16/7
2012

Vacanze romane [2]

(Riassunto della puntata precedente: il nostro eroe voleva andare in ferie in montagna ma una burocrazia malvagia lo costringe ad andare invece a Roma in un post sconclusionato e sgrammaticato)

Giorno: Lunedì. Ore: 11.45. Luogo: centro di Roma. Temperatura esterna: 40°. Temperatura interna: odio rovente.

Entriamo nella sede dell’anagrafe centrale di Romacapitale, in formazione sparsa prima Amormio poi io (che dovevo parcheggiare). E qui, del tutto inaspettamente, scoppia una botta di culo pazzesca: dietro lo sportello troviamo un’impiegata che non solo sta facendo qualcosa, ma sa quello che sta facendo e soprattutto è originaria del Triste Borgo Natio, per cui neanche lontanamente imparentata con quel sindaco croceceltico che avete votato. In men che non si dica, questa cara signora si prende cura dei nostri problemi, si muove a compassione per il nostro viaggio e ci informa che purtroppo non se ne può fare proprio un cazzo, ma con il cuore in mano. Fieri di aver fatto tutto il possibile senza ottenere assolutamente nessun risultato, io & Amormio decidiamo quindi di arrenderci alla follia della burocrazia e svignarcela in qualche posto meno caldo e afoso, tipo Mercurio. Sempre per rendere meno faticoso il viaggio facciamo però sosta in un grazioso campeggio alle porte della capitale, che prometteva una graziosa mobilhaus per pochi spicci. Promessa non mantenuta, perché a differenza di qualsiasi altro campeggio del globo terracqueo ed annessi satelliti, in questo caso per mobilhaus si intendeva un cubicolo di 2 metri x 2 con dentro due letti, due materassi di puro granito, due milioni di zanze in tenuta antisommossa e zero altro. Se a questo si aggiunge: i bagni fetidi, la piscina a pagamento, dozzine di ragazzini ubriachi scesi con il bus dalla Lettonia ad aumentare il degrado delle nostre metropoli ed il clima subtropicale, capirete perché la mia recensione su booking di questo campeggio sembrerà opera del migliore Stephen King.

Ma fino a quel momento, almeno, la vecchia Volvo continuava ancora a funzionare. E non c’è ancora traccia di isole in questo racconto.

E’ stata solo la mattina dopo, infatti, dopo aver dichiarato chiusi i nostri conti con Romacapitale, che realizzamo che la città stessa non aveva ancora chiuso i suoi conti con noi. Avevamo appena iniziato a fuggire tranquillamente verso Nord lungo una di quelle strade dal nome pomposo tipo Aurelia, Saveria, Pomponia, quando la vecchia Volvo a gpl inizia a dare segni di cedimento. La vecchia Volvo dà segni di cedimento dal lontano 2006, e peggiora quando la guido io. Di solito succede che si sente uno scoppio provenire dal motore, il che in genere spaventa chi non è abituato a sentirlo o prova affezione verso la propria vita, ma vuol dire solo che c’è stato un piccolo ritorno di fiamma del gpl e non so perché questo dovrebbe tranquillizzare qualcuno. Nel 90% dei casi si è staccato qualche tubo del gpl, io apro il cofano ed ungendomi tutte le mani di olio del motore come un pornodivo degli anni Ottanta sistemo il motore e riparto orgoglioso e pieno di testosterone. Nel restante 10% dei casi lo scoppio ha rotto qualcosa sotto il cofano o io non ci capisco un cazzo e bisogna passare a benzina e portarla dal meccanico. Martedì scorso, invece, il problema era più bizzarro perché prima di tutto non guidavo io quand’è successo il danno e poi perché la macchina non funzionava più né a gpl né a benzina. Reggeva fino ai sessanta all’ora, più in su non andava, si sentiva una specie di fischio asmatico in lontananza, e ovviamente non ci restava altra scelta che portare la vecchia dal meccanico più vicino.

Il primo meccanico la guarda, la ascolta, la accarezza lascivo e dice:
"Qua c’è un problema di gpl che si mescola con la benzina. Comunque io di gpl non me ne intendo, deve portarla da uno specializzato, che si trova la e là e poi giri di là. In ogni caso sono pieno di lavoro e non avrei tempo."

Delusi e un po’ preoccupati, la portiamo dal secondo meccanico che il primo ci aveva consigliato. Questi, un omino minuto dall’aria indaffarata, controlla un paio di tubi, fa esattamente cinque metri di prova su strada e poi conclude:
"A parte che il gpl non si può mescolare con la benzina, questa sicuramente ha un problema grave, bisognerebbe smontare mezzo motore ed io oggi sono pieno di lavoro e non hon proprio tempo. Vi consiglio di portarla da uno più specializzato che fa solo impianti a gpl, lo trovate la e là e poi girate di là."

