 27/9/2003 13.15.0 Antonello |
Bene Celarent, naturalmente ti sentirai spaesato in questo forum di pazzi ma tant’è, il convento questo ci passa e il priore, Lusky, non è tipo con cui scherzare. Ritornando a cose serie, direi che il tuo lungo post mi mette di fronte ad un conflitto di priorità: naturalmente fra gli articoli seguenti che sto elaborando/preparando e la risposta che devo darti. Ma giustamente me ne fotto, quindi andrò a ruota. Senza ombra di dubbio Lain parla del sovraccarico di informazioni del Web mostrando nello stesso suo svolgersi la pesantezza e l’umiliazione che questa massa producono nella percezione. Inoltre lo scattare di un processo interpretativo - naturale nell’uomo più che nello studioso - aggiunge, come fai notare, frustrazione a frustrazione, perchè la materia non è organizzata, e quando ti spinge in una direzione nel contempo ti allontana da un’altra meta. L’impossibilità di uscirne fuori, di trovare un’univoca direzione, implica che ogni mezzo sia svalutato, buttato nel gioco narrativo non più che con il titolo o una sparuta citazione (ma la citazione di Proust è molto importante, e per questo devo prendere tempo per organizzare, almeno io, la materia). Il punto è che quella che è d’altro canto la CHIAREZZA di Lain (la serie più chiara dell’animazione giapponese, per lucidità di visione a monte del grande caos) ti dice subito di cosa sta parlando, getta nel mucchio tutto il proprio bagaglio di conoscenze e poi narra del rapporto fra esso e il narratore; in maniera non dissimile (ma come dire, da fuori) dai finali di Evangelion, che sono anche il rapporto (nevrotico) fra le interpretazioni, le congetture e le passioni nate da Evangelion e l’opera stessa - se ti ricordi fosti tu a indicarmi questa via, che ha tra l’altro il merito di calarsi nell’atmosfera che doveva avvolgere lo studio Gainax in quei giorni assurdi. Se Evangelion a suo tempo fu sperimentazione, Lain è la prima opera di questo filone a essere AVANGUARDIA, ed è curioso che, a mio modesto parere, questa avanguardia abbia avuto fine con l’opera subito successiva, quel Boogiepop Phantom all’inizio similissimo per ambiente e infine diversissimo dal predecessore. Nel mondo dell’animazione giapponese, asfittico e pacchiano, non si poteva credere realisticamente alla nascita di un filone autonomo, serio e importante, in più nato dalla convergenza di varigatissime maestranze artistico-tecniche. Infine, verso la fine del tuo post, confermi - e me ne fa piacere - la stessa idea che mi ero fatto e che tra l’altro mi pareva giustissima, alla faccia della difficoltà di questa serie. L’idea di questo finale sta in diretta corrispondenza con quelli di Evangelion prima e Boogiepop poi e indica un’altra cosa, ironica: che queste serie che, soprattutto le ultime due, hanno tenacemente e palesemente condotto una ricerca a monte della sintomatologia degli altri anime, hanno finito per mostrare sintomi loro, una reazione comune di fronte a comuni problemi, a cui non è stato dato modo di espandersi. Probabilmente se questa infezione, contro ogni realistica probabilità, si fosse diffusa capillarmente, questi ultimi anni di perniciosa produzione animata si sarebbero evitati. Ci sentiamo. |