13/1
2005

Notte (giorno) Notte [2]

A dispetto dei miei benintenzionati informatori, e per fortuna, il treno era arrivato in perfetto orario. Sbucai nella vasta piazza della stazione sotto una pioggia battente, tra venditori di ombrelli neanche troppo a buon mercato e turisti indaffarati, mi misi alla ricerca dell’autobus che avrebbe dovuto portarmi al museo. Il 110, parte ogni 25 minuti dalla stazione, così mi ero appuntito e così mi impuntai a cercare sprecando senza successo troppo tempo; Garibaldi mi fissava severo mentre vagavo tra le pozzanghere ed i bus in arrivo o in partenza, chiedendo a malincuore informazioni, consultando orari, badando soprattutto a non farmi arrotare da qualcuno.
Ci misi un po’ a capire che mi stavo ostinando senza motivo, un qualsiasi autobus per Capodimonte andava bene, che avesse o meno il 110 esposto sul parabrezza. Feci i biglietti e salii sul primo che partiva; la timbratrice era guasta, il biglietto uscì marchiato solo da una striscia nera illeggibile, scrollai le spalle e mi sedetti.
Traffico belgradese, ma non troppo. Giornata grigia, risalii quella città sconosciuta scrutandone le strade dal finestrino e pentendomi già di non aver perso altri dieci minuti per fare colazione. I passeggeri cominciarono ad accalcarsi, sembrava che molti avessero la mia stessa destinazione per cui tenevo le orecchie bene aperte per non rischiare di perdere la mia fermata, in un impeto di senso civico arrivai a cedere il mio posto a sedere ad una signora con due bambini piccoli.
Scesi al seguito di una fiumana di altri turisti quasi sulla soglia del museo, lesto ad infilarmi tra i denti l’ennesima sigaretta della giornata ed a pensare
Do un’occhiata alla fila per l’ingresso, se non è troppo lunga vado almeno a prendere un caffè.
Speranza delusa, sotto i portici si snodava già una lenta processione in attesa, mi bastò un colpo d’occhio per capire che anche senza attardarmi avrei dovuto aspettare a lungo. Trenta persone ogni dieci minuti, tre metri ogni dieci minuti sotto gli architravi a sesto acuto prima di raggiungere la biglietteria. I più equipaggiati estraevano da borse e zaini panini, tranci di pizza, via via che mezzogiorno si avvicinava e poi si allontanava alle nostre spalle, noi sempre immersi in una calca tranquilla, pazienti. Ogni tanto da un gruppo si staccava qualcuno ed andava a fare rifornimenti alla caffetteria del museo per poi tornare ad inserirsi al proprio posto nel millepiedi che si strascicava in avanti. Io ero solo e restavo digiuno, quando proprio non riuscivo a resistere alla noia succhiavo un’altra sigaretta cercando di non sbuffare troppo fumo in giro, ascoltavo le chiacchiere di chi mi stava attorno (Arriviamo da Roma, ci siamo dovuti alzare prestissimo stamattina!) e riflettevo su quanto fosse ironico, essere partito perché stanco di aspettare e trovarmi imbottigliato lì, senza nulla da fare. Un temporale scoppiò e si placò, tutti sollevavano la testa quando un aereo ci passava sopra con lo stesso fragore del temporale, qualcuno spiegò ad alta voce che l’aeroporto non era lontano. Scambiai poche battute con chi mi circondava, facendo attenzione alle palombelle in agguato tra i capitelli, la signora che si era fatta tutta la strada fin da roma si lamentava di non essere riuscita a trovare un posto da insegnate a Napoli perché amava molto quella città, arrivò a dirmi che noi napoletani siamo tutti molto simpatici. Noi napoletani, ah ah, signora, meglio che stia zitto se non voglio diventare un fenomeno da baraccone.
L’attesa dura più di due ore, mi consolo e resisto pensando al signor Caravaggio che mi attende ma neppure una volta entrato posso tirare un sospiro di sollievo, la folla non si sparpaglia per le numerose sale, non si distrae a fissare i marmi o gli arazzi o i parmigianini della collezione permanente: preme famelica per raggiungere le sale dedicate al maestro, senza neppure degnare di uno sguardo le meraviglie che la circonda. Gli stranieri sorridono sarcastici ma si prestano allo stesso gioco, mentre i sorveglianti stremati cercano di diluire la marea incalzante per la quale non provano compassione.
Inevitabilmente, quando infine raggiunsi le stanze dedicate a Caravaggio sembrava di essere al mercato, la bellezza era soffocata dal trambusto e dalla stanchezza, le tele si scorgevano allungando il collo sopra decine di teste, ci si faceva spazio con i gomiti aspettando ancora, inutilmente, un momento di quiete. Davanti a me si rivelavano alcuni dei quadri che più amo e non riuscivo a rinfrancarmi del tutto. Le sale successive erano quasi vuote, i maratoneti della cultura, appagati, sciamavano in silenzio verso l’uscita con lo sguardo fisso dinanzi a sé. Uscii sentendo crescere in me frustrazione e mal di testa, il secondo più incalzante della prima, aveva smesso di piovere e sapevo di non poter rimandare oltre una sosta per il pranzo.
Mi infilai in una pizzeria, la prima che trovai accanto alla fermata del bus. Un ragazzo si affaccendava tra i tavoli apparecchiando e sparecchiando, raccogliendo ordinazioni e servendo e portando il conto, accompagnato solo dai richiami rudi di un anziano pizzaiolo. Mi sedetti solo ad un tavolo da quattro, dopo un’altra lunga attesa potei finalmente bermi una birra ed assaggiare una margherita. Turismo naif. Non sembrava molto diversa dalle pizze del nord, a dire il vero, solo un po’ più cruda ed insipida. Bene, mi dissi, una volta che vengo a Napoli nella mia vita e non riesco neppure a mangiare una pizza decente; il posto sbagliato, o il momento sbagliato, o tutt’e due, immagino. Incassai l’ennesima delusione e me ne andai, mentre la pizzeria chiudeva e l’emicrania si faceva insopportabile.