Decisamente rabbuiati ed anche un po’ umbratili, seguiamo il consiglio del secondo meccanico ed alla velocità dei Flintstones portiamo la macchina da un terzo meccanico, il quale a malincuore ci comunica:
"Non capisco proprio cosa possa avere, secondo me il gpl e la benzina hanno due guasti separati ed indipendenti tra loro e comunque dev’essere una faccenda complicata, la dovrei guardre con calma. Oggi però purtroppo sono pieno di lavoro e non faccio proprio in tempo, se me la lasciate ci do un occhio domani."

Trattenendo a stento il nostro desiderio di sgranargli i denti con il cric più vicino, io et Amormio decidiamo di tornare nelle nostre desolate lande artiche con le pive nel portabagagli alla ragguardevole velocità di sessanta chilometri orari con punte di sessantacinque in discesa. Proseguendo lungo la strada, più o meno all’altezza di Viterbo o qualche altra città etrusca, ci imbattiamo in un’altra officina e proviamo a fare un altro tentativo. Il titolare era uscito un attimo per cui, mentre aspettavamo sotto il sole cocente, tra una bestemmia e l’altra io vengo colto da improvvisa e brillante intuizione di chiara origine genetica visto che mio nonnno faceva il meccanico di biciclette, ed utilizzando una chiave di casa come cacciavite smonto un tubo di gomma ed estraggo un fattapposta di metallo che si era incastrato ostruendo il filtro dell’aria proprio com’era successo una volta nel 2008 o giù di lì. Trionfante, lo porto dal vice meccanico e mentre lui scuote la testa scettico lo convinco a prendere a martellate il pezzo fino ad aggiustarlo. Mi chiedo come mai nessun meccanico ci avesse pensato, con il senno di poi era ovvio che fosse il fattapposta, e infatti appena arriva il quarto meccanico e gli dico che abbiamo aggiustato il fattapposta che si era incastrato ci risponde che era ovvio che fosse il fattapposta visti i sintomi della macchina. In ogni caso, la vecchia Volvo riprende a funzionare egregiamente e ciò che più era importante, non solo l’avevo aggiustata io (gratis) ma per una volta non ero stato neanche io a romperla, per cui il testosterone mi usciva dalle orecchie.

E’ stato più o meno a quel punto che abbiamo deciso di fare una piccola deviazione e passare il resto della settimana sull’isola d’Elba a non fare niente, e si fottesse pure la montagna.

(Bella l’Elba.)

(C’ero mai stato, proprio bella.)

(No come Romacapitale**.)




** Nessun romano è stato ferito durante la stesura di questo post, a malincuore. C’è da dire a favore di Romacapitale che durante il nostro soggiorno di dodici ore non abbiamo assistito a nessun pestaggio fascista, ma è pur vero che una notte di sonno ce la siamo fatta.

Note estemporanee di zio Lusky:
State alla larga dagli anarchici informali, gli anarchici per bene si riconoscono perché danno sempre del lei e dicono buongiorno, buonasera, prego, si accomodi, e grazie.




16/7
2012

Vacanze romane [1]

Capita piuttosto spesso, direi una volta all’anno, che io ed Amormio in Luglio decidiamo di andare al mare. A Tangeri, in Istria, in Sardegna, a Krk... Poi in Agosto ho un altro paio di settimane di ferie ed ingenere si va da qualche altra parte, per esempio al mare oppure al mare. Quest’anno con estrema convinzione e determinazione abbiamo invece deciso di cambiare destinazione e di trascorrere una settimana in montagna, tipo Alto Adige o comunque in Dolomizia, ovunque purché non al mare. Com’è che siamo poi finiti su un’isola è presto detto.

Due settimane fa è uscita ’sta storia di Minosse, perché quest’anno c’è la moda di dare i nomi alle ondate di caldo, ma perché no, poi. Minosse era l’ondata di caldo della settimana scorsa, chiamata così perché da qualche parte c’è un meteorologo che ha fatto il classico e ci tiene a farlo sapere. Minosse doveva colpire con sferzate di caldo africano tutta l’Italia, e così è stato, tranne la Dolomizia. Sgomentati dall’idea di andare nell’unica metaregione d’Italia dove era prevista pioggia, io et Amormio decidemmo di cambiare i nostri piani e andare invece verso la Val D’Aosta, le Alpi Occidentali o qualunque altro posto non piovoso e non marittimo raggiungibile in meno di dieci ore di automobile. Venerdì pomeriggio, però, un incoveniente.

