5/2
2010

Ong Bak 2: meglio nascere elefanti che coccodrilli

"Ogni mattina in Thailandia il coccodrillo si sveglia e comincia a correre, perché sa che Tony Jaa sta arrivando per lui. Ogni mattina in Thailandia l’elefante si gira dall’altra parte e continua a dormire, perché sa che Tony Jaa lo proteggerà. In Thailandia, non importa che tu sia coccodrillo o elefante, Tony Jaa sta comunque saltando sulla tua testa."
(Antico proverbio thai)


Ve lo ricordate Tony Jaa? Quel ragazzo thailandese che ha come unici hobby il corteggiamento degli elefanti e la frattura delle ossa? Beh, è tornato, con grande sollievo di quei reparti di ortopedia che rischiavano la chiusura per mancanza di pazienti. Ieri sera mi sono visto Ong Bak 2, che in italiano ha il curioso sottotitolo "La nascita del dragone". Prima che ve lo chiediate, in questo film non ci sono dragoni. Non ci sono nascite. Non c’è nessuno che si chiami "Dragone", e non è quel film sulla vita di Ivan Drago che stiamo aspettando da tempo immemorabile. Il sottotitolo non ha alcun senso, a meno che "Dragone" non sia il nome del cimitero thailandese che ospita tutte le vittime di Tony Jaa in questo film, nel qual caso me lo immagino come un enorme camposanto su più livelli, con una strada di accesso a quattro corsie molto trafficata.

Tony Jaa, un uomo ed il suo elefanteIl film in questione, devo ammettere, mi è piaciuto un po’ meno dei due film precedenti ("L’uomo che amava gli elefanti" e "Se mi ridai la testa ti restituisco la clavicola", nella traduzione italiana). Nonostante un budget sicuramente superiore ed una maggiore attenzione a tutti gli aspetti tecnici che la faccenda comprota (scenografia, costumi, fotografia e blablabla), la pretesa di elevare la ginocchiata in faccia a topos mitopoietico mi ha convinto poco, così come la tragedia edipica in salsa thai. Mi riferisco, però, solo a quel trascurabile 10% del film in cui Tony Jaa non sta amoreggiando con gli elefanti o disarticolando la vita a qualcuno, che ribadisco sono le sue vere passioni. La trama è piuttosto semplice: nella thailandia medievale alcuni nobili si fanno la guerra (solo quello sanno fare, stupidi nobili) ed un tizio e sua moglie finiscono uccisi davanti agli occhi del figlioletto, nascosto per proteggerlo in una scuola di danza. Questo normalmente porterebbe alla commovente storia di un ballerino complessato, ma non in un film di Tony Jaa, evidentemente. Il ragazzino viene catturato da un mercante di schiavi e gettato in una grande vasca fangosa con un coccodrillo, che evidentemente doveva essersi comportato molto male per meritare una tale punizione. Dopo pochi minuti di combattimento, infatti, si verifica una misteriosa migrazione di massa di coccodrilli dalla thailandia verso la più sicura e confortevole cambogia, ed il coccodrillo thailandese viene considerato estinto. Una banda di artisti di strada con il pallino delle arti marziali decide allora di portare il cinno, che di nome fa Tien, nel loro villaggio segreto in mezzo alla giungla e di usarlo come deterrente contro gli animali selvatici. Nel frattempo, dato che un bambino di dieci anni che uccide i coccodrilli non sembrava abbastanza pericoloso, procedono ad insegnargli l’uso di tutte le armi esistenti nel variopinto mondo dell’omicidio thailandese e di tutte le più sbarazzine tecniche per fare male al prossimo tuo come a te stesso; già che c’erano, buttano nel mucchio anche un po’ di giochi di prestigio e acrobazie, che nel caso non fosse restato più nessuno da uccidere gli sarebbero sempre tornate comode per trovare un lavoro al circo (c’è crisi).

