17/1
2005

Notte (giorno) Notte [5]

Il viaggio di ritorno fu molto più breve di quello di andata. Presi posto dove avevo prenotato, iniziai a leggere sollevando ogni tanto lo sguardo sui miei compagni di scompartimento, una pesante signora dai capelli biondi tinti e due ragazzi più o meno della mia età; sentendoli parlare, al telefono e tra loro, dedussi che la signora fosse di Cassino e gli altri due veneti. In seguito scoprii che la prima era originaria di Nocera, ma abitava in quel di Treviso, mentre i secondi erano di Cesena: il fatto è che dopo una giornata a Napoli tutti gli accenti settentrionali sembravano uguali.
Iniziammo a conversare quando notai che i due romagnoli stavano sfogliando il catalogo della mostra di Caravaggio, il naturale istinto di conversazione ebbe la meglio sul desiderio di leggere. Anche loro, come me, approfittavano dei momenti liberi (dal lavoro o dallo studio) per girare l’Italia alla ricerca di mostre e musei; anche loro erano partiti all’ultimo momento, senza pianificare il viaggio, avevano visto Napoli per la prima volta ed avevano vagato per il centro rimanendo colpiti dalla sua bellezza. La signora di Nocera interveniva di quando in quando, esprimendo una perplessa ammirazione per i nostri interessi culturali che ci spingevano ad attraversare il paese in lungo e in largo ma pure l’imbarazzo dell’autoctono che sente i commenti ingenui dei turisti sulla propria terra natale.
Ci scambiammo opinioni e suggerimenti sugli eventi in corso e su quelli consumati: Kandinsky, Dalì, Monet, Picasso, snocciolavano nomi come tappe di una caccia al tesoro. Dall’arte, come spesso capita, il discorso migrò in breve verso le reciproche tradizioni ed esperienze enogastronomiche, vini e cibi della propria regione e di quelle visitate, pinot e sangiovese, baccalà e passatelli, focacce e formaggio di fossa.
I finestrini del corridoio non si potevano abbassare su quell’intercity, impossibile ricreare il rituale dell’andata; per fumare ci si ritrovava con gli altri passeggeri nelle zone di scambio al termine dei vagoni, dove il ricircolo dell’aria ci toglieva ogni scrupolo, attenti a non farsi cogliere di sorpresa. Si cominciò a parlare della propensione dei veneti a bere a bere troppo e di gusto, delle città d’Europa viste o da vedere, ci si addormentò da qualche parte tra Roma e Firenze, verso mezzanotte, esausti.
La peculiare forma di amicizia tra viaggiatori che si era formata si rivelò per loro una fortuna, alle tre di notte fui l’unico a svegliarsi, per caso, mentre il treno rallentava per entrare nella stazione di Bologna. Li scossi e fecero appena in tempo a prendere i bagagli e a scendere, lasciandomi un numero di telefono per incontrarci a Venezia, dove avevamo tutti e tre intenzione di andare attorno all’epifania. Mi riaddormentai, fu solo il destino a svegliarmi di nuovo due ore, mentre arrivavamo a Padova.
Alle cinque del mattino, la stazione ferroviaria di padova non merita particolari complimenti, migliorando peraltro di poco nell’arco dell’intera giornata. Per non manomettere il vassoio di paste napoletane gelosamente custodito nonostante la fame notturna, consumai una sostanziosa colazione al bar e mi sedetti in sala d’aspetto ad attendere la prima coincidenza, circondato dal solito bivacco di viaggiatori malmessi e spossati, addormentati, imprecanti, chissà se in partenza o di ritorno da qualche parte. Non mi rimaneva tempo per dormire ancora, rimasi a leggere e scrivere tra gente stravaccata di ogni razza. Un messaggio sul cellulare, alle cinque e mezzo del mattino, mi informò che un mio cugino soffriva di insonnia. Da lì a breve il mio treno arrivò, le ultime tratte verso casa non mi riservarono sorprese e ne fui contento, perché sarei stato troppo stanco per accorgermene. Tralasciando la seconda, generosa colazione che mi concessi, mi gettai a letto sfinito e considerando che ritornare, è sempre un po’ morire.

Note estemporanee di zio Lusky:
State alla larga dagli anarchici informali, gli anarchici per bene si riconoscono perché danno sempre del lei e dicono buongiorno, buonasera, prego, si accomodi, e grazie.