Note estemporanee di zio Lusky:
State alla larga dagli anarchici informali, gli anarchici per bene si riconoscono perché danno sempre del lei e dicono buongiorno, buonasera, prego, si accomodi, e grazie.




5/1
2005

Notte (giorno) Notte [1]

Era santo stefano, un giorno che mi ha sempre infuso un gran senso di tristezza, la lunga attesa per le feste comincia a trasformarsi in delusione per ciò che non è stato ed avrebbe dovuto essere. Lo scorso anno, poi, è stato tremendo: la donna che amo sta male ed io non posso starle vicino, altre disgrazie si accumulano, si accatastano, a mezzogiorno il telegiornale mi informa che mezza asia è sprofondata nel dolore. C i sono dolori che ci toccano più da vicino, sulla carne viva, ed altri lontani che sono molto più gravi ma che fatichiamo a sentire come nostri. Quel giorno, però, i dolori vicini e lontani, i miei e quelli altrui, mi si attorcigliavano nello stomaco, mi rendevano sofferente e frustrato, impedendomi qualsiasi azione che non fosse aggirarmi spettrale per casa. Ogni minuto di inazione si stringeva attorno al mio collo come una catena, soffocandomi, mi alzai infine dalla sedia e decisi di fuggire.
QUando si fugge, non si fugge verso qualcosa ma da qualcosa, tuttavia è utile avere una destinazione. Scelsi Napoli, per diversi motivi: in primo luogo ci si arriva giusto giusto con una notte di treno, il che mi avrebbe concesso un giorno intero per visitare la città senza spendere una lira in albergo (che la lira manca sempre). Poi c’era questa mostra su Caravaggio che volevo andare a vedere... dico, Caravaggio. Poi è al Sud e mi piace viaggiare verso Sud, scendere è sempre meno faticoso che salire. Infine, dettaglio non trascurabile, Napoli non l’avevo mai vista e mi pareva un peccato, non aver mai visto Napoli.
Quattro motivi sono già anche troppi per partire, non persi altro tempo e verificai gli orari del treno e della mostra, autobus per spostamenti, possibilità per prenotare il biglietto, cose del genere. Non potevo partire la sera stessa essendo già impegnato per il giorno seguente, posticipai la partenza di ventiquattr’ore che trascorsi a rafforzarmi nel proposito iniziale di viaggiare da solo, avevo parecchio su cui riflettere e non avevo bisogno di compagnia.
Partii verso le otto di sera, con l’equipaggiamento da viaggio leggero: un taccuino per scrivere, la macchina fotografica, un libro per il treno ed il telefono, tutto infilato nelle tasche sformate di u vecchio cappotto, così da non dovermi trascinare appresso borse o bagagli di nessun tipo. Scarpe comode per dormirci e camminare, sciarpa e cappello per il freddo delle stazioni. Nel portafogli il biglietto di andata e quello di ritorno, come non bisognerebbe mai fare quando si parte per qualche posto: a che serve il biglietto di ritorno se si sta fuggendo? Sapevo tuttavia di dover tornare e temevo di perdere tempo in una grande stazione, me ne pentii molto quando mi venne il desiderio di cambiare tragitto per il viaggio di ritorno e semplicemente non potevo permettermi un altro biglietto. Spesso essere troppo previdenti ci danneggia più dell’incoscienza.
Partii dunque, coincidenze a vicenza e a verona, qualche difficoltà a trovare il vagone corretto su questo treno che si spacca in due a mezza italia e seguono un troncone l’adriatico e l’altro il tirreno, tutti i posti a sedere prenotati ed io mi accontentati di un seggiolino in corridoio, scomodo, stretto, costretto ad alzarmi e a far passare altri viaggiatori con le loro ingombranti valigie, venditori di panini bibite caffè col carrellino ed il campanello, o gli abusivi che li seguivano ad un vagone di distanza con un secchio per mano. Qualche tempo fa ho sentito qualcuno, forse un ministro, lamentare come questi abusivi siano uno dei principali problemi dei treni nel meridione. Mi spiace per le ferrovie, ma a me questi abusivi non sono sembrati affatto un problema grave, occupavano anche meno spazio del carrellino dei regolari e davano quindi meno fastidio, a noi confinati senza prenotazione.
