12/4
2012

Unisci i puntini, trova la differenza

In quest’Italia sempre uguale e sempre incredibile, dove il qualunquismo si è evoluto prima nel democristo, poi in leghismo e populismo delle libertà ed ha infine trovato la sua massima incarnazione nel tecnogovernismo, dove da sempre viene dato per scontato che sia tutto un magna magna e rubano tutti alla stessa maniera, mi stordisce ma non mi stupisce che la notizia delle indagini su Vendola accusato di "concorso in abuso d’ufficio" per la nomina di un primario sia spiattellata in prima pagina sui quotidiani assieme alle ultime notizie sul malaffare in seno alla famiglia Bossi. Son tutti uguali, appunto. Il nano mafioso piduista che fa le orge con le minorenni e il sindaco che pasteggia con le cozze, il segretario che tratta come patrimonio privato i fondi del suo stesso partito ed il consigliere comunale che prende la mazzetta, il presidente di regione che si fa eleggere falsificando le firme e quello accusato di aver fatto pressioni per la nomina di un primario... tutto uguale, tutto sulla stessa riga di cronaca, fanno tutti schifo uguale, non c’è alcun senso della misura e nessuna proporzione nelle eventuali responsabilità individuali. Anche se la mia storia d’amore con Nichi Vendola si è un po’ raffreddata negli ultimi tempi, soprattutto a causa della sua cronica incapacità di esprimere pensieri in 140 caratteri, io questo giochino dell’èindagato, quindi ècolpevole, quindi tuttiladri, devemorì, beppegrillo, colcazzochevadoavotare non lo condivido e mi puzza di marcio. Certo si deve indagare, certo non sono cose belle e certissimo che soprattutto in politica bisogna stare attenti alle cazzate che si fanno ed eventualmente pagarne tutte le conseguenze, ma questo appiattimento generale di colpe e colpevoli giova evidentemente a chi le fa più grosse, questa sorta di amnistia giornalistica che trapela dall’implicito "Tutti ladri, quindi nessun ladro" conviene moltissimo a chi ha rubato più di tutti, a chi ha versato le tangenti più grosse, a chi ha corrotto di più, a chi ha sperperato più soldi pubblici, ha raccomandato più amici, ha intessuto gli affari più loschi e suppongo non sarebbe una coincidenza se per caso, ma cosa vado a pensare, figuriamoci, se per caso dico risultasse che questo ipotetico grandissimo farabutto, questo Lestofante Capo di tutti i lestofanti, fosse anche direttamente o indirettamente il proprietario ed il burattinaio della maggior parte dei mezzi di comunicazione di massa di questo Paese ed il padrone di un gran numero di cosiddetti giornalisti.

Note estemporanee di zio Lusky:
State alla larga dagli anarchici informali, gli anarchici per bene si riconoscono perché danno sempre del lei e dicono buongiorno, buonasera, prego, si accomodi, e grazie.




