27/10
2007

KarmaChimico Punto Insurrection Technology

Diciamoci la verità: ormai la Rete è cotta. Internet, dico. E’ stata una bella esperienza, ne valeva la pena, ma si capisce che ormai non ha più nulla da dire, ha esaurito la spinta vitale, si sta cannibalizzando. I blog, poi, bollitissimi, fin dal primo giorno non fanno che parlare al 90% di blog ed al restante 9% di altre cazzate, dimenticandosi che i blog sono stati inventati fondamentalmente per un motivo: dare un po’ di sollievo ai server che ospitano i siti porno. E allora perché non solo continuo a contribuire alla caciara collettiva, ma addirittura rinuncio a 6 birre piccole per pagarmi un server e un dominio?
Per tre motivi.
Il primo, che se volessi scrivere solo per me userei il server più economico in assoluto, cioé la carta. Rubandola dal luogo di quotidiano sfruttamento impiegatizio.
Il secondo, che quei cinque visitatori al giorno che più o meno intenzionalmente passano a leggere le mie cretinate non si meritano il fastidio di schiantarsi sempre contro una pagina di errore. Soprattutto perché uno dei cinque sono io, e poi perché sono questi piccoli episodi di frustrazione quotidiana che scatenano il serial killer che è in noi.
Il terzo, quando mi verrà in mente, sarà senz’altro geniale ma per il momento accontentatevi dei primi due.

Come in tutti i traslochi, è possibile che qualche link sia finito in un altro scatolone e qualche jpg si sia macchiata. Pazientate & Segnalate.

Note estemporanee di zio Lusky:
State alla larga dagli anarchici informali, gli anarchici per bene si riconoscono perché danno sempre del lei e dicono buongiorno, buonasera, prego, si accomodi, e grazie.




26/10
2007

Una storia di guerra

"Quando passavi le giornate nella casina calda con babbo e mamma e giocavi al computer. Intanto fuori c’era la guerra e ti importava una sega."
"Ma che c’entra? Quella non era mica la guerra nostra."
"Ah no? E perché? Quanto ti devono scoppiare vicino le bombe, per farti dire che una guerra è tua?"


(Gipi, "Appunti per una storia di guerra")



