19/1
2005

Possibilmente un avvoltoio

D: Crede in Dio, o comunque in una forza superiore?
R: Credo in una vita successiva. Vale a dire che l’idea della reincarnazione mi è congeniale.
D: In questa vita successiva, come vorrebbe reincarnarsi?
R: Un uccello... possibilmente un avvoltoio. Un avvoltoio non deve preoccuparsi del proprio aspetto o della sua capacità di trarre in inganno e piacere; non deve darsi arie. Nessuno comunque avrà mai simpatia per lui: è brutto, indesiderato, mal accetto dovunque. E questo lascia una libertà considerevole.

[Truman Capote, "Musica per camaleonti"]

Note estemporanee di zio Lusky:
State alla larga dagli anarchici informali, gli anarchici per bene si riconoscono perché danno sempre del lei e dicono buongiorno, buonasera, prego, si accomodi, e grazie.




19/1
2005

Disclaimer

Nel caso doveste occasionalmente riuscire a leggere questo bloggo, si tratta senz’altro di un errore di brinkster.




19/1
2005

Domenica nella Città Molto Grande

Quella volta avevo già deciso di non partire. Per quanto il viaggio fosse molto più breve di quello a Napoli, non avevo voglia di viaggiare di nuovo da solo ed i miei amici erano presi da impegni diversi. Pazienza, mi ero detto, ci saranno altre occasioni.
La sera sfoglio distrattamente il giornale e leggo che nella stessa città, la Città Molto Grande, era esposto un quadro del maestro, una tela che non vede l’Italia da due secoli e che potrebbe tornare ad ammuffire a Dublino per i prossimi due secoli. L’esposizione durava solo fino al giorno seguente, come l’altra mostra che intendevo visitare. Non ho in programma viaggi a Dublino, prossimamente. Il messaggio più chiaro che il karma potesse inviarmi senza disporre del mio numero di telefono.
Stampo cartine ed orari dei treni, non sono pratico della Città Molto Grande: l’ultima volta che ci sono stato, l’Inter non aveva ancora vinto il suo ultimo scudetto. Ci dormo sopra e parto con il primo treno, il viaggio è così breve che non vale la pena di raccontarne i dettagli, lo trascorro finendo di graffiare sul taccuino gli appunti dell’esplorazione di Napoli mentre una coppia di fidanzati si sbaciucchia sul sedile di fronte senza imbarazzo per la mia silenziosa presenza. La Città Molto Grande è brutta, mi chiedo se chi l’ha progettata abbia mai preso in considerazione l’ipotesi che degli esseri umani potessero viverci. Del resto, mi chiedo anche se chi ha progettato le mie clarks abbia mai preso in considerazione che la gente potesse usarle per camminare più di dieci minuti.
La stazione dei treni è enorme, imperiale, fascista, ne esco il prima possibile e mi infilo in metropolitana senza perdere tempo alla ricerca di autobus, stavolta. Mi piace la metro, a voler tralasciare l’odore di piscio. Mi faccio portare al centro di tutto e da lì mi sposto a piedi, guardandomi attorno, cercando di capire se ci sia un fascino nascosto in quel posto grigio sotto quel cielo grigio. Non ci riesco, la Città Molto Grande mi rende nervoso, lo sguardo dei passanti mi rende diffidente. Napoli la batte a tavolino, non c’è che dire.
Raggiungo il primo museo, non c’è fila alla cassa né ressa dinanzi al quadro del maestro e mi ci posso fermare tutto il tempo che voglio, ci vuole quasi mezz’ora prima che possa ritenermi completamente appagato. Inizio l’anno come ho finito il precedente, o meglio. Riesco a fare pace almeno con lui dopo che l’ultima volta c’eravamo salutati così scortesemente. E’ meraviglioso, spero che gli irlandesi lo trattino bene. Per quel che mi riguarda ora potrebbero anche nuclearizzare la città.
Alle altre tele riservo uno sguardo compassionevole, come possono non sbiadire di fronte alla bellezza che hanno accanto, sorrido solo di fronte ad una veduta settecentesca di Castel dell’Ovo. Ipertesti, penso agli ipertesti.
Mi incammino verso la seconda mostra, sulla cartina avrebbero dovuto specificare che le scarpe da dandy wannabe fanno raddoppiare le distanze, la Città Molto Grande si avvolge sempre di più nel suo lenzuolo funebre umidiccio e maleodorante e le strade si svuotano per l’ora di pranzo.
Mi fermo in una piazza più brutta delle altre a mangiare un panino, sarà destino che io ed il maestro ci incontriamo a stomaco vuoto. Giro l’angolo, attraverso il parco (non perché fosse necessario, ma il verde bagnato dell’erba mi attirava) ed entro nel secondo museo, se di museo si può parlare.
Neppure qui devo aspettare un minuto, entro ed ammiro un genio di stampo completamente diverso dal maestro. Un genio, comunque, che ha dipinto in più di un senso il secolo scorso e al quale gli artisti successivi dovrebbero pagare almeno un martini. Guardo, leggo, ascolto con attenzione. Tutti conoscono il genio, ma io non sono tra quelli che si possono vantare di conoscerlo bene e me lo gusto senza alcuna fretta, come si deve. Peccato scoprire che come al solito il catalogo costi decisamente più dei soldi che ho in tasca: best art sarà anche il business, ma nel mio portafogli non trovo arte né parte. Paz. Memorizzo.
Esco che l’ora di pranzo è ormai passata ed inizia a muoversi un po’ di gente, mi incammino verso il ritorno dispiacendomi di non aver avuto modo e tempo di avvisare alcune mie conoscenze riguardo la mia visita in città, forse mi avrebbe fatto piacere incontrarle. Passeggio fumando per il cortile del castello, entro in una libreria e provo angoscia nel sentire la metropolitana passarmi sotto i piedi. Terminata la tregua artistica, la Città Molto Grande ricomincia ad innervosirmi. Noto il manifesto di una terza mostra, sono un bel po’ in anticipo sui tempi previsti, la trovo e mi ci infilo. Piacevole sorpresa, ma vedo poco che mi colpisca veramente: l’artista giovane è bravo ma mancano l’esposizione si riduce a poche tele meravigliosamente tristi. Il quadro del maestro e le sue ombre rimangono insuperabili, capisco che per quel giorno la Città Molto Grande non può offrirmi nulla di meglio. Persino la famosa galleria sembra un’imitazione di poco gusto di quanto già visto a Napoli.
Raggiungo la metro e da lì arrivo direttamente in stazione, salgo sul primo treno che viaggia verso oriente. Tutto pieno, mi stringo in corridoio e pazienza, ormai mi sto abituando. Per la seconda volta in dieci giorni il maestro mi ha spinto ad abbandonare Villa Gelida ed il suo confortevole divano; tira più di un carro di buoi, anche lui.




