15/1
2008

Un sorso di MacAir?

[Avviso: questa potrebbe essere la cosa più noiosa pubblicata su Internet finora, ma del resto anch’io mi annoiavo molto quando l’ho scritta. Leggetela solo se davvero non avete niente di meglio da fare.]

Something in the airInizia oggi il Macworld Expo, l’annuale fiera di San Francisco dedicata alla Apple ed ai suoi meravigliosi giocattoli. La Apple ci tiene molto a tenere riservata ogni notizia riguardante i nuovi prodotti su cui sta lavorando, per cui ogni anno questo evento è atteso con trepidazione da tutti i consumatori ansiosi di riversare i propri soldi nelle capienti tasche della multinazionale californiana; a partire dalla presentazione dell’imprenditore-guru Stiv Jobs, infatti, l’Expo è tradizionalmente l’occasione in cui vengono presentati i gingilli con cui l’azienda stupirà il mondo nel corso dell’anno e sui quali per i mesi a venire colerà copiosa la saliva degli appassionati di computer o (sempre più spesso) di gadget ipertecnologici ipercostosi ed iperstupendi. Nelle settimane che precedono l’evento gli esperti ed i "fan" si lanciano in ogni genere di speculazione su quali potranno essere i marchingegni che la Apple tirerà fuori dal suo stiloso cilindro, attingendo a fonti riservate, voci di corridoio, brevetti depositati nei mesi precedenti e soprattutto ad un’apparentemente inesauribile dose di immaginazione masturbatoria, salvo poi essere in genere smentiti dall’annuncio di novità completamente diverse e sorprendenti da quelle di cui vociferava.
L’anno scorso la parte del leone l’ha avuta l’iPhone, il cellulare sovrasviluppato che avrebbe dovuto portare la vita umana ad un nuovo stadio dell’evoluzione. Quest’anno, invece, le aspettative sono concentrate su un fantomatico "subnotebook", una specie di piccolo computer portatile o di grande palmare; di questo prodotto si rumoreggia da mesi e le ipotesi più serie, non si sa quanto fondate, parlano di un notebook di spessore molto ridotto e dal peso estremamente contenuto. Per ottenere queste caratteristiche, proseguono le ipotesi, il subnotebook dovrebbe fare a meno dell’unità ottica (il lettore/masterizzatore) e persino del disco fisso, che sarebbe sostituito da una memoria flash tipo quella degli ipod.
ScablatoNegli ultimi giorni le speculazioni si sono fatte molto più ardite: basandosi sul significativo particolare che lo slogan dell’Expo di quest’anno è "There’s something in the air" e su poche altre dicerie probabilmente prive di fondamento, questo subnotebook è stato ribattezzato "Macbook Air" ed alcuni sono giunti a ritenere che il termine "Air" stia ad indicare che sarà un computer dotato delle più sofisticate tecnologie wi-fi e completamente privo di cablaggi, in cui persino il cavo della batteria sarà sostituito da un sistema di ricarica elettromagnetica ad induzione, qualsiasi cosa questo significhi. Un computer completamente senza cavi, uau. Di prove, però, non ce n’è assolutamente nessuna. Non si sa neanche se, effettivamente, oggi la Apple presenterà un nuovo computer, tanto meno come si chiamerà o quali saranno le sue reali caratteristiche.
Ispirato da tanto inutile sfoggio di fantasia ma soprattutto da questa giornata sonnolenta ed uggiosa, voglio però giocare anch’io a fare una previsione. Un’ipotesi completamente diversa, che non mi pare sia ancora stata fatta; la pubblico ora che mancano ancora un paio di ore all’inizio dello spettacolo, così da potermi eventualmente accreditare in futuro come uno dei maggiori esperti di Apple non praticanti*.
Prendendo per buona questa storia del subnotebook, che sembra abbastanza fondata, ed accettando l’ipotesi che abbia una memoria flash al posto del disco rigido, credo che oggi come oggi le memorie flash possano contenere una quantità di dati ancora limitati: da quel che ho sentito dire, ci si aggirerebbe sui 64 gigabyte, al massimo 128, comunque pochini per i palati più esigenti. Dove contenere allora tutte le nostre bellissime foto del mare ad alta risoluzione, per non parlare delle tonnellate di mp3, film, giochi e programmi regolarmente acquistati dal nostro muletto di fiducia? La risposta più semplice sarebbe: in un hard disk esterno. Ma se invece (e qui sta la mia previsione) l’espressione chiave della presentazione di oggi fosse "cloud computing"? Ovvero, per illustrare brevemente questo ben noto concetto, se la Apple mettesse a disposizione dei suoi clienti una quantità illimitata di spazio su server in cui custodire i propri dati, liberandoli dalla fastidiosa necessità di avere un disco fisso semmpre più capiente? E se, come già da qualche tempo fa Google, su questo spazio fossero ospitati anche i software di uso comune necessari all’utilizzo di quei file, liberando l’utente anche dalla necessità di installarserli e mantenerli aggiornati? Le sempre più diffuse connessioni a banda larga e wi-fi rendono questa ipotesi molto meno fantascientifica di un computer privo di cavo di alimentazione. La macchina in mano all’utente potrebbe essere più snella anche in termini di potenza di calcolo, in quanto gran parte del lavoro lo farebbe il server su cui sono ospitati i software ed i documenti; inoltre, gran parte delle copie e delle masterizzazioni necessarie a spostare dati da un computer all’altro diventerebbero inutili, in quanto in qualsiasi momento i file da visualizzare o su cui lavorare sarebbero "in the air" a disposizione dell’utente, che vi potrebbe accedere da qualsiasi dispositivo collegato ad internette, come fanno ormai quasi tutti per la posta elettronica.
La mia ipotesi è quindi un computer di concezione innovativa collegato ad un servizio all’avanguardia, che se avrà successo potrebbe aprire la strada ai soliti innumerevoli tentativi di imitazione, fino a cambiare per sempre il nostro modo di concepire il personal computer. O questo, o più semplicemente la Apple ha finalmente deciso di mettere il suo marchio su qualche costoso flaconcino di frizzante aria californiana.