17/1
2005

Apocalypse Now

"Penitenziagite! Vide quando draco venturus est a rodegarla l’anima tua! La mortz est super nos! Prega che vene lo presidente santo a liberar nos a malo de todas le peccata! Ah ah, ve piase ista negromanzia de Domini Nostri Silvius Berlusconi! Et anco jois m’es dols e plazer m’es dolors. Cave el comunista! Semper m’aguaita in qualche canto per adentarme le carcagna. Ma Silvio non est insipiens! Bonum governum, et aqui se magna et se priega dominum nostrum. Et el resto valet un figo seco. Et amen. No?"

[estratto dal contributo del dott. b. alla kermesse di forza italia]




16/1
2005

Notta (giorno) Notte [4]

Non mi ero spostato poi di molto, in realtà, girando come un virruzzo attorno alle medesime piazze e strade: mi ritrovai sotto gli inconfondibili bastioni del Maschio Angioino. Fui tentato di avvicinarmi, ma era in corso una qualche situazione musicale e poliziotti in divisa selezionavano i visitatori. Preferii aggirarlo e scendere verso il porto, ammirando le navi che un giorno mi condurranno a visitare le isole, per poi risalire e fermarmi a lasciar riposare le gambe qualche minuto sulle panchine di piazza del municipio.
Il mio tempo a Napoli stava per scadere, mi infilai in una tabaccheria ad acquistare l’ultimo biglietto per il bus, in una pasticceria dove un commesso in livrea mi preparò un vassoio di paste da portare al nord, in segno di gratitudine per chi mi aveva accompagnato alla stazione dei treni e sarebbe venuto a riprendermi all’arrivo.
Salii sul bus per piazza Garibaldi, troppo affollato per raggiungere la macchinetta in cui timbrare il biglietto appena comprato, si stava stretti come sardine; mi strinsi nelle spalle, non avevo visto un controllore in tutta la giornata. Mi distrassi a guardar fuori per l’ultima volta, confrontare ancora il traffico caotico con quello di altre città dov’ero stato, vedere finalmente i centauri bicefali senza casco di cui narrano le mitologie nordiche. I controllori salirono ala penultima fermata, con lo stesso sguardo che dovevano avere i soldati di Erode. Una ragazza accanto a me, nella mia stessa situazione, tentò lestamente di timbrare il biglietto ma fu intercettata prima di riuscirci; iniziò così un lungo laio a due voci tra il pubblico ufficiale che severamente la redarguiva e la poveretta che protestava la propria buona fede e sostanziale innocenza. L’altro agente della stasi non si fece distrarre come speravo, iniziarono i controlli e cominciarono a fioccare le prime multe verso gli irregolari. Io ero tra questi ed iniziavo a sudare freddo elaborando una strategia. Venne il mio turno, ormai eravamo quasi arrivati, porsi il biglietto nuovo fingendo sbadatezza, lo ripresi e porsi il biglietto timbrato la mattina, quello obliterato in modo illeggibile. Il controllore controllò e non ci trovò nulla da eccepire, il mio sguardo angelico fu garanzia sufficiente, mentre pensavo senza scrupoli che dal paradosso (sempre per la mitologia nordica) di prendere una multa a Napoli mi ritrovavo nel paradosso opposto di aver fregato un napoletano.
Salii in treno soddisfatto per l’impresa, ma più che altro ammaliato dalla città. Mi rendo conto, come già mi rendevo conto allora, di quanto limitato e naif fosse il mio giudizio, non avendo visto altro che un museo e poche strade del centro, messe a lucido, illuminate ed accuratamente sorvegliate da un esercito di poliziotti. Proprio mentre io scampavo alla multa in autobus, da qualche altra parte in città ammazzavano un tizio.
Non posso dire di conoscere la città e neppure di averla vissuta, solo di averla sfiorata e di aver apprezzato il contatto.




