16/7
2010

Ultimo tango a Tangeri [2]

Che altro dire su Tangeri che non sia già stato così sagacemente e spiritosamente scritto nel post precedente? Visto che il target di questo bloggo è composto prevalentemente da ggiovani, la maggior parte dei quali stava peraltro cercando "leoni", "burqa" o diommeperdone "ratava", la risposta non può che risiedere nella magica triade satanica a cui tutti noi ggiovani ed ex-ggiovani dedichiamo la nostra adorazione: sesso, droga e rocchenroll. Ed anche un po’ di sangue, certo.

You can leave your hat on
Nonostante mi abbiano assicurato che in Marocco, e nella zona di Tangeri in particolare, la religione sia un aspetto assolutamente secondario nella vita delle persone e che nessuno si scomodi per andare a pregare alla moschea se non nelle feste più importanti, tutte le donne locali fanno a gara nel nascondere la maggior metratura di pelle possibile. Pantaloni lunghi, maniche lunghe, strati su strati di tuniche, veli che coprono i capelli, le orecchie, il naso, la bocca, occhiali da sole, in alcuni casi persino i fottuti guanti. Quando vanno in spiaggia e si tuffano giulive tra le onde oceaniche, naturalmente, si inzoccoliscono un po’ ed arrivano in genere a togliersi il velo, più raramente a mettersi in maniche corte. Io non sono certo tipo da andare a casa degli altri ad insegnar loro come ci si veste per fare il bagno nell’oceano con il sole a picco ed un milione di maledetti gradi centigradi di temperatura, perché io sono un ragazzo educato e non voglio finire con la gola tagliata come tutti quelli che ci hanno provato prima di me, ma se questo non è sintomo di un attaccamento morboso alle proprie tradizioni, che cos’è? Sono tutte ninja per caso? Da quel poco che si riusciva a capire, comunque, la maggior parte delle donne locali erano ciotte, coi baffi, il monosopracciglio ed erano sorprendentemente prive di caviglia, che io pensavo fosse un’articolazione comune a tutto il genere umano.

(Senza offesa, eh, io rispetto la tua tradizione di andare in giro vestita come Messner sul K2 e tu rispetti la mia tradizione di denigrare le donne coi baffi, che tra l’altro ha molto più senso della tua.)

(Vedete a cosa porta il rispetto delle tradizioni? Calderoli vi vuole così.)

Smoking with respect
Il primo motivo per cui gli europei vanno a Tangeri, ora che nessun artista degno di nota vi vive più, è la gran quantità di spezia che ci si può trovare. E per spezia non intendo ovviamente quegli enormi sacchi di curcuma parcheggiati davanti le botteghe dei negozi, ma quella famosa sostanza ricavata dalla resina della Cannabis. L’hashish, perdio! Quello il cui odore i tuoi genitori fingono di non riconoscere quando torni a casa dal dibattito sull’acqua pubblica! Ecco, a Tangeri ne gira parecchio. Nella zona del porto, ogni dieci/venti metri vieni avvicinato da un tizio (un tizio diverso) che ti si avvicina con aria gioviale, ti chiedi come stai e poi con un rapido movimento della mano ti fa vedere una pepita di fumo che per quanto ne so io potrebbe essere anche merda di cammello, visto che per curiosa coincidenza sulla spiaggia lì vicino fanno pascolare i cammelli per i turisti.
A Tangeri tutti fumano, indigeni, turisti, giovani, vecchi, barbieri, tutti. Tranne le donne, ovviamente, a loro fa male. Il solito Said mi ha detto che per la polizia non è un problema, l’importante è mostrare di fumare con un certo rispetto, ovvero stando un po’ appartati e senza dare nell’occhio, almeno finché si è seduti al tavolino di un bar nella piazza più frequentata della città con una macchina della Securité parcheggiata di fronte. Io ve l’ho detto, voi fate come vi pare.

Rocchenroll
I marocchini amano la musica, l’ascoltano ovunque, la condividono con gioia. Il problema è che si tratta generalmente di musica di merda.

Sangue
Il giorno prima di tornare, avendo ormai esplorato ogni angolo di Tangeri dove fossimo riusciti a contrattare l’accesso, abbiamo deciso di andare a dare un’occhiata alla famosa Tetouan. OK. Non famosa. Tetouan e basta. Il posto è carino, ha una medina molto più grande di quella di Tangeri, dove si può comprare più o meno qualsiasi cosa che l’uomo abbia mai pensato di coltivare, allevare, fabbricare o farsi rubare. E’ anche molto più sporca di quella di Tangeri, e nelle zone dedicate alla vendita del pesce e della carne l’odore si fa piuttosto intenso, specialmente con il caldo. Ma insomma, vabbè, pazienza, è tutto molto pittoresco e suggestivo, finché il tizio non prende un pollo dalla gabbia e gli taglia la gola davanti ai tuoi occhi, mentre il sangue cola folkloristicamente lungo la strada.

Io non mi sono impressionato. Il pollo, però, stava meglio prima.

[Se mi vengono in mente altre cose vi aggiorno]

Note estemporanee di zio Lusky:
State alla larga dagli anarchici informali, gli anarchici per bene si riconoscono perché danno sempre del lei e dicono buongiorno, buonasera, prego, si accomodi, e grazie.