Poi non ditemi che esagero con gli elefantiUna volta diventato il bandito più forte e cattivo di tutti ed averci fracassato gli zebedei con la storia della sua infanzia (ma a noi, fortunati spettatori, solo in senso figurato), Tien decide di andare a vendicare i propri genitori. Di seguito è tutto un sussegguirsi di gloriosi archetipi del cinema di arti marziali: lui che entra nel palazzo del cattivo fingendosi un danzatore, lui che scopre che la sua fidanzatina è diventata la zoccola privilegiata del cattivo, lui che s’ingegna per far fuori il cattivo, lui che uccide, storpia o mutila più soldati della sifilide, lui che se ne torna bel bello nel suo villaggio in mezzo alla giungla per ricoprire finalmente il ruolo che gli spetta nel violento ecosistema thailandese. Qui però sorge un problema, perché nel villaggio anziché i suoi amici giullari ci sono decine e decine di guerrieri incapucciati desiderosi di provare l’ebbrezza della frattura multipla scomposta e Tien, benché con una certa riluttanza, si trova costretto ad accontentarli. Segue una lunghissima sequenza di combattimento che ricorda vagamente il campionato internazionale di mangiatori di kitkat, solo che al posto di croccanti wafer ricoperti di cioccolato ci sono croccanti thailandesi ricoperti di stracci neri. Il film si chiude con un finale aperto che di sicuro piacerà a pochi, se non altro perché è frustrante rimanere in trepidante attesa di nuovi sviluppi della storia d’amore tra Tony Jaa ed il suo elefante senza che ci sia stato nel frattempo almeno un bacio. L’aspetto positivo è che ci dovrebbe essere un sequel imminente e di conseguenza potremo imparare nuovi stupefacenti modi di far coincidere l’amore per gli animali con le gomitate in faccia agli umani. Mentre aspetto, penso che ricomincerò a bere il latte ed anche a prendere quotidianamente pastiglie di calcio, perché se c’è una cosa che questo film mi ha insegnato è che la salute delle ossa è importante.


P.S.: Da questo film (e da tutti gli altri film di Tony Jaa) si potrebbe trarre l’impressione che in Thailandia sia praticamente impossibile uscire di casa senza imbattersi in una mandria di elefanti. Il ministro per il turismo thailandese ci tiene comunque a rassicurare che i pedofili sono molti di più.

Note estemporanee di zio Lusky:
State alla larga dagli anarchici informali, gli anarchici per bene si riconoscono perché danno sempre del lei e dicono buongiorno, buonasera, prego, si accomodi, e grazie.




3/2
2010

Teoria dell’Espansione Talamica Relativa del Gatto Domestico in Condizione Ipnotica

Il giovane prof. MalorosoUn fatto poco conosciuto della vita del prof. J.S. Maloroso è la sua ingegnosa ricerca di regole matematiche che potessero applicarsi ad alcuni eventi comuni della vita quotidiana, così da trasformare la fredda materia accademica in scintillante progresso. Spesso le sue teorie venivano tuttavia accolte con scetticismo se non con retrograda ostilità; una tale reazione oggi può apparire anche comprensibile considerando l’originalità di alcune delle ipotesi avanzate dal Maloroso, basate tanto su un’eccezionale dose di intuito quanto su un rigoroso metodo sperimentale, ma intellettualmente troppo dirompenti per le convenzioni scientifiche della sua epoca. Per esempio, in occasione del IV Convegno Europeo di Matematica svoltosi a Stoccolma nel 1883, egli presentò la sua illuminante "Teoria dell’Espansione Talamica Relativa del Gatto Domestico in Condizione Ipnotica", che sostanzialmente recita così:

"Dati una superficie orizzontale X

Superficie X

ed un comune felino domestico Y di massa e dimensioni costanti

Gatto

Y posto su X, senza produrre alcun movimento apparente, tenderà ad occupare tutto lo spazio disponibile entro un lasso di tempo T, seguendo una progressione del tipo:

T1 T2









T3 T2









che per T tendente ad infinito, ma comunque inferiore alla durata di una notte invernale, conduce inevitabilmente alla conclusione

T tendente ad infinito

come riassunto dalla formula:

Y/X * T= Y.
"

Fu con questa teoria che il prof. Maloroso, allora poco più che trentenne, attirò l’attenzione dell’esimio collega Alfred Nobel, il quale gli scagliò contro un candelotto di dinamite.




1/2
2010

Sempre in modalità random

Lo so lo so losò che a nessuno interessa quando scrivo di musica, ma d’altra parte devo pur cominciare ad allenarmi per quando sarà vietato parlare di Berlusconi su internet.
Stamattina ho ascoltato distrattamente ben cinque dischi: Dream get together dei Citay, Gorilla manor dei Local Natives, There is love in you dei Four Tet, Realism dei Magnetic Fields e Sono all’osso dei Pan del diavolo. Mi hanno annoiato tutti (un po’ meno gli ultimi due). Che fastidio. Forse sono io che non sono dell’umore giusto. Darò loro una seconda possibilità, ma li vedo già destinati alla deipodizzazione entro sera.