18/1
2005

Alessandro Magno e la neve

Stavo quasi per mettermi a scrivere una recensione di Alexander quando ha iniziato a nevicare. Quindi per distrarmi dal lavoro è più che sufficiente guardare fuori dalla finestra.

Sarò sintentico:
Irlandese con parrucca bionda, gonnellino e gambe depilate tenta di conquistare la gloria con un lungo e noioso polpettone americano. Tra i suoi amici spiccano Tolomeo che da vecchio diventerà Anthony Hopkins, Efistione che funge anche da fidanzato, padre, fratello, generale e segretario ed infine Clito, ovviamente molto nervoso ed eccitabile. Assieme partono dalla Grecia, vanno a Babilonia, da lì in India, toccano l’Oceano e tornano indietro. Muoiono quasi tutti e vorrei ben vedere, sono passati duemila anni!

Oliver Stone è sempre Oliver Stone. Purtroppo questa è l’unica cosa che si possa dire di lui senza pigliare mazzate, dopo questo film.

Fine della recensione, torno alla neve.




18/1
2005

Scambio di prigionieri

Non mi fa piacere che abbiano rapito il signor Casmoussa.
Non mi fa piacere che il signor Ruini sia a piede libero.

Mmm, intravedo una possibile soluzione che invece mi farebbe piacere...

UPGRADE: ma l’hanno già liberato?! Ed ora cosa me ne faccio del Ruini nel portabagagli dell’auto?




