26/2
2010

Lo Stato è dove Andrea Sterling decide che è Stato

Mi sono letto "Confine di Stato", di Sarasso. Ve lo ricordate Sarasso? E’ quello che ha scritto quel fumetto improbabile sul PD che vince le elezioni e Gladio che fa un colpo di stato perché passi Prodi, passi D’Alema, passi di nuovo Prodi, ma che diventi capo del governo una tizia di centrosinistra proprio non si può fare, e giù fucilate. Ancora mi chiedo cos’avesse messo nel programma elettorale quella tizia per far incazzare così di brutto i paramilitari, doveva essere roba interessante. Anche se poi quella è gente che magari proprio non digerisce il cuneo fiscale, va’ a sapere.

La copertinaComunque, Sarasso era partito da molto più lontano, ha già scritto due libri due sulla storia "segreta" d’Italia, su tutti quei misteri e retroscena che nel corso dei decenni hanno reso la vita in questo paese così entusiasmante e gli italiani quel popolo di sereni ed onesti ottimisti sempre pronti a sacrificarsi per il prossimo, navigare e scrivere poesie che ben conosciamo. Metto "segreta" tra virgolette perché in realtà Sarasso si attiene abbastanza scrupolosamente, almeno per gran parte di questo libro, al canone abbastanza consolidato di interpretazioni che alcuni giornalisti, storici ed intellettuali assortiti hanno trovato per i misteri in questione, interpretazioni ovviamente quasi mai dimostrabili (altrimenti che ben miseri misteri sarebbero) ma come dice lo stesso Sarasso "plausibili". Confine di Stato è il primo dei due libri, e si occupa degli anni tra il ’53 ed il ’70. Poi c’è un altro libro, che leggerò, il quale invece si intitola Settanta e tratta presumibilmente degli anni ’70, anche se mi chiedo come diamine si possa scrivere un romanzo noir su un decennio tutto sommato così tranquillo.

Confine di Stato, a mio modesto (ahahahahahah) parere, ha due difetti. Lo dico subito così se il resto del pezzo viene troppo lungo e voi siete pigri vi potete fermare qui, non comprare il romanzo e risparmiare dei soldi. Secondo me vi converrebbe invece leggere tutto il pezzo, comprare il libro, leggerlo, e poi venire qui a dirmi se ho ragione o torto, ma secondo me dovreste fare un sacco di cose che poi non fate, lo so che non tenete in gran conto la mia opinione, io comunque non demordo. I difetti, dicevo.

1. Questo libro, appunto, si occupa dei retroscena della storia d’Italia. Però non vola molto con la fantasia, si attiene (spesso) a quei retroscena già esplorati o immaginati da altri. L’autore non ne fa un mistero, anzi, lo scrive a chiare lettere nei credits. Se siete degli appassionati di questi argomenti, se avete già letto o visto qualcosa sull’omicidio Montesi o sul caso Mattei, questo romanzo non vi sorprenderà, non troverete nuove ed inquietanti ipotesi o retroscena inediti. Sarasso, in due parole brutali, mette in forma romanzata le teorie di Lucarelli. Tranne che per Piazza Fontana, lì non so se ha preso da un’altra fonte o ci ha messo del suo, ad ogni modo ne parlo dopo.

2. Questo libro è ipercitazionista, si cita Ennis, si cita Highlander, si cita Pulp Fiction, si cita The Snatch, si cita mia nonna in carriola fatta di ketamina. Si vede che è figlio di internet, del cinema, dei fumetti, e questo magari non sarebbe neanche male, ma a volte si esagera. Anzi, si esagera così spesso che quando si legge magari una pagina particolarmente avvicente, un dialogo coinvolgente, un personaggio ben tratteggiato, invece di pensare "sticazzi, bravo questo Sarasso" si finisce con il chiedersi "uhm, bello, chissà da dove l’ha preso". E questo ovviamente va a discapito dell’autore, che secondo me è effettivamente bravo, nonostante qualche troiatina.

3. C’è un tizio che deve far fuori dei tali, e trovandosi in evidente disparità numerica e a corto di armi, sradica il mitragliatore di un motoscafo e lo usa per piallare i nemici. OK. OK. OK. Ho dovuto respirare molto lentamente dopo aver letto questa scena. Capisco l’esaltazione fumettistica, capisco che c’è gente che solo ad immaginarselo ha dovuto mettere mano ai kleenex, ma io no. Io proprio no.

(non so contare fino a tre. stupida formazione umanistica.)


Bene, fine della critica letteraria pseudoseria. Passiamo alla trama.

[SEGUONO SPOILER, MA POTREBBERO ESSERE ANCHE DEPISTAGGI ORGANIZZATI DAI SERVIZI.]

Nel libro, forse per rendere il tutto più interessante o forse per non beccarsi una pallottola nella schiena, Sarasso ha cambiato tutti i nomi dei personaggi e qualche altro dettaglio. Perciò Enrico Matteri diventa "Fabio Riviera", Wilma Montesi diventa "Ester Conti", "Andreotti" diventa "L’Omino", e via così. Io per dispetto adesso gli rimetto tutti i nomi giusti, altrimenti finisce che devo scrivere frasi tipo "il fotografo (in realtà un cronista) si apposta vicino al bordello (in realtà una salumeria) e vede entrarvi (in realtà escono) l’avvocato e sua moglie (in realtà una coppia di bassotti) intenti in depravate pratiche sessuali (in realtà è vietato ai bassotti entrare in salumeria, più che altro per motivi igienici)".

Confine di Stato comincia con una tizia che viene trovata morta sulla spiaggia, è Wilma Montesi, sembrava una brava ragazza ma in realtà faceva le orge con i pezzi grossi della città. Proprio come la tua fidanzatina delle medie, esatto. Come la ragazza, anche il caso viene subito insabbiato (scusa, Wilma). Un giornalista con il vizio dell’alcol, delle droghe e del sesso a pagamento ma assolutamente integerrimo decide di occuparsi della faccenda, fruga nei meandri della vita notturna di Roma, incontra un po’ di gente interessante, solleva molti coperchi e risolve gran parte del mistero. Sfortunatamente, ad un certo punto la sua storia si incrocia con quella di Andrea Sterling:

[Qui ci stava una foto di Andrea Sterling. Poi ho pensato che se l’aveste visto in faccia sareste dovuti morire, ed ho lasciato perdere.]