(Non che il 2010 non ci stia già dando altre soddisfazioni musicali, comunque).

Nel frattempo, in Italia stanno diventando spietatamente consuete le cose più orribili. Sarà anche per questo che non sono dell’umore giusto.

Sabato mattina sono andato per boschi cercando di sfuggire ad un fastidioso mal di testa. La strada era coperta di ghiaccio, il ghiaccio era coperto di neve fresca, camminare era difficoltoso. Scivolare, semplicissimo. Io ed Amormio seguivamo la traccia lasciata da un fuoristrada, fino a dove il fuoristrada aveva deciso di invertire la marcia e tornarsene a casa. Non c’era nessuno, nessun suono se non quello della neve che sfrondava a terra. Un vaghissimo profumo di fiori invisibili nell’aria, misterioso e sublime.




28/1
2010

Avatar è solo Ratava scritto al contrario

Alcuni (ipotizziamo) mi hanno chiesto delucidazioni riguardo il mio apprezzamento per Avatar. A volte capita che un film divida chi l’ha visto (ma anche, perché no, chi non l’ha visto, chi non sapeva neppure della sua esistenza, i videolesi e persone diffidate dall’andare al cinema per motivi che non riesco ad immaginare) tra detrattori inferociti ed ammiratori esaltati che cercano infruttuosamente di evangelizzarsi a vicenda. Nel caso di Avatar questa divergenza d’opinioni sembra particolarmente accentuata, tanto che se uno se ne uscisse affermando che Avatar gli è piaciuto "così così" rischierebbe di venire squartato vivo e divorato dagli esponenti dei gruppi più estremisti. Da quelli più affamati, se non altro. In Italia le critiche sono state particolarmente serrate, probabilmente perché ci troviamo su un livello culturale medio più alto di quello degli americani e pertanto disdegniamo certe opere di puro intrattenimento, prive di originalità, basate su una sceneggiatura scontata ed un soggetto pretestuoso, ed è per questo che Cristian De Sica e molti suoi compari stanno facendo la fame. Io invece appartengo a quella risicata minoranza di villici che sotto sotto è ancora convinta che il cinefilo sia uno che fa le porcherie con i cani, ed Avatar me lo sono goduto. Mi rendo conto tuttavia che la profonda soggettività dell’esperienza cinematografica potrebbe far sì che l’Avatar che è piaciuto a me non sia esattamente l’Avatar che non è piaciuto a voi, e dico questo senza neanche voler tirare in ballo la costruzione sociale della realtà o l’ontologica incomunicabilità delle percezioni sensibili, perciò come nella migliore tradizione di questo bloggo cercherò di colmare questa lacuna scrivendo un logorroico riassunto del film così come l’ho interpretato io.

[ATTENZIONE: SEGUONO SPOILER COME SE PIOVESSERO SOFFIONI FOSFORESCENTI]

Premessa: dato che James Cameron si è sbizzarrito ad inventarsi tutti i nomi presenti nel film pescando a caso lettere dello Scarabeo, non aspettatevi che io mi prenda la briga di andare a cercarne l’ortografia corretta su wikipedia. Un po’ li scriverò come li ricordo, un po’ improvviserò.