Perché non avessi prenotato almeno un posto in scompartimento rimane un mistero sul quale mi interrogati tutta la notte. A voler essere cattivi si può credere che io, da bravo veneto imbevuto di stronzate, pensassi che sotto sotto andare a Napoli fosse un’idea così balzana da poter venire solo a me. Da Napoli, la gente ci scappa, infatti per il ritorno il posto l’avevo prenotato. Più semplicemente, il treno dell’andata era un ’espresso ed io mica lo sapevo che si potesse prenotare il posto anche sugli espresso; quando il bigliettaio della stazione me lo propose mi rifiutai senza pensarci sopra, non gradendo interferenze sulla spontaneità del mio viaggio. Sono fatto così, i buoni consigli non li ascolto mai e poi me la gratto.
Finché le luci degli scompartimenti rimasero accese, lessi il libro che avevo portato con me; finché i miei corrispondenti rimasero svegli, spedii messaggi al mondo tramite cellulare. Mi informano che durante il giorno c’erano stazioni allagate sulla strada per Napoli, mi posso aspettare fino a tre ore di ritardo. Quando tutti andarono a dormire, io ero ancora fermo a bologna ed iniziai a girarmi e a rigirarmi sul seggiolino, puntellandomi contro le pareti alla ricerca di una posizione che mi permettesse almeno di sonnecchiare un po’. Impossibile, con la gente che doveva passare per raggiungere il bagno in fondo al vagone, o scendere, o salire, o salutare gli amici nello scompartimento a fianco.
Ad ogni fermata il rituale è il medesimo, tutti i finestrini si abbassano e da ciascuno escono una o due mani con la sigaretta accesa stretta tra le dita, incuranti del freddo e dei divieti. Il controllore fermo sulla banchina ci guarda indifferente, pure lui sta chiacchierando e fumando,m dev’essere un bello spettacolo visto da giù, tutte queste mani e queste bocche che si affacciano e sbuffano fumo, queste braci che ardono come le luci di un albero di natale lungo quanto il treno, senza intenzione è stata inventata una nuova magia, la solita benevola scappatoia.
A roma finalmente qualcuno scese e potei conquistarmi un posto in scompartimento, erano le sei di mattina e della capitale non riuscii ad intravedere nient’altro che le insegne della stazione, appena riuscii ad appoggiare la testa sul sedile mi addormentai. Aprii gli occhi che era passata forse un’ora e mezzo, la luce entrava dal finestrino e la prima cosa che vidi fu una sorta di fortezza abbarbicata su una collina in lontananza, tutt’attorno villette che sembrano venete, circondate dai campi addormentati nell’inverno. Eravamo a Cassino, per la prima volta nella mia vita vidi con i miei occhi le arance appese agli alberi.
Non è facile, in queste situazioni, tenere gli occhi bene aperti e capire ciò che si vede. Il lungo viaggio mi aveva sfinito e mi limitavo a fissare fuori dal finestrino la pioggia battente e ad aspettare l’arrivo. Caserta, la reggia la riconobbi grazie ai film americani, trasuda imponenza ed esige rispetto, emana più autorità che eleganza. Dopo Caserta fu subito Napoli e la sorpresa di trovare ad accogliermi un pugno di grattacieli in vetro e acciaio, ascensori panoramici che ne scalano la superficie esterna, gigantesche insegne di compagnie telefoniche. "Sembra NuYok", commenta un ragazzo rivolto alla fidanzata, dando voce allo stesso pensiero su cui stavo riflettendo io. Sembra NuYok e invece è Napoli, chissà quante altre bugie mi avranno raccontato su questa città.
[continua?]




