16/5
2005

...e mandate pure l’armata rossa, già che ci siamo

12/13 Giugno, Referendum

Note estemporanee di zio Lusky:
State alla larga dagli anarchici informali, gli anarchici per bene si riconoscono perché danno sempre del lei e dicono buongiorno, buonasera, prego, si accomodi, e grazie.




12/5
2005

Ed ora mandate le guardie svizzere ad arrestarmi

Nuntio vobis referendum




5/5
2005

Hypertext Experiment 0.1 (vacanze romane)

Primo Maggio, Primo Maggio, festa dei lavoratori...
ed è pur vero che poi, in realtà, chi se lo ricorda più? E’ un giorno svuotato come tutti gli altri del proprio significato, un puro simbolo. I lavoratori, discutevamo ieri sul treno del ritorno, hanno poco da far festa, dato che per la maggior parte di loro
noi
già mantenersi è abbastanza gravoso. "Sarebbe bello andare a Vilnius a trovare Grifo", ci dicevamo, ma bisognerebbe trovare la ricca ereditiera da sposare, o mettersi a spacciare, perché comunque lavorando onestamente oggi non combini più un cazzo. Forse sarebbe il caso di smettere di far festa con i soldi che non si hanno ed in piazza scenderci per rivendicare i diritti, per riprendersi i diritti, invece che per cantare e ballare.
Comunque

...l’amico PornoRambo, gentilissima signora et io andiamo a roma per il concerto. Tipo hai presente il concerto del primo maggio a roma?
Ma chi suona? Niente di che. Però, io a roma non c’ero mai stato, perché non prendere questa scusa?

[Premessa]
Dai diari delle conversazioni alla mensa aziendale:
Buzzurro: "Ma davvero vai a roma? Bravo, porta soldi a roma. Io non lo farei mai, non andrei mai giù a dare soldi ai romani."
#: (grassa risata di scherno) "Te l’ho detto che a dicembre sono stato a napoli, vero? E mi è piaciuta assai."
[/Premessa]

Si pone il problema del viaggio, perché il triste borgo natio è situato alla periferia della periferia di polentalandia e noi non abbiamo un’auto a disposizione. La mia, rottamata a novembre e sempre a proposito di lavoratori non ho i soldi per comprarmene un’altra (banale, ma vero) e non ho voglia di impantanarmi in rate e mutui che finirebbero per incatenarmi ancora di più alla situazione ed al posto non proprio gradevolissimi in cui vivo. Porno e signora, studenti non motorizzati. Si decide di viaggiare in treno, ma chiaramente bisogna partire prestissimo, tipo
alle cinque del mattino
per cui, ci si propone di andare a letto presto. Proposito che va a puttane, trovandomi al bar a chiacchierare e bere con le amiche 17nni, con una loro amica belga che ha quell’inconfondibile accento francese che mi fa morire e svariati altri pittoreschi personaggi del borgo. A qualche ora vado a dormire, alle quattro e cinquanta mi sveglio e faccio una doccia, preparo la valigia, si stacca un ripiano dell’armadio cadendo a terra con gran fracasso e penso che appena incrocierò gli inquilini del piano di sotto scoprirò finalmente quanto siano pazienti. Che già con la festa di qualche settimana fa li abbiamo messi a dura prova.
Arriviamo a Vincenza puntuali per prendere il treno, ma sorpresa: il treno delle sei e venti è in ritardo di quarantacinque minuti. Tra le varie ipotesi (io e Porno che portiamo sfiga
il macchinista che ha fatto le ore piccole allo skiosko
varie ed eventuali)
il resto del viaggio ci confermerà l’unica verità possibile: il papa Nazinger stava facendo macumbe per ostacolare la nostra visita alla città che le istituzioni ed il becero popolo gli hanno recentemente regalato. Senza lasciarci intimidire, tuttavia, aspettiamo continuando imperterriti a scagliare a nostra volta maledizioni sulla sua papale persona (come sempre, quindi) e su trenitalia, suo braccio secolare; sbarchiamo in capitale e provvediamo subito a chiedere il rimborso del biglietto come altre ottomila persone, alla fine mezzo biglietto ce l’hanno offerto le ferrovie.