15/1
2005

Notte (giorno) Notte [3]

Scesi ad una fermata a caso, verso Santa Teresa degli Scalzi. Avevo un altro paio di mostre tra cui scegliere, ma prima dovevo fare qualcosa per quel mal di testa. Urgentemente. Mi infilai in una farmacia e ne uscii con una scatola di compresse, me ne infilai subito una in bocca, camminando. Mentre pranzavo il cielo si era rasserenato, le strade si riempivano di gente che usciva a passeggiare ed a guardare le vetrine. Mi fermai in un angolo a consultare la cartina che avevo acquistato in stazione, quasi vergognandomi di fare il turista; Gaudì era vicino a Piazza PLebiscito, Schnabel molto più lontano, dalle parti dello stadio. Lontano, poi, per modo di dire, considerando i chilometri che avevo attraversato per arrivare fin lì, dovevo solo trovare un modo per arrivarci.
Cominciai quindi a scendere a piedi, consultando ad ogni fermata il tragitto degli autobus, ma facendomi allo stesso tempo l’idea che valesse la pena visitare anche il centro, per quanto possibile.
Mi distraevo in continuazione a fissare un palazzo, una galleria, una targa di marmo, una piazza, in mezzo al vociare festivo ed al chiasso del traffico. Mi infilai curioso in galleria Umberto I, attratto come una gazza dal luccichio dei cristalli. Rimasi a bocca aperta per lo splendore che mi circondava e mi sovrastava, il vetro ed il ferro, gli angeli di pietra e le luci, la percorsi in tutte le direzioni, da solo questo luogo mi ripagava del viaggio e della parziale delusione del mattino. Subito dopo, Piazza del Plebiscito riportò il conto in attivo, mi fermai a guardare dal basso la città che si arrampicava verso Capodimonte dove mi trovavo appena un paio d’ore prima, provai la netta sensazione di star guardando un’enorme cartolina. Girai le spalle, continuai a scendere, lasciandomi conquistare dal golfo che si andava illuminando e dal mare che veniva inghiottito dalla sera. Come sempre, non saprei dire in che modo ma la città mi entrò nel cuore più per simpatia che per qualcosa di specifico che avevo visto o non visto.
L’esposizione su Gaudì era a Castel dell’Ovo, ma quando attraversai il ponte che lo congiungeva con la città scoprii che l’ingresso era già chiuso. Erano da poco passate le cinque del pomeriggio, ad aver saputo gli orari mi sarebbe bastato affrettare un po’ il passo per arrivare in tempo, ma mi andò male. Restava pur sempre Schnabel su cui ripiegare (con rispetto parlando) e nonostante la stanchezza mi rendesse ormai le gambe pesanti tornai sui miei passi, alla ricerca di un autobus che mi portasse nella giusta direzione. Soddisfatto, ma non sazio, di quanto avevo visto fino a quel momento. Piazza Plebiscito ormai avvolta dalla precoce notte invernale aveva mutato aspetto, i turisti che si fermavano ad ammirarla erano scomparsi e tra le ombre del colonnato si sentivano scoppiare petardi e risa. Mi sedetti a fumare una sigaretta cercando di capire, di nuovo con la cartina spiegata tra le mani, quale fosse almeno la strada da imboccare. Non ci riuscii, continuai a vagare alla ricerca del bus fino a quando mi resi conto che anche quell’ultima mostra stava per chiudere e che nonostante la piantina della città a cui stavo facendo riferimento, non avevo assolutamente idea di dove mi trovassi in quel momento.




13/1
2005

Notte (giorno) Notte [2]

