26/3
2012

Il regno delle macchine è finito

E’ da un paio di settimane che ho iniziato a raggiungere il luogo di quotidiano sfruttamento lavorativo in bicicletta. Non sempre, più che altro al pomeriggio, se non piove. Se non minaccia pioggia. Se non c’è neanche una nuvola in cielo. E se c’ho voglia. Restano pure sempre un bel po’ di biciclettate.

La settimana scorsa son stati dieci anni da quando ho iniziato a lavorare. Prima studiavo, o cazzeggiavo, o lavoravo ma non mi pagavano. Son dieci anni che lavoro e mi sono rotto le palle da nove anni e dodici mesi, ma dicono che ne avrò ancora per molto. Credo di essere stato l’ultimo della mia generazione a trovare lavoro e pensare che io nella vita, fortunatamente, non ho mai avuto bisogno di lavorare. Sfortunatamente, ho sempre avuto bisogno di soldi ed è solo per questo che lavoro. Non che non mi piaccia vivisezionare panda o qualsiasi altra cosa io faccia in cambio di un salario, è solo che se mi piacesse davvero non avrebbero bisogno di pagarmi per convincermi a farlo.

In ogni caso, i soldi. I soldi sono uno dei motivi per cui dopo dieci anni ho iniziato a venire al lavoro in bicicletta (smetterò domani, tranquilli). Il prezzo della benza continua a salire e tra un po’ con i miei venti miseri euro non riuscirò neanche più ad uscire dall’area di servizio. Dicono sia per via delle accise, perché paghiamo ancora la tassa sulla guerra d’etiopia, sulla guerra di crimea, sulla missione alle porte di Mordor, come se improvvisamente il nome delle accise influisse pesantemente sul costo della benzina. Dicono sia per via delle nuove tasse di Monti, ma con tutto il male che posso volere a questo come a tutti gli altri Presidenti dei Consigli non mi pare che stia mettendo una nuova tassa al giorno, eppure i prezzi della benza aumentano almeno due volte la settimana. Fidatevi, ci stanno fregando di nuovo. E allora io vengo a lavorare in bicicletta, sfruttando l’unico combustibile fossile che posso ancora permettermi: le mie chiappe flaccide. Che sono tra l’altro il secondo motivo per cui dopo dieci anni ho iniziato a venire al lavoro in bicicletta.

Note estemporanee di zio Lusky:
State alla larga dagli anarchici informali, gli anarchici per bene si riconoscono perché danno sempre del lei e dicono buongiorno, buonasera, prego, si accomodi, e grazie.




6/3
2012

Un’opinione piccina

Io, devo dire la verità, ancora non l’ho capito se la TAV sia cosa buona o meno. I treni, i camion, le gallerie, l’amianto, la drangheta, la mafia, la lega, il piddì... ho letto e non ho capito, ho riletto e ancora niente, mi pare che tutti abbiano ottime ragioni. I pro ed i contro. Magari è solo che non mi non sono sforzato abbastanza, ma nun è che posso fare una tesi di laurea su tutto.

A pelle, preferisco i treni, ma anche la lentezza. Il progresso, ma anche i boschi. Magari semplicemente non me ne frega un cazzo della velocità a cui viaggiano le merci, o di metterci mezz’ora di meno per andare a Parigi, Madrid, Barcellona, che se devo andare a Barcellona potrò ben prendermi il tempo che mi serve. Non chiedetemi cosa ne penso della TAV, io di treni veloci non ne so nulla.

Quello che so, però, è che i pulotti non dovrebbero pestare i cittadini. Che nello scontro di piazza può succedere che talvolta si scontrino la faccia e il bastone, fa parte della normale dialettica democratica borghese, ma le aggressioni a manifestazione finita - nei bar, nei treni, ecc. - sono rappresaglie fasciste. Non serve un ingegnere per sapere questo. So che quando si condanna ogni forma di violenza bisognerebbe condannare davvero ogni forma di violenza, compresa quella della forza pubblica. So che un giornalismo che si schiera in difesa dello Stato anche a costo di mettersi contro la verità e contro la democrazia, cessa di svolgere la sua funzione e diventa qualcos’altro, strumento di propaganda, cassa di risonanza, arma di distrazione di massa. Che ormai si sta parlando di tutt’altro che di TAV. So che una democrazia non può far contenti tutti, che ci sono dei costi da pagare per il bene comune, ma che questi costi non possono comprendere la democrazia stessa.