Comincio a parlare di un libro citando un altra cosa che non c’entra un cazzo*. Questo probabilmente fa di me il re dei recensori letterari di questo paese.
Il libro di cui parlo è "Sappiano le mie parole di sangue", di Babsi Jones, Rizzoli eccetera eccetera e qui ci sta il disclaimer: cercherò di parlare del libro in modo onesto, che é già tanto, ma ricordo anche che leggo e stimo l’autrice da tempo ed aspettavo questo libro da qualche mese, senza peraltro sapere cosa aspettarmi; quella di Babsi Jones non è una scrittura che ti coccola e ti intrattiene raccontandoti quello che ti piace sentirti dire tra la cena e il film su sky e la buonanotte. Quanto di più lontano da Harry Potter, per intenderci. Sarà (anche) per questo che sta sulle balle a molti, avendo scelto di dispiacere per non pagare il prezzo di dover piacere a tutti. A me va bene lo stesso, come scrive e quello che scrive, se non sempre** direi quasi. Anche se non compiace.
Anche questo libro non compiace né consola un cazzo. Alcuni lo hanno definito capolavoro, e non so, non me ne intendo, bisognerebbe mettersi d’accordo sul significato da dare alla parola, ma nel dubbio partiamo dal presupposto che no, non sia un capolavoro, così tiriamo un sospiro di sollievo, ci leviamo di torno questo termine ingombrante e che se la grattino i posteri. Altri hanno cominciato a sganciare merda fin dalla copertina, per poi passare alla quarta di copertina, per poi fermarsi lì perché a leggere sul serio si fa troppa fatica e comunque sanno già tutto, hanno già capito tutto, smascherato il grande circo mediatico, sgonfiato l’hype e possono tornare a scodinzolare nello spazio commenti delle migliori blogstar. Per un pugno di visitors.
Mi verrebbe da dire: prendete e leggetene tutti, e fine della storia. Ma "Sappiano le mie parole di sangue" merita che mi dilunghi un po’ di più, per quanto il consiglio sia lo stesso buono se avete fretta. Ma sarebbe buono anche "Evitatelo", perché potrebbe farvi star male, se non siete uno di quegli stomaci di ferro che si vedono in giro. Non è un libroperfetto, questo qui, non ha tutte le paroline giuste al posto giusto e qualche volta sembra quasi incepparsi, girare a vuoto. Ci sono un paio di refusi sfuggiti forse al correttore di bozze***, ma sono casomai cazzatine da correggere in seconda edizione. Di cosa parla?, si chiederanno a questo punto i miei giovani lettori, e subito dopo: perché dovrei sganciare la plata****?
C’è una giornalista italiana inviata a Mitrovica, Kosovo, a documentare ad uso e consumo dei lettori l’ennesimo conflitto tra serbi ed albanesi. Quello del ’99, del 2004, del 2008... non cambia poi molto. Il conflitto sta per finire e lasciare il posto ad un’altra pace instabile e temporanea, gli albanesi hanno vinto di nuovo e stanno per arrivare a prendere possesso della città, i serbi superstiti raccolgono tutto quello che si possono portar dietro e fuggono, sotto l’ipocrita supervisione di umanitari e forze internazionali. La giornalista straniera sceglie di rimanere, assieme ad altre tre donne che non possono o vogliono andarsene, e scrive di quegli ultimi giorni e di come ci si è arrivati, scrive della Storia e delle storie umane, di pogrom antiserbi e di Srebrenica, dello scrivere, della verità e del dubbio, di Amleto e delle guerre che ciascuno sceglie di chiamare proprie o di ignorare. Scrive e non spedisce niente, perché le parole si rivelano inutili.
E’ un libro in cui fact e fiction convivono ma non sempre si conciliano bene, a volte si strattonano a vicenda e di solito la fiction ha la peggio. Gli attori smettono di guardarsi in faccia, si rivolgono direttamente al pubblico rompendo il patto narrativo e la scenografia pare barcollare, tutti i personaggi diventano una maschera sola, i dialoghi rimbalzano in monologhi schizofrenici, lo spettatore tossicchia a disagio con le spalle al muro. Il fact che emerge prepotente non è una di quelle storielle precotte sul cui sfondo ricamare qualche avventuretta, ma un singolo atto di una guerra che rispecchia tutti gli atti che l’hanno preceduto e che lo seguiranno, un punto di vista inedito per il pubblico teleinformato su un conflitto che i media hanno finora evitato accuratamente di raccontarci o hanno deformato e piegato ciascuno secondo il proprio interesse. Un libro politicamente importante, come altri hanno sottolineato, che vale la pena conoscere se non ci si vuole arrendere ai libri di storia stampati e che senz’altro valeva la pena raccontare. Non è un libroperfetto, questo, e chissenefrega, è avaro di ironia ed estremamente amaro e non è neanche un pregio in sé il fatto che ti faccia star male, che ci siano brani in cui senti in bocca il gusto del sangue, senti il cemento freddo sotto i piedi, senti il tanfo del piscio ed hai paura. Ce ne sono altri, di libri che ti stupiscono e ti colpiscono e "coinvolgente" è un aggettivo riduttivo, per quanto la prima notte io mi sia sognato a Mitrovica e questo credo vada abbastanza oltre il coinvolgente. E’ un libro però scritto bene, e di questi non se ne trovano poi tanti, ed è un libro che racconta cose che dovevano essere raccontate, ed è un libro che rinuncia al giudizio e non offre risposte ma pone domande, soprattutto ti spinge a porti domande, su quello che è successo e che succede nei balcani, sulle molte facce della realtà e sulle storie che ci raccontano e che ci raccontiamo, sul rischio di finire con il crederci troppo, di creare equazioni pericolose, persino di sostituire un pregiudizio con un altro nell’impossibile tentativo di riportare in equilibrio la bilancia della Storia, pur sapendo che la Storia potrebbe essere solo una sequenza di dettagli scattati in macro. E’ un libro molto degno di nota, ancora una volta per quello che dice e per come lo dice, che merita di essere letto con occhio attento e mente lucida, che a tratti stride ma spesso è bellissimo, che dà molto al lettore anche se poco di consolazione ed ancora meno di speranza nelle umane sorti. Troppo, troppo breve. A me, e alla fine tutto banalmente si riduce a questo, è piaciuto ed ha dato da pensare assai, per cui mentre termino questo commento imperfetto al libro mi riprometto di tornare in futuro su alcuni degli argomenti trattati nel libro, che meritano tempo, spazio e ponderazione. E’ un libro che vale, e che lascia il segno.