A dispetto dei miei benintenzionati informatori, e per fortuna, il treno era arrivato in perfetto orario. Sbucai nella vasta piazza della stazione sotto una pioggia battente, tra venditori di ombrelli neanche troppo a buon mercato e turisti indaffarati, mi misi alla ricerca dell’autobus che avrebbe dovuto portarmi al museo. Il 110, parte ogni 25 minuti dalla stazione, così mi ero appuntito e così mi impuntai a cercare sprecando senza successo troppo tempo; Garibaldi mi fissava severo mentre vagavo tra le pozzanghere ed i bus in arrivo o in partenza, chiedendo a malincuore informazioni, consultando orari, badando soprattutto a non farmi arrotare da qualcuno.
Ci misi un po’ a capire che mi stavo ostinando senza motivo, un qualsiasi autobus per Capodimonte andava bene, che avesse o meno il 110 esposto sul parabrezza. Feci i biglietti e salii sul primo che partiva; la timbratrice era guasta, il biglietto uscì marchiato solo da una striscia nera illeggibile, scrollai le spalle e mi sedetti.
Traffico belgradese, ma non troppo. Giornata grigia, risalii quella città sconosciuta scrutandone le strade dal finestrino e pentendomi già di non aver perso altri dieci minuti per fare colazione. I passeggeri cominciarono ad accalcarsi, sembrava che molti avessero la mia stessa destinazione per cui tenevo le orecchie bene aperte per non rischiare di perdere la mia fermata, in un impeto di senso civico arrivai a cedere il mio posto a sedere ad una signora con due bambini piccoli.
Scesi al seguito di una fiumana di altri turisti quasi sulla soglia del museo, lesto ad infilarmi tra i denti l’ennesima sigaretta della giornata ed a pensare
Do un’occhiata alla fila per l’ingresso, se non è troppo lunga vado almeno a prendere un caffè.
Speranza delusa, sotto i portici si snodava già una lenta processione in attesa, mi bastò un colpo d’occhio per capire che anche senza attardarmi avrei dovuto aspettare a lungo. Trenta persone ogni dieci minuti, tre metri ogni dieci minuti sotto gli architravi a sesto acuto prima di raggiungere la biglietteria. I più equipaggiati estraevano da borse e zaini panini, tranci di pizza, via via che mezzogiorno si avvicinava e poi si allontanava alle nostre spalle, noi sempre immersi in una calca tranquilla, pazienti. Ogni tanto da un gruppo si staccava qualcuno ed andava a fare rifornimenti alla caffetteria del museo per poi tornare ad inserirsi al proprio posto nel millepiedi che si strascicava in avanti. Io ero solo e restavo digiuno, quando proprio non riuscivo a resistere alla noia succhiavo un’altra sigaretta cercando di non sbuffare troppo fumo in giro, ascoltavo le chiacchiere di chi mi stava attorno (Arriviamo da Roma, ci siamo dovuti alzare prestissimo stamattina!) e riflettevo su quanto fosse ironico, essere partito perché stanco di aspettare e trovarmi imbottigliato lì, senza nulla da fare. Un temporale scoppiò e si placò, tutti sollevavano la testa quando un aereo ci passava sopra con lo stesso fragore del temporale, qualcuno spiegò ad alta voce che l’aeroporto non era lontano. Scambiai poche battute con chi mi circondava, facendo attenzione alle palombelle in agguato tra i capitelli, la signora che si era fatta tutta la strada fin da roma si lamentava di non essere riuscita a trovare un posto da insegnate a Napoli perché amava molto quella città, arrivò a dirmi che noi napoletani siamo tutti molto simpatici. Noi napoletani, ah ah, signora, meglio che stia zitto se non voglio diventare un fenomeno da baraccone.
L’attesa dura più di due ore, mi consolo e resisto pensando al signor Caravaggio che mi attende ma neppure una volta entrato posso tirare un sospiro di sollievo, la folla non si sparpaglia per le numerose sale, non si distrae a fissare i marmi o gli arazzi o i parmigianini della collezione permanente: preme famelica per raggiungere le sale dedicate al maestro, senza neppure degnare di uno sguardo le meraviglie che la circonda. Gli stranieri sorridono sarcastici ma si prestano allo stesso gioco, mentre i sorveglianti stremati cercano di diluire la marea incalzante per la quale non provano compassione.
Inevitabilmente, quando infine raggiunsi le stanze dedicate a Caravaggio sembrava di essere al mercato, la bellezza era soffocata dal trambusto e dalla stanchezza, le tele si scorgevano allungando il collo sopra decine di teste, ci si faceva spazio con i gomiti aspettando ancora, inutilmente, un momento di quiete. Davanti a me si rivelavano alcuni dei quadri che più amo e non riuscivo a rinfrancarmi del tutto. Le sale successive erano quasi vuote, i maratoneti della cultura, appagati, sciamavano in silenzio verso l’uscita con lo sguardo fisso dinanzi a sé. Uscii sentendo crescere in me frustrazione e mal di testa, il secondo più incalzante della prima, aveva smesso di piovere e sapevo di non poter rimandare oltre una sosta per il pranzo.
Mi infilai in una pizzeria, la prima che trovai accanto alla fermata del bus. Un ragazzo si affaccendava tra i tavoli apparecchiando e sparecchiando, raccogliendo ordinazioni e servendo e portando il conto, accompagnato solo dai richiami rudi di un anziano pizzaiolo. Mi sedetti solo ad un tavolo da quattro, dopo un’altra lunga attesa potei finalmente bermi una birra ed assaggiare una margherita. Turismo naif. Non sembrava molto diversa dalle pizze del nord, a dire il vero, solo un po’ più cruda ed insipida. Bene, mi dissi, una volta che vengo a Napoli nella mia vita e non riesco neppure a mangiare una pizza decente; il posto sbagliato, o il momento sbagliato, o tutt’e due, immagino. Incassai l’ennesima delusione e me ne andai, mentre la pizzeria chiudeva e l’emicrania si faceva insopportabile.