* Dato che io, almeno per il momento, non possiedo assolutamente nessun balocco targato Apple.

Note estemporanee di zio Lusky:
State alla larga dagli anarchici informali, gli anarchici per bene si riconoscono perché danno sempre del lei e dicono buongiorno, buonasera, prego, si accomodi, e grazie.




14/1
2008

Maleducazione papale

Lotta al relativismo, sdoganamento della messa in latino, ritorno della messa di spalle, ’sto papazzo è da manicomio. Saranno contenti quei cattolici reazionari effettivamente convinti che i dogmi della chiesa vadano rispettati alla lettera, che ci sia un ordine naturale indiscutibile minacciato dal progresso e dagli omosessuali, andrà bene anche alla gran parte di quelli che si definiscono cattolici solo perché è il termine che qui si usa per dire "sono normale", credo in dio la madonna gesù san francesco padre pio, mi sposo in chiesa, mangio carne, voglio bene ai poveri in fotografia e non ho idee strane per la testa, ma come si sentiranno quei tre o quattro cattolici rimasti che credono nell’aspetto più progressista della religione, quelli che indipendentemente dall’erudizione teologica si riconoscono nel volto umano che di quando in quando la chiesa ha mostrato, nei capitoli più illuminati del messaggio evangelico? Quelli che hanno continuato a dirsi cattolici nonostante credessero nella democrazia e nella solidarietà, nell’emancipazione e nella libertà di pensiero, costretti dalla loro fede, che non si può cambiare o restituire al mittente come la tessera del club degli editori, a riconoscersi parte di questa compagnia discutibile? E mai che dalle loro fila si levi una voce di critica, o almeno una salutare pernacchia. Solo un miracolo potrebbe salvarli da una situazione tanto imbarazzante.




8/1
2008

The very best of 2007: il simpatico elenco numerato

Tra la fine di un anno e l’inizio del successivo, sbocciano ovunque le classifiche più disparate: i dischi migliori, i film migliori, i personaggi più in vista, i momenti sportivi da ricordare e balle varie. Io avevo in mente di redigere la top ten delle persone che ho odiato di più nel 2007, ma in fin dei conti ci sarebbero stati sempre i soliti nomi e tipi sociali: il padronato, i fasciobastardi, i leghisti, quelli che sorpassano tutta la colonna e poi si buttano dentro, il governo, ecc. Fatica sprecata. E’ così che dopo giorni di reiterato ed ipnotico ascolto del più recente singolo di un buffo tizio di Cortona il cui nome non si può scrivere né pronunciare, ho deciso di rigirare in positivo la frittata e stilare una classifica delle dieci cose che ho amato di più l’anno scorso:

1. Tutti i momenti trascorsi in pace con Amoremio
2. Le giornate con i miei nipotinzi e nipotelli assortiti
3. Gli scogli assolati dell’Istria ed il dolce far niente
4. Il mojito, e quell’altro mojito, ed ancora un altro mojito...
5. Le corse contromano sulle strade di Budapest
6. "Dog problems" dei The Format, e le altre belle cose che ho ascoltato
7. Il Tai Chi in riva al mare e dentro il mare
8. La scoperta di Kapuscinski e di Gipi
9. I numerosi progetti di emigrazione in coda al mondo
10. Il piano sequenza di "Children of men"


Magari l’ordine non è esattamente questo, di sicuro ho dimenticato qualcosa di importante ed altre cose le ho lasciate fuori apposta per mettere in elenco solo dieci voci, ma in fondo è già abbastanza stimolante che persino un anno tirchio come il duemilassette mi abbia lasciato in eredità una decina abbondante di cose buone da ricordare. Mette appetito per il duemilarotto.

(Per la solita amabile dose di cinismo, odio e disincanto non preoccupatevi, siamo solo all’inizio dell’anno).




7/1
2008

Qualcuno fermi Zhang

Dopo mesi e mesi e mesi di affannosa ricerca, pochi giorni fa sono riuscito finalmente a vedere "La città proibita". Giusto per incominciare il duemilaerotti all’insegna delle Grandi Delusioni.