15/7
2010

Gaius Silvius

Stavo preparando una breve biografia del Lestofante Capo nella quale sottolineavo i parallelismi tra la sua vita e quella dell’altro Cesare, Giulio, con spiritose osservazioni sui padrini misteriosi, il primo triumvirato, le campagne di conquista, i tradimenti, ma arrivato alle Idi di Marzo scaramanticamente ho preferito lasciar perdere. Nel senso di "non sia mai che gli allungo la vita".

[Per la cronaca, cominciava così:]
Gaio Silvio Cesare (Arcore, 29 Settembre 58 a.S.) è stato un imprenditore e dittatore brianzolo, considerato uno dei personaggi più importanti e influenti della storia del male. Ebbe un ruolo cruciale nella transizione del sistema di governo dalla forma repubblicana a quella imperiale, della quale fu ritenuto da molti il fondatore.


La conserverò bella pronta nel cassetto in modo da poter uscire con il coccodrillo a cadavere ancora caldo, come fanno i giornalisti prezzolati, sperando ovviamente che mi serva il più tardi possibile (domani pomeriggio per esempio andrebbe benissimo, non c’è fretta).


Ad ogni modo a me più che il Divo Giulio ha sempre ricordato Tullius Detritus:

Detritus




12/7
2010

Ultimo tango a Tangeri [1]

A very tangerous city
A causa della sua storia travagliata, della sua posizione in bilico tra Africa ed Europa e dei loschi individui che l’hanno attraversata, Tangeri è più famigerata che famosa. Dopo aver trascorso una settimana a vagare per i vicoli della sua medina e per i viali della ville nouvelle devo dire che la sensazione di pericolo dura relativamente poco, a patto di seguire alcune elementari regole di prudenza. Non sventolare portafogli o macchine fotografiche, e vabbè. Girare molto accorti per la zona del porto, specialmente la sera. Non dare retta ai pazzi che camminano lungo i binari della ferrovia o stazionano gesticolando a qualche angolo di strada. Non indossare vestiti succinti. Salire in taxi solo quando veramente indispensabile, e dopo aver scritto due righe per i parenti. Per il resto, Tangeri è una città tranquilla, l’ideale per chi non ha voglia di far niente. Non ci sono grandi monumenti da visitare, musei interessanti o altre attrattive per i turisti, in compenso si possono trovare molti caffè all’aperto e spiagge pregevolissime nel circondario. E’ una città pigra, pittoresca e vagamente sinistra, adatta per visitatori pigri, pittoreschi e vagamente sinistri. Ed io, modestamente.

Sostiene Said
Gran parte di quello che ho visto e di quel che poco che ho capito lo devo a Said, l’instancabile garzone del riad in cui io et Amormio abbiamo pernottato. Said ha frequentato pochi anni di scuola e molti anni di medina, conosce un po’ tutti e parla spizzichi di tutte le lingue, imparate tallonando le guide turistiche. E’ stato lui ad insegnarci come allontanare i negozianti troppo molesti, come contrattare la tariffa dei taxi e di qualsiasi altra cosa e come muoverci in città. Seduti la sera sulla terrazza di un bar o al tavolino di un caffè nel Petit Souk ci insegnava rudimenti di arabo e la storia della sua vita e del suo amore, mentre sfumacchiava una sigaretta speziata e sorseggiavamo tè alla menta. Per tutto, gli sono grato.

Tutti i bar che sono stati visitati da me
Il migliore tè alla menta di Tangeri si può bere sulla terrazza del caffè Ibn Battouta, nascosto nella medina. Lo troverete seguendo il profumo di hashish che scende dalle sua scale strette e si spande per la strada, tra i lenzuoli delle contadine ricoperti di verdura appena arrivata dalla campagna. Ci hanno girato anche una scena di un film con Matt Damon, in quel caffè. E’ buono anche il tè del più famoso Caffè Hafa, che si affaccia sullo stretto di Gibilterra, dove gli studenti si recano nel pomeriggio a scrivere o disegnare calcando le orme degli artisti beat che li hanno preceduti. Sulle scale che salgono verso la kasbah si può invece trovare il caffè Baba, famoso per gli ospiti eccellenti che lo hanno visitato: Kofi Annan, Keith Richards ed un paio di teste coronate europee. Molto piccolo, sporco e suggestivo, il segreto della sua fama non mi è chiaro. Nella minuscola piazza del Petit Souk si può invece scegliere tra almeno tre o quattro caffè diversi, il più famoso dei quali è il centrale, molto frequentato dai turisti. Più simpatico è il Tingis, lì a fianco, dai cui tavolini si possono spiare sornioni i giovani europei o americani che seduti al Centrale si danno arie da grandi intellettuali in cerca di ispirazione, che si guardano attorno per qualche minuto, prendono rapidamente un appunto sulle loro moleskine d’ordinanza e poi un altro sorso di tè alla menta, sorridendo compiaciuti.

Mangiare, bere, uomo, piccione
La bevanda principale di Tangeri è il tè alla menta, dolce e rinfrescante. Quasi altrettanto diffuso è il Caffè Olè, che perde tutto il suo fascino una volta scoperto che si tratta di semplice caffellatte. Birra o vino, niet, se non nei ristoranti riservati ai turisti. Si mangia cous cous o tajine, una specie di stufato che può essere di pesce, pollo, agnello o montone. Spezie dappertutto. Una sorpresa la riserva la pastilla, tortino di pasta sfoglia ricoperta di zucchero a velo e farcita di carne di pollo, o piccione. Oui, piccione. Da evitare assolutamente una cosa nota come helgado, o simile, che altro non è che un piatto di trippa con i fegatini proveniente da una bestia non specificata (i piccioni hanno le trippe?). Qualche turista poco avveduto potrebbero ordinarlo scambiandolo, ehm, per melanzane.