10/4
2012

Non guardare il Trota nell’occhio del tuo vicino quando c’è un Calderoli nel tuo

Tutti bravi a prendere per il culo il Trota, vorrei vedere voi quanto svegli sareste se i compiti di scuola ve li avesse corretti Umberto Bossi. Non che io voglia difenderlo. Renzo Bossi, oltre che evidentemente un leghista, è un arricchito, un disonesto, un bugiardo, un figlio di papà, un razzista, uno scansafatiche ed un ignorante. Avrò sicuramente dimenticato qualcosa, ma non seguo tutti i tiggì. Qui sull’internett lo si tiene d’occhio da un sacco di tempo, da quando ad ogni inizio estate sbatteva la testa contro l’esame di maturità dimostrando di riflesso l’ignoranza paterna e forse anche certe teorie lombrosiane rispolverate con nostalgia da tanti autentici democratici progressisti. Renzo Bossi è di certo un sacco di cose per essere un ragazzetto di vent’anni e un cazzo, simbolo e sintomo della cialtroneria leghista. E’ antipatico come suo padre, ma senza quel carisma maligno, è baldanzoso e arrogante, ma di quella spavalderia meschina di chi prima di fare lo sbruffone controlla sempre di avere le spalle coperte ed una via di fuga pronta. E’ il Trota, il brillante tontolone della politica italiana, il più giovane ad essere stato eletto per omonimia e probabilmente anche il più giovane ad essersi fatto beccare con le mani nella marmellata. Io l’ho ascoltato solo una volta mentre parlava in tivù, e mi è sembrato soprattutto un ragazzo molto triste, cresciuto nel mito di una figura paterna troppo ingombrante e allo stesso tempo completamente assente. Non voglio ancora difenderlo, ci sono un sacco di figli di puttana molto tristi in giro ed un sacco di orfani che non sono diventati stronzi come lui. Ma Renzo Bossi, in tutta questa storia ed in tutta la sua storia, mi sembra più che altro una figura patetica, una macchietta: ignorante, razzista, arrogante, figlio di papà, ora anche ladro, traditore, nemico della patria (padana) e soprattutto capro espiatorio, vittima predestinata ad essere sacrificata affinché il partito possa spacciarsi per ripulito. Una pedina, vittima non certo innocente di un gioco molto più grande di lui. Altro che circonvezione d’incapace ai danni del padre: è Renzo ad essere stato immolato per far sembrare innocente quell’infame di suo padre, è lui che viene esposto al pubblico ludibrio per far apparire onesta la banda di razziatori che lo manovra, sono i suoi spicci per la benzina ad essere messi davanti alle telecamere per salvaguardare i più loschi giri di appalti e fondi neri. Il Trota, con il suo diploma tanto faticosamente comprato e le sue macchine di lusso, probabilmente scomparirà dalla scena politica italiana almeno per un po’, almeno fino a quando si farà più furbo. Forse ci toglieremo dai piedi anche suo padre, che se non altro in disonestà gli è stato maestro. Resteranno i disonesti, i bugiardi, i figli di papà, gli arricchiti, i razzisti, gli scansafatiche e gli ignoranti, quelli che si arraffano non solo una laurea ma tutta la scuola, non solo un’auto ma le autostrade intere, non solo i biglietti da cento ma tutta la banca, resteranno i beoti che li votano e i geni che non sono mai stati neanche rimandati, ma che a volte scambiano gli specchietti con le allodole tenendo troppo in gran conto l’intelligenza propria ed altrui.




26/3
2012

Il regno delle macchine è finito

E’ da un paio di settimane che ho iniziato a raggiungere il luogo di quotidiano sfruttamento lavorativo in bicicletta. Non sempre, più che altro al pomeriggio, se non piove. Se non minaccia pioggia. Se non c’è neanche una nuvola in cielo. E se c’ho voglia. Restano pure sempre un bel po’ di biciclettate.

La settimana scorsa son stati dieci anni da quando ho iniziato a lavorare. Prima studiavo, o cazzeggiavo, o lavoravo ma non mi pagavano. Son dieci anni che lavoro e mi sono rotto le palle da nove anni e dodici mesi, ma dicono che ne avrò ancora per molto. Credo di essere stato l’ultimo della mia generazione a trovare lavoro e pensare che io nella vita, fortunatamente, non ho mai avuto bisogno di lavorare. Sfortunatamente, ho sempre avuto bisogno di soldi ed è solo per questo che lavoro. Non che non mi piaccia vivisezionare panda o qualsiasi altra cosa io faccia in cambio di un salario, è solo che se mi piacesse davvero non avrebbero bisogno di pagarmi per convincermi a farlo.