(sospiro)

Il primo quarto d’ora è tutto un sussegguirsi di personaggi avvolti in pesanti drappi colorati che si inchinano sottolineando a voce alta il fatto di essersi inchinati.
"Mi inchino di fronte all’imperatore."
"Mi inchino di fronte all’imperatrice."
"Mi inchino di fronte al principe ereditario."
"Mi inchino di fronte alla saponetta."
ecc.

Inoltre, quasi sempre i personaggi sono introdotti da fastidiosi cerimonieri di corte che ne annunciano nome e funzione, suggerendo allo spettatore che la corte imperiale cinese potesse essere un covo di smemorati cronici che non si ricordavano il nome neppure dei parenti più prossimi.

"Entra il principe Wu."
"Entra il principe Igai."
"Entra il lattaio."
ecc.

Finalmente, la gente smette di inchinarsi e comincia la storia. Finalmente, ma anche no. In sintesi, l’imperatore sta avvelenando l’imperatrice perché lei andava a letto con il figlioccio che ora la rifiuta andando a letto con la figlia del medico di corte che sta avvelenando l’imperatrice per conto dell’imperatore ma l’imperatrice viene a scoprirlo per tramite di una spia che altri non è che la madre del figlioccio in quanto prima moglie dell’imperatore che tutti credevano morta ma che invece si è risposata con il medico di corte ed è quindi madre pure della figlia del medico di corte che si rivela quindi la sorellastra del figlioccio dell’imperatrice la quale per salvarsi dal marito cuce diecimila garofani d’oro per convincere il figlio secondogenito dell’imperatore a spodestare il padre il quale scopre tutto tramite il primogenito che tenta di uccidersi credendo che la matrigna voglia liberarsi di lui ma si salva per poi venire ucciso dal fratello minore che si sente trascurato ed in fase di crisi di affetto post-adolescenziale cerca di attirare l’attenzione del padre con un risibile colpo di stato ma viene ucciso dall’imperatore a cinghiate prima che l’altro fratello scateni il suo assalto destinato ad infrangersi contro le armate imperiali costringendolo a suicidarsi per non essere costretto ad uccidere la madre.

Uno schema potrebbe essere utile:

uno schema chiarificatore

L’ultima mezz’ora è tutto uno scontrarsi di eserciti al buio, in pratica un clangore di armi ed un cozzare di armature di cui si distingue a malapena il colore e si trattiene un vago ricordo di "oro battono neri", "argento battono oro" e così via. Una cosa tipo la battaglia al fosso di Helm, ma senza Legolas a fare snowboard sullo scudo, per capirsi. Mal di testa assicurato. Il messaggio conclusivo, poi, è lo stesso di Hero: lasciate fare all’imperatore, può sembrare autoritario e crudele ma sa quello che fa e lo fa per il bene di chi lo circonda. Siategli fedeli, ed egli vi ricompenserà. Rompetegli le palle, ed egli vi ucciderà a cinghiate.

Una delle poche cose positive garantite dalla visione di questo film è che, per quanto male possa andare il resto dell’anno, difficilmente dovrò affrontare una serata altrettanto noiosa.

Il mio idillio con Zhang Yimou, l’uomo che tirava fuori storie bellissime con un budget di 500 euro comprese pizze e bibite, è finito. E pure Chow Yun-Fat farebbe meglio a stare in guardia.




21/12
2007

Canto di nasale

A guardare quanto tempo ci metteva il sole a spuntare, stamattina, non c’è di che stupirsi se ogni anno a quest’ora i nostri stupidi antenati se la facevano sotto per la paura. Poveri, pavidi ominidi, stretti nelle loro grotte o wherever a chiedersi se le giornate avrebbero continuato ad accorciarsi fino a condannarli ad una gelida notte perpetua, con i prezzi del riscaldamento speleostico alle stelle ed i lupi che ululavano fuori dalla finestra. Non c’è di che stupirsi, davvero, se appena constatato che la tendenza si invertiva e le giornate riprendevano ad allungarsi, si dessero tutti a delle gran baldorie, mangiassero e bevessero e si scambiassero pacchi e pacche sulle spalle per festeggiare ed ingraziarsi il sole, fosse mai che quel vecchio balordo cambiasse idea e tornasse a dormire nel freddo grembo della terra. Erano altri tempi, tempi rozzi ed ignoranti, quando per mancanza di materia prima non si potevano fare neanche le intercettazioni telefoniche e ti toccava corrompere la gente di persona.
Oggi, però, che viviamo quest’epoca di luccicante ottimismo, che cavalchiamo il progresso trionfante ed abbiamo spezzato le catene dell’ignoranza, che sappiamo benissimo perché viene la notte e secondo quali cicli si succedono le stagioni, che sgraniamo un sorriso bianco Apple anche di fronte agli oltraggi, i sassi ed i dardi dell’iniqua fortuna, oggi che non abbiamo dubbi su nulla e l’universo è il nostro parco giochi, che senso ha perdere tempo ad addobbare ed illuminare ed impacchettare? Non me la bevo, che sia per festeggiare la presunta nascita di un presunto redentore, per credere o fingere di credere che un operaio di falegnameria, per quanto giovane, specializzato e dotato di grande fantasia, possa diventare addirittura azionista di maggioranza di un regno dei cieli. Forse, mentre tiriamo a campare su questa palla di fango spaziale, stretti tra il precariato e le liberalizzazioni, con il governo allo sbando, il paese allo sbando, il pianeta allo sbando, i giovani sbandati, i killer sbadati, i rom assassini, le madri assassine, i fidanzati assassini, le cooperative multinazionali di assassini, le badanti che si raccomandano, le prostitute raccomandate, le intercettazioni pubbliche, le televisioni private, il calo dei consumi, l’aumento dei costi delle vite, della vite e delle viti, il debito pubblico, l’inflazione, i finanzieri autofinanziati, gli operai ammazzati, gli imprenditori impuniti, il riscaldamento globale, i focolai locali, le frontiere saltate e quelle che stanno per saltare, gli integralismi ingerenti e le gerarchie indigeribili, con tutti questi lupi e sciacalli appena fuori dalle nostre grotte, abbiamo ancora bisogno di pacche sulle spalle per ricordarci che nessuna notte, per fredda e buia che sia, dura mai in eterno.