17/1
2005

Notte (giorno) Notte [5]

Il viaggio di ritorno fu molto più breve di quello di andata. Presi posto dove avevo prenotato, iniziai a leggere sollevando ogni tanto lo sguardo sui miei compagni di scompartimento, una pesante signora dai capelli biondi tinti e due ragazzi più o meno della mia età; sentendoli parlare, al telefono e tra loro, dedussi che la signora fosse di Cassino e gli altri due veneti. In seguito scoprii che la prima era originaria di Nocera, ma abitava in quel di Treviso, mentre i secondi erano di Cesena: il fatto è che dopo una giornata a Napoli tutti gli accenti settentrionali sembravano uguali.
Iniziammo a conversare quando notai che i due romagnoli stavano sfogliando il catalogo della mostra di Caravaggio, il naturale istinto di conversazione ebbe la meglio sul desiderio di leggere. Anche loro, come me, approfittavano dei momenti liberi (dal lavoro o dallo studio) per girare l’Italia alla ricerca di mostre e musei; anche loro erano partiti all’ultimo momento, senza pianificare il viaggio, avevano visto Napoli per la prima volta ed avevano vagato per il centro rimanendo colpiti dalla sua bellezza. La signora di Nocera interveniva di quando in quando, esprimendo una perplessa ammirazione per i nostri interessi culturali che ci spingevano ad attraversare il paese in lungo e in largo ma pure l’imbarazzo dell’autoctono che sente i commenti ingenui dei turisti sulla propria terra natale.
Ci scambiammo opinioni e suggerimenti sugli eventi in corso e su quelli consumati: Kandinsky, Dalì, Monet, Picasso, snocciolavano nomi come tappe di una caccia al tesoro. Dall’arte, come spesso capita, il discorso migrò in breve verso le reciproche tradizioni ed esperienze enogastronomiche, vini e cibi della propria regione e di quelle visitate, pinot e sangiovese, baccalà e passatelli, focacce e formaggio di fossa.
I finestrini del corridoio non si potevano abbassare su quell’intercity, impossibile ricreare il rituale dell’andata; per fumare ci si ritrovava con gli altri passeggeri nelle zone di scambio al termine dei vagoni, dove il ricircolo dell’aria ci toglieva ogni scrupolo, attenti a non farsi cogliere di sorpresa. Si cominciò a parlare della propensione dei veneti a bere a bere troppo e di gusto, delle città d’Europa viste o da vedere, ci si addormentò da qualche parte tra Roma e Firenze, verso mezzanotte, esausti.
La peculiare forma di amicizia tra viaggiatori che si era formata si rivelò per loro una fortuna, alle tre di notte fui l’unico a svegliarsi, per caso, mentre il treno rallentava per entrare nella stazione di Bologna. Li scossi e fecero appena in tempo a prendere i bagagli e a scendere, lasciandomi un numero di telefono per incontrarci a Venezia, dove avevamo tutti e tre intenzione di andare attorno all’epifania. Mi riaddormentai, fu solo il destino a svegliarmi di nuovo due ore, mentre arrivavamo a Padova.
Alle cinque del mattino, la stazione ferroviaria di padova non merita particolari complimenti, migliorando peraltro di poco nell’arco dell’intera giornata. Per non manomettere il vassoio di paste napoletane gelosamente custodito nonostante la fame notturna, consumai una sostanziosa colazione al bar e mi sedetti in sala d’aspetto ad attendere la prima coincidenza, circondato dal solito bivacco di viaggiatori malmessi e spossati, addormentati, imprecanti, chissà se in partenza o di ritorno da qualche parte. Non mi rimaneva tempo per dormire ancora, rimasi a leggere e scrivere tra gente stravaccata di ogni razza. Un messaggio sul cellulare, alle cinque e mezzo del mattino, mi informò che un mio cugino soffriva di insonnia. Da lì a breve il mio treno arrivò, le ultime tratte verso casa non mi riservarono sorprese e ne fui contento, perché sarei stato troppo stanco per accorgermene. Tralasciando la seconda, generosa colazione che mi concessi, mi gettai a letto sfinito e considerando che ritornare, è sempre un po’ morire.




17/1
2005

Apocalypse Now

"Penitenziagite! Vide quando draco venturus est a rodegarla l’anima tua! La mortz est super nos! Prega che vene lo presidente santo a liberar nos a malo de todas le peccata! Ah ah, ve piase ista negromanzia de Domini Nostri Silvius Berlusconi! Et anco jois m’es dols e plazer m’es dolors. Cave el comunista! Semper m’aguaita in qualche canto per adentarme le carcagna. Ma Silvio non est insipiens! Bonum governum, et aqui se magna et se priega dominum nostrum. Et el resto valet un figo seco. Et amen. No?"