[Continuerà]




30/6
2010

Gioire delle piccole cose

Ormai parlare di politica in questo paese è diventato frustrante. L’ultima notizia è la condanna in secondo grado di Marcello Dell’Utri, braccio destro del nostro sinistro presidente del consiglio, per concorso esterno in associazione mafiosa. Pare, insomma, che almeno fino al ’92 Dell’Utri avesse stretti rapporti con alcuni tra i più importanti capi mafiosi e che frutto di questi rapporti sia stata anche l’assunzione di Vittorio Mangano, detto "l’eroe", quale stalliere nella villa di Arcore del nostro beneamato dittatore. Notizie che a dire il vero non stupiscono nessuno e che, cosa assai peggiore, non sono neanche più di tanto interessanti. Non interessano a Dell’Utri, che se la ride: in teoria dovrebbe finire in carcere per sette anni, e chiunque di noi sarebbe quantomeno preoccupato da una simile prospettiva, ma lui già sa che in qualche modo se la caverà. Non interessano al suo capo, che presumibilmente conosceva benissimo questi fatti, ma non per questo si priverà della complicità politica ed economica del suo grande amico. Non interessano ai suoi compagni di partito, per lo meno a quella parte del partito che ha fatto della fedeltà al premier un dogma e del malaffare un valore. Non interessano ai suoi elettori, per i quali la politica è uno spettacolo e le sentenze dei giudici una trascurabile interruzione pubblicitaria. Non interessano, d’altro canto, neppure ai partiti della cosiddetta opposizione, rassegnati ormai a predicare nel deserto delle idee e delle buone intenzioni, incapaci di praticare una qualsiasi azione politica coerente e soprattutto credibile. Non interessano a buona parte degli italiani, cinicamente indifferenti a quel che avviene entro le mura del palazzo, impigriti, sensibili solo ad emozioni di rapido consumo. Altro che riflusso, siamo ormai in piena stagnazione sociale, rinchiusi nei nostri socialcosi a disquisire di prima colazione e parlarci addosso, mentre ogni argomento che non sia legato al nostro narcisistico microcosmo viene trattato con sprezzante nichilismo. Hanno vinto i ladri e quelli che dicevano "tanto sono tutti ladri", le veline e i fatalisti e i guidatori di audi, i legaioli, gli antipolitici, i tronisti. Vien voglia di ritirarsi nelle catacombe, agitando rabbiosamente il pugno all’aria e promettendo vendetta. Vien voglia di chiudersi in casa a comporre elegie minimaliste sulla catastrofe imminente. Vien voglia, ma non ci porterebbe a niente, quindi è meglio uscire per le strade e le piazze deserte e gettare i nostri piccoli semi di rivolta, coltivare le nostre gentili piante del dissenso, andando oltre l’esasperazione, oltre la follia, prendendo forza da ogni piccola buona notizia.

Ieri, per esempio, Marcello Dell’Utri è stato condannato a sette anni di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa. Chi l’avrebbe mai detto.




18/6
2010

Gli anni Novanta, mi dispiace per chi non c’era.

Passeggiando senza meta per Palermo, ad un certo punto, siamo capitati davanti ad una chiesa. Ce ne sono mille di chiese a Palermo, come in ogni città italiana, e quel pomeriggio in tutte stavano celebrando un matrimonio. Era una bella chiesa, per chi ama questo genere di cose, in una piazzetta raccolta e sciccosa, la chiesa di san Francesco. Girandoci per andar via e proseguire nel nostro peregrinare, mi sono accorto che di fronte alla chiesa c’era una focacceria, anzi, un’"Antica focacceria", come recitava l’insegna, e mi sono emozionato senza sapere perché. Sapevo in qualche modo che quella focacceria aveva qualcosa di importante, sapevo che era un posto famoso, ma non ricordavo come lo sapevo. Ci siamo entrati, abbiamo sbirciato il bancone ed i tavoli ed i pochi clienti, abbiamo detto "bella" e poi siamo andati via, perché purtroppo avevamo appena pranzato ed eravamo satolli.

Il ricordo è arrivato dopo, qualche giorno dopo.

"A Palermo, nel cuore del centro, c’è un’antica focacceria, davanti alla chiesa di San Francesco, si trovavano sempre lì..."

Avrò ascoltato quella canzone mille volte, l’ultima volta mille anni fa, e chissà quante volte ci avrò ballato sopra ubriaco di birra e vino a buon mercato. Per forza il posto mi sembrava familiare, e importante.




9/6
2010

Là dove vive la granita di gelso

Questo fine settimana, invece, io & Amormio siamo stati a Palermo. Immagino cosa stiate pensando: ma ’sti due cazzoni dove la trovano la pilla per andare sempre in giro? Bella domanda. C’è un settore che non conosce crisi e non teme precariato, qui fuori, ed è il settore dell’"A.A.A. Cercasi volontari per esperimenti farmaceutici.", ma sfortunatamente alcune note contrattuali ed un collare elettrificato mi impediscono di parlarne oltre.