Andrea Sterling è il protagonista del libro. Lui e la sua puttana, l’Italia. Sterling è un personaggio estremamente singolare: finito in manicomio a 8 anni, torturato, seviziato, violentato per oltre vent’anni, viene poi liberato da un medico buono e si arruola in polizia. Sì, già allora non erano molto scrupolosi nei test d’ingresso. Dato che è quanto più si avvicina ad uno psicopatico puro, fa rapidamente carriera, entra nei servizi segreti, da lì passa a Gladio, viene addestrato ad uccidere un orso a morsi ed a trasformare persino il tonno riomare in un’arma letale, e si occupa poi di tutte (tutte, zio assassino, tutte!) le operazioni sporche che vengono fatte in questo paese. E’ ignorante come una bestia (quando gli altri andavano a scuola lui veniva sottoposto ad elettroshock nei testicoli), ma allo stesso tempo si veste bene, possiede un discreto savoir faire, passa inosservato in ogni occasione, è molto intelligente. Perché l’elettroshock rende intelligenti, sapevatelo. Insomma, è il soldato perfetto, una macchina da guerra inarrestabile, conclude ogni conversazione con una battuta sagace o con un calcio in faccia, è un sadico bastardo, ha la credibilità di un cattivo in un film con Bruce Willis, tranne che non c’è modo di farlo fuori, è perennemente in god mode.

Inutile dire cosa succede al giornalista troppo curioso, vero? Ah, e anche quella Wilma Montesi, l’aveva fatta fuori lui.

Dopo la brillante mancata risoluzione del caso Montesi, passa qualche anno e Sterling viene invitato ad occuparsi del caso Mattei. Mattei è il padrone d’Italia, sta mettendo nei casini le grandi compagnie petrolifere, gli americani lo vogliono morto. E quando qualcuno vuole morto qualcun altro, e quel qualcuno si rivolge alla CIA, e la CIA si rivolge a Gladio, e Gladio si rivolge ad Andrea Sterling, quel qualcun altro è morto. A Mattei va anche bene che gli sabotano l’aeroplano e muore in un’esplosione, perché se Sterling avesse avuto carta bianca, prima lo avrebbe anche torturato costringendolo ad assistere mentre gli violentava la moglie ed il cane con addosso la maglietta "NO BLOOD FOR OIL".

Passa qualche altro anno, nel corso dei quali Sterling si tiene in forma uccidendo varie altre persone, e si passa al piatto forte: Piazza Fontana. Sterling è lì tranquillo che dirige i reparti della celere contro le manifestazioni studentesche, cercando di menomare più persone possibile nel corso delle operazioni (Sterling è uno così). Un bel giorno lo chiamano e gli dicono che deve incontrarsi con Delfo Zorzi e mettere una bomba in piazza fontana. Lui mette mano ai kleenex e se lo fa ripetere un paio di volte. Sterling passa all’azione, prende contatti, mette la bomba, si diverte come un pazzo e poi va anche ai funerali delle vittime, perché Sterling è una merda d’uomo (nel caso aveste ancora dei dubbi). Lui pensa che vogliano mettere una bomba alla banca dell’agricoltura per dopo fare un colpo di stato e prendere il potere, che è un po’ quello che pensano tutti, per cui ci rimane molto male quando vede che non succede niente di tutto questo. Ma allora, si chiede, chiede ai suoi capi e ce lo chiediamo anche noi, qual è il vero movente della bomba in Piazza Fontana, perché quell’orrore? Spero siate seduti.
Il vero scopo della bomba era incolpare Giangiacomo Feltrinelli, arrestarlo e toglierlo di mezzo, perché Feltrinelli è l’unico uomo in Italia che può contrastare i piani malvagi della Spectre di Gladio.

[fuochi d’artificio]

Certo, persino in questa Italia X Feltrinelli nel ’69 non si era ancora organizzato per bene, non aveva abbastanza uomini o armi o fazzoletti rossi per cominciare la rivoluzione bolscevica che aveva in mente, però aveva un sacco di pilla, contatti e buona volontà. L’unico inghippo è che i suoi persecutori, gli spietati Servizi Sociali Deviati che manovrano Sterling, erano troppo occupati con la parte A del piano (bomba, piazza) per seguire anche la parte B (prendere Feltrinelli) e quindi il buon Giangiacomo riesce a fuggire. Ci si aspetterebbe un po’ di più scrupolosità, da parte di queste organizzazioni potentissime e malvagie, ma siamo pur sempre in Italia. Chiaramente Sterling viene incaricato di rintracciare ed uccidere l’editore rivoluzionario, il quale nel frattempo ci si mette d’impegno ed arriva a tanto così dall’organizzarlo lui, un colpo di stato, ma proprio a tanto così, mette insieme le armi, gli uomini, i fazzoletti rossi che prima gli mancavano e sta proprio per dare il segnale d’avvio della rivolta, quando...

...esatto, Andrea Sterling lo trova.
Potete immaginare come va a finire, vero?

(tra le scene tagliate del romanzo, andrebbe inserita anche quella in cui Sterling - da solo - rintraccia ed uccide tutti i millemila uomini che Feltrinelli aveva messo insieme ed addestrato e che erano lì pronti in attesa del segnale)

Il romanzo finisce così, a cavalcioni di un traliccio nel ’72. Nel prossimo volume mi aspetto: Andrea Sterling uccide Calabresi, Andrea Sterling contro le Brigate Rosse, Andrea Sterling sull’Italicus, Andrea Sterling e i fricchettoni, Andrea Sterling si scopa tua madre, Andrea Sterling prende il treno a Bologna. Un personaggio così indubbiamente da soddisfazione, offre una spiegazione ad ogni mistero, una soluzione ad ogni problema. Certo, non lo inviterei a cena.

A me il libro è piaciuto, mi ci sono divertito nonostante i difetti di cui sopra, del resto è un romanzo e non un libro di storia. O almeno così mi ha consigliato di scrivere Andrea Sterling.