Scocca l’amoreIl film comincia con un certo Jake Sully che sbarca sul pianeta Pandora assieme ad una comitiva di turisti. Quello che distingue il povero Jake è la pressoché totale inutilità delle sue gambe, rimaste ferite in un non meglio precisato incidente di guerra in sudamerica che io amo immaginare abbia visto coinvolti una spogliarellista, un boa costrictor, una bottiglia di tequila ed il peggiore bar di caracas. Quello che distingue invece il pianeta Pandora è una fitta giungla abitata da animali a sei zampe e giganteschi elfi blu chiamati Na’vi, tutti indiscriminatamente ostili, e da una piccola colonia di terrestri che vogliono conquistare il pianeta per impossessarsi di un prezioso metallo che si trova nel sottosuolo e che rappresenta una fonte di energia molto ambita, forse l’unica in grado di far andare il vostro iphone per più di due giorni senza che si esaurisca la batteria. Inutile dire che gli attriti tra le due popolazioni non mancano, nonostante i terrestri abbiano generosamente cercato di ammaestrare i Na’vi e di fornire loro una scuola, delle strade, medicine e persino della birra. I Na’vi, infatti, sono un popolo ingrato come tutti i gatti e disdegnano questi doni, preferiscono vivere in totale pace ed armonia con la natura del loro pianeta piazzando giusto ogni tanto una freccia avvelenata nella schiena di qualcuno, ma non perché siano cattivi, no, i Na’vi sono buoni come batuffolosi cuccioli di cerbiatto, è solo che gli dispiace per la freccia che se non viene usata di quando in quando si sente inutile e ci resta male.
I terrestri, tuttavia, sono gente pratica, come certo saprete se ne conoscete qualcuno, e non possono stare lì a prendersi frecce nella schiena tutto il giorno solo per la compagnia. Hanno minerali da scavare, alberi da abbattere, giganteschi esoscheletri da portare a spasso, per cui hanno inventato dei finti Na’vi chiamati Avatar che possono essere comandati in wi-fi da un operatore remoto rinchiuso dentro un lettino abbronzante. Il protagonista, quel Jake Sully con un uso problematico delle articolazioni inferiori di cui vi parlavo prima, è uno di questi operatori. Tanto per cominciare bene, nel suo primo giorno di lavoro come Avatar riesce ad inimicarsi tutta la fauna del pianeta, si perde nella giungla e viene abbandonato dai suoi compagni. La notte, come se non bastasse, riesce pure ad attaccare briga con una combriccola di cani dell’ENI, che si concluderebbe senz’altro tragicamente se in suo soccorso non arrivasse una sinuosa donna-gatto chiamata Naytiry (o simili). Naytyry non è una Na’vi qualsiasi, ella è niente meno che la figlia del capo tribù e della sciamana, che statisticamente è un po’ come perdersi nei vicoli di Baghdad, venire aggrediti da una banda di cani dell’ENI ed essere salvati dalla figlia di Obama, ma facciamo finta di niente. Naitiry inizialmente non vuole saperne del protagonista, dice che puzza da alieno ed è stupido e va in giro a disturbare gli animaletti del bosco, ma all’improvviso Jake si ritrova ricoperti di batuffoli bianchi luminescenti, tipo i comuni soffioni che crescono nei campi vicino a Cernobyl, e Naityri inizia a fare le fusa e decide che vuole un figlio da lui. Questo per farvi capire che se la fauna di Pandora si limita ad essere genericamente aggressiva nei confronti di chiunque, la flora possiede invece sorprendenti proprietà afrodisiache. Per qualche motivo non ben chiarito, tutta la popolazione dei Na’vi decide di accogliere Jake e di insegnargli tutto quello che sanno, affinché egli possa rivelare ai terrestri i loro segreti e sterminarli in modo più consono alle loro tradizioni. Non che i Na’vi siano stupidi, attenzione, è per via di tutti quei soffioni si erano proprio posati su Jake e chi non si fiderebbe di un uomo che sa portare con tanta eleganza un cappotto di soffioni fosforescenti? Se ad esempio la stessa cosa fosse successa al mio amico Pornorambo, quello si sarebbe messo a starnutire come un dannato per l’allergia rovinando immediatamente il pathos della scena e l’avrebbero consegnato al guerriero saputello che gli avrebbe piantato una freccia nella schiena senza stare tanto a pensarci sopra.
Il nostro Jake, quindi, alterna la monotona vita dentro al suo corpo parzialmente paralizzato ad un elettrizzante corso di addestramento per guerrieri Na’vi, imparando a saltare di ramo in ramo, a cavalcare dei draghi volanti, a comunicare con le piante e a fare la pupù nella sabbietta. Apprende anche la nobile arte della caccia, ma non si capisce bene a cosa gli serve dato che i Na’vi non vengono comunque mai visti mangiare. Inizialmente Jake aveva intenzione di riferire ogni informazione raccolta ad un colonnello dei marine psicopatico per agevolare la conquista del pianeta, ma ad un certo punto decide invece di difendere Pandora e schierarsi dalla parte dei puffoni blu che lo avevano accolto, avendo acquisito una maggiore sensibilità dell’importante equilibrio naturale che regge il pianeta dopo essersi scopato la gatta.

(La gatta nel senso di Naitiry, brutti pervertiti.)