Usciamo, c’è il sole. Quando il sole splende sul borgo natio è quasi sempre filtrato da una cortese cappa di umidità che favorisce la crescita di importanti muffe nello spirito dei tristi abitanti. Il sole di roma (vabbé, il sole del sud, si potrebbe dire) scalda e brucia, ci sarà pure lo smog a fare da filtro ma è un sole più buono. Raggiungiamo la nostra base a Roma, casa di un amico di PornoRambo che gentilmente ci ospita; secondo i piani, la dimora avrebbe dovuto trovarsi in centro
invece
è a monte sacro
forse PornoRambo ha troppi amici a roma, ed uno di questi probabilmente abita in centro e gioca a squash, ma non è da lui che siamo andati. Comunque c’è l’autobus, che c’importa?
Ringraziamo il gentile ospite e beviamo con lui una bottiglia di vino, poi ci muoviamo verso il centro.
Che bel sole, mentre aspettiamo l’autobus.
Aspettiamo l’autobus.
Aspettiamo l’autobus.
Assieme a molte altre persone, per poi scoprire che il primo maggio, a roma, non ci sono autobus. I taxi saranno impegnati a spostare la gente dalla stazione a san giovanni traendone grande profitto. Che si fa?
La nomentana. nomentana A piedi, sotto quel bel sole, ridendo e scherzando per un’ora e mezza per non sentire la stanchezza dovuta anche alle troppo poche ore di sonno. E intanto che scrivo qui allegramente parlano di licenziamenti, la festa ai lavoratori.
Passare da porta pia è una grande soddisfazione, beviamo un caffè e gironzoliamo per il centro, ci stendiamo al circo massimo a prendere il sole e pigramente raggiungiamo l’Evento
Ci facciamo strada in mezzo alla folla, il prode Porno entra in modalità tetris riuscendo a farci sgusciare fino in vista del palco Hic sunt leones e mettendo molta più gente dietro di noi di quanta ce ne sia davanti - nonostante in effetti noi si sia arrivati in ora tarda. Pazienza pure se quando tutti saltavano le nostre gambe affaticate per il sonno, il viaggio, la camminata, cedessero consentendoci al massimo un ritmato step sul posto. E tutt’attorno a noi, dovunque volgesse lo sguardo
bancarelle, bibitari, magliette, ragazzi e ragazze e vecchi e bambini e persino un cane ed una bicicletta
più studenti che lavoratori, ad occhio e croce
striscioni e bandiere della pace, dei comunisti, di che guevara, della cisl, persino una italiana che mi chiedo che cazzo ci facesse lì
birre e canne e mele e cori
tutti uguali, diversi, qualche gruppo decente che suona e molti di poco decenti, così com’è la folla sotto di loro presa nel rituale collettivo del più grande concerto d’europa ma c’è un momento in cui
i soliti Modena
cantano la solita Bella ciao
e per tre minuti ci sono cinquecentomila voci che scandiscono la stessa canzone, pugni alzati contro il cielo e non vuol dire nulla ma è stupendo, l’estetica della massa mi rapisce

dovunque, siamo circondati da facce, gambe, braccia, occhi, seni, magliette sudate
pura materia sotto il sole, e non sono lì per la musica ma solo perché è lì che bisogna stare, ed ognuno giudichi se sia giusto o sbagliato ma in quel momento mi è piaciuto.

Sgusciamo fuori prima della fine del concerto, l’obbiettivo era tornare a casa del nostro amico per uscire con lui
che i romani di roma, comprensibilmente, dopo una certa età il concerto del primo maggio preferiscono evitarlo, annoiati ma ancora non c’erano autobus né taxi a soccorrerci, prendiamo la metro per un pezzo di strada ma dobbiamo camminare di nuovo a lungo e quando arriviamo siamo sfiniti
stappiamo un’altra bottiglia, stendiamo i sacchi a pelo e cerchiamo di dormire qualche ora.