(nel prequel, nel ’47 Andrea Sterling evade dal manicomio e va a compiere la strage di Portella della Ginestra. Da solo. Con un temperamatite.)

(Ustica? Andrea Sterling.)

(Piazza della Loggia? Andrea Sterling.)

(Rennes-le-Chateau? Andrea Sterling.)

(Quella volta che i tuoi ti hanno beccato a fumare? Gliel’ha detto Andrea Sterling.)


Note estemporanee di zio Lusky:
State alla larga dagli anarchici informali, gli anarchici per bene si riconoscono perché danno sempre del lei e dicono buongiorno, buonasera, prego, si accomodi, e grazie.




22/2
2010

L’osteria ai confini del mondo

Sabato sera, io ed Amormio ci sentiamo con i Pornorambi e decidiamo eccezionalmente di andare a mangiare qualcosa fuori. Questo essenzialmente per due motivi:
1. Non li vedevamo dal decennio scorso
2. Nessuno aveva voglia di cucinare.
La meta prevista era quel famoso ristorante greco che hanno aperto da poco a Vincenza, ma a quanto pare occorre prenotare almeno una settimana prima. Ho cercato di spiegare al sig. Kazokusinos che una simile pretesa è assolutamente improponibile ai tempi del web 2.0, che al massimo potevo inviargli un tweet mezz’ora prima, che io non so neanche se tra una settimana sarò vivo o morto, uomo o donna, astronauta o camion dei pompieri, ma lui si è fatto scudo del proprio buffo accento ricco di consonanti rivelandosi irremovibile, e non c’è stato verso di convincerlo. Allora per stizza abbiamo cercato se a Vincenza esistesse un ristorante turco-cipriota, ma pare che no. Abbiamo passato rapidamente in rassegna (mentale) tutti gli altri ristoranti etnici della città, poi i ristoranti normali, poi le trattorie, poi i carrettini dei panini, fino a quando Amormio se n’è uscita con la proposta di andare a cercare la famosa Osteria da Carletto, uno di quei luoghi mitologici che figurano da secoli nella mitologia veneta, ma la cui esatta ubicazione è segreta e può essere tramandata solo da bocca di alcolizzato ad orecchio di alcolizzato per preservarla dalle insidie della modernità.
Approssimativamente sapevamo che l’osteria era in un paesino disperso nei dintorni del capoluogo, paesino che per discrezione chiamerò "FimonX", sulle rive dell’omonimo lago. Il problema è che per celare l’osteria sono stati accuratamente nascosti tutti i cartelli che portano al paese, e l’intera zona è circondata da apparecchi scientifici che emettono una luce verde intermittente in grado di disturbare il segnale del gps. In altre parole, ci siamo persi. Dopo aver vagato per qualche tempo lungo stradine di campagna desolatamente strette e buie, scorgiamo in lontananza il riflesso di alcune luci sull’acqua e capiamo di essere arrivati in prossimità del lago, chiaramente sulla sponda opposta rispetto al paese, ma comunque molto prossimi alla meta. Proseguiamo fiduciosi, giusto chiedendoci come mai - ahah - il lago che dovrebbe essere alla nostra sinistra sembri stagliarsi da entrambi i lati della carreggiata, quando in mezzo alla strada compare un curioso cartello di divieto di transito con sotto il disegno delle ondine. Ci guardiamo preoccupati, Pornorambo fa appena in tempo a dire "Mannò, vuole solo indicare che eventualmente potrebbero esserci delle pozzanghere..." che la strada di colpo si interrompe, inghiottita dal lago medesimo. Vorrei trovare le parole per descrivere la visione surreale di quell’immensa distesa d’acqua avvolta nella notte, della nebbiolina spettrale che sembrava volerci venire incontro ed avvolgerci, delle campagne deserte (ma potenzialmente affollate di serial killer) che incombevano alle nostre spalle, ma ritengo che "surreale" sia già più che sufficiente. Forse un’immagine sarà più esplicativa:

Questo è quello che si presentava di fronte ai nostri occhi

[Non esplicativa come avrei voluto, temo.]


A quel punto, lago allagato o meno, naturalmente raggiungere l’osteria era diventata una sfida, anche considerando che nei paraggi non c’era nessunissimo altro posto dove andare a mangiare e la nostra fame stava diventando importante. Dopo aver rapidamente scartato l’ipotesi di guadare abbiamo fatto marcia indietro ed abbiamo costeggiato tutto il (fottuto) lago esondato fino a raggiungere finalmente il (maledetto) paesino, lungo le cui strade ormai non si vedeva anima viva essendo ormai già quasi le dieci di sera. Per pura combinazione, dopo aver sbagliato ancora una volta strada e proprio mentre stavamo per perdere le speranze, le mie narici ormai fuori allenamento hanno percepito in lontananza un vago profumo di alcol ed ho così indovinato la direzione dell’osteria. Da fuori sembra una vecchia locanda decrepita, e questo ci ha riempito di soddisfatta meraviglia. Poi siamo entrati.

L’Osteria è fantastica.
E’ il genere di posto che sognavo quando "ubriaco" non era solo una condizione temporanea dovuta all’eccesso di alcol nell’organismo, ma l’indicazione del mio stato civile sulla carta di identità. Entrerei più nel dettaglio, ma davvero, stavolta non ci sono proprio parole per descrivere quei cosi, tutti quei cosi che cosavano le cose, i cosi appesi, quegli altri cosi, e le cosine cosate che cosavano sui cosi. E’ l’idea platonica di Osteria, l’Osteria perfetta, l’idealtipo weberiano di Osteria. Anche se le bruschette non sono poi granché, purtroppo.
E dopo tanto peregrinare la serata è passata così, tra un bicchiere di vino e l’altro, mangiando quelle-piadine-greche-col-nome-buffo ed affettati misti, giocando a forzaquattro e raccontandoci i fatti, buonini e rilassati come alici nel paese delle meraviglie, mantenendoci quel tanto al di qua del limite dell’ubriacatura per non rischiare di cadere nel lago sulla strada di casa.
Quel tanto che basta.

Ma non metto in dubbio che anche la finale di Sanremo in tivù sia stata stupenda, per carità.