Sicché, Palermo. La scusa ci è stata offerta da un caro amico di Amormio, il quale ha pensato bene di sposarsi ed essendo, senza offesa, siculo, ha ritenuto opportuno radunare parenti ed amici sull’isola per festeggiare. Noi siamo arrivati con un giorno di anticipo, gentilmente serviti da Alitalia, e ne abbiamo approfittato per vagare per il centro distruggendoci i piedi, nutrendoci di varie cibagioni da passeggio e dormendo in un bel bed & breakfast, il tutto con l’ambizione di condurre uno studio sociologico intensivo sulla città ed i suoi abitanti. Dovete capire che per la gente che abita in veneto la sicilia non è solo una terra esotica ed affascinante, come tutto ciò che si stende a sud della cortina di polenta, ma un paese straniero di cui si sa ben poco, e quel poco è quasi sempre fortemente negativo. Come persona dotata di una certa coltura e raffinato sochologo so bene che non tutto quello che ho imparato sulla sicilia è necessariamente vero, non tutte le discussioni finiscono con una sparatoria, non tutti gli uomini sono eleganti sicari e non tutte le donne hanno i baffi, ciononostante devo ammettere di aver affrontato il viaggio con grande curiosità e lo spirito intrepido dell’esploratore occidentale mandato a morire in una terra lontana. Ora non posso che ridere della mia precedente ingenuità e scusarmi con i miei onoratissimi amici siculi, ai quali bacio le mani e con i quali comunque non inizierei mai una discussione. Peraltro non è che dopo due giorni, gran parte dei quali trascorsi a dormire o a maledire la mancanza di un paio di scarpe comode, uno possa pretendere di conoscere Palermo, o di aver visto Palermo, o tanto meno di capire Palermo, però ci si può almeno permettere di sparare otto o nove giudizi sommari, decisamente parziali ed anche un po’ etnocentrici, naif e stronzi. Per esempio,

Cose che i palermitani non vorrebbero che voi sapeste

1. A Palermo la raccolta differenziata è molto più avanzata che nel resto d’Italia.
Qui nel Triste Borgo Natio, per esempio, se ci si scassa una lavatrice bisogna caricarla in auto e portarla al centro di raccolta. Lì no, basta lasciarla accanto ai cassonetti e prima o poi qualcuno si occuperà di portarla via. Riuscite ad immaginare la benzina risparmiata? Inoltre, se a qualcun altro per esempio serve un pezzo di ricambio per la sua lavatrice, e la lavatrice che voi avete gettato aveva ancora quel pezzo in buono stato, quel qualcuno non dovrà fare altro che scendere in strada armato di cacciavite, smontarselo e portarselo a casa, riducendo il volume del rifiuto da smaltire e minimizzando l’impronta ecologica dell’elettrodomestico. Lo stesso vale naturalmente per i frigoriferi, le tv, i motorini. Magari tutti questi cadaveri post-industriali accatastati sul marciapiede non sono bellissimi da vedersi, ma cosa conta il mio opinabile senso estetico rispetto alla salute del pianeta?

2. A Palermo il casco non è obbligatorio.
Ma non è neanche obbligatorio non portarlo, come succede in altre città. La scelta spetta al singolo cittadino, che può quindi valutare serenamente, prima di salire in moto o in motorino, se indossare o meno il famoso presidio di sicurezza. In questo modo si evita di generare nei motociclisti quel senso di costrizione e di avversione nei confronti dell’autorità statale che, com’è noto, è la prima causa di incidenti stradali, e si permette la creazione di una cultura della sicurezza che non è mera imposizione dall’alto ma decisione ponderata e consapevole dell’individuo, fatto che a me sembra indice di grande rispetto della responsabilità individuale.

3. A Palermo i giardini sono curatissimi.
I parchi pubblici sono pettinati foglia per foglia, fiori coloratissimi addobbano le facciate dei palazzi ed ovunque crescono specie vegetali sconosciute nel resto del paese per forma e soprattutto per dimensioni. Magnolie grandi come un condominio, ficus alti come grattacieli, piante grasse di proporzioni ciclopiche, bonsai grandi come piante normali. In qualche caso i rigogliosi rampicanti sono l’unica cosa che tiene in piedi l’edificio.

4. La gente di Palermo ama la musica.
Tutti amiamo la musica, essa è una delle manifestazioni più nobili dell’animo umano, o qualcosa del genere. Mentre tuttavia noi meschini settentrionali abbiamo trasformato l’ascolto della musica in un affare personale, egoistico, riproducendo tignosamente i nostri brani mp3 in cuffiette microscopiche che cerchiamo di infilare sempre più in profondità nelle trombe di eustachio, i palermitani condividono con gioia i propri ascolti con il vicinato. Qui nel Borgo viene per esempio considerato segno di cattiva educazione il fatto di tenere l’autoradio ad un volume un po’ altino, magari con i finestrini abbassati per il caldo, perché si rischia di infastidire i conducenti delle altre auto ferme al semaforo. A Palermo, se alle tre di notte il volume della tua autoradio non fa vibrare il marciapiedi, il vecchio del settimo piano ti urla di alzare il volume che è la sua canzone preferita.