La mia vita è piena di incovenienti.

Per un banale disguido burocratico di cui non vi parlo perché non sono cazzi vostri, mi serviva una carta. Non una carta qualsiasi che mi sarei potuto procurare in qualsiasi cartoleria, e neanche una carta di quelle un po’ più raffinate che mi sarei potuto comunque procurare in una cartoleria più fornita o al limite in un cartificio, ma di una carta del genere di quelle che ti danno in Comune, con su scritta della roba. L’inconveniente era che si trattava del Comune di Romacapitale, e siccome siamo solo nel XXI secolo è impensabile che Romacapitale possa trasferire questa semplice ma preziosa carta tramite una qualsiasi tecnologia moderna, chennessò una telescrivente o un telefax o la fottuta internet della porca puttana e mezzo, bensì bisognava recarsi personalmente a Romacapitale e trovare qualche solerte impiegato comunale disposto a fare il suo cazzo di lavoro per cinque minuti di seguito. Questo ancora non spiega, mi rendo conto, perché io sia finito su un’isola invece che in Nepal o in Tibet o in Val D’Aosta.

Il fatto è che, ovviamente, pur avendo io il massimo disprezzo per i beni materiali e assolutamente nessuna necessità di lavorare, non avevo altri giorni in cui andare a Romacapitale a rompermi le palle ad uno sportello comunale dell’Olgiata, possa la mancanza di dio mandarvi altri dieci alemanni consecutivi come sindaco, se non durante la mia settimana di ferie. Cosicché io et Amormio invece che dirigersi con o senza la nostra roulottinzia verso Nord, Ovest o al limite anche Est (Urali), ci siamo trovati costretti a puntare il muso della vecchia fedele volvo verso Meridione, proprio in faccia al Minosse di cui sopra. Ho citato casualmente la vecchia volvo a gpl per preparare i lettori meno affezionati di questo bloggo e anche gli altri a quanto avverrà tra una decina di righe.

Nel frattempo, interludio brillante: per rendere meno faticoso il viaggio abbiamo fatto tappa in Umbria in un bellissimo albergo trovato su internette a prezzi stracciati. Purtroppo ci siamo rimasti solo il tempo minimo indispensabile a dormire e a rubare lenzuola e asciugamani, come sempre*.

Romacapitale è pur sempre una gran bella città, se sei una rovina romana. Per tutti gli altri esseri viventi o non viventi la capitale del regno di Berlusconia presenta alcune sgradite caratteristiche quali: il traffico, l’inquinamento, l’urbanistica, i prezzi, il clima, il papa e gli altri abitanti. Adesso non verrò qua a fare il solito veneto polentone che parla male di Romacapitale e dei romani, mi limiterò a dire che dopo che se i Vandali o quel che erano l’hanno distrutta non è che ci fosse poi tutto ’sto gran bisogno di ricostruirla, no? Si poteva invece ricostruire Veio, scommetto che Veio sarebbe stata più simpatica e pure i Veiani. Ad ogni modo, in quello stracazzo di fottuto ufficio dell’Olgiata come avrete intuito non sono riusciti a produrre la carta per cui mi ero fatto 650 chilometri dell’appennino maialo, a causa dell’incompetenza della burocrazia italiana in generale e romana in particolare, con lo speciale contributo di un’impiegata che sembrava una delle matrone di Asterix, tale e quale, con l’aggiunta di un probabile grado di parentela con quel sindaco di Romacapitale che l’avete votato e mo’ ve lo tenete, troppo dovete morì. Ma poiché dai diamanti non nasce niente mentre dal letame nascono i fiori, un’altra cugina di Alemanno un po’ più sveglia ci ha suggerito di provare all’ufficio centrale, perché se vi vogliono risolvere le cose in Italia bisogna andare al centro, e se il centro d’Italia è Romacapitale il centro di Romacapitale non può che essere il centro di tutto, per cui io et Amormio armati di fulgido odio e temporaneamente convertiti alla causa celtica ci dirigemmo a bordo della fidata volvo in direzione del centro di Roma.

(a questo punto del racconto la Volvo funziona ancora)

[continua...]




* Scherzo. Abbiamo fatto anche colazione.