16/2
2010

Decalcomania

Sono in uno stato allucinatorio della coscienza. Qualche giorno fa sono andato in chiesa, per motivi sgradevoli. Io la religione cattolica non la capisco, le altre non le conosco. Decine di persone se ne stanno lì sedute, mi chiedo a cosa pensano, mentre un prete recita a memoria o legge, non lo so, testi e preghiere a cui non sembra credere. Una cantilena in cui le parole perdono di significato e diventano puro suono, sicuramente lo stesso ritmo ipnotico di quando tutto il cerimoniale era in latino, di quando era in aramaico, in babilonese stretto. Non da l’impressione di un dialogo con dio, con l’assoluto, con il costruttore di mondi, sembra la lettura di un estratto conto, di un contratto prima della firma dal notaio. "Io sottoscritto don Pino, di seguito chiamato il celebrante, ed il qui presente popolo bove, di seguito chiamato Muuu, stringiamo un accordo con il quale mi impegno a fungere da intermediario monomandatario nei confronti del qui assente dio, di seguito dio. I termini del presente accordo prevedono: sempre sia lodato, ecc. ecc." Guardo le vetrate colorate, i giochi di luce colorata sulle colonne. E’ la prima volta che vengo in questa chiesa. Altre religioni, mi dicono, sono molto più rilassate verso certe incresciose questioni. I buddisti, per esempio. Tutto è illusione, la vita è illusione, la morte è illusione, il cucchiaio non esiste. Non credo neanche a loro. Credo di aver bisogno di dormire. Quando ho molto sonno, quando ho molto sonno e guido, mi attacco all’auto che ho davanti e la seguo. Spengo il cervello, che in termini medici probabilmente significa che le mie onde cerebrali cambiano frequenza e cercano di ritrovare la connessione con il mondo sensibile. A volte funziona, comunque alle sette e mezza di mattina tutto il mio quartiere si sta trasferendo in zona industriale, l’auto davanti alla mia non andrà poi tanto lontano da dove devo andare io. L’importante è che nessun gatto o bambino o cane decida di attraversare la strada senza guardare, o anche guardando, perché se l’auto davanti alla mia dovesse frenare all’improvviso io non me ne accorgerei prima di diventare una decalcomania sul suo lunotto posteriore. Divento catatonico, come i fedeli a messa. Una volta ho seguito una macchina che non andava in zona industriale, mi ha portato fuori strada per venti chilometri prima che mi riscuotessi, in un posto che non avevo mai visto. Un posto brutto, comunque, pieno di fabbriche, solo che non erano le fabbriche dove dovevo andare io. Questa mattina ho ripreso coscienza quando mi sono accorto di essere sulla corsia sbagliata. La macchina davanti alla mia aveva iniziato un lungo sorpasso, ed io dietro. Un’auto arrivava in senso opposto, vale a dire di fronte a me, ma era ancora lontana e sono riuscito a tornare in colonna prima dello schianto. Abbastanza prima. Ascoltavo una canzone di un gruppo che non conosco, con un titolo che c’entra con "kings" e "queens", e francamente sarebbe stata quanto di meno adatto per un frontale. Forse. Non so, in realtà non ho mai fatto un frontale. Suppongo che dovrei smetterla. Ho fatto delle cose discutibili, cose per cui il dio della biomeccanica non mi farebbe entrare in paradiso. Anche questa settimana.




12/2
2010

...e non ne rimase nessuno

La buona notizia è che hanno beccato Bertolaso. Non il fatto che Bertolaso corrompesse, o fosse corrotto, o che ne so, non che andasse a zoccole o andasse dalla fiosioterapista per il mal di schiena o peggio ancora si scopasse la fiosioterapista come innovativa terapia contro il mal di schiena (ehi, Devid, non ci pensare neppure, la mia schiena comunque va molto meglio), non che stesse per diventare ministro nunsedadeché sulla base della sua comprovata capacità strategica nell’andare a troie, ma che l’hanno beccato, perché Bertolaso fondamentalmente sta sulle balle un po’ a tutti (esclusi i suoi appaltatori di fiducia e, forse, la sua fisioterapista) per due motivi: primo, è amico di Berlusconi, secondo, quando succede una disgrazia lui è sempre nei paraggi, quindi per associazione di idee è opinione diffusa che Bertolaso porti nera. Poi in realtà è ovvio che essendo noi anche scimmie razionali possiamo pensarci sopra e concludere che non è che Bertolaso porti nera, non è lui che provoca le disgrazie con la sua presenza a differenza per esempio della sig.ra Fletcher, lui si reca sul luogo del disastro perché è il suo lavoro, così come il lavoro della fisioterapista è trombarsi i pazienti con il mal di schiena, per esempio. Resta quindi il fatto che Bertolaso è amico di Berlusconi, che oltre a tutti i reati che potrebbe avere o non avere commesso (Bertolaso, su Berlusconi siamo abbastanza sicuri) rappresenta già un motivo sufficiente per essere moderatamente soddisfatti delle indagini nei suoi confronti.
Perché il piano B, ricordiamocelo, è che se proprio non si può mettere Berlusconi in buja bisogna arrestare tutti i suoi amici, farlo restare solo come un cane e senza neppure una piccola escort a cui far vedere i filmini in camera, così che preso dalla disperazione alla fine vada lui stesso a costituirsi pur di trovare almeno qualcuno con cui fare una partita a briscola.





[per quel suo amico (di Bertolaso, non di Berlusconi, anche se non ci scommetterei) che è stato intercettato mentre diceva che la notte del terremoto a L’Aquila si è messo a ridere pensando ai lucrosi appalti, invece, esiste solo il piano Y: Yersinia pestis. Perché se sei un imprenditore avido, spietato e privo di qualsiasi solidarietà per gli altri esseri umani, cioé un imprenditore, puoi anche crogiolarti interiormente al pensiero di tutti i soldi che ti farai sulla pelle dei morti, insomma, è normale, ma se sei pure così sbruffone da vantartene al telefono con i colleghi sciacalli e tanto sfortunato da farti ascoltare, il minimo che ti meriti è la peste bubbonica.]