5. A Palermo il liberismo non ha i giorni contati.
Palermo è famosa anche per i suoi mercati, tra i quali uno dei più belli e forse il più famoso è il Ballarò. Al Ballarò, che ha avuto recentemente l’onore di essere visitato da me, si può trovare di tutto. Roba incredibile, pesci spada interi, tonni con ancora pinocchio attaccato, frutta e verdura che sul continente nessuno ha mai visto, olive grosse come albicocche, albicocche grosse come mele, mele grosse come mele perché arrivano dal trentino e sono sfigate. Roba che se provassero a esporla nel mercato del Borgo le mamme chiamerebbero i carabinieri perché spaventano i bambini, come il cuore di vitello o la testa di capretto (?). Roba che io pensavo illegale, come le sigarette con i messaggi minatori in russo o i cd masterizzati o la pizza alta sei centimetri.

6. A Palermo sanno come si mangia.
La cucina siciliana, chi l’ha provata lo sa, è buonissima. E’ tutto unto e fritto e misterioso, ma buonissimo. Io ho cercato in due giorni di mangiare quante più specialità locali possibili, a tanto arriva il mio spirito scientifico, ma la varietà e l’abbondanza ed il poco tempo a disposizione e gli evidenti limiti fisici del mio stomaco mi hanno impedito di portare a termine l’indagine. Niente panino con la milza, insomma, e neanche panelle, niente pesce, e chissà cos’altro ancora. In compenso ho provato la cassata, e questo mi costringe a ridefinire completamente il mio concetto di dolce. Da noi una sostanza del genere la prendono gli atleti quando devono fare la maratona, o i ragazzi che vogliono far andare più veloce il motorino. Da noi la cassata potrebbe sostituire l’ecstasy in discoteca.

7. A Palermo però mangiano anche le lumache.
In giro per il centro ho visto un sacco di cesti pieni di lumachine, piccole simpatiche lumachine che con la loro casetta sulle spalle cercavano di scappare dal cesto. Sembravano in vendita, e per quanto sia orribile questa ipotesi sembra che le usino come alimento. Non ho le prove per un’accusa tanto grave, in quanto non ho in effetti visto nessuno mangiarle o ammettere di averle mangiate, perciò se adesso qualcuno mi spiega che le usano come animale da compagnia sono pronto a ritrattare tutto e a porgere le mie scuse.

8. A Palermo c’è il sole.
E’ una banalità, lo so. Anche qui, delle volte, c’è il sole. Però quando a Palermo c’è il sole c’è anche il cielo azzurro e si sta bene, o almeno questa è l’impressione che ne ho tratto io in questi due giorni, anche se alcuni mi hanno detto che il tempo era bruttino. C’era il sole, il cielo azzurro, non faceva troppo caldo e per loro era "bruttino". Non so come sia quando il tempo è bello. Al Borgo quando c’è il sole c’è anche una cappa grigio chiaro di vapori naturali ed industriali che trasformano la vallata in una specie di grosso forno a microonde, respirare diventa faticoso, muoversi diventa faticoso e vivere in generale diventa faticoso. Quando è "bruttino", qui, piove anidride solforosa. Suppongo sia un prezzo adeguato da pagare per avere, uhmpf, la gente con il casco.

9. A Palermo ci tornerei.
Certo, la città ha dei problemi, a partire da quelle inquietanti lumachine, tuttavia ci sono centinaia di posti che non sono riuscito a vedere e di cui mi è rimasta la voglia e soprattutto un sacco di roba da mangiare che non sono riuscito ad assaggiare. Per non parlare del resto dell’isola, che proprio non ho visto. Eccome se ci tornerei.




28/5
2010

This blog is for those who do not turn off the news

Io di questa Maria Luisa Busi, fino a un paio di settimane fa, non avevo mai sentito parlare. Non sapevo neppure che Aldo Busi avesse una figlia, figuratevi. Il fatto è che a casa mia RaiUno non si prende, e potete immaginare con quale grande dispiacere io & la mia socia in amore affrontiamo ogni giorno questa disgrazia, e con quale ardore ci siamo impegnati per risolvere il problema. In compenso guardiamo spesso frammenti di tg2, che è una cloaca.
Stamattina ho letto la sua lettera di dimissioni, la lettera con cui si chiama fuori dallo squallore in cui è precipitato il tg1, la televisione pubblica e l’informazione italiana in generale. E’ una bella lettera, dura, onesta, coraggiosa. Io non ho idea di chi sia questa tizia, ma già solo il fatto che abbia preso una decisione simile, lasciare il più grande telegiornale italiano per questioni etiche, per rispetto nei confronti del pubblico e di se stessa, mi dà speranza. Qui non dà le dimissioni nessuno, nessuno ha il coraggio di farsi da parte, neanche chi è stato beccato a rubare, neanche chi è stato sorpreso a mentire, neanche chi sta mandando in rovina il paese. Lei sì, anche se non ha fatto niente di tutto questo, lei se ne va e sbatte la porta. Indignata, incazzata. Sono i tempi del pensiero unico, ma il dissenso cova sotto la superficie patinata. Grazie, tizia.