22/12
2004

Miglior impiegato dell’anno

Più mi avvicino alle ferie e più divento scontroso, in contrasto con la mia natura solitamente così dolce ed affabile. Tre esempi di quanto sia stato gratificante lavorare al mio fianco in questi ultimi giorni:

Collega X: Posso disturbarti?
Io: Lo stai già facendo.

Collega Y: C’è un problema.
Io: Dev’essere un problema tuo, perché io sto benone.

Collega Z: Me ne occupo io.
Io: Bene, così prima che trovi una soluzione io sarò lontanissimo da questo posto.


(specifico: occupando io il gradino più basso della catena alimentare aziendale, non tiranneggio sui sottoposti che non ho ma sfotto i colleghi. A maggior danno personale, il collega Z è fratello del superboss.)

Ecco perché neppure questa volta potrò appendere la targa di miglior impiegato dell’anno sopra il camino. Meglio, tanto neppure ce l’ho un camino.




22/12
2004

Buoni propositi

[Premessa]
In una prospettiva cosmologica la suddivisione del tempo in giorni, mesi ed anni non ha alcuna rilevanza. Se l’universo avesse coscienza, molto probabilmente sarebbe indifferente al numero di rotazioni attorno al sole compiuto dalla palla di fango su cui siamo comparsi come specie. In caso contrario vorrebbe dire che pure l’universo non ha niente di più interessante da fare.
[Fine premessa]