(Dato che sono un recensore tradizionalista e conservatore, evito di parlare del booktrailer e del sito. Mica posso fare tutto io.)


* Ma siamo poi sicuri, che non c’entri?
** Ché non siamo al discount, compri mille e paghi dieci, né è prevista la lapidazione per chi non fa cieche professioni di fede.
*** Per esempio uno a pag. 82: o la matematica mi inganna, il che non mi stupirebbe, o gli albanesi hanno mezzo milione di proiettili in più, che già ne avevano assai.
**** O anche sfilarlo alla libreria, per quello che ne viene in tasca a me.



P.S.: Nel mentre che scrivevo questo commento, pubblicato con il solito ritardo tecnico, ho letto che Babsi Jones ha deciso di terminare il proprio weblog. La Rete italiana perde uno dei suoi scrittori migliori, i cialtroni segnano un altro punto, l’entropia avanza.




19/10
2007

Gocce di brandy nero dalla grotta del letargo

Il cambio di stagione porta insonnia, zanzare genericamente modificate in ansia da prestazione, ciocchi di legna che si frantumano con lentezza nel fuoco, cene cucinate sulla stufa, castagne precocemente invecchiate, nuove stagioni televisive, libri da leggere, nasi chiusi, occhi pesanti, brandy alla liquirizia, scorciatoie per evitare i cantieri e strade nuove per andare nei soliti posti, pulci e zecche, notti fresche e scure che esitano a maturare in mattine, cieli azzurri velati di smog, voglia di scoppiare come un melograno arrivato al giusto pantone di maturazione, di sbriciolarmi come una foglia caduta, di rinascere dal terreno come fungo sano, di partire e di restare, di sporcarmi la mano di inchiostro e di vino, di rosso cremisi e bianchenero, il cambio di stagione porta nuove forme di tai chi e nuove forme di cucina, mobili ikea per riordinare i pensieri, due giorni di pausa per rallentare il respiro, due casse nuove più un subwoofer, ricordi del futuro, cartoline per spedire un pezzo di me altrove, pere per colazione e torpore alle articolazioni, guance da rasare e qualche capello da tagliare, ricordi che si smagliano, molte canzoni da ascoltare, troppe voci nei preferiti, il vento che pizzica le cervicali, l’inverno che sale piano dai sassi e scende dai monti, fotografie scattate con gli occhi e camere oscure dove passare il letargo.