5/1
2005

Notte (giorno) Notte [1]

Era santo stefano, un giorno che mi ha sempre infuso un gran senso di tristezza, la lunga attesa per le feste comincia a trasformarsi in delusione per ciò che non è stato ed avrebbe dovuto essere. Lo scorso anno, poi, è stato tremendo: la donna che amo sta male ed io non posso starle vicino, altre disgrazie si accumulano, si accatastano, a mezzogiorno il telegiornale mi informa che mezza asia è sprofondata nel dolore. C i sono dolori che ci toccano più da vicino, sulla carne viva, ed altri lontani che sono molto più gravi ma che fatichiamo a sentire come nostri. Quel giorno, però, i dolori vicini e lontani, i miei e quelli altrui, mi si attorcigliavano nello stomaco, mi rendevano sofferente e frustrato, impedendomi qualsiasi azione che non fosse aggirarmi spettrale per casa. Ogni minuto di inazione si stringeva attorno al mio collo come una catena, soffocandomi, mi alzai infine dalla sedia e decisi di fuggire.
QUando si fugge, non si fugge verso qualcosa ma da qualcosa, tuttavia è utile avere una destinazione. Scelsi Napoli, per diversi motivi: in primo luogo ci si arriva giusto giusto con una notte di treno, il che mi avrebbe concesso un giorno intero per visitare la città senza spendere una lira in albergo (che la lira manca sempre). Poi c’era questa mostra su Caravaggio che volevo andare a vedere... dico, Caravaggio. Poi è al Sud e mi piace viaggiare verso Sud, scendere è sempre meno faticoso che salire. Infine, dettaglio non trascurabile, Napoli non l’avevo mai vista e mi pareva un peccato, non aver mai visto Napoli.
Quattro motivi sono già anche troppi per partire, non persi altro tempo e verificai gli orari del treno e della mostra, autobus per spostamenti, possibilità per prenotare il biglietto, cose del genere. Non potevo partire la sera stessa essendo già impegnato per il giorno seguente, posticipai la partenza di ventiquattr’ore che trascorsi a rafforzarmi nel proposito iniziale di viaggiare da solo, avevo parecchio su cui riflettere e non avevo bisogno di compagnia.
Partii verso le otto di sera, con l’equipaggiamento da viaggio leggero: un taccuino per scrivere, la macchina fotografica, un libro per il treno ed il telefono, tutto infilato nelle tasche sformate di u vecchio cappotto, così da non dovermi trascinare appresso borse o bagagli di nessun tipo. Scarpe comode per dormirci e camminare, sciarpa e cappello per il freddo delle stazioni. Nel portafogli il biglietto di andata e quello di ritorno, come non bisognerebbe mai fare quando si parte per qualche posto: a che serve il biglietto di ritorno se si sta fuggendo? Sapevo tuttavia di dover tornare e temevo di perdere tempo in una grande stazione, me ne pentii molto quando mi venne il desiderio di cambiare tragitto per il viaggio di ritorno e semplicemente non potevo permettermi un altro biglietto. Spesso essere troppo previdenti ci danneggia più dell’incoscienza.
Partii dunque, coincidenze a vicenza e a verona, qualche difficoltà a trovare il vagone corretto su questo treno che si spacca in due a mezza italia e seguono un troncone l’adriatico e l’altro il tirreno, tutti i posti a sedere prenotati ed io mi accontentati di un seggiolino in corridoio, scomodo, stretto, costretto ad alzarmi e a far passare altri viaggiatori con le loro ingombranti valigie, venditori di panini bibite caffè col carrellino ed il campanello, o gli abusivi che li seguivano ad un vagone di distanza con un secchio per mano. Qualche tempo fa ho sentito qualcuno, forse un ministro, lamentare come questi abusivi siano uno dei principali problemi dei treni nel meridione. Mi spiace per le ferrovie, ma a me questi abusivi non sono sembrati affatto un problema grave, occupavano anche meno spazio del carrellino dei regolari e davano quindi meno fastidio, a noi confinati senza prenotazione.