In ogni caso, i soldi. I soldi sono uno dei motivi per cui dopo dieci anni ho iniziato a venire al lavoro in bicicletta (smetterò domani, tranquilli). Il prezzo della benza continua a salire e tra un po’ con i miei venti miseri euro non riuscirò neanche più ad uscire dall’area di servizio. Dicono sia per via delle accise, perché paghiamo ancora la tassa sulla guerra d’etiopia, sulla guerra di crimea, sulla missione alle porte di Mordor, come se improvvisamente il nome delle accise influisse pesantemente sul costo della benzina. Dicono sia per via delle nuove tasse di Monti, ma con tutto il male che posso volere a questo come a tutti gli altri Presidenti dei Consigli non mi pare che stia mettendo una nuova tassa al giorno, eppure i prezzi della benza aumentano almeno due volte la settimana. Fidatevi, ci stanno fregando di nuovo. E allora io vengo a lavorare in bicicletta, sfruttando l’unico combustibile fossile che posso ancora permettermi: le mie chiappe flaccide. Che sono tra l’altro il secondo motivo per cui dopo dieci anni ho iniziato a venire al lavoro in bicicletta.




6/3
2012

Un’opinione piccina

Io, devo dire la verità, ancora non l’ho capito se la TAV sia cosa buona o meno. I treni, i camion, le gallerie, l’amianto, la drangheta, la mafia, la lega, il piddì... ho letto e non ho capito, ho riletto e ancora niente, mi pare che tutti abbiano ottime ragioni. I pro ed i contro. Magari è solo che non mi non sono sforzato abbastanza, ma nun è che posso fare una tesi di laurea su tutto.

A pelle, preferisco i treni, ma anche la lentezza. Il progresso, ma anche i boschi. Magari semplicemente non me ne frega un cazzo della velocità a cui viaggiano le merci, o di metterci mezz’ora di meno per andare a Parigi, Madrid, Barcellona, che se devo andare a Barcellona potrò ben prendermi il tempo che mi serve. Non chiedetemi cosa ne penso della TAV, io di treni veloci non ne so nulla.

Quello che so, però, è che i pulotti non dovrebbero pestare i cittadini. Che nello scontro di piazza può succedere che talvolta si scontrino la faccia e il bastone, fa parte della normale dialettica democratica borghese, ma le aggressioni a manifestazione finita - nei bar, nei treni, ecc. - sono rappresaglie fasciste. Non serve un ingegnere per sapere questo. So che quando si condanna ogni forma di violenza bisognerebbe condannare davvero ogni forma di violenza, compresa quella della forza pubblica. So che un giornalismo che si schiera in difesa dello Stato anche a costo di mettersi contro la verità e contro la democrazia, cessa di svolgere la sua funzione e diventa qualcos’altro, strumento di propaganda, cassa di risonanza, arma di distrazione di massa. Che ormai si sta parlando di tutt’altro che di TAV. So che una democrazia non può far contenti tutti, che ci sono dei costi da pagare per il bene comune, ma che questi costi non possono comprendere la democrazia stessa.




17/2
2012

Ogni fortezza è prigione

In Kenya, in Brasile, nelle grandi città dove esiste una gigantesca disparità di reddito, le case dei ricchi sono generalmente protette da mura molto alte sormontate da filo spinato, ai cui cancelli non posso mancare guardie armate. Non parlo di cattivi alla James Bond, terroristi o trafficanti, ma di avvocati, architetti, manager, ricchi per così dire onesti e normali. Sono costretti a vivere barricati perché altrimenti i poveri di quelle città, che sono molti più di loro e molto affamati, prenderebbero d’assalto le loro ville e le deprederebbero.

L’Europa, l’Occidente, ripropongono questo fenomeno su scala mondiale, costruendo mura sempre più alte e sempre più pesantemente sorvegliate per tenere a distanza la povertà degli altri ed al sicuro la propria ricchezza. I governi pattugliano le coste, le banche erigono sbarramenti di vincoli macroeconomici ed impongono requisiti taglienti che fanno alla carne viva molto più male del filo spinato. E queste mura, mattone dopo mattone, si stringono sempre di più attorno ai loro protetti. Lasciano fuori sempre più gente.