Ieri, lunedì
strategicamente mi ero preso un giorno di ferie ci svegliamo e facciamo colazione, rigraziamo copiosamente il nostro ospite per l’accoglienza e torniamo in centro, questa volta in autobus, e ci prepariamo alla controffensiva. Ci avviciniamo di soppiatto, passando per campo dei fiori dove giordano bruno fu arrostito, per via caetani dove trovarono aldo moro, ed avvertendo sempre maggiore resistenza nell’aria abbiamo attraversato il tevere arrivando in piazza.
Quella piazza che ci hanno sparato in televisione per giorni e giorni, gremita di gente che si attacca a qualsiasi cosa pur di credere che la propria vita abbia un senso, e noi eravamo lì, senza nulla credere Non a rendere omaggio a un morto o a un vivo, solo a guardare le colonne e a lanciare la nostra sfida al presunto, untuoso, cane da guardia del non esistente.
Il tedesco non ha osato raccogliere la sfida e non è sceso a prenderci, nonostante le macumbe siamo riusciti ad arrivare sotto le sue finestre e almeno lui non può fare altrettanto, che se me lo trovassi sotto la finestra di casa mia, sarebbe olio bollente che vola.

Si respirava comunque una fede ottusa nell’aria, e l’entusiasmo viscido di chi ci guadagna sopra. Uscendo con un certo sollievo dalla bella piazza, PornoRambo guarda un gruppetto di prelati che ci passa a fianco e commenta allegramente borioso: "Jedi del cazzo, non riuscite neppure ad avvertire la presenza del lato oscuro."
Siamo sfiniti ma riusciamo ancora a ridere.


Da lì in poi, il solito ritorno.

P.S.: No, non mi avete convinto a ritornare al bloggo. A parte che avete una forza persuasiva che non convincereste neanche berlusconi a dire una cazzata, non ero qui ad aspettare i complimenti per ritornare, che tanto lo sapevo già da prima che a qualcuno sarebbe dispiaciuto. Vi ringrazio, ma KarmaChimico è ancora da considerarsi chiuso al di là questa eccezione, che probabilmente non avrà un seguito in tempi brevi.




18/4
2005

Chiù

Queste sono parole che avevo letto parecchio tempo fa, che mi erano piaciute, che erano state perse ed ho ritrovato per caso vagabondando per la Discarica:



Addento le penne

e le stringo coi denti

come un tossico

con la sua siringa

mentre stringe l’emostatico al braccio



Ho bisogno di

-un accendino che funzioni

la sigaretta la troverò

-un francobollo da 0,60 cents

per poter spedire in Europa

i pensieri del caso

-un assorbente

che mi ricordi

quanto sangue ho in corpo

caso mai

riuscissi a dimenticarmene

almeno una cazzo di volta

-fogli

-il mio quaderno

PUTTANA DI SCRITTURA

MALEDETTA

Vita




[R. - 26.04.2004]




Parole che non sono mie, com’è evidente, ma mi piacciono ancora e volevo condividerle. In effetti, c’è un che di buffo nel condividere qualcosa che non è mio ed immagino sia estremamente riprovevole averle pubblicate senza chiedere il permesso all’autrice. Portate pazienza: si tratta del mio penultimo sgarbo su queste pagine, e non certo perché abbia deciso di diventare un bravo ragazzo.

(Il mio ultimo sgarbo è che salto tutta la parte commovente in cui il blogghista spiega com’è arrivato alla tragica decisione di abbandonare il proprio bloggo, manda baci ai lettori amici, scrive una sensazionale frase di chiusura e si leva dalle palle; preferisco lasciarla alla vostra libera immaginazione, tanto i post di chiusura rientrano nella categoria serial fuffa e sono sostanzialmente intercambiabili.)




4/4
2005

Il paese è impazzito ed anch’io modestamente

Elle si sveglia alle nove di mattina, apre le finestre e nota che lo attende un’altra soleggiata giornata di noia, si lava la faccia e fa colazione con una sigaretta. Nessun sintomo di sbornia da smaltire, perché nonostante l’impegno profuso la sera prima non è riuscito ad ubriacarsi ed è andato a letto presto; accende il computer, torna sotto le coperte e si guarda beato e sonnolento un film, sottotitoli in giapponese ed inglese che a volte scorrono troppo veloce, a volte sono troncati dalla banda nera del formato sedici noni. Alle undici e trenta Elle si veste, fuma un’altra sigaretta e va a gettare tre sacchetti di pubblicità elettorale, offerte speciali dei supermercati e cartoni dello yogurt nel cassonetto della carta. Già che c’è il sole e non ha nulla da fare, Elle va a mangiare dai suoi, giusto per soddisfare i bisogni primari almeno una volta ogni tanto.