P.S.: La nota di ottimismo e speranza diffusa da questo post trascura volutamente la possibilità di una catastrofe umana o naturale che abbia come conseguenza l’arrestarsi della rotazione terrestre, l’oscuramento del sole o qualsiasi altro fenomeno che possa, in effetti, allungare la notte a tempo indeterminato. Si pregano i signori lettori di fare finta di niente, allacciare le cinture e continuare a cantare in serena letizia.




20/12
2007

Una specie di evoluzione

C’è questo tizio, Jonathan Keller, prevedibilmente americano, che ha la faccia più ordinaria del mondo. Due orecchie, due occhi, un naso, una bocca. Viso allungato, capelli castani che a volte lascia crescere ed ogni tanto taglia a zero, occhiali (a volte). Lo so per certo, perché ogni giorno, dal 1 Ottobre 1998, Jonathan Keller si è fotografato il viso e l’ha pubblicato sul web, tante piccole faccette allineate l’una all’altra. Capelli lunghi, capelli corti, barba lunga, barba rasata, occhiali, non occhiali. Sorrisi, mai. Il fatto che l’intero progetto non abbia alcun senso lo promuove automaticamente ad opera d’arte. Recentemente qualcuno ne ha anche ricavato un breve filmato che vi consiglio, a meno che non abbiate appena assunto anfetamine:

JK giovaneJK anziano

[cliccate sulle immagini per vedere il filmato, oh giovani tordi senza immaginazione]

Strabiliante, non è vero? Dice che intende andare avanti fino alla morte, o al ricovero coatto.
Però che balòns, ricordarsi ogni giorno di farsi una foto, nella stessa posizione e con la stessa mancanza di espressione. Per anni. Per tutta la vita! Io ho ottenuto lo stesso risultato in mezz’ora:

Lusky giovaneLusky ancora giovane

[cliccate sulle immagini per... oh, beh, se non l’avete ancora capito non importa]

(Oggi ho molto, molto sonno)




18/12
2007

Cahiers de la révolution

Bisonti della strada occupano la carreggiata Il fermo dei camionisti che la scorsa settimana ha messo in crisi i trasporti in tutta Italia dovrebbe metterci in guardia: è tutto finito, OK, ma come evitare che ricapiti? Ridurre l’incidenza del trasporto su gomma potenziando le linee ferroviarie, certo, la TAV, come no, il trasporto marittimo, sicuro, ma sono tutte strategie di lungo periodo e spesso ecologicamente discutibili. In Italia nessuno prende strategie di lungo periodo, e di ecologia si discute alternando colpi di mano a dichiarazioni d’intenti. Se davvero il trasporto merci, come mi è parso di capire, rappresenta un settore strategico non solo per l’economia nazionale ma per la soddisfazione dei bisogni primari dei cittadini, umilmente propongo una soluzione più drastica ma anche molto più rapida ed efficace: la nazionalizzazione dei tir.

Carla Bruni, passeggiando con Sarkozy domenica pomeriggio, indossava un cappotto nero ed una sciarpa beige e bianca. Il fatto che io ne fossi a conoscenza entro le otto di lunedì mattina è il migliore indicatore che il livello qualitativo del GR2 sta scendendo sempre più in basso.

La parte più difficile potrebbe consistere nell’appropriazione fisica degli automezzi da parte dello Stato, dato che quest’ultimo non brilla per spirito di inventiva ed i camionisti sono tradizionalmente piuttosto incazzusi e gelosi del proprio mezzo. Suggerisco a questo fine di adottare l’antico stratagemma delle chiavi e della puttana meretrice.

Atleti impegnati nella preparazione di un esamePer tutti coloro (uno) che si stessero chiedendo com’è andato il mio esame di Tai-C, sappiano che bene, grazie, l’ho passato in modo indifendibile e insindacabile come una finanziaria con la fiducia. Sempre meglio, peraltro, di una paracostituzione approvata in sordina, visto che almeno nel mio caso c’erano fior fior di testimoni. Quanto all’aura, ancora l’aura non c’è.