17/2
2012

Ogni fortezza è prigione

In Kenya, in Brasile, nelle grandi città dove esiste una gigantesca disparità di reddito, le case dei ricchi sono generalmente protette da mura molto alte sormontate da filo spinato, ai cui cancelli non posso mancare guardie armate. Non parlo di cattivi alla James Bond, terroristi o trafficanti, ma di avvocati, architetti, manager, ricchi per così dire onesti e normali. Sono costretti a vivere barricati perché altrimenti i poveri di quelle città, che sono molti più di loro e molto affamati, prenderebbero d’assalto le loro ville e le deprederebbero.

L’Europa, l’Occidente, ripropongono questo fenomeno su scala mondiale, costruendo mura sempre più alte e sempre più pesantemente sorvegliate per tenere a distanza la povertà degli altri ed al sicuro la propria ricchezza. I governi pattugliano le coste, le banche erigono sbarramenti di vincoli macroeconomici ed impongono requisiti taglienti che fanno alla carne viva molto più male del filo spinato. E queste mura, mattone dopo mattone, si stringono sempre di più attorno ai loro protetti. Lasciano fuori sempre più gente.

Gli ultimi ad essere stati scacciati da questa lussuosa fortezza sono i greci, che disperatamente cercano di restare aggrappati alle porte che si chiudono anche a costo di sacrificare brandelli della propria società, a costo di rimanervi schiacciati. Mi chiedo se tutto questo sia giusto, mi rispondo di no, ma probabilmente è una domanda futile. In fondo noi siamo ancora dentro le mura, chiediamoci piuttosto per quanto. La moltitudine fuori è sempre più vasta, sempre più affamata. Alcuni bussano educatamente chiedendo di entrare, altri stan già caricando i cannoni di polvere da sparo. I privilegiati asserragliati all’interno aggiungono altre file di mattoni alle mura, si stringono nelle proprie granitiche sicurezze e in farneticanti preghiere, a volte litigano tra loro, lo spazio ed i viveri diminuiscono e si chiedono chi sarà il prossimo a dover uscire. Cominciano a sentirsi assediati.




10/2
2012

Non venitemi ad insegnare l’austerità

Io solitamente mi trovo fuori moda, scopro e mi appassiono a cose che altri hanno abbandonato da anni o odiato da sempre, o rimango caparbiamente attaccato a cose che. A volte invece mi trovo ad amare quello che amano tutti, ma per motivi diversi. Sono insomma quello che in tempi più civili, prima dell’oscurantismo prima dell’impero, si definiva un bastiancontrario, ora forse uno stracciacazzi. A me, per esempio, piace l’austerità.
Sarà che sono un ragazzo (seh) nojoso e reazionario, sarà che ho ricevuto un’educazione spartana perché mancava la pilla per i passatempi ateniesi, sarà che tra i ricchi e poveri raramente capita di poter scegliere a che gruppo appartenere, sarà, sarà quel che sarà, ma io sono in effetti a favore di ragionevoli forme di austerità. Non necessariamente, però, dell’austerità che intende il nostro stiloso Mario Catone Monti e pure un po’ Porcio.
Sono a favore di tenere il riscaldamento non molto alto, solo nelle stanze in cui serve, del sudare d’estate. Di un tetto massimo al costo del vestiario. Delle auto che consumano poco, ideologicamente sarei a favore soprattutto delle biciclette, anche se la mia ha la ruggine. Delle lampadine a basso consumo, dei computer spenti, delle televisioni senza led di stand by. Sono a favore degli sport che non costano niente, della verdura dell’orto e della pizza fatta in casa. Sono favorevole al lavoro che produce qualcosa, e sarei a favore che venissero dati più soldi a chi fa quei lavori, meno soldi a chi sta fermo a guardare i numeri del proprio conto in banca. Sono a favore di consumare meno, guadagnare meno, lavorare meno, lavorare tutti, avere tutti un tetto e di che vivere. Sono a favore degli uomini con la barba e delle donne che lottano, dei politici che si interessano al bene comune ed al lungo periodo, dei cittadini che si informano, delle mattine d’inverno col sole. Del vino rosso, del sedersi sugli scalini. Sono a favore del fuoco di legna, dei regali che costano poco, delle telefonate senza fini di lucro, della redistribuzione della povertà.
Sono contrario, assolutamente contrario alle giacche grigie e alle facce da beccamorto, ai sacrifici che mirano alla difesa dello status quo, al marmo delle banche, delle scale e delle tombe, all’emergenza ed alla paura, alla boria spacciata per serietà e spesso anche alla serietà tout-court, ai milionari che dicono ai poveri di fare la loro parte. Sono a favore di una dignità giocosa, del meccano, di un’austerità colorata. Sono assolutamente a favore degli ossimori.