(ovviamente scherzo, non finirà mica in galera nessuno, siamo un paese di amiconi)




10/2
2010

A change we can believe in

Approfitto di questo spazio per una comunicazione di ordine pubblico: l’amico Pornorambo ha appena dato l’ultimo esame della sua lunga carriera accademica. Mentre lui è impegnato a scaricare la tesi da google, si temono nuovi tagli all’istruzione a seguito dell’imminente eliminazione dal bilancio dello Stato delle sue tasse universitarie, un’entrata fissa che veniva ormai data per acquisita.

(Bravo Porno, lo sai che ti aspetta la disoccupazione lì fuori, vero?)

Già che ci sono vi schiaffo pure qualche altra immagine della campagna promozionale del PD:

Qui solo balli, niente rivoluzioni
Niente tagli alla scuola pubblica... ehm.
Mi vedo ancora grassa.




8/2
2010

In poche parole, un altro manifesto

Che quei loschi socialdemocratici del PD siano in una crisi di idee che sembra ormai irreversibile, è cosa nota. E’ cosa nota anche che le loro campagne pubblicitarie (o elettorali che dir si voglia) negli ultimi anni si avvicinano sempre di più a quelle del pdl, così come d’altro canto i loro programmi, il loro modo di (non) fare politica, la loro abitudine di pucciare dove non dovrebbero e presumo a questo punto anche i loro piani di evasione. Il PD però, dai, qualcosa di buono ce l’ha ancora, quando vengono beccati si dimettono, ogni tanto dicono qualcosa che potrebbe sembrare vaghissimamente di sinistra o perlomeno non di destra, hanno facce mediamente più simpatiche, per cui vediamo di dargli una mano. Io per esempio quando mi sono imbattuto in questi terribili manifesti, sbagliati da così tanti punti di vista che ad elencarli ne verrebbe fuori una lista più lunga della fedina penale di Berlusconi, ho pensato che magari sarebbe stato meglio qualche ritocco, e voilà ecco il mio modestissimo contributo:

Fuori i soldi dalle banche
Grazie comunque per la legge Biagi
Il balloon non va lì

L’ultima ovviamente è un omaggio a questo signore qui.




5/2
2010

Ong Bak 2: meglio nascere elefanti che coccodrilli

"Ogni mattina in Thailandia il coccodrillo si sveglia e comincia a correre, perché sa che Tony Jaa sta arrivando per lui. Ogni mattina in Thailandia l’elefante si gira dall’altra parte e continua a dormire, perché sa che Tony Jaa lo proteggerà. In Thailandia, non importa che tu sia coccodrillo o elefante, Tony Jaa sta comunque saltando sulla tua testa."
(Antico proverbio thai)


Ve lo ricordate Tony Jaa? Quel ragazzo thailandese che ha come unici hobby il corteggiamento degli elefanti e la frattura delle ossa? Beh, è tornato, con grande sollievo di quei reparti di ortopedia che rischiavano la chiusura per mancanza di pazienti. Ieri sera mi sono visto Ong Bak 2, che in italiano ha il curioso sottotitolo "La nascita del dragone". Prima che ve lo chiediate, in questo film non ci sono dragoni. Non ci sono nascite. Non c’è nessuno che si chiami "Dragone", e non è quel film sulla vita di Ivan Drago che stiamo aspettando da tempo immemorabile. Il sottotitolo non ha alcun senso, a meno che "Dragone" non sia il nome del cimitero thailandese che ospita tutte le vittime di Tony Jaa in questo film, nel qual caso me lo immagino come un enorme camposanto su più livelli, con una strada di accesso a quattro corsie molto trafficata.

Tony Jaa, un uomo ed il suo elefanteIl film in questione, devo ammettere, mi è piaciuto un po’ meno dei due film precedenti ("L’uomo che amava gli elefanti" e "Se mi ridai la testa ti restituisco la clavicola", nella traduzione italiana). Nonostante un budget sicuramente superiore ed una maggiore attenzione a tutti gli aspetti tecnici che la faccenda comprota (scenografia, costumi, fotografia e blablabla), la pretesa di elevare la ginocchiata in faccia a topos mitopoietico mi ha convinto poco, così come la tragedia edipica in salsa thai. Mi riferisco, però, solo a quel trascurabile 10% del film in cui Tony Jaa non sta amoreggiando con gli elefanti o disarticolando la vita a qualcuno, che ribadisco sono le sue vere passioni. La trama è piuttosto semplice: nella thailandia medievale alcuni nobili si fanno la guerra (solo quello sanno fare, stupidi nobili) ed un tizio e sua moglie finiscono uccisi davanti agli occhi del figlioletto, nascosto per proteggerlo in una scuola di danza. Questo normalmente porterebbe alla commovente storia di un ballerino complessato, ma non in un film di Tony Jaa, evidentemente. Il ragazzino viene catturato da un mercante di schiavi e gettato in una grande vasca fangosa con un coccodrillo, che evidentemente doveva essersi comportato molto male per meritare una tale punizione. Dopo pochi minuti di combattimento, infatti, si verifica una misteriosa migrazione di massa di coccodrilli dalla thailandia verso la più sicura e confortevole cambogia, ed il coccodrillo thailandese viene considerato estinto. Una banda di artisti di strada con il pallino delle arti marziali decide allora di portare il cinno, che di nome fa Tien, nel loro villaggio segreto in mezzo alla giungla e di usarlo come deterrente contro gli animali selvatici. Nel frattempo, dato che un bambino di dieci anni che uccide i coccodrilli non sembrava abbastanza pericoloso, procedono ad insegnargli l’uso di tutte le armi esistenti nel variopinto mondo dell’omicidio thailandese e di tutte le più sbarazzine tecniche per fare male al prossimo tuo come a te stesso; già che c’erano, buttano nel mucchio anche un po’ di giochi di prestigio e acrobazie, che nel caso non fosse restato più nessuno da uccidere gli sarebbero sempre tornate comode per trovare un lavoro al circo (c’è crisi).