13/6
2012

Tanto va la gatta al lago

Sabato. Io & l’amico Navigator siamo in attesa di registrarsi alla cassa di un campeggio nei pressi di un lago che, per rispetto della sua privacy, chiameremo Lago di Gardaland. Mentre chiacchieriamo del più e del meno percepisco vagamente che la cassiera teutonica sta discutendo con delle signore di una certa età in un qualche idioma dimenticato da dio e dagli uomini, una conversazione lunga e faticosa che si conclude con le signore che finalmente si allontanano mestamente lasciandoci il posto.

Cassiera teutonica: E’ inkretibile, kueste fenkono in ferie in Italia e non sanno una parola ti italiano, neanke inklese, niente!
Navigator: Beh, ma lei sembra saperlo bene, il tedesco.
Cassiera teutonica: Ma loro non sono tetesche, sono russe! E parlano solo russo! E sono del Trentatre! Ma kome si fa, diko io!
Navigator: Mio padre e mia madre al posto loro sarebbero nella stessa situazione, parlano solo dialetto veneto.
Cassiera teutonica: E kome se la cavano?
Navigator: In genere evitano di andare in Russia.

Navigator è appena arrivato in compagnia della cara Clodia, io ed Amormio siamo accampati da Giovedì sera con la nostra roulottinzia che, per rispetto della sua privacy, chiameremo Generale Quee. Abbiamo comprato il Generale Quee diversi anni fa, pagandolo molto poco a dei vecchi che se ne volevano liberare per prendersi il camper. Gli italiani non amano le roulotte, perché la roulotte fa molto zingaro e gli italiani non amano essere confusi con gli zingari, preferiscono indebitarsi fino alla fine dei loro giorni e comprarsi un camper che non li ripagherà mai, assolutamente mai della spesa fatta. Io in genere non faccio questo tipo di conti perché non sono molto portato per l’economia domestica, ma uno in gamba che conosco ha calcolato che dato il costo medio di un camper, stiamo parlando di svariate decine di migliaia di euro per un modello appena decente, e il costo medio di bollo, assicurazione e benza, uno potrebbe tranquillamente andare in ferie in alberghi di lusso per tutta la vita e sarebbe comunque conveniente rispetto al camper. A meno che non sia uno zingaro, ovviamente, in quel caso conviene il camper, ma chi compra il camper ci tiene molto a far sapere di non essere uno zingaro anche se ormai persino gli zingari in Italia si sono presi il camper al posto della roulotte. Non so se questi calcoli siano giusti, però per esempio in Germania o in Olanda girano molte più roulotte che camper, e visto l’andamento dello spread mi viene da pensare che siano molto più affidabili degli italiani quanto a capacità di investimento. In ogni caso, dicevamo.

Venerdì, in quella ridente località balneare in cui ci trovavamo, ha piovuto pressoché tutto il giorno. Sabato, giorno in cui era prevista pioggia, ha soleggiato e ci hanno raggiunto Navigator e la Clodia. Navigator non ama molto andare in ferie perché lui appartiene al Veneto che Produce e quando non lavora in fabbrica deve lavorare a casa e quando ha finito i lavori a casa (mai) deve coltivare l’orto e quando anche l’orto dovesse essere a posto deve andare ad aiutare gli amici (io) a fare i lavori di casa loro e se anche questi dovessero essere finiti va a caccia di bracconieri nei boschi o compie piccoli lavori di manutenzione stradale così tanto per fare. Sabato è venuto a trovarci sul Lago di Gardaland perché in realtà doveva andare a Verona a comprare un telescopio. Navigator ama le stelle, ricambiato. Una volta ha fatto un corso di astronomia e pur avendo passato tutte le lezioni a dormire in ultima fila è diventato in virtù di questo corso il nostro astronomo di riferimento. Da molti anni egli sognava di possedere un telescopio degno di questo nome e finalmente ne aveva trovato uno in vendita per poche centinaia di spicci. Ovviamente il problema fondamentale è che Navigator si chiama Navigator perché riesce a sbagliare strada anche andando dal bagno alla cucina, per cui nel momento in cui è partito alle nove e venti di sera per Verona promettendo di tornare per le undici noi sapevamo che avremmo potuto anche non rivederlo mai più.
Invece è tornato, all’una e mezza di notte, corrompendo il custode notturno del campeggio perché lo facesse rientrare. Ha addotto a propria giustificazione il fatto che il telescopio era molto complicato ed il venditore ha voluto spiegargliene nel dettaglio il funzionamento. Poi hanno dovuto smontarlo e riporre ogni pezzo con cura nella propria custodia. Poi ha ammesso di essersi anche perso una volta. Infine ha accennato sottovoce di essersi perso quattro volte. Però è tornato con un telescopio lungo un metro e mezzo con tutti i motorini e i contrappesi e i controcazzi, e sappiamo che da oggi sarà un uomo felice.