L.: Tutto questo casino mi pare esagerato. Lo dice anche il proverbio: è morto, se ne farà un altro.
F.: Sì, ma questo erano ventisei anni che non moriva.

Elle se ne va a votare attraversando a piedi il paese deserto. Nella sua vecchia scuola non ci sono che gli scrutatori indaffarati a leggere il giornale ed un poliziotto che lo saluta senza conoscerlo. Elle esce dalla scuola, guarda la targa di marmo appesa fuori che parla di Resistenza e si accende ancora una sigaretta, sale in macchina senza una meta e raggiunge il borgo, pensa che magari Pi è già sveglio anche se sono solo le due e mezzo del pomeriggio. Pi è sveglio, stanco per la baldoria del sabato sera, lamenta uno stomaco a pezzi e l’inquietudine di doversi rimettere a far qualcosa dopo la laurea. Sta preparando uno spettacolo sulla Resistenza e dato che è bravo si accolla la maggior parte del lavoro, del resto sembra l’unico ad avere del tempo libero; l’incasso dello spettacolo servirà a finanziare un giornale con cui lui collabora solo sporadicamente, è riuscito almeno a far mettere in nota spese sessanta euro di birra e sarà tutto quello che ci guadagnerà. Pi promette che leggerà il racconto che Elle gli ha portato, si sentiranno in settimana.

P.: Non è possibile, dobbiamo organizzare uno spettacolo e questi pensano solo alla figa. Non è il modo di lavorare.

Ci sta per lasciare il triste borgo e presto tornerà in Gran Bretagna, privandoci del suo accento francese e lasciandoci in cambio i sospiri malinconici dell’amato GiEmme. Ci confida ad Elle di non aver voglia di partire, mentre il pallone da calcio passa sopra le loro teste ed il prato comincia a riempirsi di gente. Elle ha il forte sospetto che non sia dal suo borgo natio che Ci stenta a separarsi, che non sia il pensiero di un appartamento vuoto a renderle triste il ritorno. GiEmme ed Elle tentano di venire a capo di tutte le feste che dovranno affrontare nelle prossime settimane. La madre di Ci l’ha chiamata per informarla della morte del papa. Sono in Italia, ha risposto Ci, non si parla d’altro da tre giorni. Eppure il borgo sembra aver ripreso vita, scaldato dal sole primaverile, si cerca una terrace dove bere qualcosa. Qualcuno dovrebbe insegnare a questo cameriere di cosa si parla quando si parla di spritz, pensa Elle. Poi Ci e GiEmme se ne devono andare, Elle ritorna a sedersi sull’erba.

L.: L’anno prossimo andrò a votare con il passaporto.
GM.: Se vince di nuovo B., I’m ready to leave the country.

Erre vuole un gelato, Enne ed Elle la accompagnano in pianura ma passano prima per la libreria di fianco. Dopo aver comprato due libri ed un gelato gusto ace ad Elle non rimangono più neanche i soldi per il caffé, mentre Enne ha già dovuto chiedere un prestito. Riprendono a passeggiare e parlano di libri buoni e cattivi, di film buoni e cattivi; camminare e chiacchierare sono ancora passatempi a buon mercato, ma non sanno dove andare. Salgono sulla balconata del duomo a guardare la gente in piazza, scendono, vanno a trovare il kebabbaro che ha iniziato a preparare anche il burek ma alla macedone, così sostiene Enne, con carne, patate, cipolla. Il kebabbaro promette che presto troveranno anche quello con il formaggio e senza carne, ma Elle dubita che sarà buono quanto quello di Belgrado e desidererebbe trovarsi là. Càpitano di nuovo in piazzetta, il borgo ruota su se stesso, stanno per separarsi ma da un’altra strada arrivano A ed Emme.