Lo stratagemma funziona così: si radunano tutti i camionisti in un luogo molto ampio, al quale non sia possibile accedere con i tir. Uno stadio va benissimo, per esempio, ma anche un palazzetto dello sport o una piscina. Si presenta poi alla folla dei camionisti lì riuniti una meretrice, la quale prometterà i propri favori ad uno di quegli uomini virili, estratto a sorte. Attenzione! Vale la pena di sottolineare che la meretrice, affinché lo stratagemma funzioni, non deve essere in alcun modo imparentata con alcuno dei camionisti presenti. Se non riusciste a trovarne nessuna che soddisfi questo rigido requisito, è possibile usare in vece della meretrice una ragazza morigerata ma discinta, con l’aspetto di meretrice.

papa Benedetto riposa nelle sue stanzeIl famigerato papa Benedetto XXX ha messo in guardia i propri parrocchiani dalla tentazione di fare della felicità un idolo. In altre occasioni, mi pare di ricordare, lo stesso pontefice si era scagliato contro il consumismo. In attesa della vita eterna, al vero fedele pare non restare altro che miseria, morte e terrore: non sarà comunista, il papa? Per dovere di cronaca, pare che in realtà sua eccellenza si riferisse ai pericoli della droga, alla quale sarebbero comunque preferibili i piaceri della tavola. Lo si evince dalla toccante conclusione dell’Angelus, cantata da Benedritto in persona: "felicità è un bicchiere di vino con un panino".

Presentata la meretrice e decantate le sue doti, si chiederà a tutti i camionisti infoiati di mettere le chiavi del proprio tir in un grosso cappello posto al lato del palco, o in un contenitore similare, spiegando che così la fanciulla potrà estrarre con la massima imparzialità quelle del fortunato cui accompagnarsi. Se la meretrice sarà stata coscienziosamente scelta per le sue qualità estetiche, e non per la parentela o l’amicizia con un qualche sottosegretario, pochi si tireranno indietro. E’ fondamentale giocare sull’effetto emulazione e sulla spinta conformista del gruppo, eventualmente sguinzagliando tra la folla degli attivisti che si fingano camionisti e vadano per primi a depositare le proprie chiavi, accusando a gran voce di omosessualità i recalcitranti. Il sistema è infallibile e l’effetto assicurato. Personalmente sconsiglio di impiegare a questo scopo gli attivisti di Sinistra Critica: a parte che son troppo pochi, i camionisti non bevono chinotto e li riconoscerebbero subito come impostori.

Perplessità da parte del Dalai LamaL’ambasciatore cinese si è duramente lamentato con Bertinotti per la partecipazione del Dalai Lama ad una cerimonia alla Camera dei deputati. Secondo il diplomatico, il Dalai sarebbe uno scassaminchia bugiardo, in quanto nega la propria reiterata istigazione al separatismo tibetano. Zio Berty ha cortesemente risposto che la Camera è sua e ci invita chi vuole, specie un premio nobel per la pace. Tra i tanti venditori di fumo teocratico, quel pacioccone del Dalai Lama è uno dei più simpatici e, ammettiamolo, la sua merce è tra le meno peggio. Almeno gira il mondo, vede gente, non sta sempre in vaticano a mangiare i bambini o in qualche caverna pakistana ad ammaestrare le pulci della propria barba. E poi, se in parlamento ci parla dell’utri, ci può parlare chiunque.

Tutto quello che resta da fare, a questo punto, è sottrarre con agilità il cappello contenente le chiavi mentre la meretrice distrae la folla di camionisti passeggiando sul palco, strusciandosi languidamente su un palo, o facendo le facce buffe. Sgusciare quindi fuori dallo stadio (palazzetto dello sport, piscina) ed impossessarsi dei camion parcheggiati all’esterno. Et voilà! La nazionalizzazione è fatta! Affinché la sua efficacia non si esaurisca nel giro di cinque minuti, però, è bene accertarsi di aver sprangato le porte dello stadio alle vostre spalle.

Una vecchia amica ritornaQuesto è un appunto di etichetta. Un gentiluomo non usa mai il verbo "schedulare". Mai. Assolutamente. E a proposito, un gentiluomo non dice mai neanche "Assolutamente sì". Qualora un gentiluomo senta nella stessa frase una qualsiasi combinazione di queste due espressioni (p.e.: "Assolutamente sì, lo scheduleremo nel prossimo briefing"), il galateo prevede la disfida a duello, o un colpo alla nuca, o entrambi.

La meretrice, per quanto sia brutto dirlo, è da considerarsi sacrificabile: per quanto mi sforzi non riesco a trovare un modo per tirarla fuori dallo stadio senza che i camionisti se ne accorgano. Forse nell’ultima fase la si potrebbe sostituire con una bambola gonfiabile, o una pecora, ma in questo caso se ne lamenterebbero gli ambientalisti. Una pecora di tofu, forse.

P.S.: Ma quanto si divertono quelli del sito di Repubblica a scegliere le foto del papa?