Si avvicina la fine dell’anno 2004. Siccome siamo animali simbolisti, tradizionalmente in questo periodo si fanno bilanci sull’anno trascorso e si elucubrano prospettive e desideri per il futuro, tanto per bilanciare le delusioni con le illusioni. Questa è una delle usanze natalizie più divertenti, perché non ci si sporca di muschio o aghi di pino e ti permette dopo un anno di verificare quanti buoni propositi hai mancato. Ad esempio, io mi ero posto due obbiettivi per il 2004 e ne ho raggiunto uno; chiaramente l’altro lo metterò in lista per il prossimo anno così non me ne devo inventare di nuovi (sono così pigro...) D’altra parte potrei anche candidarmi a nuovo leader del centrosinistra, viste le carenze dimostrate dagli attuali contendenti, così avrei occasione di proporre la mia semplice ed efficace soluzione al problema della legge antifumo: vietare ai non fumatori l’accesso a tutti i locali pubblici. Le caratteristiche necessarie le ho tutte: detesto il Lestofante Capo, non ho alcuna possibilità di vincere e (quasi) nessuno mi vuole bene. Non sono quindi meno credibile di prodi o di quell’altro fesso di cui non voglio ricordare il nome.

Questa sera lascio il bunker dove lavoro e non ci ritorno fino a gennaio, ma cercherò di aggiornare il bloggo da Villa Gelida perciò invece di non farvi gli auguri oggi posso tranquillamente rinviare e non farveli tra qualche giorno. Ricordatevi di fare il presepe sennò il polacco s’incazza e vi manda le guardie svizzere a casa, io sono a posto perché farò il kamikaze in un presepe vivente (no, non è una figura tradizionale ma una mia iniziativa personale, vedrete le matte risate per la sorpresa).




21/12
2004

Anche quest’anno c’è questa faccenda del solstizio

So di ripetermi, ma ogni anno in questa stagione mi chiedo perché non sono capace di andare in letargo e svegliarmi a primavera come tutti gli animali civili. In primo luogo, sta diventando particolarmente evidente perché casa mia è stata soprannonimata Villa Gelida.

D.: Non capisco cos’abbia a che fare la turchia con noi.
#: Se è per questo io non capisco neppure cos’abbiamo a che fare noi, con noi.

In secondo luogo si esce di casa solo per andare al bar, dato che le già scarse iniziative extra alcoliche nel borgo natio si riducono a zero e la temperatura calante diffida dal ciondolare indolentemente per strada.

P.: Inutile che insisti, tu non sei omosessuale. Mettitelo bene in testa.
#: Ma perché mi dici una cattiveria simile?

Infine questa faccenda dei regali. Nonostante la situazione e l’ideologia mi ostino a credere che non sia poi sbagliato fare un regalo a chi ha piacere di riceverlo e mi ci dedico volentieri. Budget limitatissimo, pochi e selezionati destinatari, endovena di natalizina per aumentare l’euforia festiva. Il problema è che fare un regalo in questa stagione richiede non solo la temporanea sospensione del proprio odio verso il mondo, ma anche una dose notevole di pazienza che non è tra le mie virtù preferite. Tre ore in giro a negozi e comincio ad avere allucinazioni acustiche (sento ancora il clacson di quel camion serbo nelle orecchie).

R.: Perché al fidanzato di tua sorella non regali un libro?
#: Perché non affatto sicuro che questo ragazzo sappia leggere.

Per sopravvivere a questo nervosismo invernale bisogna porsi degli obbiettivi, mi dicono. Qualcosa che sia desiderabile ma non troppo facilmente realizzabile, altrimenti finisce subito e poi resto senza obbiettivi. Sono incerto tra "alzarmi da questa sedia ed andare a prendere un altro caffè" e "aspettare che l’inter vinca il campionato".

Rendendomi conto che forse necessito di qualcosa più sul medio periodo.


[Citazioni in corsivo tratte dal mondo reale, con il consenso dell’autore]




20/12
2004

Nuove forme di dissuasione dalla lettura di questo bloggo

L’ultimo fine settimana tranquillo prima della baldoria di fine anno l’ho inaugurato venerdì mattina andando a fare le analisi del sangue. Non scandalizzatevi se parlo dei cazzi miei (insomma, qui ci scrivo io, e poi i cazzi vostri non li conosco né li voglio conoscere) e non allarmatevi: non ho nulla di grave, o almeno continuerò a crederlo finché non vedrò i risultati. Gli ultimi esami che avevo fatto, peraltro, mi assicuravano che ero perfettamente sano e non vedo proprio perché rimettere in discussione il valore della visita di leva, che oltre tutto è finita in modo più che soddisfacente con una mia visita allo psichiatra militare.