Li odia tuttiI terrestri, a questo punto, perdono la pazienza. Non solo sono impelagati su un pianeta disegnato con l’LSD, così sporco, pericoloso e malfrequentato da ricordare vagamente la stazione dei treni di padova, alla ricerca di un minerale dal nome improbabile di cui per tutto il film si intravede una singola pepita galleggiante, ma i loro impiegati cominciano anche ad amoreggiare con il bestiario del luogo. Voglio dire, non che io abbia niente contro i Na’vi, ma non lascerei mai che il mio avatar ne sposasse uno. Perciò il colonnello dei marine, un personaggio che alcuni hanno giudicato forse eccessivamente stereotipato ma che io avrei fatto ancora un pochino più cattivo, da giustamente l’ordine di farla finita con le stronzate e sradicare gli arcieri pelosi dal loro albero, anzi, di sradicare tutto l’albero e che i gattacci blu andassero a farsi le unghie da un’altra parte. Questo è forse l’unico difetto che riesco a riscontrare nel film di Cameron, quello di aver fatto arrivare in volo un centinaio di superelicotteri da guerra per abbattere a missilate il colossale albero dove vivevano i Na’vi, laddove io avrei di gran lunga preferito che gli elicotteri si fossero uniti a formare un gigantesco robot armato di motosega. Ma pazienza, il film è già bello così, speriamo prendano in considerazione l’idea per il seguito. E’ a questo punto peraltro che Michelle Rodriguez, pilota di elicotteri tamarra, decide a sua volta di schierarsi con i micetti pronunciando la famosa frase "Non mi sono arruolata per fare queste porcate". Fammi capire, cara: non ti sei arruolata per abbattere alberi a cannonate? Mi rendo conto che uccidere donne e bambini è più divertente, ma ogni tanto va fatto anche qualche lavoretto di routine, dai.
Senza più una casa, senza più un capo, i poveri gattini si riuniscono tristemente attorno al loro albero sacro luminoso, forse attendendo che passi la bambina della barilla per portarli a casa uno ad uno. Il nostro Jake, però, non ci sta: in fondo non è solo un terrestre storpio nel corpo di un grande gatto blu, è anche un marine, cazzo, è un americano, e se qualcuno deve dimostrare a questi umani che non possono andare in giro per la galassia a trattare le altre razze intelligenti come inferiori, chi altri può farlo se non lui? Decide pertanto di domare con un semplice gioco di sguardi il più feroce animale volante del pianeta, soprannominato "Puzzetta che tuona", e di porsi a capo degli stupidi indigeni pelosi che appena lo vedono iniziano subito a fare le fusa all’unisono invocando speranzosi una grattatina dietro le orecchie. Mentre i terrestri sferrano l’attacco finale, Jake raduna quanti più Na’vi riesce e li manda a farsi inutilmente massacrare nella giungla, mentre lui da solo si prende la briga di distruggere tutto l’esercito avversario al grido di "Morte agli umani!"

(se vi state chiedendo come possa una singola persona distruggere una potentissima macchina da guerra volante, la risposta è semplice: basta gettare una bomba nel condotto di scarico.)

In un momento di esaltante epicità, persino la tanto vituperata fauna selvatica di Pandora accorre in aiuto degli amici felinoidi: i draghi abbattono gli elicotteri, gli ippopotami travolgono gli esoscheletri, i cani dell’ENI sbranano i marine e mandano loro salatissime bollette del gas. Poi arriva il virus dell’ebola a sei zampe e ammazza tutti, così.
Infine, il cattivissimo colonnello che fin dall’inizio bramava soltanto di poter sterminare qualsiasi creatura su Pandora che avesse la sfacciataggine di respirare, si ritrova solo e cerca di vendicarsi uccidendo il corpo umano di Jake mentre lui se ne va in giro a cazzeggiare con il proprio avatar. Se lo facesse, va da sé, i Na’vi avrebbero comunque vinto ma rimarrebbero privi di un capo di dimostrate origini americane e pertanto ripiomberebbero in breve tempo nella barbarie e nell’anarchia più deludenti. Per fortuna arriva proprio in quel momento Naytyrii, vede il proprio amato in pericolo, incocca una freccia nell’arco e...

Mannò, fermiamoci qui con gli spoiler, altrimenti vi rovino il film.

Come vedete, i riferimenti a Pocahontas sono pressocchè irrilevanti. Almeno per chi come me non ha mai visto Pocahontas.

In molti hanno cercato di dare ad Avatar un’interpretazione ecologista, pacifista, antimperialista. Altri si sono spinti più in là e vi hanno cercato la metafora del mondo virtuale di internet. Altri si sono spinti ancora più in là e vi hanno scoperto un messaggio di riappropriazione del corpo e del contatto sensibile tra esseri umani e mondo naturale. Io cercherò di non dilungarmi oltre, comunque per me fondamentalmente James Cameron vuole metterci in guardia dai rischi insiti in un rapporto promiscuo tra un gatto ed il suo padrone umano. Rifletteteci. Fino a quand’è che va tutto bene? E quand’è che comincia ad andare tutto male? Esatto. L’unico insegnamento che possiamo trarne è: gli animali domestici non sono un surrogato per rimediare ad una vita sessuale insoddisfacente, e non importa chi ha sedotto chi.