2/2
2012

Emergenza buio

Ieri al termine di una partita di calcio a Port Said, Egitto, sono scoppiati violenti scontri tra tifosi che hanno portato a una settantina di morti e centinaia di feriti. Date le circostanze ed il momento politico che sta attraversando l’Egitto è facile immaginare che questo massacro di proporzioni inaudite abbia dei connotati quantomeno sospetti, che sia stato se non pianificato almeno "agevolato" dai militari che reggono il Paese. I crimini violenti sono d’altra parte drasticamente aumentati dopo l’annuncio di voler finalmente ritirare la legge marziale, e come la storia e la geografia insegnano la strategia della tensione è sempre il sistema migliore per creare un allarme sicurezza e giustificare leggi repressive. Per saperne di più sul massacro di Port Said in questo momento lasciate perdere i giornali e buttatevi su twitter.

Nel frattempo, nel silenzio generale in Italia si sta procedendo a vendere ai privati pezzi importanti di patrimonio storico ed artistico: pezzi di Canal Grande, l’Ospedale Vecchio di Parma, il Casino Reale di Carditello, eccetera, eccetera, e molti cetera. Finché c’era il Lestofante Capo al governo, almeno ogni tanto un brontolio si sentiva, ora per avere qualche notizia dettagliata tocca mettersi i guanti ed aprire il Fatto.

Ma d’altra parte, data la crisi ed i grossi debiti contratti dai nostri governanti incapaci e ladri, ogni misfatto ormai viene giustificato. Dalla svendita del patrimonio pubblico alle controriforme del mercato del lavoro, dall’aumento della pressione fiscale ai tagli alle pensioni, dai mancati rinnovi dei contratti al blocco dei fondi per qualunque cosa non sia immediatamente produttiva, la situazione attuale giustifica tutto, al governo "tecnico" viene concesso tutto quello che un governo "politico" non potrebbe fare per convenienza politica e mancanza di coraggio. I mezzi di comunicazione di massa, e di riflesso anche un po’ i mezzi di comunicazione "alternativi", sono ancora ben allineati a sostenere il governo Monti, la mano ferma e lo stile sobrio con cui ci strangola, allenati da anni di berlusconismo e da decenni di leccaculismo. In tutto il mondo si contesta il capitalismo finanziario? Da noi si fanno i titoli sull’ermergenza caldo. In Cina si preparano alla successione al governo? Da noi si discute dell’ultima dichiarazione del vice sgherro di fiducia di un homo celticus impazzito da tempo. Affogano 1500 migranti in un anno? Settimane di articoli su i risvolti più oscuri di una nave da crociera spiaggiata. La disoccupazione è ai massimi storici? Meglio scatenarsi contro la battuta del sottosegretario sfigato o sull’annoso dibattito sulla monotonia del posto fisso. E soprattutto tante, tante espressioni di sostegno alle manovre, alle riforme, ai decreti, alle leggi tecnicissime di questo governo d’emergenza, a questo deus ex machina venuto a salvarci, a questo padre padrone severo ma giusto che ci rimetta sulla carreggiata, che ci dia anche qualche ceffone, se serve. Di questo, dicono in molti, abbiamo bisogno. La fiducia nei sondaggi aumenta, il consenso è generale e trasversale. Ma se è davvero di questo che abbiamo bisogno, non è l’emergenza economica il nostro problema peggiore.




26/1
2012

Così cominciò il grande movimento degli sfigados

Con la tempestività che contraddistingue da sempre questo bloggo oggi vorrei commentare brevemente la notizia del giorno, ovvero la pretesa annessione della Sardegna al Regno di Italia. Oppure, in seconda battuta, la brillante osservazione del Sottosegretario agli Sticazzi sul rapporto età angrafica/titolo di studio ovvero "Se a 28 anni non sei laureato sei uno sfigato". A parte che chi fa la rima è più scemo di prima, devo dire che il fighetto non ha tutti i torti. Certo la Santanché gli da ragione per cui di certo non ha ragione, ma non ha neanche tutti i torti.
In effetti, ci vuole un certo coraggio per ammetterlo, il ragionamento andrebbe però un po’ esteso:

sei uno sfigato se a 28 anni, senza aver mai lavorato un giorno in vita tua, non sei ancora laureato;
sei uno sfigato se sei laureato a 24 e pur di trovare lavoro ne accetti uno qualsiasi, tanto ci sarà tempo di trovarne uno attinente con i tuoi studi, no?
sei uno sfigato se a 34 stai ancora facendo quel lavoro e non ti ricordi neanche più in cosa ti sei laureato;
sei uno sfigato se a 40 di lavori qualsiasi ne hai cambiati mille, ed uno attinente con i tuoi studi ancora non l’hai trovato perché forse hai proprio sbagliato corso di studi;
sei uno sfigato se hai più di trent’anni, una laurea, un master, e trovi un lavoro da 200 euro al mese, precario, a 100 chilometri da casa e non sai per quanto durerà questa grazia di dio;
sei uno sfigato se pensi che, eh, almeno fa curriculum;
sei uno sfigato se fai stage gratuiti;
sei uno sfigato se hai due figli, ti hanno licenziato e non trovi lavori che durino più di sei mesi;
sei uno sfigato se hai un lavoro e te lo tieni stretto, così stretto che alla fine ti soffoca;
sei uno sfigato se hai cinquant’anni e ti obbligano a scegliere tra una riduzione dell’orario di lavoro ed il licenziamento;
sei uno sfigato se hai cinquant’anni e ti lasciano a casa senza chiederti niente;
sei uno sfigato se trovi il coraggio di ripartire, se ti reinventi, se ti metti in gioco, ma alla fine del mese i soldi non bastano lo stesso;
sei una sfigata se non ti assumono perché sai, potresti sempre rimanere incinta;
sei una sfigata se dopo la maternità ovviamente ti riprendono, ovviamente nel tuo ruolo, purché tu accetti la politica aziendale del part time a rotazione;
sei una sfigata se l’asilo nido dei tuoi figli purtroppo non prevede il part time a rotazione;
sei uno sfigato se lavori in proprio e il lavoro proprio non c’è;
sei uno sfigato se hai già mandato duecento curriculum ed hai ricevuto tre risposte, tutte negative.

In questo modo direi che ho coperto più o meno tutti i miei amici e tutti quelli che conosco, me compreso, ma non ho pretese di esaustività: so che ci sono molti altri sfigati in giro, e posti decisamente più sfigati di questo sfigato nordeste. Tanti sfigati quante accezioni di sfiga, compreso quello sfigato che da una posizione di assoluto privilegio, nato in una famiglia decisamente abbiente e dotata di amici e relazioni importanti, dispensa giudizi impropri sugli sfigati che poi stizziti lo commentano dall’internet. Studiare, bisogna studiare, perché l’intelligenza va coltivata. Lavorare, bisogna lavorare, perché è col lavoro che trasformiamo le nostre capacità in pane ed altre amenità. Ma non chiederti per chi suona la campana della sfiga, essa suona per te.




23/1
2012

Son tutti bravi a fare i leghisti coi governi degli altri

In questi giorni, trovandomi a vagare per la steppa vicentina o guardando la tivù, non posso fare a meno di notare come la lega sembri tornata in gran forma. Manifesti rabbiosi, slogan, volantini offensivi e da ieri persino una parvenza di ritrovata armonia tra il capo Bossi ed il suo mastino Maroni, ennesima dimostrazione che loro per le secessioni sono proprio negati.

A loro il cambio di governo ha decisamente giovato. Dopo anni in cui si presentavano pubblicamente in modo serioso, sobrio, quasi da primati, costretti ad imbarazzanti giustificazioni del proprio operato politico così diverso dalle roboanti promesse, ora possono finalmente tornare ad alzare la voce, sbracarsi, ventilare rivoluzioni, sparare minacce di cui nessuno chiederà mai loro il conto e mandare a fanculo tutto e tutti.

Vedendoli così agguerriti, determinati e compatti, così fieri dei propri fazzolettini verdi e della propria violenza, non mi pare fuori luogo approfittarne per far loro qualche domanda. Ai capi gongolanti, più che altro, ma se mi volessero rispondere i simpatizzanti sarei contento lo stesso.

Prima di tutto, cos’è ’sta storia di "Giù le mani dalle pensioni"? Dove eravate quando il governo Berlusconi varava quella riforma delle pensioni che Monti ha anticipato di un paio d’anni? E la riforma Maroni del 2004, per esempio, non ha una curiosa assonanza con il nome del ministro del Welfare di quell’anno?

Seconda domanda, e le tasse? Non eravate al governo quando Berlusconi tra le altre cose portava l’iva al 21%? Eravate d’accordo con lui? Non eravate d’accordo? Avete fatto cadere il governo?

Terza domanda, ora pretendete la Tobin Tax e sparate a zero sulle banche. Siete stati al governo fino a due mesi, perché non l’avete proposta allora?

A questo proposito quarta domanda, come mai tutte le buone idee vi vengono in questi due mesi che siete all’opposizione e non vi sono venute in tutti gli anni che siete stati al governo?

Ma in fin dei conti, quinta domanda, a parte la Tobin Tax che non è certo farina del vostro sacco ma avete scippato alla sinistra, quali altre proposte avete? La secessione, la moneta padana? E qualcosa che non sia solo una fanfaronata da sagra, qualcosa che sia realizzabile nei prossimi sei mesi? Nel prossimo anno?