[estratto dal contributo del dott. b. alla kermesse di forza italia]




16/1
2005

Notta (giorno) Notte [4]

Non mi ero spostato poi di molto, in realtà, girando come un virruzzo attorno alle medesime piazze e strade: mi ritrovai sotto gli inconfondibili bastioni del Maschio Angioino. Fui tentato di avvicinarmi, ma era in corso una qualche situazione musicale e poliziotti in divisa selezionavano i visitatori. Preferii aggirarlo e scendere verso il porto, ammirando le navi che un giorno mi condurranno a visitare le isole, per poi risalire e fermarmi a lasciar riposare le gambe qualche minuto sulle panchine di piazza del municipio.
Il mio tempo a Napoli stava per scadere, mi infilai in una tabaccheria ad acquistare l’ultimo biglietto per il bus, in una pasticceria dove un commesso in livrea mi preparò un vassoio di paste da portare al nord, in segno di gratitudine per chi mi aveva accompagnato alla stazione dei treni e sarebbe venuto a riprendermi all’arrivo.
Salii sul bus per piazza Garibaldi, troppo affollato per raggiungere la macchinetta in cui timbrare il biglietto appena comprato, si stava stretti come sardine; mi strinsi nelle spalle, non avevo visto un controllore in tutta la giornata. Mi distrassi a guardar fuori per l’ultima volta, confrontare ancora il traffico caotico con quello di altre città dov’ero stato, vedere finalmente i centauri bicefali senza casco di cui narrano le mitologie nordiche. I controllori salirono ala penultima fermata, con lo stesso sguardo che dovevano avere i soldati di Erode. Una ragazza accanto a me, nella mia stessa situazione, tentò lestamente di timbrare il biglietto ma fu intercettata prima di riuscirci; iniziò così un lungo laio a due voci tra il pubblico ufficiale che severamente la redarguiva e la poveretta che protestava la propria buona fede e sostanziale innocenza. L’altro agente della stasi non si fece distrarre come speravo, iniziarono i controlli e cominciarono a fioccare le prime multe verso gli irregolari. Io ero tra questi ed iniziavo a sudare freddo elaborando una strategia. Venne il mio turno, ormai eravamo quasi arrivati, porsi il biglietto nuovo fingendo sbadatezza, lo ripresi e porsi il biglietto timbrato la mattina, quello obliterato in modo illeggibile. Il controllore controllò e non ci trovò nulla da eccepire, il mio sguardo angelico fu garanzia sufficiente, mentre pensavo senza scrupoli che dal paradosso (sempre per la mitologia nordica) di prendere una multa a Napoli mi ritrovavo nel paradosso opposto di aver fregato un napoletano.
Salii in treno soddisfatto per l’impresa, ma più che altro ammaliato dalla città. Mi rendo conto, come già mi rendevo conto allora, di quanto limitato e naif fosse il mio giudizio, non avendo visto altro che un museo e poche strade del centro, messe a lucido, illuminate ed accuratamente sorvegliate da un esercito di poliziotti. Proprio mentre io scampavo alla multa in autobus, da qualche altra parte in città ammazzavano un tizio.
Non posso dire di conoscere la città e neppure di averla vissuta, solo di averla sfiorata e di aver apprezzato il contatto.




15/1
2005

Notte (giorno) Notte [3]

