhiali-stempiati-molto simpatici" non c’è nessuno che mi batta. A parte quello che è arrivato primo. O quello che è arrivato secondo a pari merito. Ad ogni modo, ho fatto caroselli tutta la notte attorno al mio ego ipertrofico.




* Dove la catastrofe, probabilmente, si concretizzerà nella vittoria di uno dei principali contendenti. Uno qualsiasi.




1/4
2008

Felicità è un panino col kajmak

La periferia di Belgrado arriva fino a Mestre. Tutt’intorno, l’odiosa stazione con il suo MacDonald’s e gli onnipresenti schermi piatti che proiettano ovunque inutile pubblicità. Al nono binario, il treno diretto ad est. Scordatevi l’Orient Express, i Casanova e gli altri giocattoli platinati, questa è una carovana sgangherata con il nome della destinazione dipinto a grandi lettere sulla fiancata di ogni vagone, ciascuno più vecchio e malandato del precedente: Budapest, Bucuresti ed, in coda, Beograd. La Serbia comincia non appena si mette piede sul predellino e scopri che tutto lì dentro è serbo, dai cartelli al controllore, dal kit di viaggio che le ferrovie serbe mettono gentilmente e a disposizione del viaggiatore (ciabatte, asciugamano, sapone, salviettina umidificata) ai pochi passeggeri. Persino il divieto di fumare è scritto in serbo, e viene ignorato alla serba, e senz’altro è serbo il panino con prosciutto, formaggio e burro che ci viene servito a colazione. Sono necessarie altre quattordici ore di viaggio per allineare la Serbia interiore con quella esteriore.

Belgrado è bella come sempre, povera come sempre, orgogliosa come sempre. Sulle facciate dei palazzi del centro che lentamente continuano a crollare su se stessi qualcuno scrive coraggiosamente il proprio no all’unione europea, no grazie ci avete appena bombardato, no grazie ci volete fregare, no grazie siamo già abbastanza europa da poter fare a meno del vostro prezioso bollino blu. Chissà poi come andrà a finire, anche lì. Le mie proposte di far uscire l’italia dall’unione europea e creare una nuova spettacolare federazione balcanico-mediterraneo sono finora cadute nel vuoto, in attesa di essere rivalutate dai posteri. Il traffico di Belgrado continua ad essere il solito incubo, quel genere di incubo in cui in ogni momento si sente che la fine è vicina, che quell’autobus non potrà proprio frenare in tempo, che quel pedone non potrà schivare il taxi, ed invece si arriva sempre a destinazione incolumi senza aver capito bene come sia stato possibile. Il cavallo di Piazza della Repubblica è sempre al suo posto, San Sava è sempre quasi completata e neanche il Royal Hotel si è mosso, per quanto non sia riuscito ad ottenere informazioni sulle blatte che ne decoravano la doccia tempo fa.

Questa volta la nostra base operativa era quasi in campagna, e dalla finestra guardavamo i vecchi contadini arrivare al mattino ed esporre sul bordo della strada o davanti al trattore due cassette di biete, ciuffi di porri, secchi colmi di uova fresche, gli zingari andare e venire sul loro carrettino, i tossici e gli ubriaconi lasciar passare la giornata con una bottiglia di birra in mano. Poi, qualche passo a piedi, qualche fermata in autobus ed eravamo seduti in riva al danubio a mangiare ćorba e pesce al forno, involtini di cavolo o gulash, o a vagare per viali e viuzze, senza preoccupazioni turistiche. L’amica Z., principale meta del nostro viaggio, conosce ogni angolo della città e ci sa sempre indicare quali tombini si potrebbero spalancare sotto i nostri piedi, ci guida tra i banchetti di alimentari e ci accudisce. I filtri e le maschere a Belgrado sembranon non servire, tutto è talmente straniero e così familiare da stordire, da costringermi a guardarmi attorno cercando di cogliere ogni dettaglio, ogni suono, di capire cosa c’è di tanto affascinante nelle macchine esauste, nella gente che mangia tranquillamente per strada, nelle vie affollate di pedoni, nell’atteggiamento di frenetica calma e serena improvvisazione che sembrano pervadere le strade, a parte l’essere antitesi della vicentinità. Siamo in Europa? No, grazie. E allora dove? Oppure ci siamo, in un angolo polveroso di quell’Europa da rivista patinata che ci propinano ogni giorno, a dibattersi tra disoccupazione, prezzo della farina e programmi tv on demand?

Ancora una volta, torno carico di bagagli sporchi e domande senza risposte. Mi sono fermato troppo poco, ho mangiato e bevuto e respirato Belgrado troppo poco, appena il tempo di rendere doloroso il ritorno a casa, di starsene rannicchiati su una cuccetta a contare malinconicamente gli spiccioli di dinaro con la sensazione di non stare andando da nessuna parte. Eppure, direbbe Galilei, ci muoviamo.