Perché non avessi prenotato almeno un posto in scompartimento rimane un mistero sul quale mi interrogati tutta la notte. A voler essere cattivi si può credere che io, da bravo veneto imbevuto di stronzate, pensassi che sotto sotto andare a Napoli fosse un’idea così balzana da poter venire solo a me. Da Napoli, la gente ci scappa, infatti per il ritorno il posto l’avevo prenotato. Più semplicemente, il treno dell’andata era un ’espresso ed io mica lo sapevo che si potesse prenotare il posto anche sugli espresso; quando il bigliettaio della stazione me lo propose mi rifiutai senza pensarci sopra, non gradendo interferenze sulla spontaneità del mio viaggio. Sono fatto così, i buoni consigli non li ascolto mai e poi me la gratto.
Finché le luci degli scompartimenti rimasero accese, lessi il libro che avevo portato con me; finché i miei corrispondenti rimasero svegli, spedii messaggi al mondo tramite cellulare. Mi informano che durante il giorno c’erano stazioni allagate sulla strada per Napoli, mi posso aspettare fino a tre ore di ritardo. Quando tutti andarono a dormire, io ero ancora fermo a bologna ed iniziai a girarmi e a rigirarmi sul seggiolino, puntellandomi contro le pareti alla ricerca di una posizione che mi permettesse almeno di sonnecchiare un po’. Impossibile, con la gente che doveva passare per raggiungere il bagno in fondo al vagone, o scendere, o salire, o salutare gli amici nello scompartimento a fianco.
Ad ogni fermata il rituale è il medesimo, tutti i finestrini si abbassano e da ciascuno escono una o due mani con la sigaretta accesa stretta tra le dita, incuranti del freddo e dei divieti. Il controllore fermo sulla banchina ci guarda indifferente, pure lui sta chiacchierando e fumando,m dev’essere un bello spettacolo visto da giù, tutte queste mani e queste bocche che si affacciano e sbuffano fumo, queste braci che ardono come le luci di un albero di natale lungo quanto il treno, senza intenzione è stata inventata una nuova magia, la solita benevola scappatoia.
A roma finalmente qualcuno scese e potei conquistarmi un posto in scompartimento, erano le sei di mattina e della capitale non riuscii ad intravedere nient’altro che le insegne della stazione, appena riuscii ad appoggiare la testa sul sedile mi addormentai. Aprii gli occhi che era passata forse un’ora e mezzo, la luce entrava dal finestrino e la prima cosa che vidi fu una sorta di fortezza abbarbicata su una collina in lontananza, tutt’attorno villette che sembrano venete, circondate dai campi addormentati nell’inverno. Eravamo a Cassino, per la prima volta nella mia vita vidi con i miei occhi le arance appese agli alberi.
Non è facile, in queste situazioni, tenere gli occhi bene aperti e capire ciò che si vede. Il lungo viaggio mi aveva sfinito e mi limitavo a fissare fuori dal finestrino la pioggia battente e ad aspettare l’arrivo. Caserta, la reggia la riconobbi grazie ai film americani, trasuda imponenza ed esige rispetto, emana più autorità che eleganza. Dopo Caserta fu subito Napoli e la sorpresa di trovare ad accogliermi un pugno di grattacieli in vetro e acciaio, ascensori panoramici che ne scalano la superficie esterna, gigantesche insegne di compagnie telefoniche. "Sembra NuYok", commenta un ragazzo rivolto alla fidanzata, dando voce allo stesso pensiero su cui stavo riflettendo io. Sembra NuYok e invece è Napoli, chissà quante altre bugie mi avranno raccontato su questa città.
[continua?]




22/12
2004

Miglior impiegato dell’anno

Più mi avvicino alle ferie e più divento scontroso, in contrasto con la mia natura solitamente così dolce ed affabile. Tre esempi di quanto sia stato gratificante lavorare al mio fianco in questi ultimi giorni:

Collega X: Posso disturbarti?
Io: Lo stai già facendo.

Collega Y: C’è un problema.
Io: Dev’essere un problema tuo, perché io sto benone.

Collega Z: Me ne occupo io.
Io: Bene, così prima che trovi una soluzione io sarò lontanissimo da questo posto.