Scesi ad una fermata a caso, verso Santa Teresa degli Scalzi. Avevo un altro paio di mostre tra cui scegliere, ma prima dovevo fare qualcosa per quel mal di testa. Urgentemente. Mi infilai in una farmacia e ne uscii con una scatola di compresse, me ne infilai subito una in bocca, camminando. Mentre pranzavo il cielo si era rasserenato, le strade si riempivano di gente che usciva a passeggiare ed a guardare le vetrine. Mi fermai in un angolo a consultare la cartina che avevo acquistato in stazione, quasi vergognandomi di fare il turista; Gaudì era vicino a Piazza PLebiscito, Schnabel molto più lontano, dalle parti dello stadio. Lontano, poi, per modo di dire, considerando i chilometri che avevo attraversato per arrivare fin lì, dovevo solo trovare un modo per arrivarci.
Cominciai quindi a scendere a piedi, consultando ad ogni fermata il tragitto degli autobus, ma facendomi allo stesso tempo l’idea che valesse la pena visitare anche il centro, per quanto possibile.
Mi distraevo in continuazione a fissare un palazzo, una galleria, una targa di marmo, una piazza, in mezzo al vociare festivo ed al chiasso del traffico. Mi infilai curioso in galleria Umberto I, attratto come una gazza dal luccichio dei cristalli. Rimasi a bocca aperta per lo splendore che mi circondava e mi sovrastava, il vetro ed il ferro, gli angeli di pietra e le luci, la percorsi in tutte le direzioni, da solo questo luogo mi ripagava del viaggio e della parziale delusione del mattino. Subito dopo, Piazza del Plebiscito riportò il conto in attivo, mi fermai a guardare dal basso la città che si arrampicava verso Capodimonte dove mi trovavo appena un paio d’ore prima, provai la netta sensazione di star guardando un’enorme cartolina. Girai le spalle, continuai a scendere, lasciandomi conquistare dal golfo che si andava illuminando e dal mare che veniva inghiottito dalla sera. Come sempre, non saprei dire in che modo ma la città mi entrò nel cuore più per simpatia che per qualcosa di specifico che avevo visto o non visto.
L’esposizione su Gaudì era a Castel dell’Ovo, ma quando attraversai il ponte che lo congiungeva con la città scoprii che l’ingresso era già chiuso. Erano da poco passate le cinque del pomeriggio, ad aver saputo gli orari mi sarebbe bastato affrettare un po’ il passo per arrivare in tempo, ma mi andò male. Restava pur sempre Schnabel su cui ripiegare (con rispetto parlando) e nonostante la stanchezza mi rendesse ormai le gambe pesanti tornai sui miei passi, alla ricerca di un autobus che mi portasse nella giusta direzione. Soddisfatto, ma non sazio, di quanto avevo visto fino a quel momento. Piazza Plebiscito ormai avvolta dalla precoce notte invernale aveva mutato aspetto, i turisti che si fermavano ad ammirarla erano scomparsi e tra le ombre del colonnato si sentivano scoppiare petardi e risa. Mi sedetti a fumare una sigaretta cercando di capire, di nuovo con la cartina spiegata tra le mani, quale fosse almeno la strada da imboccare. Non ci riuscii, continuai a vagare alla ricerca del bus fino a quando mi resi conto che anche quell’ultima mostra stava per chiudere e che nonostante la piantina della città a cui stavo facendo riferimento, non avevo assolutamente idea di dove mi trovassi in quel momento.




13/1
2005

Notte (giorno) Notte [2]