Poi non ditemi che esagero con gli elefantiUna volta diventato il bandito più forte e cattivo di tutti ed averci fracassato gli zebedei con la storia della sua infanzia (ma a noi, fortunati spettatori, solo in senso figurato), Tien decide di andare a vendicare i propri genitori. Di seguito è tutto un sussegguirsi di gloriosi archetipi del cinema di arti marziali: lui che entra nel palazzo del cattivo fingendosi un danzatore, lui che scopre che la sua fidanzatina è diventata la zoccola privilegiata del cattivo, lui che s’ingegna per far fuori il cattivo, lui che uccide, storpia o mutila più soldati della sifilide, lui che se ne torna bel bello nel suo villaggio in mezzo alla giungla per ricoprire finalmente il ruolo che gli spetta nel violento ecosistema thailandese. Qui però sorge un problema, perché nel villaggio anziché i suoi amici giullari ci sono decine e decine di guerrieri incapucciati desiderosi di provare l’ebbrezza della frattura multipla scomposta e Tien, benché con una certa riluttanza, si trova costretto ad accontentarli. Segue una lunghissima sequenza di combattimento che ricorda vagamente il campionato internazionale di mangiatori di kitkat, solo che al posto di croccanti wafer ricoperti di cioccolato ci sono croccanti thailandesi ricoperti di stracci neri. Il film si chiude con un finale aperto che di sicuro piacerà a pochi, se non altro perché è frustrante rimanere in trepidante attesa di nuovi sviluppi della storia d’amore tra Tony Jaa ed il suo elefante senza che ci sia stato nel frattempo almeno un bacio. L’aspetto positivo è che ci dovrebbe essere un sequel imminente e di conseguenza potremo imparare nuovi stupefacenti modi di far coincidere l’amore per gli animali con le gomitate in faccia agli umani. Mentre aspetto, penso che ricomincerò a bere il latte ed anche a prendere quotidianamente pastiglie di calcio, perché se c’è una cosa che questo film mi ha insegnato è che la salute delle ossa è importante.


P.S.: Da questo film (e da tutti gli altri film di Tony Jaa) si potrebbe trarre l’impressione che in Thailandia sia praticamente impossibile uscire di casa senza imbattersi in una mandria di elefanti. Il ministro per il turismo thailandese ci tiene comunque a rassicurare che i pedofili sono molti di più.




3/2
2010

Teoria dell’Espansione Talamica Relativa del Gatto Domestico in Condizione Ipnotica

Il giovane prof. MalorosoUn fatto poco conosciuto della vita del prof. J.S. Maloroso è la sua ingegnosa ricerca di regole matematiche che potessero applicarsi ad alcuni eventi comuni della vita quotidiana, così da trasformare la fredda materia accademica in scintillante progresso. Spesso le sue teorie venivano tuttavia accolte con scetticismo se non con retrograda ostilità; una tale reazione oggi può apparire anche comprensibile considerando l’originalità di alcune delle ipotesi avanzate dal Maloroso, basate tanto su un’eccezionale dose di intuito quanto su un rigoroso metodo sperimentale, ma intellettualmente troppo dirompenti per le convenzioni scientifiche della sua epoca. Per esempio, in occasione del IV Convegno Europeo di Matematica svoltosi a Stoccolma nel 1883, egli presentò la sua illuminante "Teoria dell’Espansione Talamica Relativa del Gatto Domestico in Condizione Ipnotica", che sostanzialmente recita così:

"Dati una superficie orizzontale X

Superficie X

ed un comune felino domestico Y di massa e dimensioni costanti

Gatto

Y posto su X, senza produrre alcun movimento apparente, tenderà ad occupare tutto lo spazio disponibile entro un lasso di tempo T, seguendo una progressione del tipo:

T1 T2









T3 T2









che per T tendente ad infinito, ma comunque inferiore alla durata di una notte invernale, conduce inevitabilmente alla conclusione

T tendente ad infinito

come riassunto dalla formula:

Y/X * T= Y.
"

Fu con questa teoria che il prof. Maloroso, allora poco più che trentenne, attirò l’attenzione dell’esimio collega Alfred Nobel, il quale gli scagliò contro un candelotto di dinamite.




1/2
2010

Sempre in modalità random

Lo so lo so losò che a nessuno interessa quando scrivo di musica, ma d’altra parte devo pur cominciare ad allenarmi per quando sarà vietato parlare di Berlusconi su internet.
Stamattina ho ascoltato distrattamente ben cinque dischi: Dream get together dei Citay, Gorilla manor dei Local Natives, There is love in you dei Four Tet, Realism dei Magnetic Fields e Sono all’osso dei Pan del diavolo. Mi hanno annoiato tutti (un po’ meno gli ultimi due). Che fastidio. Forse sono io che non sono dell’umore giusto. Darò loro una seconda possibilità, ma li vedo già destinati alla deipodizzazione entro sera.

(Non che il 2010 non ci stia già dando altre soddisfazioni musicali, comunque).

Nel frattempo, in Italia stanno diventando spietatamente consuete le cose più orribili. Sarà anche per questo che non sono dell’umore giusto.

Sabato mattina sono andato per boschi cercando di sfuggire ad un fastidioso mal di testa. La strada era coperta di ghiaccio, il ghiaccio era coperto di neve fresca, camminare era difficoltoso. Scivolare, semplicissimo. Io ed Amormio seguivamo la traccia lasciata da un fuoristrada, fino a dove il fuoristrada aveva deciso di invertire la marcia e tornarsene a casa. Non c’era nessuno, nessun suono se non quello della neve che sfrondava a terra. Un vaghissimo profumo di fiori invisibili nell’aria, misterioso e sublime.