(specifico: occupando io il gradino più basso della catena alimentare aziendale, non tiranneggio sui sottoposti che non ho ma sfotto i colleghi. A maggior danno personale, il collega Z è fratello del superboss.)

Ecco perché neppure questa volta potrò appendere la targa di miglior impiegato dell’anno sopra il camino. Meglio, tanto neppure ce l’ho un camino.




22/12
2004

Buoni propositi

[Premessa]
In una prospettiva cosmologica la suddivisione del tempo in giorni, mesi ed anni non ha alcuna rilevanza. Se l’universo avesse coscienza, molto probabilmente sarebbe indifferente al numero di rotazioni attorno al sole compiuto dalla palla di fango su cui siamo comparsi come specie. In caso contrario vorrebbe dire che pure l’universo non ha niente di più interessante da fare.
[Fine premessa]

Si avvicina la fine dell’anno 2004. Siccome siamo animali simbolisti, tradizionalmente in questo periodo si fanno bilanci sull’anno trascorso e si elucubrano prospettive e desideri per il futuro, tanto per bilanciare le delusioni con le illusioni. Questa è una delle usanze natalizie più divertenti, perché non ci si sporca di muschio o aghi di pino e ti permette dopo un anno di verificare quanti buoni propositi hai mancato. Ad esempio, io mi ero posto due obbiettivi per il 2004 e ne ho raggiunto uno; chiaramente l’altro lo metterò in lista per il prossimo anno così non me ne devo inventare di nuovi (sono così pigro...) D’altra parte potrei anche candidarmi a nuovo leader del centrosinistra, viste le carenze dimostrate dagli attuali contendenti, così avrei occasione di proporre la mia semplice ed efficace soluzione al problema della legge antifumo: vietare ai non fumatori l’accesso a tutti i locali pubblici. Le caratteristiche necessarie le ho tutte: detesto il Lestofante Capo, non ho alcuna possibilità di vincere e (quasi) nessuno mi vuole bene. Non sono quindi meno credibile di prodi o di quell’altro fesso di cui non voglio ricordare il nome.

Questa sera lascio il bunker dove lavoro e non ci ritorno fino a gennaio, ma cercherò di aggiornare il bloggo da Villa Gelida perciò invece di non farvi gli auguri oggi posso tranquillamente rinviare e non farveli tra qualche giorno. Ricordatevi di fare il presepe sennò il polacco s’incazza e vi manda le guardie svizzere a casa, io sono a posto perché farò il kamikaze in un presepe vivente (no, non è una figura tradizionale ma una mia iniziativa personale, vedrete le matte risate per la sorpresa).




21/12
2004

Anche quest’anno c’è questa faccenda del solstizio

So di ripetermi, ma ogni anno in questa stagione mi chiedo perché non sono capace di andare in letargo e svegliarmi a primavera come tutti gli animali civili. In primo luogo, sta diventando particolarmente evidente perché casa mia è stata soprannonimata Villa Gelida.

D.: Non capisco cos’abbia a che fare la turchia con noi.
#: Se è per questo io non capisco neppure cos’abbiamo a che fare noi, con noi.

In secondo luogo si esce di casa solo per andare al bar, dato che le già scarse iniziative extra alcoliche nel borgo natio si riducono a zero e la temperatura calante diffida dal ciondolare indolentemente per strada.

P.: Inutile che insisti, tu non sei omosessuale. Mettitelo bene in testa.
#: Ma perché mi dici una cattiveria simile?

Infine questa faccenda dei regali. Nonostante la situazione e l’ideologia mi ostino a credere che non sia poi sbagliato fare un regalo a chi ha piacere di riceverlo e mi ci dedico volentieri. Budget limitatissimo, pochi e selezionati destinatari, endovena di natalizina per aumentare l’euforia festiva. Il problema è che fare un regalo in questa stagione richiede non solo la temporanea sospensione del proprio odio verso il mondo, ma anche una dose notevole di pazienza che non è tra le mie virtù preferite. Tre ore in giro a negozi e comincio ad avere allucinazioni acustiche (sento ancora il clacson di quel camion serbo nelle orecchie).

R.: Perché al fidanzato di tua sorella non regali un libro?
#: Perché non affatto sicuro che questo ragazzo sappia leggere.