P.S.: Mi pare di ricordare che nel film ci fosse anche Sigourney Weaver, che torna finalmente a coprire lo stesso ruolo già interpretato in "Gorilla nella nebbia" e poi, ecco, a dire il vero non sono affatto sicuro che il protagonista si chiamasse Jake.




26/1
2010

Next time

Lo scorso 31 Dicembre l’hotel Buhara di Istanbul, dove avevo alloggiato nel corso della mia troppo breve vacanza, mi ha inviato un simpatico messaggio di auguri con oggetto "merry christmass" ed un breve testo in tema. A me personalmente e, già che c’era, ad altri 1026 ex-clienti, tutti con indirizzo e-mail rigorosamente in chiaro.

Quale conseguenza assolutamente imprevedibile, risulto ora iscritto ad alcune tra le più esclusive newsletter sadomaso turche, che son cose belle. Ieri inoltre mi arriva un messaggio piuttosto esplicito da mittente sconosciuto: "next time, go to Agan hotel". Tra i lussi di questo albergo, il fatto di non condividere stupidamente il tuo indirizzo di posta elettronica con centinaia di sconosciuti.

Se anche voi avete un albergo, un b&b, una catapecchia qualsiasi ad Istanbul e vi servono un migliaio di indirizzi e-mail da spammare o semplicemente cercate nuovi lettori per le vostre fanfiction erotiche, fatemi sapere.




25/1
2010

Scorze

Nonostante le sordide manovre di palazzo (è "palazzo" anche quando tecnicamente sarebbe opposizione) Vendola stravince di nuovo le primarie in Puglia. I nostri cuori volano in alto con te, Nichi, anche se secondo me ti sei messo in un guaio ed avrei preferito saperti libero per poterti votare come "imperatore di mondo" alle prossime elezioni. D’altra parte, chissà se ci saranno le prossime elezioni, quindi ci accontentiamo e gioiamo.

(Ora però dacci un taglio coi tweet, che è stata una settimana difficile)

Visto ieri sera Soul Kitchen di Fatih Akin, quel tizio che ci aveva bastonato con La sposa turca. Bello, bello, bello. Mi piace quando un regista manda a quel paese (Shangai) il drammatico realismo e decide di stare spudoratamente dalla parte dei suoi personaggi. Questa volta si ride, e di gusto, e ci si sente bene.

Sabato stage di tai chi con un maestro cinese di quelli estremamente bravi, domenica scarpinata sulla neve. Attività talmente salutari che ancora una volta ne sono uscito fisicamente distrutto. Ma alla fine c’era il vin brulè, e cosa non si farebbe per una tazza di vin brulè.

Molto prima di arrivare al brulè

Secondo Vittorio Feltri, chi lascia l’amorevole cuccia paterna per andare a stentare la vita da solo sarebbe un imbecille. Secondo il miniministro Brunetta, invece, tutti fuori dalla balle a 18 anni, anche a costo di togliere le pensioni ai genitori. Intravedo una soluzione: a 18 anni, tutti a casa di Feltri.




21/1
2010

Aux sombres héros de le train

Complice anche il freddo pungente, alle nove di sera il Borgo rappresenta già una scenografia postatomica. Porte e finestre sbarrate, non si muove un cane, non si sente un suono. Se anche il resto del Paese è ridotto così, a gestire un colpo di stato entro primavera servirebbe al massimo una punto dei carabinieri ogni centomila abitanti. Raggiungo l’amigo Nello nel bar deserto e rimaniamo un paio d’ore a sbevacchiare chiacchierando serenamente di puffi spaziali, Istanbul, fumetti, terremoti, musica e progetti sovversivi vari. Poi il discorso scivola chissà come sul nostro vecchio viaggio a Belgrado/Mostar, e ce ne stiamo lì come due veterani a raccontarci i fatti che conosciamo già e a dirci quanto eravamo siamo giovani e splendidi ed incosciamente eroici. Se a quel punto fosse comparso il Grifo alla porta del bar, avremmo avuta pronta la sceneggiatura per un classico film nostalgico all’italiana.

compagni di seconda classe

(Chissà duv’è il Grifo ora? Grifà, se ci sei batti un colpo!)