18/10
2007

Ancora giuste le bombe sulla Serbia

Nato nel 1949 e praticamente da subito iscritto al partito comunista, Minimo D’Alema viene generalmente considerato un acuto stratega, antipatico ma affascinante, intelligente e macchiavellico. La sua vita rispecchia da vicino la parabola del comunismo italiano: pioniere negli anni Cinquanta, contestatario negli anni Sessanta, vicino all’estremismo negli anni Settanta, burocrate negli anni Ottanta, pentito e rampante negli anni Novanta, democristiano negli anni Duemila. Dal 1998 al 2000 è stato presidente del consiglio, due volte. Nel 2006 è stato a tanto così dal diventare presidente della repubblica, ma si è dovuto accontentare del ministero degli esteri; in questa veste, qualche giorno fa è stato intervistato dal quotidiano indiano The Hindu sulla questione del nucleare, sull’iran ed il post 11 settembre. Il testo completo dell’intervista si può leggere qui. Che cosa dice, il nostro ministro degli esteri, ex primo ministro, quasi presidente? Che l’italia vuole stringere relazioni commerciali con i paesi asiatici, certo, che un’aggressione contro l’iran sarebbe sbagliata, sicuro, così come è stata sbagliata la guerra contro l’iraq e l’intervento in Afghanistan, come no, perché l’italia vuole la pace, l’italia sostiene la diplomazia e la cooperazione internazionale ed i coniglietti paffutelli e sorridenti.
"Però," gli chiede l’intervistatore, "come Primo Ministro durante la crisi del Kosovo, ha sostenuto il bombardamento NATO della Yugoslavia. In retrospettiva, era sbagliato?"
Lo sventurato rispose: "Il Kosovo era un caso molto diverso. I Serbi avevano occupato il Kosovo ed il nostro obbiettivo era fermare la guerra. Abbiamo provato la diplomazia; ha fallito. Quando la NATO ha attaccato, c’era un occupazione Serba in atto e 3,00,000 (sic) profughi erano fuggiti in Albania. E prima di entrare in Kosovo, l’U.E. ha anche ottenuto una risoluzione del Consiglio di Sicurezza."
Questa risposta costituisce un nuovo record nel campionato mondiale della disonestà intellettuale. Tutti i precedenti record erano comunque detenuti dalla stessa persona.
Come rileva B92, e com’è facilmente comprensibile da chi sia ancora in possesso della proprie facoltà mentali ed abbia appena qualche nozione base di geografia e di storia, il Kosovo fa ancora parte della Serbia e di certo ne faceva parte nel 1999, per cui dire che i Serbi hanno "occupato" il Kosovo equivale a dire che l’Italia sta "occupando" la Sicilia; c’erano discriminazioni ed una guerra civile di basso livello, che la NATO ha trasformato in una guerra su larga scala schierandosi a fianco dei terroristi dell’UCK; non si sa quanti profughi secondo D’Alema sarebbero riparati in Albania, dato che nell’articolo c’è un evidente errore tipografico, ma non si sa neanche quanti profughi sono dovuti riparare in Serbia dopo la guerra, e neanche perché si parli solo dei primi e mai dei secondi; i tentativi diplomatici di risolvere la questione del Kosovo consistevano in un ultimatum impossibile da rispettare per uno stato sovrano; la risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, infine, era la nr. 1244 ed è datata 10 Giugno 1999. I bombardamenti sulla Serbia sono cominciati il 24 Marzo del 1999, e se me lo ricordo io che non sono mai stato ministro penso che se lo ricordi anche il signor D’Alè.
Preso dall’emozione di essere il primo ex comunista capo del governo, ansioso di dimostrare di avere le palle per ricoprire questa carica, e timoroso di essere accusato di complicità con Stati post comunisti, Minimo D’Alema ha ritenuto a suo tempo politicamente opportuno gettare nel cesso la costituzione italiana e concorrere all’omicidio di migliaia di persone. Dopo quasi nove anni continua a difendere quell’atto accampando menzogne sempre più turpi ed inverosimili, riscrivendo creativamente la storia, insultando e mostrando disprezzo tanto dei vivi quanto dei morti. Secondo fonti accreditate, Minimo D’Alema, acuto stratega, antipatico ma affascinante, intelligente e macchiavellico, si lava la coscienza tutte le mattine con la soda caustica, ma ancora puzza di sangue.




17/10
2007

La strada per il paradiso

In questo periodo di decadenza morale e relativismo culturale, mi ritrovo spesso a desiderare il conforto di una preghiera. So che ad alcuni potrà sembrare sorprendente da parte mia, ma anche se ho avuto delle posizioni talvolta rigide sull’argomento e preferisco mantenere un certo scetticismo, è anche vero che non ho mai dato nulla per scontato e non mi sono mai ritenuto detentore di risposte certe ed infallibili: ad ogni modo, su certe questioni un margine di dubbio rimane, se non altro a titolo scaramantico. La preghiera, poi, è uno strumento spirituale molto potente per placare l’angoscia, mettere a dormire l’infelicità e cercare un contatto con l’Assoluto, qualsiasi nome si scelga di dargli.
Pregare da soli, però, può essere frustrante e presenta qualche difficoltà, soprattutto quando si è (ehm) un po’ arrugginiti in materia; con il mio curriculum è difficile anche trovare qualcuno con cui accompagnarmi in questa attività, a meno di volersi gettare tra le braccia dell’amico Catechista il quale però, a quel punto, chiaramente non mi lascerebbe più in pace e mi telefonerebbe alle sei del mattino per andare a incontrare un rappresentante dell’Altissimo in qualche eremo sperduto prima di andare al lavoro. Non mi sento ancora pronto a tanto.
Credo che questa oggettiva difficoltà a pregare, unita all’insofferenza per la solitudine, sia uno dei principali ostacoli al ritorno alla fede che molte persone come me incontrano. O "incontravano", dato che ora esiste finalmente una soluzione:

Rosario elettronico Prex

Proprio così, un rosario elettronico. Basta selezionare il giorno della settimana premendo gli appositi pulsanti ed una voce femminile, forse quella della Madonna in persona, ci accompagnerà nella recitazione delle ave marie, dei padre nostro e di tutte le altre cantilene sacre intervallandole con la lettura dei Misteri (i quali, come certo saprete, cambiano in base al giorno della settimana). Naturalmente sono disponibili diversi modelli (Madonna di Loreto, Madonna di Monte Berico, Madonna di Lourdes e via dicendo) e colori, così come si può personalizzare la cover con scritte tampografate a piacere. Vi sembra troppo complesso? Per fortuna su YouTube c’è anche un video con le istruzioni:



Lo so cosa state pensando. Me lo sono chiesto anch’io: e se volessi recitare il rosario mentre vado in bicicletta, o in palestra, mentre faccio spinning, o al lavoro? Certamente ispirati dal cielo, hanno pensato anche a questo:

Rosario elettronico Prex

La Santa Madonna Incuffiata di Loreto, per "vivere la spiritualità al passo con i tempi". Ora neppure Lucifero in persona potrà privarmi del mio sacrosanto diritto a recitare il rosario in qualsiasi fottuto luogo io mi trovi.
Tutto questo grazie a Prex, non solo il primo rosario digitale ma, grazie all’apposito kit lubrificante, anche il primo rosario che potrete infilarvi in ogni dove, ricavandone senza dubbio un piacere celestiale.




16/10
2007

Trielina al proletariato

Giusto ieri Belluno si era guadagnata la simbolica palma di città più sostenibile d’Italia, ed oggi arrestano una ventina di ragazzi per spaccio di eroina. Certo, così è molto più facile sostenere Belluno. Secondo l’Ansa, "in maggioranza si tratta di studenti benestanti". Ma cosa vi passa per la testa, sfigati sfaccendati, brufolosi scaldabanchi viziati alla ricerca di emozioni forti?! Di questo passo anche l’eroina finirà col diventarci una droga borghese!
Al giovane proletario, onesto e con coscienza di classe, non resterà che la trielina.




15/10
2007

Vince Veltroni. Figuratevi chi perde.

A quanto pare, tantissimissima gente ieri è andata a votare alle primarie del partito democratico, quasi tre milioni e mezzo di persone. A vincere quest’edizione arruffata dell’Isola dei Famosi, con una maggioranza schiacciante, è Veltroni: quello che davano per favorito, l’unico candidato con una credibile possibilità di vincere. Non mi stupisce assolutamente, era successa la stessa cosa con Prodi alle primarie per l’Ulivo. Non è neanche che la gara fosse truccata, è che i potenziali elettori del Partito Democratico sono in generale piuttosto portati ad essere manipolati. Cattolici confusi, ex comunisti allo sbando... in effetti, non chiedono di meglio che essere manipolati. Inoltre a Veltroni piace vincere facile, considerando che gli avversari erano la Bindy, Letta ed una scatoletta di tonno Riomare, e Walter ha avuto da ridire su tutti e tre quando gli si avvicinavano troppo nei sondaggi. Il nostro lider minimo Prodi comprensibilmente dà ai fatti un’interpretazione diversa: "Questo numero significa tre cose: senza politica un paese non vive; quando c’è da decidere il paese partecipa e risponde; è un dato che rafforza il governo"
Come dire: hai visto, Grillo? Vogliono più bene al vecchio papà che al nuovo papà.
Poi, sempre Prodi, ammette: "Se ieri fosse stato un fallimento, il governo saltava". Di dirlo il giorno dopo, quando le cose sono andate bene, sono capaci tutti. E’ a dirlo prima che si rischia di perdere, dolcezza.

un confronto titanico

Ad ogni modo, buon per i tre milioni e rotti italiani che hanno deciso di dare fiducia a questo partito nascente, figlio dei diessini, della margherita e del marketing, nipote del partito comunista e della democrazia cristiana. Cazzo, che famiglia. Avrei voluto andarci pure io, davvero, ma sono raffreddato e la molletta mi avrebbe irritato il naso. Poi oggi ho letto per caso questa opinione sul Partito Democratico che condivido parola per parola, il che è molto comodo perché mi risparmia di doverla riscrivere:
"L’ostetrico Fassino, liquidando una volta per tutte l’eredità comunista, lo ha definito “un partito che deve stare in sintonia con la società”. Ma il comunismo nacque come critica del modo di produzione capitalista: una critica di cui c’è oggi ancora bisogno, alla luce della nuova proletarizzazione (precariato) decisa ferocemente dal blocco industriale-politico-mediatico che governa il nostro Paese. (E il mondo.) Col partito democratico, sparisce la critica. Resta la gestione dell’esistente. Grazie a tutti. Avete fatto quel che potevate. [...]
Quella del partito democratico è una inevitabile stronzata. Inevitabile perché il blocco di potere industriale-politico-mediatico spinge in questa direzione ormai da anni dappertutto.
Stronzata perché manda in soffitta la lotta contro le disuguaglianze che è da sempre la vera artefice del progresso, nonchè l’eredità più nobile di una storia politica liquidata con una fretta commendevole.
Se non altro, si è fatta chiarezza. Da anni i DS si erano trasformati in un “partito di amministratori” (definizione di Fassino). E col placet dalemiano prima ai bombardamenti in Kosovo e poi alla guerra in Afghanistan era diventata prassi una realpolitik che di sinistra non aveva più nulla.
Chi sarà il capo del Partito Democratico? A questo punto potrà essere chiunque, incluso lo strangolatore di Boston.
"
Parole di quel fervido filosofo, quel raffinato analista politico noto ai più come Daniele Luttazzi.
(Avrei comunque preferito il Riomare.)