17/12
2007

La Del Ponte dà la caccia anche a Prodi

Mi sono perso l’intervista di Repubblica alla Del Ponte, e mi tocca di leggerla riassunta da B92; il pezzo, comunque, è perfettamente in grado di dar conto di quanto imparziali, prive di pregiudizi ed anche modeste siano le idee di questa donna. Per chi non lo sapesse, immagino con suo grande disdoro, Carla Del Ponte è una magistrata svizzera ed è attualmente procuratore capo del Tribunale Penale Internazionale delle Nazioni Unite; le sue massime aspirazioni sono scrivere il proprio nome nel polveroso tomo della SToria, con la S ed anche la T maiuscole, ed annichilire il popolo serbo.
In questa intervista la Del Ponte si lamenta del fatto che l’Italia sia il principale sostenitore dell’integrazione della Serbia nell’Unione Europea, accusando il primo ministro Romano Prodo ed il ministero degli esteri Minimo D’Alema di pregiudizio pro-serbo*. L’atteggiamento non l’ha stupita particolarmente da parte di D’Alè, che sarebbe sempre stato "più o meno pro-serbo": più quando faceva affari con Milosevic, meno quando dava il via libera ad una guerra illegale contro la Serbia e scaricava bombe in testa alla gente, evidentemente. Prodo, invece, l’avrebbe addirittura sfuggita: è più di un anno che la Carlina lo cerca al telefono, lo fa pedinare, gli dorme sul pianerottolo, ma il primo ministro si nega, non ha trovato neanche due minuti per sentire le sue accuse. "Era ovvio che non voleva occuparsi dei miei fuggitivi, in quando aveva già preso le parti della Serbia**".
Perché è questo il punto, per la Carlona: l’avvicinamento all’Unione Europea va ostacolata perché altrimenti si perderebbe uno strumento con cui ricattare il governo serbo e costringerlo alla consegna dei presunti criminali di guerra, in particolare Karadžić e Mladić che Koštunica e Kusturica tengono attualmente nascosti nei propri rispettivi tinelli. A nulla importa che il governo serbo abbia già estradato al tribunale per i crimini di guerra 44 persone, tra le quali due presidenti della repubblica, e che stia continuando a cercare gli imputati mancanti: per la del Ponte non ci si impegnano abbastanza, non le vogliono consegnare tutti i suoi preziosi fuggitivi, e quanto prima si farebbe e quanto più contenta lei sarebbe se i serbi si consegnassero tutti, legati mani e piedi, alla sbarra degli uranici vincitori. D’Alema, in un momento di rara lucidità ma non meno ipocrita del solito, avrebbe fatto notare che non spetta alla Del Ponte valutare il livello di cooperazione della Serbia, che le minacce devono cessare e far invece proseguire i negoziati. Mai sia! D’Alè di natura è più portato per le trattative macchiavelliche che per le oneste prove di forza, ma per la Del Ponte è vero il contrario: non essendo disposta a discutere con i serbi come se fossero esseri senzienti dotati di diritti e dignità, se le togli la capacità di minacciare non le resta niente. Povera stellina! E se, per quanto improbabile, le trattative del losco D’Alema e dei suoi colleghi riuscissero a scongiurare ulteriori degenerazioni della situazione in Kosovo, allettando i serbi con la carotina dell’Unione Europea? Metti che non scoppino altre guerre nei Balcani per qualche anno, poi lei a chi li farebbe i processi? Rimarrebbe solo Prodi, per uso criminale di segreteria telefonica.


* Qua ci starebbe bene la risata registrata tipo sit-com anni Ottanta.
** Corsivo mio, aggettivo possessivo suo.