27/5
2010

L’ecstay provoca paranoia ed aggressività, l’LSD solo yellow submarines

La seconda tappa del tour roulottistico 2010 è stato un campeggio presso la ridente cittadina di Submarine, CA. Naturalmente, se sapeste che "Submarine" in realtà si chiama Sottomarina e "CA" non sta per California ma per ChioggiA il tutto sembrerebbe molto meno ridente, ma così come ci ha insegnato il buon prof. Maloroso io continuo a preferire un mio universo personale, piuttosto che credere nella vostra noiosa realtà sensibile. Una delle principali peculiarità di Submarine (CA) è il suo affacciarsi sul mare Adriatico, il che la rende meta privilegiata dei vacanzieri veneti a corto di soldi o di fantasia (io ho molta fantasia). Non che sia possibile farci il bagno, in quel mare, perché l’acqua ha il colore del piombo, la schiuma, odore di fogna ed una sottile patina di marghera sopra, per cui capirete perché ai veneti tutta quella faccenda della fuga di petrolio in Lousiana fa assai poca impressione, è una banalità. Il mare a Submarine e dintorni è lì solo per bellezza, o per bruttezza, ad ogni modo è solo lì che fa le solite cose che fanno i mari: occupare spazio, ondeggiare leggermente ed annegare le persone. Per fare il bagno si va in piscina, tutti i campeggi sono dotati di piscina, il che significa che si potrebbe benissimo non andare affatto al mare ed andare piuttosto in piscina in alta montagna, ma l’avevo già fatto la settimana scorsa. Per dovere di cronaca , dopo aver parlato tanto male delle acque putride del mare di Submarine, devo anche ammettere che uno sconosciuto incontrato per caso al bar mi ha informato di come in realtà quel tratto di mare non sia affatto inquinato come sembra alla vista, all’olfatto ed al palato, ma sia soltanto "torbido" a causa del fondo fangoso. Whatever, man. Quel fondo fangoso odora di merda, e d’altra parte se dessi retta a tutto quello che mi suggeriscono gli sconosciuti incontrati per caso al bar a quest’ora sarei senza un rene, o vivrei in un bunker sotterraneo con un cappello di carta stagnola in testa monitorando le scie chimiche degli aerei, o apprezzerei i quadri di Castello.

Ad ogni modo, pur non facendo il bagno in mare, io & Amormio ci siamo divertiti, ed anche i PornoRambi sembrano essersi divertiti, dato che incredibilmente e con nostro grande piacere ci hanno raggiunto ed hanno piantato la loro tendina accanto alla nostra e ci siamo fatti delle belle scorpacciate di pesce e passeggiate sulla spiaggia e schivato l’immondizia sulla spiaggia e bevuto birra e tutto quel genere di cose. Il momento clou è stato quando StefaniaRambo ha attaccato briga con un pazzo, lei è tanto una cara ragazza ma ha questa cosa di trovarsi sempre in situazioni violente, anche se di solito è lei a sollecitare la violenza. In questo caso no. C’era una casa adiacente al campeggio, abitata da alcuni indigeni non del tutto civilizzati: gente che ascolta il punz!-punz! al sabato pomeriggio, per dire, ed ancora alla domenica mattina, ed alla domenica pomeriggio, il che mi fa sorgere il dubbio che ascoltino il punz!-punz! in ogni fottuto momento della loro deprecabile esistenza. Un bel momento, siamo lì fuori dalla roulotte che chiacchieriamo amabilmente del più e del meno quando accidentalmente StefaniaRambo solleva gli occhi in direzione del balcone da cui proveniva il punz!-punz! ed incrocia lo sguardo di un tizio affacciato al balcone, un ragazzo seminudo con i capelli brillantinati e lo sguardo di chi ha il cervello lanciato al galoppo in una discarica tossica. E’ stato solo un attimo, solo un fugace incrociarsi di sguardi che nessuno di noialtri aveva neppure avvertito, ma tanto è bastato perché scoccasse la scintilla, quella scintilla che in alcuni esseri umani accende l’amore, mentre in altri esseri non del tutto umani accende un barile di ecstasy come fosse nitroglicerina.
"Cazzo guardi?" fa il tipo, con l’accento di uno che gomorra.
Noi effettivamente ci guardiamo intorno, per capire con chi ce l’aveva. Un tizio che stava caricando i bagagli in macchina venti metri più indietro torna di corsa nel bungalow e sbarra èporte e finestre.
"Tu, tu. Cazzo hai da guardare?"
Ce l’ha con StefaniaRambo, che l’aveva guardato.
Qui bisogna dire che siamo stati molto bravi a mantenere il sangue freddo, sia perché non volevamo rovinarci la vacanza, sia perché non volevamo che il tizio scendesse ed essere quindi costretti a farlo rinsavire con pesanti iniezioni di calci nel culo, sia perché esisteva pure sempre la non trascurabile ipotesi che il tizio se ne uscisse con una pistola. Son cose che succedono, sapete. Il gazzettino veneto è pieno di notizie del genere. Quindi abbiamo mantenuto il sangue freddo, consapevoli della ruota del karma che girava e di come la nostra vita e quella del troglodita dipendessero in quel momento dalla risposta che avrebbe dato StefaniaRambo, una ragazza capace di attaccare rissa per futili motivi anche con Tony Jaa. StefaniaRambo l’ha fissato dritto negli occhi ed invece di insultare sua madre e tutte le troie della sua famiglia com’ero certo che stesse per fare, si è limitata a rispondere qualcosa tipo "Guarda che non sei al centro della mia attenzione, decisamente." e poi ha cominciato sprezzantemente ad occuparsi d’altro mentre Amormio si preparava a menar le mani, io coraggiosamente guardavo in un’altra direzione riflettendo sulla caducità della vita umana e PornoRambo stava ancora cercando di capire chi avesse guardato chi.
Dopodiché, il tizio se n’è rimasto affacciato al balcone per altri dieci minuti a proferire insulti, poi ha chiamato tutta la sua famiglia e gli ha raccontato cos’era successo (una ragazza lo aveva guardato) e credo che suo padre l’abbia mandato a cagare, dev’essere dura avere un figlio così, povero diavolo, allora ha chiamato il vicino dell’altro balcone ed ha riferito l’accaduto e quello gli ha detto di abbassare il punz!-punz! ed allora si sono messi a litigare tra di loro, il tutto mentre noi avevamo già ricominciato da un pezzo a farci i fatti nostri. Ma col cazzo che abbiamo di nuovo guardato in direzione di quel balcone.