Domenica, dopo una mattinata dedicata esclusivamente a mangiare prelibatezze vegetariane, io & Navigator siamo di nuovo alla cassa del campeggio per pagare.

Cassiera teutonica: Pene, fediamo un po’... a lei che si è fermato tue notti è meglio fare la ricevuta...
Navigator: Eh, ma qui in Italia queste cose non si fanno, signora! Non siamo abituati alle ricevute!
Cassiera teutonica: Ma infatti a lei non la faccio, la faccio solo a lui.

Navigator non ha né la roulotte né il camper, lui e Clodia dormono sul retrò del Doblò della fabbrica per farci sentire dei vecchi imborghesiti.




17/5
2012

Tu mi chiedevi Battisti

Mi piace questa subdola militarizzazione della politica, questa strategia della tensione reloaded, ogni mortaretto che diventa bomba, ogni esasperato che diventa terrorista, ogni scoppiato dipinto come kamikaze, questo linguaggio da giornalista d’assalto, i gruppi di fuoco, i proclami, l’eversione, come da vecchia sceneggiatura, gli obbiettivi sensibili ed i questori insensibili, le manifestazioni di solidarietà sindacale all’amministratore delegato, gli appelli all’intelligence, la cooperazione tra polizie, i parallelismi trasversali, la lapide a Calabresi, la statua di Guido Rossa, i processi alle BR, gli Anarchici Informali che lungi da me dubitare, con un nome così accattivante, possano essere solo il parto della mente ambiziosa di un qualche solerte questurino, gli atti violenti, le facili polemiche, i pubblicani sotto tiro, questa fascistizzazione in corso senza neanche uno straccio di biennio rosso a precederla, i nazi che avanzano nelle urne, il qualunquismo con la baionetta tra i denti, i quotidiani, pluriquotidiani richiami agli anni Settanta e alla lotta armata, il fumo negli occhi, le balle di sapone, mi piace molto questa reazione isterica alla reazione rabbiosa e disperata che la loro crisi, la loro economia hanno generato, mi piace vedere come il palazzo serri i ranghi, come richiami i cani da guardia nelle redazioni e nelle caserme, mi piace il sapore della paura incalzante in ogni loro mossa, in ogni loro richiamo alla salute pubblica, il panico che comincia a farsi strada tra le loro fila, la consapevolezza di dover tentare ogni più bastardo trucco per salvarsi dal baratro in cui stanno inesorabilmente scivolando, senza alcun bisogno di quei mostri che evocano in continuazione, mi piace persino il loro fiducioso, irrazionale pensiero che qualcuno si stufi di imprecare contro il televisore e alzatosi dal divano scenda in armi contro di loro, credo tradisca soprattutto la loro nostalgia per un periodo ormai lontano quando anche loro erano giovani, belli e pieni di idee balzane, per nemici più tangibili di quest’infido spread.




12/4
2012

Unisci i puntini, trova la differenza

In quest’Italia sempre uguale e sempre incredibile, dove il qualunquismo si è evoluto prima nel democristo, poi in leghismo e populismo delle libertà ed ha infine trovato la sua massima incarnazione nel tecnogovernismo, dove da sempre viene dato per scontato che sia tutto un magna magna e rubano tutti alla stessa maniera, mi stordisce ma non mi stupisce che la notizia delle indagini su Vendola accusato di "concorso in abuso d’ufficio" per la nomina di un primario sia spiattellata in prima pagina sui quotidiani assieme alle ultime notizie sul malaffare in seno alla famiglia Bossi. Son tutti uguali, appunto. Il nano mafioso piduista che fa le orge con le minorenni e il sindaco che pasteggia con le cozze, il segretario che tratta come patrimonio privato i fondi del suo stesso partito ed il consigliere comunale che prende la mazzetta, il presidente di regione che si fa eleggere falsificando le firme e quello accusato di aver fatto pressioni per la nomina di un primario... tutto uguale, tutto sulla stessa riga di cronaca, fanno tutti schifo uguale, non c’è alcun senso della misura e nessuna proporzione nelle eventuali responsabilità individuali. Anche se la mia storia d’amore con Nichi Vendola si è un po’ raffreddata negli ultimi tempi, soprattutto a causa della sua cronica incapacità di esprimere pensieri in 140 caratteri, io questo giochino dell’èindagato, quindi ècolpevole, quindi tuttiladri, devemorì, beppegrillo, colcazzochevadoavotare non lo condivido e mi puzza di marcio. Certo si deve indagare, certo non sono cose belle e certissimo che soprattutto in politica bisogna stare attenti alle cazzate che si fanno ed eventualmente pagarne tutte le conseguenze, ma questo appiattimento generale di colpe e colpevoli giova evidentemente a chi le fa più grosse, questa sorta di amnistia giornalistica che trapela dall’implicito "Tutti ladri, quindi nessun ladro" conviene moltissimo a chi ha rubato più di tutti, a chi ha versato le tangenti più grosse, a chi ha corrotto di più, a chi ha sperperato più soldi pubblici, ha raccomandato più amici, ha intessuto gli affari più loschi e suppongo non sarebbe una coincidenza se per caso, ma cosa vado a pensare, figuriamoci, se per caso dico risultasse che questo ipotetico grandissimo farabutto, questo Lestofante Capo di tutti i lestofanti, fosse anche direttamente o indirettamente il proprietario ed il burattinaio della maggior parte dei mezzi di comunicazione di massa di questo Paese ed il padrone di un gran numero di cosiddetti giornalisti.