12/10
2007

Circolo cinematografico per la terza età

28 days later28 giorni dopo (D. Boyle, GB, 2002): un virus altamente contagioso che trasforma gli uomini in zombie assassini viene accidentalmente (esticazzi) rilasciato da un gruppo di animalisti ed in pochi giorni la Gran Bretagna si trasforma in un allegro, colossale macdonald dove tutti mangiano tutti. Il protagonista, Jim, si sveglia in questa situazione dopo un breve ma tutto sommato felice periodo di coma, scappa per non farsi mangiare, va in giro (per l’inghilterra), conosce gente (zombie), fa cose (li uccide, o come si chiama quella cosa che si fa agli zombie per farli smettere di inseguirti di corsa sbavando per azzannarti le mortadelle) (ah sì... li annichilisce).






28 weeks later28 settimane dopo (J.C. Frescadillo, GB/USA, 2007): una volta morti di fame tutti gli zombie di cui sopra, la Gran Bretagna torna ad essere un posto tranquillo. Disabitato, distrutto, ridotto in macerie ma tranquillo. Gli inglesi che per puro culo si sono salvati all’epidemia, magari perché all’estero, tornano a casa per ricostruire il paese ma (come in quella barzelletta sui meridionali) subito il virus o quel che é torna a farsi vivo e scoppia una nuova epidemia. Il film non l’ho ancora visto ma immagino che ci sarà qualcuno che scappa per non farsi mangiare dagli zombi, soldati cattivi che vogliono uccidere tutti per fare prima ed un sacco di comprimari che muoiono.





28 years later28 anni dopo (El.Lusky, Italia, 2007): il virus è riuscito a passare la Manica e si è diffuso anche sul continente, dove apparentemente niente può fermarlo. I sardi e gli irlandesi se la ridono di brutto, mentre tutti gli altri giocano a rincorrersi e mangiarsi e, per qualche motivo che solo gli zombie capiscono, distruggere monumenti ed appiccare incendi. E’ a questo punto che il giovane PornoRambo si sveglia dal coma farmacologico dovuto alla rimozione di un neo dalla chiappa e scopre che la situazione non è delle più agevoli: lo Skiosko è bruciato, la birra è finita e Nello è tornato. Preso dal panico, PornoRambo si dà alla fuga trovandosi più volte in situazioni di estremo pericolo, di fame, di sofferenza, sempre fuggendo da Nello attraverso l’Europa in fiamme e devastata dagli zombie. Tutto questo nonostante Nello sia sano, almeno per quanto riguarda il virus in questione. Come salvarsi? Con una magistrale sterzata della trama, nel corso di un combattimento PornoRambo scopre che la sua saliva costituisce un antidoto naturale contro il virus, ed inizia pertanto a mordere ferocemente a sua volta gli zombie, facendoli tornare sani. In un finale dallo spessore epico, il giovane PornoRambo morde con forza la pancia di Nello fino a farlo urlare ed invocare vanamente aiuto mentre stuoli di ex-zombie adoranti lo acclamano come salvatore loro e dell’umanità intera. Per quanto, ribadisco, Nello non avesse il virus.

I critici amano sottolineare come, nonostante racconti quasi esclusivamente fatti realmente avvenuti, quest’ultimo film viene catalogato nel genere "fantascienza" perché nella realtà PornoRambo non è affatto "giovane". Oggi meno che mai.