Gli ultimi ad essere stati scacciati da questa lussuosa fortezza sono i greci, che disperatamente cercano di restare aggrappati alle porte che si chiudono anche a costo di sacrificare brandelli della propria società, a costo di rimanervi schiacciati. Mi chiedo se tutto questo sia giusto, mi rispondo di no, ma probabilmente è una domanda futile. In fondo noi siamo ancora dentro le mura, chiediamoci piuttosto per quanto. La moltitudine fuori è sempre più vasta, sempre più affamata. Alcuni bussano educatamente chiedendo di entrare, altri stan già caricando i cannoni di polvere da sparo. I privilegiati asserragliati all’interno aggiungono altre file di mattoni alle mura, si stringono nelle proprie granitiche sicurezze e in farneticanti preghiere, a volte litigano tra loro, lo spazio ed i viveri diminuiscono e si chiedono chi sarà il prossimo a dover uscire. Cominciano a sentirsi assediati.




10/2
2012

Non venitemi ad insegnare l’austerità

Io solitamente mi trovo fuori moda, scopro e mi appassiono a cose che altri hanno abbandonato da anni o odiato da sempre, o rimango caparbiamente attaccato a cose che. A volte invece mi trovo ad amare quello che amano tutti, ma per motivi diversi. Sono insomma quello che in tempi più civili, prima dell’oscurantismo prima dell’impero, si definiva un bastiancontrario, ora forse uno stracciacazzi. A me, per esempio, piace l’austerità.
Sarà che sono un ragazzo (seh) nojoso e reazionario, sarà che ho ricevuto un’educazione spartana perché mancava la pilla per i passatempi ateniesi, sarà che tra i ricchi e poveri raramente capita di poter scegliere a che gruppo appartenere, sarà, sarà quel che sarà, ma io sono in effetti a favore di ragionevoli forme di austerità. Non necessariamente, però, dell’austerità che intende il nostro stiloso Mario Catone Monti e pure un po’ Porcio.
Sono a favore di tenere il riscaldamento non molto alto, solo nelle stanze in cui serve, del sudare d’estate. Di un tetto massimo al costo del vestiario. Delle auto che consumano poco, ideologicamente sarei a favore soprattutto delle biciclette, anche se la mia ha la ruggine. Delle lampadine a basso consumo, dei computer spenti, delle televisioni senza led di stand by. Sono a favore degli sport che non costano niente, della verdura dell’orto e della pizza fatta in casa. Sono favorevole al lavoro che produce qualcosa, e sarei a favore che venissero dati più soldi a chi fa quei lavori, meno soldi a chi sta fermo a guardare i numeri del proprio conto in banca. Sono a favore di consumare meno, guadagnare meno, lavorare meno, lavorare tutti, avere tutti un tetto e di che vivere. Sono a favore degli uomini con la barba e delle donne che lottano, dei politici che si interessano al bene comune ed al lungo periodo, dei cittadini che si informano, delle mattine d’inverno col sole. Del vino rosso, del sedersi sugli scalini. Sono a favore del fuoco di legna, dei regali che costano poco, delle telefonate senza fini di lucro, della redistribuzione della povertà.
Sono contrario, assolutamente contrario alle giacche grigie e alle facce da beccamorto, ai sacrifici che mirano alla difesa dello status quo, al marmo delle banche, delle scale e delle tombe, all’emergenza ed alla paura, alla boria spacciata per serietà e spesso anche alla serietà tout-court, ai milionari che dicono ai poveri di fare la loro parte. Sono a favore di una dignità giocosa, del meccano, di un’austerità colorata. Sono assolutamente a favore degli ossimori.




2/2
2012

Emergenza buio

Ieri al termine di una partita di calcio a Port Said, Egitto, sono scoppiati violenti scontri tra tifosi che hanno portato a una settantina di morti e centinaia di feriti. Date le circostanze ed il momento politico che sta attraversando l’Egitto è facile immaginare che questo massacro di proporzioni inaudite abbia dei connotati quantomeno sospetti, che sia stato se non pianificato almeno "agevolato" dai militari che reggono il Paese. I crimini violenti sono d’altra parte drasticamente aumentati dopo l’annuncio di voler finalmente ritirare la legge marziale, e come la storia e la geografia insegnano la strategia della tensione è sempre il sistema migliore per creare un allarme sicurezza e giustificare leggi repressive. Per saperne di più sul massacro di Port Said in questo momento lasciate perdere i giornali e buttatevi su twitter.