A dispetto dei miei benintenzionati informatori, e per fortuna, il treno era arrivato in perfetto orario. Sbucai nella vasta piazza della stazione sotto una pioggia battente, tra venditori di ombrelli neanche troppo a buon mercato e turisti indaffarati, mi misi alla ricerca dell’autobus che avrebbe dovuto portarmi al museo. Il 110, parte ogni 25 minuti dalla stazione, così mi ero appuntito e così mi impuntai a cercare sprecando senza successo troppo tempo; Garibaldi mi fissava severo mentre vagavo tra le pozzanghere ed i bus in arrivo o in partenza, chiedendo a malincuore informazioni, consultando orari, badando soprattutto a non farmi arrotare da qualcuno.
Ci misi un po’ a capire che mi stavo ostinando senza motivo, un qualsiasi autobus per Capodimonte andava bene, che avesse o meno il 110 esposto sul parabrezza. Feci i biglietti e salii sul primo che partiva; la timbratrice era guasta, il biglietto uscì marchiato solo da una striscia nera illeggibile, scrollai le spalle e mi sedetti.
Traffico belgradese, ma non troppo. Giornata grigia, risalii quella città sconosciuta scrutandone le strade dal finestrino e pentendomi già di non aver perso altri dieci minuti per fare colazione. I passeggeri cominciarono ad accalcarsi, sembrava che molti avessero la mia stessa destinazione per cui tenevo le orecchie bene aperte per non rischiare di perdere la mia fermata, in un impeto di senso civico arrivai a cedere il mio posto a sedere ad una signora con due bambini piccoli.
Scesi al seguito di una fiumana di altri turisti quasi sulla soglia del museo, lesto ad infilarmi tra i denti l’ennesima sigaretta della giornata ed a pensare
Do un’occhiata alla fila per l’ingresso, se non è troppo lunga vado almeno a prendere un caffè.
Speranza delusa, sotto i portici si snodava già una lenta processione in attesa, mi bastò un colpo d’occhio per capire che anche senza attardarmi avrei dovuto aspettare a lungo. Trenta persone ogni dieci minuti, tre metri ogni dieci minuti sotto gli architravi a sesto acuto prima di raggiungere la biglietteria. I più equipaggiati estraevano da borse e zaini panini, tranci di pizza, via via che mezzogiorno si avvicinava e poi si allontanava alle nostre spalle, noi sempre immersi in una calca tranquilla, pazienti. Ogni tanto da un gruppo si staccava qualcuno ed andava a fare rifornimenti alla caffetteria del museo per poi tornare ad inserirsi al proprio posto nel millepiedi che si strascicava in avanti. Io ero solo e restavo digiuno, quando proprio non riuscivo a resistere alla noia succhiavo un’altra sigaretta cercando di non sbuffare troppo fumo in giro, ascoltavo le chiacchiere di chi mi stava attorno (Arriviamo da Roma, ci siamo dovuti alzare prestissimo stamattina!) e riflettevo su quanto fosse ironico, essere partito perché stanco di aspettare e trovarmi imbottigliato lì, senza nulla da fare. Un temporale scoppiò e si placò, tutti sollevavano la testa quando un aereo ci passava sopra con lo stesso fragore del temporale, qualcuno spiegò ad alta voce che l’aeroporto non era lontano. Scambiai poche battute con chi mi circondava, facendo attenzione alle palombelle in agguato tra i capitelli, la signora che si era fatta tutta la strada fin da roma si lamentava di non essere riuscita a trovare un posto da insegnate a Napoli perché amava molto quella città, arrivò a dirmi che noi napoletani siamo tutti molto simpatici. Noi napoletani, ah ah, signora, meglio che stia zitto se non voglio diventare un fenomeno da baraccone.
L’attesa dura più di due ore, mi consolo e resisto pensando al signor Caravaggio che mi attende ma neppure una volta entrato posso tirare un sospiro di sollievo, la folla non si sparpaglia per le numerose sale, non si distrae a fissare i marmi o gli arazzi o i parmigianini della collezione permanente: preme famelica per raggiungere le sale dedicate al maestro, senza neppure degnare di uno sguardo le meraviglie che la circonda. Gli stranieri sorridono sarcastici ma si prestano allo stesso gioco, mentre i sorveglianti stremati cercano di diluire la marea incalzante per la quale non provano compassione.
Inevitabilmente, quando infine raggiunsi le stanze dedicate a Caravaggio sembrava di essere al mercato, la bellezza era soffocata dal trambusto e dalla stanchezza, le tele si scorgevano allungando il collo sopra decine di teste, ci si faceva spazio con i gomiti aspettando ancora, inutilmente, un momento di quiete. Davanti a me si rivelavano alcuni dei quadri che più amo e non riuscivo a rinfrancarmi del tutto. Le sale successive erano quasi vuote, i maratoneti della cultura, appagati, sciamavano in silenzio verso l’uscita con lo sguardo fisso dinanzi a sé. Uscii sentendo crescere in me frustrazione e mal di testa, il secondo più incalzante della prima, aveva smesso di piovere e sapevo di non poter rimandare oltre una sosta per il pranzo.
Mi infilai in una pizzeria, la prima che trovai accanto alla fermata del bus. Un ragazzo si affaccendava tra i tavoli apparecchiando e sparecchiando, raccogliendo ordinazioni e servendo e portando il conto, accompagnato solo dai richiami rudi di un anziano pizzaiolo. Mi sedetti solo ad un tavolo da quattro, dopo un’altra lunga attesa potei finalmente bermi una birra ed assaggiare una margherita. Turismo naif. Non sembrava molto diversa dalle pizze del nord, a dire il vero, solo un po’ più cruda ed insipida. Bene, mi dissi, una volta che vengo a Napoli nella mia vita e non riesco neppure a mangiare una pizza decente; il posto sbagliato, o il momento sbagliato, o tutt’e due, immagino. Incassai l’ennesima delusione e me ne andai, mentre la pizzeria chiudeva e l’emicrania si faceva insopportabile.