10/4
2012

Non guardare il Trota nell’occhio del tuo vicino quando c’è un Calderoli nel tuo

Tutti bravi a prendere per il culo il Trota, vorrei vedere voi quanto svegli sareste se i compiti di scuola ve li avesse corretti Umberto Bossi. Non che io voglia difenderlo. Renzo Bossi, oltre che evidentemente un leghista, è un arricchito, un disonesto, un bugiardo, un figlio di papà, un razzista, uno scansafatiche ed un ignorante. Avrò sicuramente dimenticato qualcosa, ma non seguo tutti i tiggì. Qui sull’internett lo si tiene d’occhio da un sacco di tempo, da quando ad ogni inizio estate sbatteva la testa contro l’esame di maturità dimostrando di riflesso l’ignoranza paterna e forse anche certe teorie lombrosiane rispolverate con nostalgia da tanti autentici democratici progressisti. Renzo Bossi è di certo un sacco di cose per essere un ragazzetto di vent’anni e un cazzo, simbolo e sintomo della cialtroneria leghista. E’ antipatico come suo padre, ma senza quel carisma maligno, è baldanzoso e arrogante, ma di quella spavalderia meschina di chi prima di fare lo sbruffone controlla sempre di avere le spalle coperte ed una via di fuga pronta. E’ il Trota, il brillante tontolone della politica italiana, il più giovane ad essere stato eletto per omonimia e probabilmente anche il più giovane ad essersi fatto beccare con le mani nella marmellata. Io l’ho ascoltato solo una volta mentre parlava in tivù, e mi è sembrato soprattutto un ragazzo molto triste, cresciuto nel mito di una figura paterna troppo ingombrante e allo stesso tempo completamente assente. Non voglio ancora difenderlo, ci sono un sacco di figli di puttana molto tristi in giro ed un sacco di orfani che non sono diventati stronzi come lui. Ma Renzo Bossi, in tutta questa storia ed in tutta la sua storia, mi sembra più che altro una figura patetica, una macchietta: ignorante, razzista, arrogante, figlio di papà, ora anche ladro, traditore, nemico della patria (padana) e soprattutto capro espiatorio, vittima predestinata ad essere sacrificata affinché il partito possa spacciarsi per ripulito. Una pedina, vittima non certo innocente di un gioco molto più grande di lui. Altro che circonvezione d’incapace ai danni del padre: è Renzo ad essere stato immolato per far sembrare innocente quell’infame di suo padre, è lui che viene esposto al pubblico ludibrio per far apparire onesta la banda di razziatori che lo manovra, sono i suoi spicci per la benzina ad essere messi davanti alle telecamere per salvaguardare i più loschi giri di appalti e fondi neri. Il Trota, con il suo diploma tanto faticosamente comprato e le sue macchine di lusso, probabilmente scomparirà dalla scena politica italiana almeno per un po’, almeno fino a quando si farà più furbo. Forse ci toglieremo dai piedi anche suo padre, che se non altro in disonestà gli è stato maestro. Resteranno i disonesti, i bugiardi, i figli di papà, gli arricchiti, i razzisti, gli scansafatiche e gli ignoranti, quelli che si arraffano non solo una laurea ma tutta la scuola, non solo un’auto ma le autostrade intere, non solo i biglietti da cento ma tutta la banca, resteranno i beoti che li votano e i geni che non sono mai stati neanche rimandati, ma che a volte scambiano gli specchietti con le allodole tenendo troppo in gran conto l’intelligenza propria ed altrui.