Nel frattempo, nel silenzio generale in Italia si sta procedendo a vendere ai privati pezzi importanti di patrimonio storico ed artistico: pezzi di Canal Grande, l’Ospedale Vecchio di Parma, il Casino Reale di Carditello, eccetera, eccetera, e molti cetera. Finché c’era il Lestofante Capo al governo, almeno ogni tanto un brontolio si sentiva, ora per avere qualche notizia dettagliata tocca mettersi i guanti ed aprire il Fatto.

Ma d’altra parte, data la crisi ed i grossi debiti contratti dai nostri governanti incapaci e ladri, ogni misfatto ormai viene giustificato. Dalla svendita del patrimonio pubblico alle controriforme del mercato del lavoro, dall’aumento della pressione fiscale ai tagli alle pensioni, dai mancati rinnovi dei contratti al blocco dei fondi per qualunque cosa non sia immediatamente produttiva, la situazione attuale giustifica tutto, al governo "tecnico" viene concesso tutto quello che un governo "politico" non potrebbe fare per convenienza politica e mancanza di coraggio. I mezzi di comunicazione di massa, e di riflesso anche un po’ i mezzi di comunicazione "alternativi", sono ancora ben allineati a sostenere il governo Monti, la mano ferma e lo stile sobrio con cui ci strangola, allenati da anni di berlusconismo e da decenni di leccaculismo. In tutto il mondo si contesta il capitalismo finanziario? Da noi si fanno i titoli sull’ermergenza caldo. In Cina si preparano alla successione al governo? Da noi si discute dell’ultima dichiarazione del vice sgherro di fiducia di un homo celticus impazzito da tempo. Affogano 1500 migranti in un anno? Settimane di articoli su i risvolti più oscuri di una nave da crociera spiaggiata. La disoccupazione è ai massimi storici? Meglio scatenarsi contro la battuta del sottosegretario sfigato o sull’annoso dibattito sulla monotonia del posto fisso. E soprattutto tante, tante espressioni di sostegno alle manovre, alle riforme, ai decreti, alle leggi tecnicissime di questo governo d’emergenza, a questo deus ex machina venuto a salvarci, a questo padre padrone severo ma giusto che ci rimetta sulla carreggiata, che ci dia anche qualche ceffone, se serve. Di questo, dicono in molti, abbiamo bisogno. La fiducia nei sondaggi aumenta, il consenso è generale e trasversale. Ma se è davvero di questo che abbiamo bisogno, non è l’emergenza economica il nostro problema peggiore.




26/1
2012

Così cominciò il grande movimento degli sfigados

Con la tempestività che contraddistingue da sempre questo bloggo oggi vorrei commentare brevemente la notizia del giorno, ovvero la pretesa annessione della Sardegna al Regno di Italia. Oppure, in seconda battuta, la brillante osservazione del Sottosegretario agli Sticazzi sul rapporto età angrafica/titolo di studio ovvero "Se a 28 anni non sei laureato sei uno sfigato". A parte che chi fa la rima è più scemo di prima, devo dire che il fighetto non ha tutti i torti. Certo la Santanché gli da ragione per cui di certo non ha ragione, ma non ha neanche tutti i torti.
In effetti, ci vuole un certo coraggio per ammetterlo, il ragionamento andrebbe però un po’ esteso:

sei uno sfigato se a 28 anni, senza aver mai lavorato un giorno in vita tua, non sei ancora laureato;
sei uno sfigato se sei laureato a 24 e pur di trovare lavoro ne accetti uno qualsiasi, tanto ci sarà tempo di trovarne uno attinente con i tuoi studi, no?
sei uno sfigato se a 34 stai ancora facendo quel lavoro e non ti ricordi neanche più in cosa ti sei laureato;
sei uno sfigato se a 40 di lavori qualsiasi ne hai cambiati mille, ed uno attinente con i tuoi studi ancora non l’hai trovato perché forse hai proprio sbagliato corso di studi;
sei uno sfigato se hai più di trent’anni, una laurea, un master, e trovi un lavoro da 200 euro al mese, precario, a 100 chilometri da casa e non sai per quanto durerà questa grazia di dio;
sei uno sfigato se pensi che, eh, almeno fa curriculum;
sei uno sfigato se fai stage gratuiti;
sei uno sfigato se hai due figli, ti hanno licenziato e non trovi lavori che durino più di sei mesi;
sei uno sfigato se hai un lavoro e te lo tieni stretto, così stretto che alla fine ti soffoca;
sei uno sfigato se hai cinquant’anni e ti obbligano a scegliere tra una riduzione dell’orario di lavoro ed il licenziamento;
sei uno sfigato se hai cinquant’anni e ti lasciano a casa senza chiederti niente;
sei uno sfigato se trovi il coraggio di ripartire, se ti reinventi, se ti metti in gioco, ma alla fine del mese i soldi non bastano lo stesso;
sei una sfigata se non ti assumono perché sai, potresti sempre rimanere incinta;
sei una sfigata se dopo la maternità ovviamente ti riprendono, ovviamente nel tuo ruolo, purché tu accetti la politica aziendale del part time a rotazione;
sei una sfigata se l’asilo nido dei tuoi figli purtroppo non prevede il part time a rotazione;
sei uno sfigato se lavori in proprio e il lavoro proprio non c’è;
sei uno sfigato se hai già mandato duecento curriculum ed hai ricevuto tre risposte, tutte negative.

In questo modo direi che ho coperto più o meno tutti i miei amici e tutti quelli che conosco, me compreso, ma non ho pretese di esaustività: so che ci sono molti altri sfigati in giro, e posti decisamente più sfigati di questo sfigato nordeste. Tanti sfigati quante accezioni di sfiga, compreso quello sfigato che da una posizione di assoluto privilegio, nato in una famiglia decisamente abbiente e dotata di amici e relazioni importanti, dispensa giudizi impropri sugli sfigati che poi stizziti lo commentano dall’internet. Studiare, bisogna studiare, perché l’intelligenza va coltivata. Lavorare, bisogna lavorare, perché è col lavoro che trasformiamo le nostre capacità in pane ed altre amenità. Ma non chiederti per chi suona la campana della sfiga, essa suona per te.




23/1
2012

Son tutti bravi a fare i leghisti coi governi degli altri

In questi giorni, trovandomi a vagare per la steppa vicentina o guardando la tivù, non posso fare a meno di notare come la lega sembri tornata in gran forma. Manifesti rabbiosi, slogan, volantini offensivi e da ieri persino una parvenza di ritrovata armonia tra il capo Bossi ed il suo mastino Maroni, ennesima dimostrazione che loro per le secessioni sono proprio negati.

A loro il cambio di governo ha decisamente giovato. Dopo anni in cui si presentavano pubblicamente in modo serioso, sobrio, quasi da primati, costretti ad imbarazzanti giustificazioni del proprio operato politico così diverso dalle roboanti promesse, ora possono finalmente tornare ad alzare la voce, sbracarsi, ventilare rivoluzioni, sparare minacce di cui nessuno chiederà mai loro il conto e mandare a fanculo tutto e tutti.

Vedendoli così agguerriti, determinati e compatti, così fieri dei propri fazzolettini verdi e della propria violenza, non mi pare fuori luogo approfittarne per far loro qualche domanda. Ai capi gongolanti, più che altro, ma se mi volessero rispondere i simpatizzanti sarei contento lo stesso.