12/12
2007

Un leggero languorino

Essendomi trovato ieri sera ad affrontare la sconsolante mancanza di pasta sfoglia Coop sugli scaffali del supermercato, mi sento anch’io titolato a commentare la protesta degli autotrasportatori, che infiniti lutti sta adducendo agli italici. L’aspetto più interessante di questa vicenda non è la mancanza di polso con cui le istituzioni hanno affrontato il problema, e neanche il modo immondo e violento con cui la protesta è stata messa in atto dai camionisti. Lascio ad altri, per una volta, anche sottolineare come uno dei principali ideatori del fermo dei tir sia un deputato di Forza Italia, anche se questo francamente dà a tutta la faccenda un accento cileno. Non mi soffermo neppure, per quanto sia un tema interessante, sulla constatazione di come il potere ricattatorio degli autotrasportatori derivi dal fatto che in Italia il trasporto merci avviene quasi esclusivamente su strada anziché via treno o con altri mezzi, egemonia che a sua volta dobbiamo a decenni di regali alla Fiat di Agnelli ed ai suoi amici piduisti. Preferisco anche sorvolare sull’allarmismo dei giornalisti, che avendo trascurato di informare per tempo ed adeguatamente i cittadini, hanno poi rimediato incitando il popolo bufalo all’accaparramento selvaggio, a fare scorta di tutto in vista di un inverno senza più benzina, cibo, medicinali, ambulanze e per fortuna che nessuno ha ancora citato la carta igienica. Anche se ci stiamo avvicinando. L’aspetto che più mi ha colpito di questa nuova tragicommedia all’italiana, infatti, è come stiamo reagendo di fronte ad uno di quegli incubi atavici che credevamo di avere rimosso, la fame. Sono sicuro che questi due giorni di blocco autostradale non hanno intaccato minimamente la dieta di nessun italiano, che ci vorrebbero diversi altri giorni prima che supermercati e negozi di alimentari finiscano davvero con lo svuotarsi di ogni sostanza commestibile, e che altri ancora ce ne vorrebbero prima che si esaurisca la riserva di cibo che ciascuno di noi castorini tiene al sicuro in dispensa; neanche il camionista più intransigente potrebbe durare tanto, anche perché se a lui i panini li fornisce paradossalmente la protezione civile, stavolta non c’è la CIA a portargli di che sfamare la moglie, i pargoli ed il nonno malato. Eppure, nel belpaese si respira già un clima da emergenza: non solo tutti sono corsi dopo anni di rabbocchi a fare il pieno di benzina ma tra i commenti della gente ed i carrelli della spesa serpeggia sottintesa l’ansia di accumulare scorte, la paura più antica di tutte, quella di non trovare niente da mangiare. Con la solita compostezza gli italiani si dividono tra quelli che vorrebbero dare l’assalto a Palazzo Chigi per costringere il governo a cedere tutto e subito e quelli che invocano la legge marziale, il napalm sui camionisti; i più tranquilli controllano l’andamento dei negoziati come se si fosse a Cuba nel ’62, i pochi saggi ricordano che non c’è niente da temere, che tutto si sistemerà a breve, che per fortuna hanno fatto la spesa ieri. La preoccupazione, che durerà poco, trascende per una volta classi sociali e simpatie calcistiche o di partito e ci accomuna agli altri animali, costringendoci a guardare in faccia un aspetto della realtà che quotidianamente abbiamo imparato a trascurare: i soldi, tanto quelli belli fruscianti quanto quelli virtuali dei conti in banca, non si mangiano. Siamo nel G8, il PIL è più o meno in linea con quello degli altri paesi, la tredicesima è in arrivo, ma improvvisamente l’importanza che attribuivamo a quel nuovo lettore mp3 o ai cerchi in lega o alla legge elettorale rischia di essere fortemente ridimensionata. Cu-cù, è tornato il fantasma della fame. E’ solo un fantasma, eh, ma è pur sempre fame. La stessa fame che sopprimiamo freneticamente prima ancora che si manifesti ingozzandoci di spuntini ad ogni scampanellìo dello stomaco, la fame che siamo abituati a vedere in televisione, bambini con la pancia gonfia e mosche attorno agli occhi, la fame che commuove alla messa di natale, quella che disprezziamo negli occhi dei mendicanti, la fame che ormai da anni è un problema degli altri, di chi in fondo in fondo se lo merita, la fame dei racconti dei nonni e della guerra, dei rimproveri di quando lasciavamo la roba nel piatto, la fame che ti svuota le vene, la fame che ormai ci è sconosciuta, non il sano appetito di chi ha fatto sport o lavorato intensamente, quella che non deriva da qualche dieta ma dal non mangiare, il non mangiare perché non c’è cibo. Pensavamo di essercelo lasciato alle spalle, questo fantasma, di averlo esportato in paesi lontani assieme alle guerra ed alle scorie nucleari, non lo sappiamo più riconoscere nemmeno quando arriva dal mare sui barconi affollati o nei doppi fondi degli autotreni, eppure basta niente a scoprire che non è mai andato da nessuna parte, che ci siamo limitati a seppellirlo in uno di quei pozzi profondi che ci portiamo dentro, che anche noi popolo di fighetti avvolti in morbidi strati adiposi di fronte ad uno scaffale vuoto siamo solo povere bestie con un’inutile carta di credito ed un brivido freddo lungo la schiena.




11/12
2007

Aspettando il sole, spunta l’arcobaleno

Qualche settimana non ho risparmiato critiche al nuovo simbolo del cosiddetto Partito Democratico, ma non mi aspettavo che in così poco tempo potesse essere superato in bruttezza. Invece, la scorsa settimana la Sinistra Arcobaleno ha attirato l’attenzione presentando la bozza del proprio marchio. Questo:

Sinistra Arcobaleno

Che dire?
Arcobaleno, è arcobaleno. Sinistro, c’ha un che di sinistro.
Avrebbero dovuto discuterlo in assemblea nel fine settimana, ma non sono riuscito a scoprire i risultati di quella discussione: o che hanno preferito soprassedere, o che i commenti non sono riferibili pubblicamente. Ad ogni modo, stavolta lascio le critiche a chi ha maggiore cognizione di causa, anche perché i motivi di imbarazzo non si fermano qui*. A causa di una certa leggerezza dei media sull’argomento, infatti, molti si staranno chiedendo cosa diamine sia questa Sinistra Arcobaleno: l’unica cosa che si è ben capita è che con buona pace di Ingrao la Sinistra Arcobaleno non è un partito unico ma si costituisce come federazione di partiti, almeno per il momento. I quattro che ci cadono dentro sono: i Verdi, Rifonda, quei vecchi KGB dei Comunisti Italiani e... aspetta, qual è il quarto partito? "Sinistra Democratica"...? Mussi aveva fondato un proprio partito e nessuno mi ha detto niente? Vabòn, prendiamola per buona. Quattro partiti a sinistra del PD che decidono dunque di fondare una propria alleanza. Questa sarebbe la Cosa Rossa che aspettiamo da anni, più o meno, tranne che non è una cosa ma un insieme di tante cose, non è più rossa ma arcobaleno, e si chiama infatti "Sinistra Arcobaleno".
O forse si chiama "La Sinistra l’Arcobaleno", con l’articolo come nel simbolo. Oppure "La Sinistra, l’Arcobaleno", con la virgola. O anche "La sinistra/l’arcobaleno" come nella Dichiarazione d’intenti. Insomma, l’Arcosinistra: molte buone teste, molte buone idee, molto casino. Contemporaneamente sarà anche l’unico soggetto politico che nessuno ammetterà di votare perché ci si vergogna di pronunciarne il nome.
Superando le polemiche puerili sul nome e sul simbolo**, però, la lettura della Dichiarazione d’Intenti contiene parecchi elementi di interesse e princìpi molto validi che condivido, nonostante qualche errore di battitura che fa stridere i denti alla maestrina dalla penna rossa che vive in me. Molti l’hanno giudicata troppo fumosa, troppo retorica, ed in effetti arrivato in fondo alla pagina, a quel "Venite adoremus" conclusivo, mi viene il dubbio che tanta fascinazione possa essere in parte dovuta a quel mio retroterra culturale cattolico così difficile da sradicare. Però bisogna anche considerare che è una dichiarazione d’intenti, mica un programma politico dettagliato; staremo a vedere come si evolve la Cosa (preferisco chiamarla ancora in questo modo), chi la guiderà, cosa ne pensano le basi dei singoli partiti e come i princìpi molto validi si tradurranno in proposte concrete. Dall’unione di comunisti ed ecologisti potrebbero nascere frutti molto buoni, ma staremo a vedere anche se e quanto l’alleanza sarà in grado di tenere botta alle prime dichiarazioni contraddittorie, ai primi sondaggi, alle prime battaglie di principio.
Pregasi infatti notare che, già mentre la Sinistra Baleno si fondava, un’altra scheggia si staccava da Rifondazione Comunista, non approvando lo "scolorirsi della sua soggettività nell’Arcobaleno e la perdita dei suoi riferimenti storici". In altre parole, non erano d’accordo con la decisione della nuova federazione di togliere i riferimenti al comunismo e di continuare ad appoggiare il governo Prodo. Questa scheggia si chiama Sinistra Critica e si costituisce in movimento, proponendo una "fase Costituente per una coalizione anticapitalista". Al momento mi sembrano più che altro degli antitutto che strizzano l’occhio ai movimenti e ai ggiovani, a partire dalla grafica del loro simbolo e dei loro onnipresenti volantini***, però hanno anche loro degli argomenti e li terrò d’occhio.

Sarà l’euforia natalizia, sarà che anche il fondo del barile ha un fondo, ma sembra che almeno a sinistra si muova qualcosa che non sia il solito bolo. Finalmente. Di chiacchiere e distintivi se ne sono già sentite e visti troppi per crederci fino in fondo, ma noi si continua ad aspettare il sole.




* Non che con il Partito Democratico i motivi di imbarazzo si fermassero al simbolo, che anzi è l’ultimo dei loro problemi.
** Che però costituiranno la condanna elettorale di questa federazione se qualcuno non si sbriga a cambiarli. Siamo nella società dell’immagine, cazzo.
*** Apprò, sabato 15 ci sarà una grossa manifestazione a Vincenza e sarebbe bello parteciparvicisi. Tai chi permettendo.


UPDATE: a pochi minuti dalla pubblicazione di questo post, ecco il primo colpo di scena:

logo di Sinistra Critica lattina di Chinò aranciate San Pellegrino
Il logo di Sinistra Critica, che compare per esempio sul loro sito, è quasi identico, direi speculare, a quello del Chinò San Pellegrino. Alla faccia dell’anticapitalismo, dell’antimperialismo e della lotta alle multinazionali! Ecco almeno spiegato perché ogni volta che vedo un loro volantino mi viene sete. ;-)

UPDATE dell’UPDATE: Non è solo il chinotto ad essere di sinistra. Dopo attenta consultazione di materiale informativo/commerciale, ho potuto notare come il logo di Sinistra Critica appaia su tutte le lattine e le bottiglie delle bibite San Pellegrino. Non mi è chiaro se si tratti di una manifesta sponsorizzazione (tipo la Coop per il PD, o Mediaset e la mafia per FI) o di una clamorosa svista da parte dei grafici del movimento politico. Potrebbe anche essere una precisa scelta di campo in opposizione alla Coca Cola yanqui, ma come non notare che la San Pellegrino è a sua volta proprietà della malvagia Nestlé...
A quanto pare, che i partiti siano vecchi o nuovi, non riusciamo a scollarci dalla solita politica da bar sport.

(Questa storiella idiota mi sta divertendo come un matto, non so se si nota.)