E tornando al discorso delle banche, vi facevano così schifo anche quando giocavate a fare i banchieri con la CredieuroNord e con gli amici della Banca Popolare di Lodi? Di quali poveracci difendevate gli interessi, allora?

Ma in generale, settima domanda, visto che siete stati al potere per dieci degli ultimi dodici anni, cos’avete fatto per evitare il disastro della situazione attuale? Avete provato a fare qualcosa che non ha funzionato, oppure non avete fatto proprio niente? In altre parole, mentre vi ingrassavate con gli stipendi romani siete stati più incompetenti o fannulloni?

E infine, ottava e ultima domanda, quant’è bello poter insultare tutto e tutti senza dover mai rendere conto a nessuno, eh, brutti coglioni microcefali ladroni e bugiardi?



P.S.: Se per presa di posizione ideologica o carenze educative non foste in grado di rispondere a queste domande in italiano corrente, su richiesta posso fornire la traduzione delle suddette in dialetto veneto, ovviamente bestemmie incluse.




16/1
2012

Servire il popolo, colpire il lussolo

Se uno riesce a guadagnare soldi e ne avanza alcuni dopo aver comprato quello che gli serve per vivere, tipo chessò il cibo, l’elettricità, le mutande di lana* e l’affitto, è normale che li spenda per qualcosa che secondo lui è utile o almeno dilettevole, secondo altri è senz’altro superfluo se non addirittura un vizio da estirpare: l’auto, i viaggi, la droga, una casa più grande, una fidanzata più giovane, l’hi-fi, altra droga, giojelli, computer, telefonini, sigarette, vestiti di marca ed ancora un po’ di droga. In una di queste cose, o in qualcos’altro, anch’io e pure tu abbiamo senz’altro sputtanato soldi, quella volta che siamo riusciti ad intercettarli nel rapido passaggio di mano da un datore di lavoro ad un debitore. Ma su altre voci di questa lista, per quella roba lì mai, per quella roba lì io i soldi non solo non li smollerei mai, ma non la vorrei neanche gratis, e penso che uno debba essere un pazzo, un fesso o un delinquente per spendere anche solo mezzo euro in quel modo idiota. Anzi, bisognerebbe porre un freno a tale scialaquio, scoraggiarlo, punirlo severamente, tassarlo di più, vietarlo per legge. Sono pochi gli uomini probi che mettono da parte i risparmi e li conservano per i posteri, certamente nessuno dei miei avi, mentre sono molti i castigatori delle scimmie altrui. Io, per esempio, per educazione ed inclinazione personale tendenzialmente condurrei uno stile di vista abbastanza sobrio e spartano, in particolar modo quando non c’ho pilla, eppure ogni tanto qualche ninnolo, qualche sfizietto piccoloborghese riesco a permettermelo. E a parte questo sputtano ogni centesimo che guadagno. Ma basta parlare di me, era solo una lunga premessa per dire che io non ce l’ho con il lusso, per me è sbagliato condurre una battaglia ideologica contro il lusso, uno può spendere quello che guadagna lecitamente in ogni modo lecito, è solo in quella parola che per risparmiare ho ripetuto due volte il problema: lecit*.
Non si tratta di colpire il SUV, si tratta di acciuffare le decine di migliaia di euro che avresti dovuto versare al fisco e con cui invece ti sei comprato il SUV**. Non è accannirsi contro i negozianti, i ristoratori o i liberi professionisti, bensì mettere questi figli di libere professioniste in condizione di dover pagare le tasse come i poveri sfigati (hi mommy, it’s me) che devono pagarle per forza. Per forza, sì, se le tasse fossero volontarie non le pagherebbe nessuno, forse uno o due elettori stalinisti di rifondazione, è per questo che hanno inventato lo Stato, per picchiare i barboni e passare a raccogliere le imposte. Perciò non è il lusso che si vuole colpire, o almeno, di certo non è Monti che lo vuole colpire, scommetto che anche lui dalla lista di cui sopra almeno un paio di voci le spunterebbe a cuor sereno, si è visto mai un milionario con un’avversione per il lusso, è il fatto di sottrarre alle bramosine mani dello Stato soldi che, in entrata o in uscita, potrebbe o dovrebbe incamerare lui. Che poi, se tutti pagassero le tasse allora tutti ne pagherebbero meno, o se tutti pagassero le tasse allora lo Stato potrebbe comprarsi quegli F35 nuovi fiammanti che desidera da tempo, quello è un altro discorso.