Prima di tutto, cos’è ’sta storia di "Giù le mani dalle pensioni"? Dove eravate quando il governo Berlusconi varava quella riforma delle pensioni che Monti ha anticipato di un paio d’anni? E la riforma Maroni del 2004, per esempio, non ha una curiosa assonanza con il nome del ministro del Welfare di quell’anno?

Seconda domanda, e le tasse? Non eravate al governo quando Berlusconi tra le altre cose portava l’iva al 21%? Eravate d’accordo con lui? Non eravate d’accordo? Avete fatto cadere il governo?

Terza domanda, ora pretendete la Tobin Tax e sparate a zero sulle banche. Siete stati al governo fino a due mesi, perché non l’avete proposta allora?

A questo proposito quarta domanda, come mai tutte le buone idee vi vengono in questi due mesi che siete all’opposizione e non vi sono venute in tutti gli anni che siete stati al governo?

Ma in fin dei conti, quinta domanda, a parte la Tobin Tax che non è certo farina del vostro sacco ma avete scippato alla sinistra, quali altre proposte avete? La secessione, la moneta padana? E qualcosa che non sia solo una fanfaronata da sagra, qualcosa che sia realizzabile nei prossimi sei mesi? Nel prossimo anno?

E tornando al discorso delle banche, vi facevano così schifo anche quando giocavate a fare i banchieri con la CredieuroNord e con gli amici della Banca Popolare di Lodi? Di quali poveracci difendevate gli interessi, allora?

Ma in generale, settima domanda, visto che siete stati al potere per dieci degli ultimi dodici anni, cos’avete fatto per evitare il disastro della situazione attuale? Avete provato a fare qualcosa che non ha funzionato, oppure non avete fatto proprio niente? In altre parole, mentre vi ingrassavate con gli stipendi romani siete stati più incompetenti o fannulloni?

E infine, ottava e ultima domanda, quant’è bello poter insultare tutto e tutti senza dover mai rendere conto a nessuno, eh, brutti coglioni microcefali ladroni e bugiardi?



P.S.: Se per presa di posizione ideologica o carenze educative non foste in grado di rispondere a queste domande in italiano corrente, su richiesta posso fornire la traduzione delle suddette in dialetto veneto, ovviamente bestemmie incluse.




16/1
2012

Servire il popolo, colpire il lussolo

Se uno riesce a guadagnare soldi e ne avanza alcuni dopo aver comprato quello che gli serve per vivere, tipo chessò il cibo, l’elettricità, le mutande di lana* e l’affitto, è normale che li spenda per qualcosa che secondo lui è utile o almeno dilettevole, secondo altri è senz’altro superfluo se non addirittura un vizio da estirpare: l’auto, i viaggi, la droga, una casa più grande, una fidanzata più giovane, l’hi-fi, altra droga, giojelli, computer, telefonini, sigarette, vestiti di marca ed ancora un po’ di droga. In una di queste cose, o in qualcos’altro, anch’io e pure tu abbiamo senz’altro sputtanato soldi, quella volta che siamo riusciti ad intercettarli nel rapido passaggio di mano da un datore di lavoro ad un debitore. Ma su altre voci di questa lista, per quella roba lì mai, per quella roba lì io i soldi non solo non li smollerei mai, ma non la vorrei neanche gratis, e penso che uno debba essere un pazzo, un fesso o un delinquente per spendere anche solo mezzo euro in quel modo idiota. Anzi, bisognerebbe porre un freno a tale scialaquio, scoraggiarlo, punirlo severamente, tassarlo di più, vietarlo per legge. Sono pochi gli uomini probi che mettono da parte i risparmi e li conservano per i posteri, certamente nessuno dei miei avi, mentre sono molti i castigatori delle scimmie altrui. Io, per esempio, per educazione ed inclinazione personale tendenzialmente condurrei uno stile di vista abbastanza sobrio e spartano, in particolar modo quando non c’ho pilla, eppure ogni tanto qualche ninnolo, qualche sfizietto piccoloborghese riesco a permettermelo. E a parte questo sputtano ogni centesimo che guadagno. Ma basta parlare di me, era solo una lunga premessa per dire che io non ce l’ho con il lusso, per me è sbagliato condurre una battaglia ideologica contro il lusso, uno può spendere quello che guadagna lecitamente in ogni modo lecito, è solo in quella parola che per risparmiare ho ripetuto due volte il problema: lecit*.
Non si tratta di colpire il SUV, si tratta di acciuffare le decine di migliaia di euro che avresti dovuto versare al fisco e con cui invece ti sei comprato il SUV**. Non è accannirsi contro i negozianti, i ristoratori o i liberi professionisti, bensì mettere questi figli di libere professioniste in condizione di dover pagare le tasse come i poveri sfigati (hi mommy, it’s me) che devono pagarle per forza. Per forza, sì, se le tasse fossero volontarie non le pagherebbe nessuno, forse uno o due elettori stalinisti di rifondazione, è per questo che hanno inventato lo Stato, per picchiare i barboni e passare a raccogliere le imposte. Perciò non è il lusso che si vuole colpire, o almeno, di certo non è Monti che lo vuole colpire, scommetto che anche lui dalla lista di cui sopra almeno un paio di voci le spunterebbe a cuor sereno, si è visto mai un milionario con un’avversione per il lusso, è il fatto di sottrarre alle bramosine mani dello Stato soldi che, in entrata o in uscita, potrebbe o dovrebbe incamerare lui. Che poi, se tutti pagassero le tasse allora tutti ne pagherebbero meno, o se tutti pagassero le tasse allora lo Stato potrebbe comprarsi quegli F35 nuovi fiammanti che desidera da tempo, quello è un altro discorso.