28/1
2010

Avatar è solo Ratava scritto al contrario

Alcuni (ipotizziamo) mi hanno chiesto delucidazioni riguardo il mio apprezzamento per Avatar. A volte capita che un film divida chi l’ha visto (ma anche, perché no, chi non l’ha visto, chi non sapeva neppure della sua esistenza, i videolesi e persone diffidate dall’andare al cinema per motivi che non riesco ad immaginare) tra detrattori inferociti ed ammiratori esaltati che cercano infruttuosamente di evangelizzarsi a vicenda. Nel caso di Avatar questa divergenza d’opinioni sembra particolarmente accentuata, tanto che se uno se ne uscisse affermando che Avatar gli è piaciuto "così così" rischierebbe di venire squartato vivo e divorato dagli esponenti dei gruppi più estremisti. Da quelli più affamati, se non altro. In Italia le critiche sono state particolarmente serrate, probabilmente perché ci troviamo su un livello culturale medio più alto di quello degli americani e pertanto disdegniamo certe opere di puro intrattenimento, prive di originalità, basate su una sceneggiatura scontata ed un soggetto pretestuoso, ed è per questo che Cristian De Sica e molti suoi compari stanno facendo la fame. Io invece appartengo a quella risicata minoranza di villici che sotto sotto è ancora convinta che il cinefilo sia uno che fa le porcherie con i cani, ed Avatar me lo sono goduto. Mi rendo conto tuttavia che la profonda soggettività dell’esperienza cinematografica potrebbe far sì che l’Avatar che è piaciuto a me non sia esattamente l’Avatar che non è piaciuto a voi, e dico questo senza neanche voler tirare in ballo la costruzione sociale della realtà o l’ontologica incomunicabilità delle percezioni sensibili, perciò come nella migliore tradizione di questo bloggo cercherò di colmare questa lacuna scrivendo un logorroico riassunto del film così come l’ho interpretato io.

[ATTENZIONE: SEGUONO SPOILER COME SE PIOVESSERO SOFFIONI FOSFORESCENTI]

Premessa: dato che James Cameron si è sbizzarrito ad inventarsi tutti i nomi presenti nel film pescando a caso lettere dello Scarabeo, non aspettatevi che io mi prenda la briga di andare a cercarne l’ortografia corretta su wikipedia. Un po’ li scriverò come li ricordo, un po’ improvviserò.

Scocca l’amoreIl film comincia con un certo Jake Sully che sbarca sul pianeta Pandora assieme ad una comitiva di turisti. Quello che distingue il povero Jake è la pressoché totale inutilità delle sue gambe, rimaste ferite in un non meglio precisato incidente di guerra in sudamerica che io amo immaginare abbia visto coinvolti una spogliarellista, un boa costrictor, una bottiglia di tequila ed il peggiore bar di caracas. Quello che distingue invece il pianeta Pandora è una fitta giungla abitata da animali a sei zampe e giganteschi elfi blu chiamati Na’vi, tutti indiscriminatamente ostili, e da una piccola colonia di terrestri che vogliono conquistare il pianeta per impossessarsi di un prezioso metallo che si trova nel sottosuolo e che rappresenta una fonte di energia molto ambita, forse l’unica in grado di far andare il vostro iphone per più di due giorni senza che si esaurisca la batteria. Inutile dire che gli attriti tra le due popolazioni non mancano, nonostante i terrestri abbiano generosamente cercato di ammaestrare i Na’vi e di fornire loro una scuola, delle strade, medicine e persino della birra. I Na’vi, infatti, sono un popolo ingrato come tutti i gatti e disdegnano questi doni, preferiscono vivere in totale pace ed armonia con la natura del loro pianeta piazzando giusto ogni tanto una freccia avvelenata nella schiena di qualcuno, ma non perché siano cattivi, no, i Na’vi sono buoni come batuffolosi cuccioli di cerbiatto, è solo che gli dispiace per la freccia che se non viene usata di quando in quando si sente inutile e ci resta male.
I terrestri, tuttavia, sono gente pratica, come certo saprete se ne conoscete qualcuno, e non possono stare lì a prendersi frecce nella schiena tutto il giorno solo per la compagnia. Hanno minerali da scavare, alberi da abbattere, giganteschi esoscheletri da portare a spasso, per cui hanno inventato dei finti Na’vi chiamati Avatar che possono essere comandati in wi-fi da un operatore remoto rinchiuso dentro un lettino abbronzante. Il protagonista, quel Jake Sully con un uso problematico delle articolazioni inferiori di cui vi parlavo prima, è uno di questi operatori. Tanto per cominciare bene, nel suo primo giorno di lavoro come Avatar riesce ad inimicarsi tutta la fauna del pianeta, si perde nella giungla e viene abbandonato dai suoi compagni. La notte, come se non bastasse, riesce pure ad attaccare briga con una combriccola di cani dell’ENI, che si concluderebbe senz’altro tragicamente se in suo soccorso non arrivasse una sinuosa donna-gatto chiamata Naytiry (o simili). Naytyry non è una Na’vi qualsiasi, ella è niente meno che la figlia del capo tribù e della sciamana, che statisticamente è un po’ come perdersi nei vicoli di Baghdad, venire aggrediti da una banda di cani dell’ENI ed essere salvati dalla figlia di Obama, ma facciamo finta di niente. Naitiry inizialmente non vuole saperne del protagonista, dice che puzza da alieno ed è stupido e va in giro a disturbare gli animaletti del bosco, ma all’improvviso Jake si ritrova ricoperti di batuffoli bianchi luminescenti, tipo i comuni soffioni che crescono nei campi vicino a Cernobyl, e Naityri inizia a fare le fusa e decide che vuole un figlio da lui. Questo per farvi capire che se la fauna di Pandora si limita ad essere genericamente aggressiva nei confronti di chiunque, la flora possiede invece sorprendenti proprietà afrodisiache. Per qualche motivo non ben chiarito, tutta la popolazione dei Na’vi decide di accogliere Jake e di insegnargli tutto quello che sanno, affinché egli possa rivelare ai terrestri i loro segreti e sterminarli in modo più consono alle loro tradizioni. Non che i Na’vi siano stupidi, attenzione, è per via di tutti quei soffioni si erano proprio posati su Jake e chi non si fiderebbe di un uomo che sa portare con tanta eleganza un cappotto di soffioni fosforescenti? Se ad esempio la stessa cosa fosse successa al mio amico Pornorambo, quello si sarebbe messo a starnutire come un dannato per l’allergia rovinando immediatamente il pathos della scena e l’avrebbero consegnato al guerriero saputello che gli avrebbe piantato una freccia nella schiena senza stare tanto a pensarci sopra.
Il nostro Jake, quindi, alterna la monotona vita dentro al suo corpo parzialmente paralizzato ad un elettrizzante corso di addestramento per guerrieri Na’vi, imparando a saltare di ramo in ramo, a cavalcare dei draghi volanti, a comunicare con le piante e a fare la pupù nella sabbietta. Apprende anche la nobile arte della caccia, ma non si capisce bene a cosa gli serve dato che i Na’vi non vengono comunque mai visti mangiare. Inizialmente Jake aveva intenzione di riferire ogni informazione raccolta ad un colonnello dei marine psicopatico per agevolare la conquista del pianeta, ma ad un certo punto decide invece di difendere Pandora e schierarsi dalla parte dei puffoni blu che lo avevano accolto, avendo acquisito una maggiore sensibilità dell’importante equilibrio naturale che regge il pianeta dopo essersi scopato la gatta.