Per sopravvivere a questo nervosismo invernale bisogna porsi degli obbiettivi, mi dicono. Qualcosa che sia desiderabile ma non troppo facilmente realizzabile, altrimenti finisce subito e poi resto senza obbiettivi. Sono incerto tra "alzarmi da questa sedia ed andare a prendere un altro caffè" e "aspettare che l’inter vinca il campionato".

Rendendomi conto che forse necessito di qualcosa più sul medio periodo.


[Citazioni in corsivo tratte dal mondo reale, con il consenso dell’autore]




20/12
2004

Nuove forme di dissuasione dalla lettura di questo bloggo

L’ultimo fine settimana tranquillo prima della baldoria di fine anno l’ho inaugurato venerdì mattina andando a fare le analisi del sangue. Non scandalizzatevi se parlo dei cazzi miei (insomma, qui ci scrivo io, e poi i cazzi vostri non li conosco né li voglio conoscere) e non allarmatevi: non ho nulla di grave, o almeno continuerò a crederlo finché non vedrò i risultati. Gli ultimi esami che avevo fatto, peraltro, mi assicuravano che ero perfettamente sano e non vedo proprio perché rimettere in discussione il valore della visita di leva, che oltre tutto è finita in modo più che soddisfacente con una mia visita allo psichiatra militare.

Ehm.

Dicevo.

Si sa che l’ipocondria è una malattia altamente contagiosa e per vedere se ce ne siano tracce nel sangue Venerdì mattina vado in ospedale a fare queste analisi. Quando appaio alla statua di padre pio di fronte all’ingresso Essa scoppia in lacrime commossa perché io in questi luoghi di dolore preferisco farmi vedere il meno possibile

(sì, come tutti, me ne rendo conto)

e per rendermi più agevole l’esperienza medica il Santo nella Sua infinita bontà e compassione incenerisce all’istante una cinquantina di vecchietti per non farmi fare la fila allo sportello dell’accettazione. Io, riconoscente, non faccio ad alta voce osservazioni sulla Sua somiglianza con Obi-Wan Kenobi e trattengo la mia solita filastrocca di bestemmie del mattino fino a quando non mi comunicano il prezzo delle analisi (trentatré euro e rotti).Qui ci starebbe bene una qualche battuta sul fatto che ci cavano il sangue anche per farsi cavare il sangue, ma ho un umorismo troppo raffinato per poter concepire qualcosa di simile. Entro quindi in questa linda stanzetta dove senza distogliere mai lo sguardo* ammiro il mio sangue zampillare con insolito entusiasmo nella fialetta, nonostante fossero solo le otto del mattino; stupito, perché io alle otto del mattino il sangue lo sento scorrere nelle vene tipo yoghurt e pensavo sarebbe al massimo colato fuori senza fretta.

In effetti si è trattato di un’esperienza abbastanza banale, negli anni ’90 i prelievi di sangue erano molto più avventurosi: svenimenti, gang di vampiri, avvocati in agguato... ma si sa, erano altri anni. Ci sono rimasto male che mi hanno solo fatto questo prelievo e lasciato andare, me ne sono uscito con la manica arrotolata e premendomi l’interno del gomito mentre tutti i vecchietti superstiti mi guardavano malevoli dalle seggiole di plastica bianca e pensavano "drogato!", nonostante stessero aspettando per lo stesso esame. Lo so perché pure io mentre aspettavo ogni volta che usciva un vecchietto con la macchina arrotolata ed il pezzo di cotone premuto contro il braccio pensavo "drogato!".

E poi niente, pago e vado a fare colazione per tirarmi su: caffè, briosche al cioccolato, panino, spremuta di arancia. Invece di questa storiella inutile avrei potuto raccontarvi tutto il resto del fine settimana ma ho ricevuto dei fondi dall’Unione Europea per far diventare questo bloggo sobrio ed educativo, nell’ambito di una campagna per la Pubblicità Progresso via Internet: di conseguenza non ci saranno più quei malsani resoconti delle mie serate che possono istigare il pubblico più giovane all’alcolismo, alla drogga o a tutte le altre cose che rendono meravigliosa l’esistenza. Io posso farlo, voi no. E posso farlo proprio con i soldi che prendo dicendovi di non farlo.




* Questo perché sono un macho e non è vero che non vado mai a farmi le analisi perché ho paura del sangue, come dicono le malelingue.