N.: Per la tesi mi sono imposto dei criteri molto rigidi: al massimo una tessera da cinquanta fotocopie per ogni libro.

Il sole inizia a calare e non fa più così bene il proprio lavoro, il prato si svuota, Elle sta seduto sull’erba con A ed Emme mentre un ubriaco importuna le ragazze senza troppa convinzione. A dimostra buona memoria e rimane silenziosa, splendida e pallida, chiedendosi se vedrà le foto scattate all’osteria. Emme ha diciassette anni e qualcuno le ha rubato il casco, la madre l’ha convinta a sporgere denuncia e lei è andata in caserma. I carabinieri hanno steso il solito buffo verbale, hanno avanzato ipotesi: Dev’essere stato un rumeno, quelli hanno il DNA (hai presente il DNA?) come gli abbracci del mulino bianco, mezzo rumeno, e va bene, mezzo zingaro, per forza rubano sempre. Poi il carabiniere le ha chiesto se vuole diventare una micropoliziotta. I micropoliziotti non devono fare altro che riferire in caserma se notano qualcosa di strano, maniaci, spacciatori, consumatori di droga, a scuola, in biblioteca, sul prato. Ce ne sono già nella sua stessa scuola, le dicono, ma Emme lo sa già perché queste micropoliziotte le conosce, sono state due di loro ad indirizzare i carabinieri in occasione della retata in biblioteca. Orecchiano con discrezione le conversazioni e riferiscono, tengono gli occhi aperti e fanno finire in caserma i propri compagni di scuola. Emme racconta che le è stato lasciato un numero di telefono, casomai ci volesse ripensare, ed intanto Elle fuma pensoso una sigaretta all’ascìss.

G.: In camera mia le donne arrivano e se ne vanno quando voglio.
L.: Forse perché sono su internet.

G.: Come mai non parli mai?
L.: Lascia stare, è timida.
G.: Beh, si comincia sempre da una parola.
L.: E quella parola può essere vaffanculo.

Elle torna a casa che il sole è calato, gli viene troppo da ridere per riuscire a leggere e si stende sul letto a fumare una sigaretta. Accende il computer e si guarda un film in sintonia con il suo umore drogato, poi si addormenta.




30/3
2005

Contains strong language, nudity and drug use

Zivot je cudo Caotico, rumoroso, farsesco: Kusturica non rinuncia al proprio stile neppure in questo suo nuovo film. Non a tutti piace, com’è naturale. C’è chi ritiene che il conflitto nei balcani sia troppo recente e complicato per essere trattato in modo così leggero, c’è chi l’ha trovato eccessivamente esuberante, c’è chi lo giudica troppo naif, c’è chi lo stronca come "caotico e noioso".
A me è piaciuto. Cambierei giusto il titolo, quel "La vita è un miracolo" mi ricorda più benigni che capra. E forse è vero che nella prima parte si sarebbe potuto tagliare qualche scena, rendendo più scorrevole il film senza perdere nulla di sostanziale, ma anche no. Mi sono piaciuti non solo il caos e l’esuberanza, ma anche l’ironia, la musica e l’atmosfera persistente di allegra tristezza, oltre a molte scene e personaggi che non descriverò per non toglierne il piacere a chi ancora non l’ha visto. Chiaro, se cercate un film realistico, passate oltre. Se vi aspettate che un film ambientato in un teatro di guerra debba avere per protagonisti eroici soldati animati da nobili sentimenti che strisciano tra le frattaglie altrui, resterete delusi. Se vi pare incredibile che non tutti i serbi siano crudeli torturatori assetati di sangue e che non tutti i musulmani siano tagliatori di teste, statevene a casa. Se ritenete che gli argomenti seri debbano essere trattati solo in maniera drammatica e senza concedere spazio all’ambiguità, alla metafora ed al surrealismo... yaaaaawwwwnnnn, buon per voi. Se amate i piccioni più di quanto apprezziate il buon cinema, trasferitevi in Inghilterra.