11/10
2007

Vecchie storie di preti e sangue

Sicuramente in buona fede, molti giornali italiani si sono dimenticati di riportare la notizia della condanna all’ergastolo emessa da un tribunale argentino nei confronti del prete cattolico Christian von Wernich, ritenuto colpevole di 6 omicidi, 31 casi di torture e 42 sequestri nell’ambito del genocidio avvenuto durante la dittatura militare nel paese sudamericano. Questa è la seconda sentenza dopo l’annullamento delle leggi che garantivano l’impunità ai golpisti ed ai loro sgherri, la prima dopo la scomparsa del testimone Julio Lopez e la prima a riguardare un esponente del clero. La Chiesa, come darle torto, esprime "tutto il proprio dolore e rammarico" per le azioni che alcuni suoi dipendenti possono aver svolto comunque sotto la propria personale responsabilità, e può darsi addirittura che prima o poi intraprenda una qualche azione disciplinare nei confronti di padre von Wernich, tuttora pastore d’anime autorizzato.
Non che ci si possa fare troppe illusioni sul desiderio della Chiesa Cattolica di contribuire a fare chiarezza e cercare giustizia per quanto avvenuto in Argentina, anche perché questo comporterebbe per esempio una discussione sull’operato del cardinale Pio Laghi, all’epoca nunzio apostolico e sostenitore del regime ed in seguito pezzo molto grosso della scacchiera vaticana. Massimo Carlotto, intervistato da peacereporter, ipotizza che "da ora in poi, non verrà più fuori nulla. Von Wernich è stato preso e punito perché l’aveva combinata proprio grossa. E non potevano più coprirlo." Temo che abbia ragione. Di certo, qualcuno sta pregando che ce l’abbia.

P.S.: Se le vecchie storie di dittatura militare vi annoiano, faccio presente che non è affatto finita la repressione in Myanmar. Ricordate? Monaci buddisti, tonache rosse, giunta militare, cadaveri, molta pioggia...? Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha espresso con fermezza l’opinione che non sono belle cose.