Ehm.

Dicevo.

Si sa che l’ipocondria è una malattia altamente contagiosa e per vedere se ce ne siano tracce nel sangue Venerdì mattina vado in ospedale a fare queste analisi. Quando appaio alla statua di padre pio di fronte all’ingresso Essa scoppia in lacrime commossa perché io in questi luoghi di dolore preferisco farmi vedere il meno possibile

(sì, come tutti, me ne rendo conto)

e per rendermi più agevole l’esperienza medica il Santo nella Sua infinita bontà e compassione incenerisce all’istante una cinquantina di vecchietti per non farmi fare la fila allo sportello dell’accettazione. Io, riconoscente, non faccio ad alta voce osservazioni sulla Sua somiglianza con Obi-Wan Kenobi e trattengo la mia solita filastrocca di bestemmie del mattino fino a quando non mi comunicano il prezzo delle analisi (trentatré euro e rotti).Qui ci starebbe bene una qualche battuta sul fatto che ci cavano il sangue anche per farsi cavare il sangue, ma ho un umorismo troppo raffinato per poter concepire qualcosa di simile. Entro quindi in questa linda stanzetta dove senza distogliere mai lo sguardo* ammiro il mio sangue zampillare con insolito entusiasmo nella fialetta, nonostante fossero solo le otto del mattino; stupito, perché io alle otto del mattino il sangue lo sento scorrere nelle vene tipo yoghurt e pensavo sarebbe al massimo colato fuori senza fretta.

In effetti si è trattato di un’esperienza abbastanza banale, negli anni ’90 i prelievi di sangue erano molto più avventurosi: svenimenti, gang di vampiri, avvocati in agguato... ma si sa, erano altri anni. Ci sono rimasto male che mi hanno solo fatto questo prelievo e lasciato andare, me ne sono uscito con la manica arrotolata e premendomi l’interno del gomito mentre tutti i vecchietti superstiti mi guardavano malevoli dalle seggiole di plastica bianca e pensavano "drogato!", nonostante stessero aspettando per lo stesso esame. Lo so perché pure io mentre aspettavo ogni volta che usciva un vecchietto con la macchina arrotolata ed il pezzo di cotone premuto contro il braccio pensavo "drogato!".

E poi niente, pago e vado a fare colazione per tirarmi su: caffè, briosche al cioccolato, panino, spremuta di arancia. Invece di questa storiella inutile avrei potuto raccontarvi tutto il resto del fine settimana ma ho ricevuto dei fondi dall’Unione Europea per far diventare questo bloggo sobrio ed educativo, nell’ambito di una campagna per la Pubblicità Progresso via Internet: di conseguenza non ci saranno più quei malsani resoconti delle mie serate che possono istigare il pubblico più giovane all’alcolismo, alla drogga o a tutte le altre cose che rendono meravigliosa l’esistenza. Io posso farlo, voi no. E posso farlo proprio con i soldi che prendo dicendovi di non farlo.




* Questo perché sono un macho e non è vero che non vado mai a farmi le analisi perché ho paura del sangue, come dicono le malelingue.




16/12
2004

L’euforico sapore di natalizina

enjoy natalizinaA quanto pare quest’anno hanno nebulizzato troppa natalizina (formula chimica C9-H8-N3) nell’aria. Non li biasimo: il 2004 è stato un anno difficile, troppi morti ammazzati, troppi rapimenti, troppa crisi, troppe riforme, troppe chiacchiere e troppi pochi soldi. C’era il rischio che la gente prendesse in considerazione l’ipotesi di un natale ragionevole e si scatenasse la conseguente catastrofe economica, sociale e religiosa. Una certa dose di stimolante collettivo era necessaria per preservare il disordine delle cose.
Che poi, immettere natalizina nell’atmosfera è tradizione consolidata, il difficile è indovinare la dose corretta. Tra l’inquinamento che cresce e tutte le droghe più o meno legali che assumiamo, anime e corpi si dimostrano più resistenti (meglio, assuefatti) ogni anno che passa. Siamo sempre sconvolti, cosa ci può sconvolgere di più?
Natalizina più pura, più bianca, distribuita in modo più capillare e massiccio. "Vivo o morto entrerai nello spirito natalizio" è il messaggio subliminale della stagione, o almeno così ho pensato quando l’ho visto comparire spontaneamente nel formaggio del mio toast di stamattina.