29/3
2005

Per fare del buon pane in casa

Ingredienti:
Acqua
Farina
Lievito
Sale
Metano
Due candeline

Preparate l’impasto con acqua, lievito, sale e farina, copritelo con un canovaccio pulito e lasciatelo lievitare in un forno tiepido, spartitelo in contenitori della misura e della forma desiderata e fatelo lievitare ancora un po’, fino a quando il metano provocherà l’esplosione di mezza casa e vi manderà in esilio per 351 giorni. Quando tornerete, ci saranno ancora grumi di pasta appiccicati al tavolo; ci potreste conficcare due candeline e soffiarle esprimendo un desiderio. Volendo.
Two years after party




29/3
2005

La musicalità del rosmarino francese

La pioggia non giova particolarmente all’allegria del borgo natio, com’è facile immaginare. A maggior ragione se mi ritrovo inchiodato qui anche durante il lungo weekend pasquale, mentre a sentire i telegiornali tutti gli italiani si stanno spostando in massa dalle città per andare al mare, in montagna, in altre città o nelle stazioni orbitanti. Tutti tranne me, i miei amici e le persone che conosco, che siamo troppo civili per contribuire all’intasamento delle autostrade ed al sovraffollamento dei treni (in misura del tutto secondaria pesa il fatto che siamo dei pezzenti e non abbiamo i soldi per muoverci).
Unica eccezione: AMG che è andato da qualche parte con la fidanzata e tornerà in crisi di astinenza da plei stescion. Sperando che nessuno dei due si sia ubriacato (ma non credo, avrebbero telefonato).

Costretto quindi a girovagare per le vie del borgo senza possibilità di fuga, mi ritrovavo di fronte due scelte alternative: dedicarmi con impegno alle scarse proposte culturali offerte dal borgo oppure ubriacarmi come un carrettiere circondato da belle diciassettenni.
So cosa state pensando, ma mi state giudicando male. Senza esitazioni venerdì sera ho rifiutato la compagnia delle ragazzine e mi sono recato all’ultimo appuntamento del Cinecoso Alternativo per vedere il pregevole "Samaria" di Kim Ki-Duk. Dico, un film del grande regista coreano visto in lingua originale, per giunta. E non mi vergogno a dire che mi è piaciuto assai. Visto che vi eravate fatti un’idea sbagliata di me?

Sabato, poiché ho anche una coscienza politica oltre ad un animo nobile e sensibile, sfido la pioggerellina sottile ma impetuosa e vado in piazza ad ascoltare il comizio di rifondazione. A me sembra che rifonda abbia perso qualche annata, dalle mie parti: al comizio c’erano più che altro minorenni e pensionati, gli altri mi sa che sono già in montagna a prepararsi. Sotto un portico, con aria sardonica ci guarda il capofasciobastardo accompagnato da uno dei suoi sgherri con la faccia da picchiatore; tra tutti e due penso non sfigurerebbero sull’isola del dr. Moreau. I discorsi dal palco, d’altra parte, spaziano dalla razionale invettiva contro tutto l’universo mondo (con la quale mi ritrovo d’accordo) alla demagogia spicciola e meno spicciola, che mi fa raddrizzare il pelo sulle braccia. Verso le cinque e mezzo mi ritengo culturalmente soddisfatto ed entro nel bar più vicino.

Esco alle nove di sera, perché quel bar lì chiude presto. Mi sposto nel bar di fianco e poi in quello di fianco ancora. Ovviamente ubriaco come un pulcino caduto in una botte di vino ed accompagnato da diciassettenni ubriache quanto me (va beh, una diciassettenne però stupenda e questo farà di me l’uomo più invidiato del carcere) e dai miei amici. E così sono andato avanti più o meno per i due giorni seguenti.

Questo a dimostrare la teoria sociologica che se l’ambiente sociale e culturale fa schifo, la scelta più razionale che un individuo possa fare è mandare in vacanza la propria coscienza.