18/1
2010

Il grande cinema di KarmaChimico: Avatar

title=Io fino a tre giorni fa Avatar neanche volevo andarlo a vedere, e so bene il perché. Le prime immagini lasciavano intuire una quantità impressionante di orridi alieni blu puffo, i primi commenti giunti da quell’orrido paese alieno oltreoceano lasciavano intuire una baracconata di proporzioni spaziali e James Cameron si era inimicato ogni maschio verosimilmente eterosessuale una decina d’anni fa grazie a quella storia di [SPOILER!] transatlantici affondati e pittori surgelati, film che peraltro tutti hanno visto vuoi perché innamorati di Di Caprio, vuoi perché costretti dalla fidanzata, vuoi per entrambi i motivi precedenti. Per non parlare del fatto che vedere un film legalmente al cinema ormai mi fa sentire sporco dentro.
Poi sono arrivate le prime recensioni dei bloggerz, gente che ne sa a pacchi e che spesso vede persino i film prima di recensirli, ed è arrivato il commento del cinefilo di riferimento Nello che è andato a vederlo in avanscoperta sabato sera: non male. Un "non male" di Nello vale quattro stelle sul morandini, per cui ci sono andato, senza aver mai visto neanche un trailer, senza sapere chi vi recitava, ignorando totalmente la trama e con solo una vaga sensazione di blu colta dal poster.

Per quanto riguarda la storia, a proposito, alcuni hanno detto che Avatar non è altro che Pocahontas ambientato nello spazio, altri hanno detto che è ricalcato da Balla coi Lupi, altri ancora hanno sottolineato quanto assomigli in realtà a Dune. Premesso che se avete meno di trent’anni non avete visto nessuno dei tre, in realtà mi sembra che si manchi completamente il bersaglio. Avatar è la storia di un tizio che ama una tizia, ma il loro amore non riuscirà ad impedire la guerra tra le rispettive comunità d’appartenenza. Vi suona familiare? Ma certo, è Romeo + Giulietta, l’impareggiato capolavoro di Baz Luhrmann! Mi stupisco che nessuno se ne sia accorto. Per mimetizzare un pochino il plagio, il furbo Cameron ha ben pensato di ambientare il film su un altro pianeta, mettere dei superpuffi da combattimento nel ruolo dei Capuleti e sostituire il frate con una pianta, ma per il resto è tutto uguale spiccicato. A parte il finale, certo, ed il numero decisamente inferiore di sparatorie presenti nel film di Cameron.

Tralasciando la scontatissima trama, comunque, è un film molto ruffiano, che cavalca le mode dell’ambientalismo naive, dell’antimperialismo, dell’antiamericanismo, dell’antiterrestrismo imperanti oggidì, con un finale talmente buonista che dovrete bere caffè amaro per una settimana per riportare la glicemia sotto controllo e - ve l’ho detto? - un sacco di gattoni blu alti tre metri totalmente privi di capezzoli. Inoltre, è magnifico.
Certo, se andate a vederlo aspettandovi Bergman rimarrete delusi, ma del resto Bergman è morto, MORTO!, lo volete capire?! Ed anche da vivo, non avrebbe mai recitato in un film di James Cameron. Avatar è un film da vedere mettendo da parte le aspettative, mettendo da parte la razionalità, mettendo da parte il cinismo e l’eventuale odio per i gatti e lasciandosi conquistare a poco a poco. E’ visivamente splendido, ma non è solo quello. E’ emozionante, altrochenò, ma non solo. Ci sono un sacco di botti, tricchetracche e battaglie volanti tra draghi ed elicotteri, ma c’è anche qualcosa di più. E non mi riferisco al sesso con gli animali. C’è quel trucchetto che ti inchioda alla poltrona come uno stupido dodicenne al cinema per la prima volta, che magari è pochissimo, ma vale la pena.

Inoltre finalmente si capisce da che pianeta arriva il cane dell’Eni.

title= [Un tipico animale del pianeta Pandora, che sta a simboleggiare lo spietato ladrocinio imperialista di risorse energetiche. Nel film, eh.]









P.S.: Per quanto riguarda il famoso 3D, perché pare che questo sia stato il primo film ripreso con tecniche strabilitanti inventate appositamente per la stereocosa e le tre dimensioni, posso solo dire: col cazzo che nel Borgo lo proiettavano in 3D. Al massimo due, e ringraziare.