Un altro aspetto da sottolineare è ovviamente l’efficacia della faccenda. E’ più o meno dal tempo dei Gracchi che in Italia tutti i governi si affannano a dire di voler combattere l’evasione fiscale, ma questo è un compito obbiettivamente difficile da realizzare perché va in contrasto con altri obbiettivi prioritari dei nostri governanti. Ad esempio, come fa un imprenditore a pagare la mazzetta al politico se non evade un po’ le tasse? Mica sono soldi che puoi fatturare, quelli. E via dicendo. Non ha certo aiutato il fatto di aver messo a capo del governo per quasi tutti gli ultimi diciotto anni un tizio che l’evasione fiscale la conosceva molto bene, ma per tutti i motivi sbagliati. Io adesso non è che sono un esperto di fiscalità, ma non penso che questo problema adesso si possa risolvere con un blitz a Cortina, un blitz a Roma, un blitz a Millicucco perché hai sbagliato uscita mentre andavi a fare il blitz a Taormina e ti sei perso per le stradelle. Qui in Italia da sempre si va avanti di blitz in blitz per essere sicuri che non cambi un caz, ma i blitz servono solo a spaventare i spaventevoli e a far scrivere titoloni ai giornali. Sapete cosa servirebbe? Mica la galera per gli evasori, che tanto lo Stato non ha poi i fondi per fare tutti questi controlli, ormai a su di blitz la Finanza dovrà comprare a credito pure la benzina per le auto di servizio, e non è neanche che le patrie galere siano così spaziose da poterle riempire di elettricisti, dentisti e medici in pensione. Servirebbe che se l’idraulico mi propone uno sconto per evitare la fattura, io sapessi che lo Stato me ne fa uno più alto se invece la chiedo. Va bene anche un rimborso, un premio, dieci ore di parcheggio gratis in centro, una corsia preferenziale alle poste, chennessò. Preferibilmente qualcosa di tangibile ed immediato, come i soldi che mi farebbe risparmiare l’idraulico, che ho dei vizi da mantenere.

Ah, e poi i pretacci malefici, da quelli sì che bisogna andare a batter cassa, s.u.b.i.t.o.


* Never understimate the need for mutande di lana, it’s cold.
** Che poi secondo me sarebbe giusto anche accanirsi contro il SUV, ma per altri motivi.



[nessun hi-fi e nessun Gracchio è stato maltrattato durante la stesura di questo post]




20/12
2011

Nel frattempo, altrove [2]

Wukan è un villaggio di pescatori e contadini nel Guandgdong, in Cina. Come in tutta la Cina, anche qui i funzionari locali del partito comunista espropriano con la forza i terreni agricoli per venderli agli speculatori edilizi, ennesima piaga dell’ipercapitalismo cinese, i quali vi costruiranno poi altre città fantasma, com’è già successo ovunque nel Paese. Questo naturalmente è uno dei problemi più sentiti da parte delle popolazioni rurali e negli ultimi anni ha dato vita a numerosi scontri ed a proteste, spesso represse con la forza dalla polizia o da mercenari assunti al bisogno.
Ma a Wukan, per qualche motivo, le cose sono andate diversamente. Dopo i primi scontri (ed i primi morti) gli abitanti del villaggio invece di arrendersi si sono ribellati in massa ed hanno cacciato i funzionari corrotti, dando vita ad un raro esperimento di autogestione. L’eccezionalità di Wukan consiste anche nel fatto che le forze di polizia, almeno finora, si limitano ad assediare il villaggio mentre al suo interno gli abitanti resistono ed insistono nel chiedere la restituzione delle terre, maggiore trasparenza e rispetto delle leggi. Il resto della Cina, perplessa, resta con il fiato sospeso chiedendosi cosa succederà in quel piccolo villaggio che resiste all’impero. Perché tutto questo sia importante per la Cina lo potete trovare chiaramente spiegato in quest’articolo di Simone Pieranni.




16/12
2011

Settanta mi da tanta violenza (ft. Andrea Sterling)

Qualche tempo fa sulle pagine di questo bloggo vi avevo parlato di quel gentile signore che risponde al nome di Andrea Sterling, un galantuomo che ha dedicato tutta la propria vita a proteggere e servire l’Italia organizzando complotti, torturando, uccidendo e mettendo a segno attentati. Si tratta naturalmente del protagonista di "Confine di Stato" del barbuto Simone Sarasso, perché di certo personaggi del genere nel mondo reale non ne esistono.
Ad ogni modo, riassumendo per i più distratti:

Wilma Montesi? Andrea Sterling.
Mattei? Andrea Sterling.
Giangiacomo Feltrinelli? Andrea Sterling.
Piazza Fontana? Andrea Sterling.
Piove? Governo ladro, ma ad eseguire materialmente la pioggia è stato Andrea Sterling.