(La gatta nel senso di Naitiry, brutti pervertiti.)

Li odia tuttiI terrestri, a questo punto, perdono la pazienza. Non solo sono impelagati su un pianeta disegnato con l’LSD, così sporco, pericoloso e malfrequentato da ricordare vagamente la stazione dei treni di padova, alla ricerca di un minerale dal nome improbabile di cui per tutto il film si intravede una singola pepita galleggiante, ma i loro impiegati cominciano anche ad amoreggiare con il bestiario del luogo. Voglio dire, non che io abbia niente contro i Na’vi, ma non lascerei mai che il mio avatar ne sposasse uno. Perciò il colonnello dei marine, un personaggio che alcuni hanno giudicato forse eccessivamente stereotipato ma che io avrei fatto ancora un pochino più cattivo, da giustamente l’ordine di farla finita con le stronzate e sradicare gli arcieri pelosi dal loro albero, anzi, di sradicare tutto l’albero e che i gattacci blu andassero a farsi le unghie da un’altra parte. Questo è forse l’unico difetto che riesco a riscontrare nel film di Cameron, quello di aver fatto arrivare in volo un centinaio di superelicotteri da guerra per abbattere a missilate il colossale albero dove vivevano i Na’vi, laddove io avrei di gran lunga preferito che gli elicotteri si fossero uniti a formare un gigantesco robot armato di motosega. Ma pazienza, il film è già bello così, speriamo prendano in considerazione l’idea per il seguito. E’ a questo punto peraltro che Michelle Rodriguez, pilota di elicotteri tamarra, decide a sua volta di schierarsi con i micetti pronunciando la famosa frase "Non mi sono arruolata per fare queste porcate". Fammi capire, cara: non ti sei arruolata per abbattere alberi a cannonate? Mi rendo conto che uccidere donne e bambini è più divertente, ma ogni tanto va fatto anche qualche lavoretto di routine, dai.
Senza più una casa, senza più un capo, i poveri gattini si riuniscono tristemente attorno al loro albero sacro luminoso, forse attendendo che passi la bambina della barilla per portarli a casa uno ad uno. Il nostro Jake, però, non ci sta: in fondo non è solo un terrestre storpio nel corpo di un grande gatto blu, è anche un marine, cazzo, è un americano, e se qualcuno deve dimostrare a questi umani che non possono andare in giro per la galassia a trattare le altre razze intelligenti come inferiori, chi altri può farlo se non lui? Decide pertanto di domare con un semplice gioco di sguardi il più feroce animale volante del pianeta, soprannominato "Puzzetta che tuona", e di porsi a capo degli stupidi indigeni pelosi che appena lo vedono iniziano subito a fare le fusa all’unisono invocando speranzosi una grattatina dietro le orecchie. Mentre i terrestri sferrano l’attacco finale, Jake raduna quanti più Na’vi riesce e li manda a farsi inutilmente massacrare nella giungla, mentre lui da solo si prende la briga di distruggere tutto l’esercito avversario al grido di "Morte agli umani!"

(se vi state chiedendo come possa una singola persona distruggere una potentissima macchina da guerra volante, la risposta è semplice: basta gettare una bomba nel condotto di scarico.)

In un momento di esaltante epicità, persino la tanto vituperata fauna selvatica di Pandora accorre in aiuto degli amici felinoidi: i draghi abbattono gli elicotteri, gli ippopotami travolgono gli esoscheletri, i cani dell’ENI sbranano i marine e mandano loro salatissime bollette del gas. Poi arriva il virus dell’ebola a sei zampe e ammazza tutti, così.
Infine, il cattivissimo colonnello che fin dall’inizio bramava soltanto di poter sterminare qualsiasi creatura su Pandora che avesse la sfacciataggine di respirare, si ritrova solo e cerca di vendicarsi uccidendo il corpo umano di Jake mentre lui se ne va in giro a cazzeggiare con il proprio avatar. Se lo facesse, va da sé, i Na’vi avrebbero comunque vinto ma rimarrebbero privi di un capo di dimostrate origini americane e pertanto ripiomberebbero in breve tempo nella barbarie e nell’anarchia più deludenti. Per fortuna arriva proprio in quel momento Naytyrii, vede il proprio amato in pericolo, incocca una freccia nell’arco e...

Mannò, fermiamoci qui con gli spoiler, altrimenti vi rovino il film.

Come vedete, i riferimenti a Pocahontas sono pressocchè irrilevanti. Almeno per chi come me non ha mai visto Pocahontas.

In molti hanno cercato di dare ad Avatar un’interpretazione ecologista, pacifista, antimperialista. Altri si sono spinti più in là e vi hanno cercato la metafora del mondo virtuale di internet. Altri si sono spinti ancora più in là e vi hanno scoperto un messaggio di riappropriazione del corpo e del contatto sensibile tra esseri umani e mondo naturale. Io cercherò di non dilungarmi oltre, comunque per me fondamentalmente James Cameron vuole metterci in guardia dai rischi insiti in un rapporto promiscuo tra un gatto ed il suo padrone umano. Rifletteteci. Fino a quand’è che va tutto bene? E quand’è che comincia ad andare tutto male? Esatto. L’unico insegnamento che possiamo trarne è: gli animali domestici non sono un surrogato per rimediare ad una vita sessuale insoddisfacente, e non importa chi ha sedotto chi.


P.S.: Mi pare di ricordare che nel film ci fosse anche Sigourney Weaver, che torna finalmente a coprire lo stesso ruolo già interpretato in "Gorilla nella nebbia" e poi, ecco, a dire il vero non sono affatto sicuro che il protagonista si chiamasse Jake.