E poi c’era questo bambino, sull’altro balcone, che voleva chiamare un suo amico di nome Samuel, ma siccome era molto piccolo e forse un po’ ottenebrato dall’ambiente sociale in cui sta vivendo non riusciva a pronunciare il nome correttamente ed urlava "Sangue!", "Sangue!", "Sangue!", tutto il giorno. Anche questo ci ha fatto molto ridere.

(Amormio dice sempre che racconto storie sconclusionate che dopo grandi premesse si perdono nel nulla. Vero che non è vero?)




20/5
2010

Ad un Merano assomiglia il mio amore

some serious mountainsVenerdì sera. Mentre i temporali si prendono una pausa ed il Borgo tira un sospiro di sollievo, io et Amormio carichiamo il kit di sopravvivenza sulla roulotte ed inauguriamo la stagione roulottistica 2010.

(lo so che siamo un po’ in ritardo, a nostra discolpa posso solo far notare che finora c’è stato un tempo fottuto e bastardo e temperature polari e nubi vulcaniche, nel caso abbiate passato questo presunto scampolo di primavera chiusi in casa ad aggiornare lo status di facebook)

il glorioso fiume PassirioDestinazione prescelta: Merano, detta la Las Vegas dell’Alto Adige, per via di tutte quelle lucine di Nasale ed anche perché in Alto Adige non disprezzano un po’ di sano sarcasmo, mi auguro. Per chi non avesse ben chiaro dove sia Merano, basti dire che si trova a nord di Bolzano, nell’estremo settentrione della penisola, laddove nessuno si aspetterebbe di trovare ancora vita intelligente o vita in generale. La zona confina pesantemente con alcune lande barbariche solo parzialmente civilizzate dai romani (tempo fa), come si può desumere dalla quantità spaventosa di berretti tipici tirolesi e dal buffo accento visigoto degli abitanti. Bisogna poi ammettere che l’ingiusta appropriazione di queste terre da parte del Regno Italico, pare in cambio della cessione di Trapattoni, è stato un affare più per noi terroni che per loro, che probabilmente avrebbero preferito restarsene in pace nelle loro valli a coltivare mele e speck invece di essere costretti a capire il testo delle canzoni di Tiziano Ferro.

una piccola kiesetta di montagnaMerano, comunque, è una gran bella città. C’è una strada tutta affiancata da portici, case di cura per vecchi gottosi ed un invitante impianto termale, ma essendo snob noi chiaramente abbiamo preferito non andarci, perché si sa che per trovare delle terme decenti bisogna andare minimo fino a Budapest. Abbiamo invece passeggiato amabilmente lungo il torrente Passirio (ahah, che nome ridicolo per un torrente), cercando di resistere al vento sferzante e a tutto quel genere di cose. La sera abbiamo nuotato nella piscina coperta del nostro confortevole campeggio terrazzato con vista panoramica, per poi concederci una lussuosa cenetta nella roulotte a base di pizza riscaldata e speck. Se non siete mai stati in Alto Adige, non avete idea di cosa sia lo speck da quelle parti. Alla Coop del Borgo arriva solo una pallida imitazione di quella squisitezza, un parente povero che in un’ipotetica riunione di famiglia degli speck mondiali se ne starebbe seduto in un angolino con aria diafana ad ascoltare canzoni di Marco Carta con le cuffiette attirando sguardi di biasimo e di commiserazione, mentre lo speck che ho mangiato a Merano sarebbe a capotavola in piedi sulla sedia a recitare elegie dionisiache sull’importanza di non farsi traviare dalla potenza delle proprie stesse metafore.

il vero speck si fa con questiLa vita in roulotte è una pacchia colossale. Capisco che poi la gente odii gli zingari, è tutta invidia. Una notte dormi sul retro di un distributore di benzina in valsugana, il giorno dopo sei appollaiato in mezzo alle montagne, apri la tendina e vedi uno scorcio di Val D’Adige. Può costituire invece un problema il fatto di far trainare la roulotte da una (gloriosa) volvo a gpl, perché non sempre è facile trovare un distributore gpl aperto. Sapete com’è, per il gpl non funziona il self-service, perché se funzionasse ci sarebbe sicuramente un idiota che andrebbe a fare il pieno con la sigaretta in bocca e poi bisognerebbe mandare uno shuttle nello spazio a scrostare i suoi resti da qualche satellite per evitare che blocchino il segnale di qualche stazione televisiva a pagamento, e questo ne farebbe aumentare enormemente i costi. Pertanto può succedere di vagare per città sconosciute alla ricerca di un distributore di gpl e quando finalmente lo si trova scoprire che è chiuso e quando si chiede al benzinaio, che sta seduto al bar a bersi una birretta dopo il lavoro, dove sia possibile trovare un distributore aperto sentirsi rispondere: "Bizoña ke fai ferzo la zuperztrada e poi zöu, ferzo tzrschms", con il risultato di girare un’altra mezz’ora alla ricerca di qualcosa o qualcuno che risponda al suono gutturale di "tzrschms", per poi arrenderti ed entrare in zuperstrada e farti altri dieci chilometri prima di riuscire finalmente a fare il pieno.