In pratica Sterling è l’uomo da ringraziare se l’Italia è quel che é, e non fatemi dire quel che è, perché nessuna di quelle mezzeseghe al potere sarebbe riuscita a mettere in pratica tutti quei piani macchiavellici per asservire il Paese e narcotizzare la democrazia se non avesse potuto contare sulla spietata fedeltà alla Causa e sull’efficiente esperienza torturatrice della carogna Andrea Sterling, un bastardo che al confronto Gambadilegno sembra un personaggio Disney.

Ecco. Come potete a questo punto immaginare, Andrea Sterling è tornato.

(Già da un pezzo, a dire il vero, ma poi io nun c’avevo tempo di leggere e poi nun c’avevo tempo di scrivere la rece e sai com’è [come non è] te ne dimentichi finché un giorno non ti arriva a casa una busta con dentro i proiettili e potrebbe essere stata inviata da chiunque, ma è a carico del destinatario e quindi capisci che solo una persona potrebbe essere così carogna e quella carogna è Andrea Sterling.)

In "Settanta", sempre di quel barbutone di Simone Sarasso, Andrea Sterling ha perso un po’ di quell’entusiasmo che motivava le sue stragi nei decenni precedenti. Tutto nasce dal fiasco del Golpe Borghese, e qui devo fare una premessa necessaria: nel libro non si chiama Golpe Borghese anche perché non c’è quella merdina fascista del Borghese. Un po’ per garantirsi maggiore libertà creativa, un po’ per evitare di dar lavoro agli avvocati, il Sarasso ancora una volta cambia tutti i nomi dei personaggi storici e incasina i fatti quando gli serve. Si prende pure la briga di specificare che no, tizio non è Andreotti e caio non è Aldo Moro, e chi sono io per dargli contro, il libro è suo. Ma siccome il bloggo è mio e non mi ricordo tutti gli pseudonimi, preferisco rimettere i nomi a posto così mi evito tutti gli ammiccamenti e ci si capisce qualcosa. Se poi Andreotti mi vuole denunciare, beh, stia in guardia perché ho un avvocato in gambissima (cough, cough).

Il Golpe Borghese, dicevamo. Sterling se ne sta lì pronto a fare il colpo di Stato che attendeva da sempre, insieme ai suoi amichetti fasciomassoni e alla mafia, quando tutto viene annullato all’improvviso senza spiegazioni e gli allegri congiurati se ne devono tornare a casa con le pive nel sacco. Qualcuno deve aver tradito, ma chi? Andreotti, Aldo Moro, Kissinger, la mafia, i fasci? Difficile capirlo, son tutte persone per bene. Certo lo scorno è grande: il capofascio di Gladio si ritira a meditare in Cile, dove nel corso della meditazione si dedica ai salutari hobby che potete bene immaginare, ed uccidin uccidendo pure Sterling per qualche tempo gli fa compagnia. Ma poi anche il capofascio viene fatto secco a tradimento e Sterling cade in depressione, vuole vendicarsi e non sa su di chi, uccidere non gli procura più la soddisfazione di un tempo e di punto in bianco anche l’uccello non gli si rizza più. Destino beffardo! Cos’ha mai fatto di male Andrea Sterling perché tu ti accanisca tanto contro di lui?!

(a parte le stragi, le torture, gli omicidi, i depistaggi e forse un paio di stupri)

Andreotti, che nella finzione del romanzo trameggia nell’ombra, gli butta lì una pista: forse a mandare a scatafascio il golpe è stato Aldo Moro, perché è un cacasotto che vuole allearsi con i comunisti. Sterling decide quindi di risolvere la questione con la raffinatezza che lo contraddistingue: piazza una bomba sul treno Italicus su cui dovrebbe viaggiare Moro con l’intenzione di esploderlo. Ma Moro, com’è noto, non sale sul treno e la bomba fa strage di civili innocenti, lasciando Sterling a rammaricarsi per l’esplosivo sprecato. Mentre tenta ancora (senza successo) di far fuori Moro, gli succede però di far carriera: diventa in breve capo di Gladio e persino capo dei servizi segreti e questo è forse un po’ il punto debole del romanzo, mi pare totalmente inverosimile che in Italia un fascista psicopatico coinvolto in trame occulte a fianco della mafia e dei massoni possa diventare capo dei servizi segreti, dai sù, non è mica tanto credibile. E poi il nome Sterling me lo ricorderei.
Dall’alto di questa posizione, comunque, Sterling riesce a metter su tutta un’organizzazione paramilitare fascista che compia attentati qui e lì in giro per il Paese, in modo da avere carne da cannone da contrapporre alle organizzazioni terroristiche di sinistra e per distrarre l’opinione pubblica da Gladio e dai veri burattinai dell’anti-Stato. Insomma, la strategia della tensione all’ennesima potenza.