25/3
2005

Naufragio onirico

Interrogai le carte prima di partire per il mio viaggio; le disposi tra il passaporto ed il posacenere e come mi aspettavo uscirono quasi solo carte di sventura, è evidente che farsi le carte da soli non conviene mai. Solo la papessa mi offriva consiglio e protezione, benedicente dal soglio lontano su cui era assisa, mentre il sole d’agosto mi rendeva imprudente ed il vino mi spronava il sangue. Partii senza ascoltare i consigli ed andai molto lontano, a vedere città dove le cicatrici slabbrate della guerra stentavano a rimarginarsi, a guardare il mare dalla finestra e dal balcone. L’onda mi travolse sulla via del ritorno ed io guardai l’onda negli occhi, l’amai mentre mi lacerava vestiti e pelle per lasciarmi sanguinante e nudo su una spiaggia cotta dal sole. Stordito, mi alzai e barcollai lungo il bagnasciuga fino a quando il vento sollevò la sabbia e levigò la mia pelle come quella di un neonato; cieco, sentii i rovi conficcarsi nei miei piedi e nelle mani ed il profumo di rose selvatiche nelle narici; perduto, scorsi un angelo od un jinn nella tempesta e ne seguii l’ombra finché riuscii a tenere il suo passo, ma inciampai e caddi in questo pozzo o fosso indiano. Sono rimasto a lungo a vegliare digiuno, sforzandomi di ricordare almeno il mio nome o quale fosse la meta del mio viaggio, ma nell’oscurità uniforme di questo buco non c’è spazio per tracciare un confine tra la realtà e il sogno. La mia pelle nuova è rimasta pallida e fragile, le mie grida mi rimbombano contro. A stento, aggrappandomi ad ogni ciuffo d’erba che sbuca tra le pietre, risalgo strisciando verso la spiaggia o la tempesta, senza badare al cielo cobalto che incombe su di me né all’acqua scura che giace limacciosa sul fondo. Infilo le mani tra i sassi sconnessi, sfidando i serpenti annidati e nascosti. Sdraiato sulla sabbia, potrò usare la mano libera per togliermi il chiodo conficcato nell’altra, e le spine dai polmoni.




24/3
2005

Un giorno come tanti

Questa data non entrerà nei libri di storia, non sarà commemorata nella retorica dei presidenti a venire, non farà affiorare lacrimucce tra le ciglia delle istituzioni. E’ solo il 24 marzo. E’ solo l’anniversario dell’inizio della guerra del mondo contro la serbia, delle bombe su belgrado e sui treni passeggeri, dell’uranio impoverito e delle operazioni di polizia internazionale. E’ solo il 24 marzo, un giorno come tanti, non si fanno feste nazionali o cerimonie pubbliche per ricordare che sei anni fa abbiamo mandato aerei a bombardare città, abbiamo autorizzato, appoggiato, incoraggiato delle stragi ingiuste.
In questo 24 marzo del 2005 siamo presi da altri problemi, pubblici e privati. Il governo straccia la costituzione e l’opposizione si straccia le vesti. La sinistra che sei anni fa sganciava bombe con spudoratezza in violazione di quella stessa costituzione, la sinistra che ieri si rallegrava perché la mussolini può rientrare in corsa e strappare qualche voto ai suoi ex camerati, la sinistra che ieri chiamava democrazia il potersi presentare alle elezioni in violazione delle leggi in vigore, la sinistra che appoggia i fascisti come manganello contro i propri concorrenti alla poltrona, definendo tutto questo libertà e civiltà, la sinistra, oggi, denuncia il dazio pagato alla lega dai ceffi al governo, l’alleanza miope e devastante tra forcaroli e pendagli da forca, strepita contro il colpo di mano dei propri avversari e calandosi le brache con gran dignità sventola tricolori e costituzione.
Oggi, ieri, sei anni fa.
Alla frana che incombe sulle nostre teste, alla faccia gongolante di calderoli, alla soddisfazione rantolante di bossi, al sorriso malfattore di berlusconi, hanno contribuito in modo non indifferente mostrando loro come la costituzione non fosse altro che un simulacro, un paramento, niente affatto intangibile e degna di rispetto. Quel giorno hanno rivelato quanto ingenui fossimo stati noi, a crederci, ed hanno aperto la strada a ciò che sta succedendo oggi.
Se quello che vogliono è indurci a rifugiarsi nel disgusto, ci stanno riuscendo. La tentazione di chiudere gli occhi di fronte a questa commedia dell’arte è forte, ma chi sa se quando li vorremo riaprire sarà un giorno come tanti altri.