10/10
2007

Le donne sotto il burqa

Altro burqaE’ da qualche anno che in Italia, come nel resto d’europa, c’è chi discute sull’opportunità di consentire o meno l’uso del burqa. Come ormai sanno anche i sassi, c’è una legge del 1975 con finalità presumibilmente antiterroriste che vieta di portare indumenti, caschi o altri artefatti che impediscano il riconoscimento personale. Dal ’75, tuttavia, l’erba è cresciuta ed i cavalli sono campati e secondo alcuni il fatto che il burqa sia indossato per "motivi religiosi" costituirebbe motivo di eccezione alla legge di cui sopra, purché lo si porti solo in casa, in moschea o nel percorso tra l’una e l’altra; non in banca o alle poste o in altri luoghi rapinabili, per dire. Questa opinione, che rivela una quanto mai alta considerazione delle donne e del loro ruolo attivo nella società, dev’essere condivisa anche dal prefetto di Treviso, il quale ha recentemente permesso l’uso del velo integrale purché, su richiesta, la persona che lo indossa sia in grado di farsi identificare. E’ necessario sottolineare come ancora una volta basti la presunta motivazione "religiosa" a rendere accettabile a molti un comportamento altrimenti considerato assurdo, illegale e sintomo di instabilità psicologica, ed anche come ancora una volta una notizia fastidiosa arrivi da Treviso, città che negli ultimi seimila anni ha dato solo fastidio.
La decisione del prefetto, come ampiamente prevedibile, ha scatenato il solito coro di polemiche da parte dei nostri beneamati parlamentari e dei nostri acuti giornalisti. Ci si muove sulla sottile linea che separa l’accettazione di altre culture e l’integrazione dalla difesa dei diritti umani e della legalità, alcuni ritengono che bisogni rispettare le tradizioni altrui a qualsiasi costo in nome della tolleranza assoluta, altri che il burqa sia uno strumento del fondamentalismo religioso e della sopraffazione maschilista sulle donne arabe, altri ancora che comunque la legge dev’essere uguale per tutti. C’è anche chi, come sempre, vaneggia di decisioni contrarie ai principi ispiratori della nostra civiltà e solo per questo verrebbe spontaneo muoversi in direzione opposta e dire "sì, macchissenefrega, ciascuno si vesta come vuole". Gli stessi musulmani sembrano critici rispetto a questa concessione: sia la lega musulmana che l’associazione delle donne marocchine l’hanno definita inaccettabile. L’opinione apparentemente più ragionevole, ma anche la più inutile, è stata espressa dal ministro di nonsoché Bindi: "Se é espressione di una imposizione sono contraria, ma se si tratta di una libera scelta perché espressione di una civiltà diversa allora non sono contraria". Grazie, cara, ma non è così semplice.
Innanzi tutto, da un punto di vista pratico non vedo come si possa distinguere tra i due casi. Si chiede a tutte le donne che indossano il burqa se lo stanno portando liberamente o vi sono costrette da qualche stronzo a casa? E se queste (sono nel campo della pura speculazione, eh) fossero costrette anche a dire che non sono costrette? Le si sottopone tutte al poligrafo?
Prima ancora, cosa vuol dire "espressione di un’imposizione"? Vi sono diversi tipi di imposizione, dalla costrizione fisica al condizionamento sociale e psicologico, che ha tanto maggiore effetto quanto più una persona ha scarsa istruzione, limitate possibilità di interazione sociale ed un’educazione basata in misura preponderante su una religione totalitaria. Detto in altri termini, una donna a cui fin dall’infanzia è stato insegnato a vivere sottomessa all’uomo ed a dio, che conosce solo i propri familiari e gli appartenenti alla propria comunità, che può uscire di casa solo per andare alla moschea (con il beneplacito del prefetto), è vittima di un condizionamento che va molto oltre l’obbligo di indossare o meno il burqa. Un’italiana che si converte all’islam può scegliere se indossarlo o meno: conosce le alternative, le ha provate e può scartarle. Una persona vissuta esclusivamente in un ambiente sociale dove vige il fondamentalismo religioso non è consapevole delle alternative, magari non vuole neppure conoscerle perché così le è stato insegnato e gli esseri umani tendono ad avere una certa paura dell’ignoto. Non che le donne musulmane siano le uniche creature sul pianeta esposte a forti condizionamenti sociali, ma credo abbiano meno possibilità reali di scelta rispetto a chi appartiene ad una cultura più aperta al relativismo; se non altro quest’ultima espone a tentativi di condizionamento contraddittori, provenienti da fonti diverse e con finalità contrastanti.
Burqa Il burqa colpisce molto l’immaginazione di "noi occidentali" perché negando l’identità fisica della donna diventa un simbolo molto evidente di quello che consideriamo un sistema di regole umiliante e maschilista. Ma è solo un simbolo, e concentrarsi su quello è una scappatoia sia per continuare ad ignorare le reali condizioni di vita delle donne nel mondo dell’integralismo islamico, in Afghanistan come a Treviso, sia per evitare qualsiasi valutazione degli aspetti maschilisti tuttora presenti nella nostra cultura. Non è vietando il burqa che si garantisce alle donne musulmane la parità dei diritti con l’uomo, non è concedendo il burqa che si tutela la loro libertà di scelta: è dando alle donne islamiche la possibilità di studiare, di trovare un lavoro dignitoso, di ricevere uno stipendio pari a quello degli uomini e di fare carriera alle stesse condizioni. Sembra un ragionamento un po’ marxista, lo so, perché questo permetterebbe non solo di rompere il monolitico controllo della religione sulla vita privata delle donne, ma rappresenterebbe anche (come altri hanno osservato) il primo indispensabile passo per liberarle dalla dipendenza dal maschio di casa e dalla necessità di assoggettarsi alle sue regole: la dipendenza economica provoca dipendenza psicologica e sociale. Ovviamente, però, ragionare su questo ambito comporterebbe anche l’interrogarsi su quanto sia sostanziale la parità di diritti tra uomini e donne nelle nostre società, dove viene spesso ancora dato per scontato che ad occuparsi della casa e dei figli sia la donna, dove la professione di "casalinga" appare una cosa tutto sommato normale, dove continua ad esistere una marcata differenza salariale di genere e dove le donne in posizione di potere politico ed economico sono in percentuale ridicola pur essendo spesso presenti sulle copertine dei settimanali e sulla maggioranza dei calendari. Potrebbe sembrare ipocrita, insomma, cercare di imporre ai musulmani quella parità di diritti che noi stessi stentiamo ad accettare, che tutto sommato consideriamo una gentile concessione da parte del maschio dominante. E poi, perché rischiare che magari anche le "nostre" donne si pongano domande scomode e pretendano qualcosa di più? Meglio non svegliare il can che dorme. Molto più comodo continuare a scazzarci sul burqa.