26/3
2012

Il regno delle macchine è finito

E’ da un paio di settimane che ho iniziato a raggiungere il luogo di quotidiano sfruttamento lavorativo in bicicletta. Non sempre, più che altro al pomeriggio, se non piove. Se non minaccia pioggia. Se non c’è neanche una nuvola in cielo. E se c’ho voglia. Restano pure sempre un bel po’ di biciclettate.

La settimana scorsa son stati dieci anni da quando ho iniziato a lavorare. Prima studiavo, o cazzeggiavo, o lavoravo ma non mi pagavano. Son dieci anni che lavoro e mi sono rotto le palle da nove anni e dodici mesi, ma dicono che ne avrò ancora per molto. Credo di essere stato l’ultimo della mia generazione a trovare lavoro e pensare che io nella vita, fortunatamente, non ho mai avuto bisogno di lavorare. Sfortunatamente, ho sempre avuto bisogno di soldi ed è solo per questo che lavoro. Non che non mi piaccia vivisezionare panda o qualsiasi altra cosa io faccia in cambio di un salario, è solo che se mi piacesse davvero non avrebbero bisogno di pagarmi per convincermi a farlo.

In ogni caso, i soldi. I soldi sono uno dei motivi per cui dopo dieci anni ho iniziato a venire al lavoro in bicicletta (smetterò domani, tranquilli). Il prezzo della benza continua a salire e tra un po’ con i miei venti miseri euro non riuscirò neanche più ad uscire dall’area di servizio. Dicono sia per via delle accise, perché paghiamo ancora la tassa sulla guerra d’etiopia, sulla guerra di crimea, sulla missione alle porte di Mordor, come se improvvisamente il nome delle accise influisse pesantemente sul costo della benzina. Dicono sia per via delle nuove tasse di Monti, ma con tutto il male che posso volere a questo come a tutti gli altri Presidenti dei Consigli non mi pare che stia mettendo una nuova tassa al giorno, eppure i prezzi della benza aumentano almeno due volte la settimana. Fidatevi, ci stanno fregando di nuovo. E allora io vengo a lavorare in bicicletta, sfruttando l’unico combustibile fossile che posso ancora permettermi: le mie chiappe flaccide. Che sono tra l’altro il secondo motivo per cui dopo dieci anni ho iniziato a venire al lavoro in bicicletta.




6/3
2012

Un’opinione piccina

Io, devo dire la verità, ancora non l’ho capito se la TAV sia cosa buona o meno. I treni, i camion, le gallerie, l’amianto, la drangheta, la mafia, la lega, il piddì... ho letto e non ho capito, ho riletto e ancora niente, mi pare che tutti abbiano ottime ragioni. I pro ed i contro. Magari è solo che non mi non sono sforzato abbastanza, ma nun è che posso fare una tesi di laurea su tutto.

A pelle, preferisco i treni, ma anche la lentezza. Il progresso, ma anche i boschi. Magari semplicemente non me ne frega un cazzo della velocità a cui viaggiano le merci, o di metterci mezz’ora di meno per andare a Parigi, Madrid, Barcellona, che se devo andare a Barcellona potrò ben prendermi il tempo che mi serve. Non chiedetemi cosa ne penso della TAV, io di treni veloci non ne so nulla.

Quello che so, però, è che i pulotti non dovrebbero pestare i cittadini. Che nello scontro di piazza può succedere che talvolta si scontrino la faccia e il bastone, fa parte della normale dialettica democratica borghese, ma le aggressioni a manifestazione finita - nei bar, nei treni, ecc. - sono rappresaglie fasciste. Non serve un ingegnere per sapere questo. So che quando si condanna ogni forma di violenza bisognerebbe condannare davvero ogni forma di violenza, compresa quella della forza pubblica. So che un giornalismo che si schiera in difesa dello Stato anche a costo di mettersi contro la verità e contro la democrazia, cessa di svolgere la sua funzione e diventa qualcos’altro, strumento di propaganda, cassa di risonanza, arma di distrazione di massa. Che ormai si sta parlando di tutt’altro che di TAV. So che una democrazia non può far contenti tutti, che ci sono dei costi da pagare per il bene comune, ma che questi costi non possono comprendere la democrazia stessa.