Un altro aspetto da sottolineare è ovviamente l’efficacia della faccenda. E’ più o meno dal tempo dei Gracchi che in Italia tutti i governi si affannano a dire di voler combattere l’evasione fiscale, ma questo è un compito obbiettivamente difficile da realizzare perché va in contrasto con altri obbiettivi prioritari dei nostri governanti. Ad esempio, come fa un imprenditore a pagare la mazzetta al politico se non evade un po’ le tasse? Mica sono soldi che puoi fatturare, quelli. E via dicendo. Non ha certo aiutato il fatto di aver messo a capo del governo per quasi tutti gli ultimi diciotto anni un tizio che l’evasione fiscale la conosceva molto bene, ma per tutti i motivi sbagliati. Io adesso non è che sono un esperto di fiscalità, ma non penso che questo problema adesso si possa risolvere con un blitz a Cortina, un blitz a Roma, un blitz a Millicucco perché hai sbagliato uscita mentre andavi a fare il blitz a Taormina e ti sei perso per le stradelle. Qui in Italia da sempre si va avanti di blitz in blitz per essere sicuri che non cambi un caz, ma i blitz servono solo a spaventare i spaventevoli e a far scrivere titoloni ai giornali. Sapete cosa servirebbe? Mica la galera per gli evasori, che tanto lo Stato non ha poi i fondi per fare tutti questi controlli, ormai a su di blitz la Finanza dovrà comprare a credito pure la benzina per le auto di servizio, e non è neanche che le patrie galere siano così spaziose da poterle riempire di elettricisti, dentisti e medici in pensione. Servirebbe che se l’idraulico mi propone uno sconto per evitare la fattura, io sapessi che lo Stato me ne fa uno più alto se invece la chiedo. Va bene anche un rimborso, un premio, dieci ore di parcheggio gratis in centro, una corsia preferenziale alle poste, chennessò. Preferibilmente qualcosa di tangibile ed immediato, come i soldi che mi farebbe risparmiare l’idraulico, che ho dei vizi da mantenere.

Ah, e poi i pretacci malefici, da quelli sì che bisogna andare a batter cassa, s.u.b.i.t.o.


* Never understimate the need for mutande di lana, it’s cold.
** Che poi secondo me sarebbe giusto anche accanirsi contro il SUV, ma per altri motivi.



[nessun hi-fi e nessun Gracchio è stato maltrattato durante la stesura di questo post]