(nel frattempo il libro segue altri personaggi, il giudice idealista che viene mazziato ma poi si riscatta, il protagonista di film polizieschi che sclera, Vallanzasca, Dalla Chiesa, le Brigate Rosse... in questo libro peraltro le Brigate Rosse hanno più infiltrati che simpatizzanti)

Insomma, Sterling è un pezzo grosso, ma si deprime: i grandi intrighi lo stressano, lui è fatto per le bombe, le pistole, gli inseguimenti rocamboleschi, i manifestanti inermi a cui spaccare le ossa. La politica non fa per lui, è un brutto mondo. Riesce a trovare una qualche serenità solo facendosi fare l’elettroshock ai testicoli dalle prostitute, ma come ben sappiamo questo non può essere che un palliativo temporaneo. Maggiore sollievo glielo dà l’organizzazione del rapimento dell’odiato Aldo Moro, ma anche questo dura poco e la soddisfazione per l’esito positivo (dal punto di vista di Sterling) è oscurata da un’amara scoperta: fin dall’inizio a manipolare tutta la faccenda era stato in realtà

(non lo direste mai)

(colpone di scena)

il perfido Andreotti!

Questo ovviamente, ci tengo a ricordarlo, nella finzione del romanzo. Era stato lui a tradire, lui a tramare, lui ad usare Gladio ed i fasci e la mafia e le br per i propri fini, lui a manipolare Sterling come fosse una marionetta. E tutto questo perché? Qui emerge tutto il genio di Sarasso. Non ci crederete, stavolta sul serio non ci crederete: si trattava precisamente di un elaborato piano del gobbo per smettere di fumare.

Se Andreotti si fosse pigliato i cerotti alla nicotina come tutti, per dire, Sterling sarebbe rimasto disoccupato a pag. 2 e noi a quest’ora vivremmo felicemente in una repubblica socialista sovietica, ma è inutile piangere sul sangue versato.

Andrea Sterling, come potete immaginare, non prende tanto bene questa rivelazione. Mentre un personaggio secondario sta finalmente accumulando le prove per incastrarlo, lui decide di vendicarsi (aridaje) su Andreotti, e non gli viene in mente niente di meglio che (aridaje/bis) farlo esplodere con tutto il treno su cui viaggia. Del resto non è colpa sua se in Italia viaggiano così tanti treni e così tante bombe (in realtà sì, Andrea Sterling scrive ancora oggi gli orari di Trenitalia). Peccato che (aridaje/tris) qualcosa vada storto, qualcun altro tradisca e la bomba anziché sul treno venga piazzata in stazione a Bologna, a sugellare il trionfo di Andreotti con l’ennesima sanguinosa strage di innocenti. Sterling riesce infine a scappare, sconfitto ma non domo, dopo aver ucciso tipo milleduecentocinquanta poliziotti che stavano trasportando un pentito che avrebbe testimoniato contro di lui e questo ovviamente solo a dimostrazione del fatto che ormai è un uomo disilluso e stanco di violenza, perché ai tempi d’oro avrebbe potuto tranquillamente attendere che il pentito testimoniasse e poi uccidere lui, la scorta, i giudici, la giuria, il pubblico, i giornalisti e tutto il personale del tribunale, compreso quello a casa per malattia o in permesso maternità.

E’ dunque finita per Andrea Sterling? Ha vinto il Grande Centro, è tramontato il sogno dell’eversione e non c’è futuro per un onesto sadico eroinomane psicopatico fascista in questa Italia normalizzata? Non sappiamo ancora cosa riservi il destino a quella gran carogna di Andrea Sterling, ma personalmente non me lo vedo a coltivare cavoli in un orto sugli Apennini, a meno che non siano cavoli esplosivi in un orto tossico su degli Apennini di violenza.




P.S.: Questa rece conteneva spoiler, ma ormai che ve lo dico a fare?
P.S.2: Potrei avere o non avere confuso qualche passaggio, del resto è passato qualche mese dalla lettura e ’ste trame nere sono tutte un gran casino, questo ovviamente ribadisco solo nella finzione del romanzo.
P.S.3: Il libro è bello, scritto meglio di Confine di Stato anche se più malinconico. Alcune sottotrame possono magari essere meno interessanti di altre (a me il giudice Incatenato, per dire, ha sfracellato i maroni) ma in fondo le sottotrame sono solo apostrofi rosa tra le parole "Andrea Sterling, dietro di te, sei morto."
P.S.4: Oggi come allora, e non solo nella finzione del romanzo, il fascio è merda.