17/2
2012

Ogni fortezza è prigione

In Kenya, in Brasile, nelle grandi città dove esiste una gigantesca disparità di reddito, le case dei ricchi sono generalmente protette da mura molto alte sormontate da filo spinato, ai cui cancelli non posso mancare guardie armate. Non parlo di cattivi alla James Bond, terroristi o trafficanti, ma di avvocati, architetti, manager, ricchi per così dire onesti e normali. Sono costretti a vivere barricati perché altrimenti i poveri di quelle città, che sono molti più di loro e molto affamati, prenderebbero d’assalto le loro ville e le deprederebbero.

L’Europa, l’Occidente, ripropongono questo fenomeno su scala mondiale, costruendo mura sempre più alte e sempre più pesantemente sorvegliate per tenere a distanza la povertà degli altri ed al sicuro la propria ricchezza. I governi pattugliano le coste, le banche erigono sbarramenti di vincoli macroeconomici ed impongono requisiti taglienti che fanno alla carne viva molto più male del filo spinato. E queste mura, mattone dopo mattone, si stringono sempre di più attorno ai loro protetti. Lasciano fuori sempre più gente.

Gli ultimi ad essere stati scacciati da questa lussuosa fortezza sono i greci, che disperatamente cercano di restare aggrappati alle porte che si chiudono anche a costo di sacrificare brandelli della propria società, a costo di rimanervi schiacciati. Mi chiedo se tutto questo sia giusto, mi rispondo di no, ma probabilmente è una domanda futile. In fondo noi siamo ancora dentro le mura, chiediamoci piuttosto per quanto. La moltitudine fuori è sempre più vasta, sempre più affamata. Alcuni bussano educatamente chiedendo di entrare, altri stan già caricando i cannoni di polvere da sparo. I privilegiati asserragliati all’interno aggiungono altre file di mattoni alle mura, si stringono nelle proprie granitiche sicurezze e in farneticanti preghiere, a volte litigano tra loro, lo spazio ed i viveri diminuiscono e si chiedono chi sarà il prossimo a dover uscire. Cominciano a sentirsi assediati.




10/2
2012

Non venitemi ad insegnare l’austerità

Io solitamente mi trovo fuori moda, scopro e mi appassiono a cose che altri hanno abbandonato da anni o odiato da sempre, o rimango caparbiamente attaccato a cose che. A volte invece mi trovo ad amare quello che amano tutti, ma per motivi diversi. Sono insomma quello che in tempi più civili, prima dell’oscurantismo prima dell’impero, si definiva un bastiancontrario, ora forse uno stracciacazzi. A me, per esempio, piace l’austerità.
Sarà che sono un ragazzo (seh) nojoso e reazionario, sarà che ho ricevuto un’educazione spartana perché mancava la pilla per i passatempi ateniesi, sarà che tra i ricchi e poveri raramente capita di poter scegliere a che gruppo appartenere, sarà, sarà quel che sarà, ma io sono in effetti a favore di ragionevoli forme di austerità. Non necessariamente, però, dell’austerità che intende il nostro stiloso Mario Catone Monti e pure un po’ Porcio.
Sono a favore di tenere il riscaldamento non molto alto, solo nelle stanze in cui serve, del sudare d’estate. Di un tetto massimo al costo del vestiario. Delle auto che consumano poco, ideologicamente sarei a favore soprattutto delle biciclette, anche se la mia ha la ruggine. Delle lampadine a basso consumo, dei computer spenti, delle televisioni senza led di stand by. Sono a favore degli sport che non costano niente, della verdura dell’orto e della pizza fatta in casa. Sono favorevole al lavoro che produce qualcosa, e sarei a favore che venissero dati più soldi a chi fa quei lavori, meno soldi a chi sta fermo a guardare i numeri del proprio conto in banca. Sono a favore di consumare meno, guadagnare meno, lavorare meno, lavorare tutti, avere tutti un tetto e di che vivere. Sono a favore degli uomini con la barba e delle donne che lottano, dei politici che si interessano al bene comune ed al lungo periodo, dei cittadini che si informano, delle mattine d’inverno col sole. Del vino rosso, del sedersi sugli scalini. Sono a favore del fuoco di legna, dei regali che costano poco, delle telefonate senza fini di lucro, della redistribuzione della povertà.
Sono contrario, assolutamente contrario alle giacche grigie e alle facce da beccamorto, ai sacrifici che mirano alla difesa dello status quo, al marmo delle banche, delle scale e delle tombe, all’emergenza ed alla paura, alla boria spacciata per serietà e spesso anche alla serietà tout-court, ai milionari che dicono ai poveri di fare la loro parte. Sono a favore di una dignità giocosa, del meccano, di un’austerità colorata. Sono assolutamente a favore degli ossimori.