15/1
2010

Barone Sabato is now following you

Io lo so che in questi giorni è di cattivo gusto non parlare un pochino di Haiti e del terribile terremoto che l’ha spianata, perché Haiti ha sempre avuto un posto speciale nel cuore di tutti noi a differenza di quei postacci orribili lì vicino nei quali è stata una volta in ferie la nostra parrucchiera ed è davvero terribile quello che è successo, proprio adesso che il nostro costante impegno ed interesse erano riusciti a migliorare sensibilmente le condizioni di vita di quel Paese, il più povero del "continente americano", "mondo occidentale" o "emisfero settentrionale", a seconda di quale telegiornale amate seguire. Speriamo che quell’sms da due euro serva a qualcosa, perché saremmo schiantati dal dolore se quegli sventurati non riprendessero a morire serenamente di povertà lontano dalle telecamere entro l’inizio di Sanremo. A proposito, è raccomandato quale segno di estrema solidarietà umana e vicinanza alle vittime ascoltare a ripetizione "Haiti" degli Arcade Fire, ma solo a patto di farlo sapere a tutti su twitter e asocial vari (in privato non vale). Ce l’avranno twitter ad Haiti, no? Chissà come si sentiranno rincuorati.




13/1
2010

Vivere e sciare in Carinzia

L’anno è cominciato sulle piste innevate della Carinzia, laddove le vette sfidano il cielo e le caprette ti fanno ciao. Alcuni malintenzionati potrebbero supporre che io fossi lì per sciare. Tsk tsk tsk. Ero lì per fare il crash test della nuova tuta da sci Meliconi e dopo averla messa a dura prova devo ammettere che funziona, come del resto potete intuire dal fatto che sono ancora abbastanza vivo per scrivere. Sul serio, tra me e gli sci dev’esserci una sorta di incompatibilità zodiacale di quelle pericolose; io penso di essere portato per sport meno faticosi e soprattutto meno dolorosi, come la briscola, mentre gli sci pensano di essere portati per utilizzatori finali più competenti. In effetti, io e gli sci saremmo d’accordo su tutto, anche sul fatto di non uscire più assieme. E’ Amormio che prova a tenerci legati, per motivi misteriosi.

Quando non eravamo impegnati a sfidare la forza di gravità con pretestuose finalità edonistiche, ce ne stavamo al calduccio di un b&b gestito da una coppia di simpatici signori inglesi. Dato che in Carinzia ai nativi è vietato parlare qualsiasi lingua che non sia la propria, pena la persecuzione da parte dello spirito di Heider*, gli inglesi erano ben felici di aver trovato qualcuno con cui discorrere nel loro albionico idioma, qualcuno che sapesse perlomeno ascoltarli e fare sì con la testa al momento giusto. Ci hanno accolto il primo giorno con un bicchierino di grappa, poi ci hanno regalato i petardini per Capodanno e persino una bottiglia di quello che loro pensavano fosse delizioso spumante. L’ultima sera (siamo stati lì in tutto due sere) ci hanno pure offerto un tè ed una birra. Io a chi mi offre una birra mi affeziono come un gatto a chi gli offre i crocchini, davvero, lo guardo con gli occhi lucidi, gli faccio le fusa e gli dormo pure sul copriletto, perciò è con incolmabile senso di gratitudine che ora consiglio a tutti voi sterminati lettori di questo bloggo di andare in carinzia a dormire in questo posto magnifico, situato a pochi chilometri da un sacco di pregevoli fonti di intrattenimento quali le piste da sci, le terme, la ridente cittadina di Villach e l’Austria in generale.

Sul serio, io per una birra vi ammazzo anche la suocera, sono uno che si vende per poco.

Infine, ve lo racconto solo per farvi capire quanto io sia provinciale e neif, siamo stati in un posto a Villach (ridente cittadina) dove c’era il Sushi running, ovvero un fast food (?) dove la gente si siede sugli sgabellini ed il cibo giapponaise scorre su dei nastri trasportatori in eleganti monoporzioni, ed i raffinati avventori quando vedono passare qualcosa di loro gusto lo prendono e se lo mangiano con le apposite bacchette. Al di là del cibo in sè, io avrei voluto sperimentare questo esotico e vagamente hipsterpopolare meccanismo alimentare ma sfortunatamente avevo appena finito di pranzare, perciò mi è rimasto un buon motivo per tornare dalle parti di Villach e soggiornare nuovamente in quel favoloso bed and breakfast il cui sito non rende appieno l’idea della comodità e del calore umano con cui accoglie i suoi ospiti (ve l’ho detto che la birra che mi hanno offerto era una guinness?).




* C’è scritto proprio così nel codice penale carinzio.