Certo, possono presentarsi effetti collaterali: del resto è un medicinale sociale. Allucinazioni, come Calderoli ipotetico commissario per i forestali in Calabria. Nausea, come quella provocata dall’allegra triade berlusconi, dell’utri, previti. Stordimento, come Ciappi che invita i giornalisti a distogliere lo sguardo dalle noiose questioni interne e concentrarsi su quanto succede il più lontano possibile. Fiacchezza, come la soluzione definitiva al problema (?) del crocifisso nelle aule: è stabilito in un regio decreto di ottanta anni fa che lì deve stare e non si tocca. Euforia, come quella che spinge il bossi a far visita alla redazione de La Padania portandosi appresso tutte le lettere che gli sono arrivate durante la convalescenza, per farsele finalmente leggere. E non occorre neppure scomodare tutti questi pezzi da novanta, basta fare caso ai sintomi che affliggono noi ed i soggetti che ci vivono attorno. Nervosismo, insonnia, inappetenza, consumismo compulsivo. Prese ad una ad una, sembrano banalità. Tutte insieme, tracciano il quadro di un’overdose di massa.

Quest’anno hanno esagerato, o forse non hanno tenuto in considerazione le bizzarre variabili climatiche. Magari l’hanno fatto apposta per vedere come va a finire, che ne so, però più mi guardo attorno e più mi convinco che siamo tutti pazzi e chi non è pazzo è depresso. Non illudetevi, anche chi è pazzo può essere depresso, una cosa non esclude l’altra. Le categorie umane in cui si può dividere questa società nella stagione attuale sembrano dunque essere:

a) pazzo e basta;
b) pazzo depresso;
c) depresso e basta.

Se rientrate in una di queste tre categorie siete normali, altrimenti avete qualcosa che non va.
Jingle bells.




15/12
2004

Spirale (cat.: puttanate intimiste)

Siediti su uno scalino al sole e pensa, perché in mancanza di sigarette hai bisogno di essere scaldato e seduto per pensare. Perché c’è sempre uno scalino, tra ciò che andava bene e ciò che non va più così bene. Guardati dentro, illuminato da questo sole invernale che fa capolino, risali la spirale.
Come il guscio di una conchiglia, segui la spirale all’indietro, trova lo scalino e cerca di capire perché ci sei inciampato. Vista da qui, la strada che hai percorso sembra liscia e senza ostacoli, devi tornare sui tuoi passi e scrutare con attenzione, chinandoti, strisciando, aiutato dalla luce radente, alla ricerca di un sasso, una fessura, un filo teso. Qualcosa si sarà, e quando l’hai trovato potrai toglierlo, riempirlo, strapparlo e la strada che hai già percorso non sarà più la stessa. Siediti su uno scalino al sole e pensa.




10/12
2004

Cominciamo a pensare al futuro

Martedì sera, ceno a scrocco da qualche parte e telefono in giro per capire come occupare la serata di libertà. Pierbulus è in treno per Ve. GmG è già a Ve. PornoRambo e Nello hanno in programma di andare ad una festa di diciassettenni.

"Chi c’è?"
"Diciassettenni."
"Cazzo."
"Che fai, vieni?"
"Cazzo, mi dispiace, non mi hanno invitato."
"Neanche noi siamo invitati. Che fai, vieni?"
"Guardo cosa fanno al cinema."