Non dico che sia successo a noi sabato, eh, è solo un ezempio.

sono segnali per gli alieniDomenica invece abbiamo vagato per le valli del circondario, a rimirare i prati verde smeraldo e le montagne incapucciate di neve e le chiesette graziose ed i lama al pascolo, costringendomi a ripensare tutto quello che credevo di sapere sulla fauna alpina. Sulla strada del ritorno ci siamo concessi anche una deviazione per andare a vedere le piramidi di Segonzano. Nel caso non abbiate visto l’ultima puntata di Voyager, le piramidi di Segonzano sono delle bizzarrie architettoniche create molto tempo fa dagli egizi di Segonzano, che per non farsi mancare niente le hanno sormontate dai dei cappelli di pietra tipo i mohai dell’Isola di Pasqua. Coincidenze? Io non credo.

Per una volta, questo pregevole resoconto di viaggio è affiancato da una ricca testimonianza fotografica la quale però, poiché sono cretino, non è stata prodotta dalla bellissima macchinetta superefficyente che ho dimenticato a casa, ma dal mio stupido, stupido telefono cellulare. Cliccando sulle immagini potrete ammirarle in tutta la loro ignominiosa gloria.




12/5
2010

Pliz save miss Firouz

Ero giusto qui che pensavo a quanto fosse deprimente la pioggia, e che freddo c’era maledetta primavera, alle mie ciabatte infradito ancora necessariamente rinchiuse nell’armadio e a quanto nessuno fosse più infelice di me, quando mi è capitato di leggere la storia di Kiana Firouz.
Te la riassumo perché so che sei pigro. Kiana Firouz è un’attivista per i diritti civili. Capita, dirai tu. E’ iraniana. Cominci ad intravedere il problema? Si sbatte soprattutto per i diritti degli omosessuali, e penso che abbiamo tutti almeno una vaga idea di quale sia la situazione gaya in Iran, a meno che tu non sia quell’unica persona al mondo secondo cui non esistono omosessuali in Iran. E insomma, com’è come non è, Kiana Firouz ha preferito traslocare in Inghilterra, dove tra le altre cose ha preso parte ad un documentario proprio sulla propria storia, sulla situazione gaya in Iran. E tra le altre cose nel documentario, gosh, lei bacia un’altra donna, ed il governo iraniano è rimasto basito e le ha chiesto di tornare un attimo in patria che le devono chiedere una cosa. Lei non vuole tornare, forse perché le piace il pudding o forse perché sa che secondo la legge iraniana le spettano qualche centinaio di frustate ed una graziosa cravatta di canapa. Allora ha chiesto asilo politico al governo inglese, il quale - sorpresa! - gliel’ha negato, probabilmente con la motivazione che i documentari sulle lesbiche vanno bene solo se scaricati da youporn. Nonostante il rifiuto lei, Kiana Firouz, proprio non vuole saperne di tornare in Iran a farsi impiccare, dalle torto, ed ha lanciato un appello online per convincere gli inglesi a ripensarci.
Ecco, te l’ho messa giù il più semplice possibile. Puoi cliccare qui per firmare la petizione. Ci metterai cinque secondi, quindi probabilmente non servirà a niente se non a metterti a posto la coscienza. Allora potresti anche scrivere una mail all’indirizzo public.enquiries@homeoffice.gsi.gov.uk nel miglior inglese che riesci a sputar fuori e chiedere che dai, sù, smollino questo asilo politico alla Firouz prima che gli sbirri di Ahmadinejad vengano a prendersela. Non è che devi scrivere la divina commedia, in questo caso ci metterai cinque minuti, dieci se hai bisogno di google translator. Probabilmente non servirà a molto neanche questo, ma qualcosina di più. Certo sarebbe tutto più semplice se tu fossi il nuovo primo ministro inglese, nel qual caso "Hello! Pliz save miss Firouz!", ma cosa ci faresti qui?
Io intanto ho cliccato, ho scritto, ho sparso la voce. Non lo faccio quasi mai, ma stavoltà sì. Se per caso ti capita di quando in quando di voler andare a letto con qualcuno senza che il governo o Allah o il papa o chicchessia possano intromettersi e torturarti e ucciderti e via dicendo, muovi quelle ditina pigre sulla tastiera e fallo anche tu. Fallo per Kiana, fallo per me, che sono tanto simpatico, fallo per i gattini morbidi e cucciolosi, fallo per amore del cinema porno, fallo per migliorare la tua conoscenza delle lingue, fallo per qualsiasi cosa ti passi per la testa, se proprio non ti basta sapere che lo stai facendo anche per te.