Al cinema non fanno nulla, stare a casa mi infastidisce, vado alla festa dei diciassettenni. Che poi, niente di male ad essere diciassettenni, non vorrei si pensasse che io abbia pregiudizi; pure io a quell’età ho fatto delle feste meravigliose, specie quando si è scoperta questa faccenda che la terra non è piatta ma fatta a palla ed eravamo tutti molto su di giri. Ogni tanto partecipavano a queste feste anche dei signori più vecchi che avevano più o meno l’età che abbiamo noi ora, solo che di solito venivano

a) a spacciare;
b) a scoparsi le ragazze più carine, ma sul serio non solo a parole;
c) a svuotare i portafogli lasciati incustoditi nelle giacche appese all’attaccapanni.

Noi, no. Noi si va alle feste dei diciassettenni perché in questo paesotto del cazzo non c’è niente di meglio da fare. Noi ci si va per scroccare da bere e la drogga e nella speranza che qualche ragazzina ci violenti e non voglia affetto in cambio perché non ne abbiamo più da sprecare così. Beh, sì, c’è anche la possibilità che per qualche bizzarro gioco del destino il grande amore della nostra vita abbia mancato di una decina d’anni la coincidenza astrale che ci avrebbe fatto compagni d’asilo e noi lo si scopra così, andando ad una festa di diciassettenni e svegliandosi la mattina dopo in uno squallido carcere di provincia con un ergastolano che ci accarezza i capelli sussurrando ovvietà, ma insomma, non succede quasi mai.

Cosa c’è che non va? Niente.

Andiamo in questo posto e per essere una festa di diciassettenni è una bella festa, c’è la musica ed i tavoli pieni di vaschette di patatine e torte fatte in casa, le bottiglie di vino ed i divani per le coppiette e per fumare. C’è pure il calcetto e lo spazio per ballare. Dopo trenta secondi mi sto rompendo le palle. Io. Perché io "il tempo delle mele" me lo ricordo.

Cosa c’è che non va? Niente.

La tragedia è che conosciamo quasi tutti. Dico, almeno la soddisfazione di dire "non ho niente a che fare con questa situazione del cazzo". No, conosciamo più gente qui dentro che fuori, c’è il Manzo e don Cicciù e quel suo amico scoppiato e quell’altro tizio con cui siamo andati ai due mori e lo sfigato fasciobastardo ed il tipo che è venuto con noi a vedere kandinsky e poi c’è la betty e la maria e l’elena e la matilde ed il ragazzo della matilde e...
dio
magari qualcuno ha pure diciotto anni, non dico di no.

Ci sono giorni in cui mi sveglio rissoso ed il mondo invece di provocarmi la solita nausea mi irrita proprio. Le laki straik fanno schifo, il cielo limpido non è abbastanza limpido, il venerdì non è abbastanza venerdì, quel genere di giornate. Giorni in cui chi mi è vicino non è abbastanza vicino e chi è lontano non vuole saperne di starsene abbastanza lontano e tutti gli altri sono solo guardoni di passaggio. Giorni in cui vorrei mordere e sanguinare invece di starmene a battere inutilmente questi tasti bisunti.

Cosa c’è che non va? Niente. E fatti i cazzi tuoi.

perché poi penso a quel mio compagno di classe delle elementari a cui la maestra insegnava le preghiere a ceffoni perché i genitori erano atei e mi dico
vabbé, sono passati vent’anni, certe cose non succederanno più
e mi dico
cazzo, sono davvero passati vent’anni
ma vent’anni vent’anni
e telefono a mia sorella e la supplico:

"Hai tre anni meno di me e le donne di media vivono più a lungo. Se mai potrai mettere voce in capitolo nella faccenda quando sarà il momento, voglio quell’ospizio dove ti legano al letto e ti imbottiscono di tavor finché morte non sopraggiunge. Anzi, lo voglio ora."




10/12
2004

Medaglia al valore

Vuoi la medaglia? Eccotela.
medaglia a berlusconi

Tanto quello che nessuno dice pubblicamente è che alla fine di tutte le menate se anche ti condannassero non faresti un solo giorno di carcere, perché la giustizia in questo e negli altri paesi funziona ad aliquote.