25/3
2014

Mai sottovalutare le conseguenze dell’insonnia

In questo periodo soffro di insonnia. Non mi capita spesso. Resto a letto, gli occhi socchiusi, mi giro e mi rigiro alla ricerca di una posizione comoda, attendo l’alba, mi spazientisco e guardo la sveglia. 3.17.

Ricordo solo un periodo in cui faticavo a dormire, una decina d’anni fa. Ero molto triste, mi trascinavo al lavoro per abitudine e passavo le serate sul divano a fumare sigarette, bere tequila e contemplare il soffitto. Detto così sembra quasi epico, invece faceva schifo. Galleggiavo in una melassa nera, e nulla mi interessava. Questa breve esperienza mi ha fatto scoprire alcune cose su me stesso che ignoravo. Si può sopravvivere per mesi mangiando solo tarallini e pecorino brigante. Si può sopravvivere senza dormire. Si può sopravvivere anche controvoglia, per abitudine. E poi si può uscire, ricominciare a vivere, mangiare, dormire, senza dover rendere grazie a nessuno. Si perde qualcosa nel processo, parti di se stessi e di altri, persone intere, universi. Si guadagna qualcosa. Ci si scava una via d’uscita dentro, con un coltello.

Mai sottovalutare le conseguenze dei propri demoni.

Sono ormai undici anni che ho messo in linea il bloggo. Tutto era più semplice, allora, Internet era una prateria su cui le aziende facevano appena capolino e noi scorrevamo come indiani al galoppo, felici della libertà concessa. Poi sono arrivati i capitalisti. Oggi siamo tutti nelle riserve, ammansiti, a lanciare le nostre feroci urla di guerra contro gli steccati che ci proteggono. Pensavamo di poterci mostrare senza maschere, dietro sgargianti anonimati, pensavamo di essere protetti dalla nostra stessa umanità. Eravamo pionieri, siamo stati i primi a sbagliare. Chi è arrivato dopo l’ha capito prima, che anche qui la realtà andava protetta da filtri, che ci si può far male. Vedo giovani più vecchi di me.

Mai sottovalutare le conseguenze del progresso.

Mi alzo, scendo le scale, bevo camomilla. Pratico Taiji, pratico Qi Gong, bevo melissa e miele, olio essenziale di arancio amaro. Leggo pagine di un libro nojoso. Mi rilasso. Torno a letto. Non dormo, sereno. Conto le pecore. Milioni di pecore. Ogni volta che perdo il conto rimando tutte le pecore fuori dal recinto e le faccio rientrare ad una ad una. Tutte le pecore del mondo non bastano a farmi dormire.

Lascio giocare la mente con vecchie storie, gomitoli lisi, ricordi di ricordi. Sarebbe bello, da persone diverse, sedersi al sole o al tavolino del Cafe Tranquilidad e ragionare serenamente sul passato, gli errori perdonati e le stragi impunite. Non si giungerebbe certo alla verità, ci si scambierebbe soltanto qualche pezzetto di specchio per conoscerci meglio. Gli esseri umani, purtroppo, non funzionano così. Gli amici traditi e i traditori, le persone scomparse o abbandonate per pigrizia o mutuo disinteresse, per troppo amore e follia, per morte o destino. Non basta una vita a cancellare gli sbagli, le emozioni, il rancore, il senso di colpa e l’affetto, le bugie dette a fin di bene o per pararsi il culo, il dolore del gioco, il silenzio che si spande appena ci si volta le spalle. Questo sperimentare per una volta frammenti di verità non cambierebbe nulla, del resto, solo uno sguardo su strade che non potevamo o volevamo percorrere, piene di rovi alle nostre spalle. L’infantile desiderio di voler provare tutto, di poter fare a meno di scegliere per non dover rinunciare a nulla.

Mai sottovalutare le conseguenze dei propri errori.

Oggi è tutto diverso, mi interesso di tutto, mi innamoro di tutto. Corro dietro ai cani. Ho smesso di fumare, questo è l’unico passato che rimpiango un poco, le sigarette mi facevano compagnia. Per il resto, errori vecchi e nuovi arricchiscono la mia vita. Che battaglie stavo combattendo, quali stavi combattendo tu, chi si è bevuto tutta l’acqua sotto i ponti, dietro quale risata ti nascondi. Non mi mancano i capelli perduti e mi sono meritato ogni singolo pelo bianco della barba. Sono più felice, senza essere soddisfatto, ho grandi progetti, enormi paure, mi annoio di rado, questo è l’unico passato che rimpiango un poco. Sono cambiato, magari in peggio. La saggezza è una meta ben lontana, per noi cialtroni di periferia, l’armonia è difficile da raggiungere, per noi nati sotto il segno del punk. Ma come dice sempre il mio agopuntore preferito, rancore e rabbia non pagano. Avrei voluto vendicarmi, talvolta, di chi mi ha fatto male, ma la vita è già fin troppo dolorosa. Avrei voluto ripagare meglio chi mi ha fatto bene, ma la vita a volte è più avara di me. La nostra civiltà sta naufragando, dovremmo ritrovarci tra spiriti affini. Dovremmo scrivere.

Mai sottovalutare le conseguenze dell’insonnia.

Note estemporanee di zio Lusky:
State alla larga dagli anarchici informali, gli anarchici per bene si riconoscono perché danno sempre del lei e dicono buongiorno, buonasera, prego, si accomodi, e grazie.




24/3
2014

La memoria è una terra di nessuno

Camminavo per le strade di Trento quel 24 Marzo 1999, quando il mondo ha dichiarato guerra alla Serbia colpevole di avere un criminale al potere, uno dei tanti, di aver la faccia da colpevole, di essere stata nominata capro espiatorio per la coscienza sporca delle nazioni occidentali, all’epoca ancora lanciate verso un futuro radioso e prospero. Camminavo per le strade di Trento e non capivo, non conoscevo, ne discutevo molto con i compagni e cercavo futilmente di venirne a capo. Cosa stava succedendo, là in fondo ai Balcani?
Ero giovane, ingenuo e disinformato, ma non al punto da credere al telegiornale, mentre persone più sveglie di me aprivano squarci di verità sulle immagini dolorosamente compiaciute della televisione, bucavano le foto dei profughi senza nome sulle riviste patinate. Il ripugnante cinismo di D’Alema, l’opportunismo del centrosinistro al governo, mi davano il voltastomaco. Tutti dicevano che era necessario, l’unico modo per fermare l’hitler serbo. Non capivo. I presidenti democratici di tutto il mondo concordavano, era poi necessario spostare l’attenzione del gregge da quanto avveniva sotto le scrivanie presidenziali. Sono passati quindici anni. Sono ancora ingenuo e disinformato, ma meno giovane. Ho sentito le stesse storie ripetute decine di volte, in decine di contesti diversi. Le stesse messinscene, la stessa costruzione di una verità, di un nemico funzionale al potere costituito. Se il presente spesso mi sfugge, del passato qualcosa ho capito, irrazionalmente, a pelle, senza prove per i tribunali borghesi e democratici che comunque non giudicano i vincitori. Sono diventato allergico alle stronzate. Le bugie, le bombe su Belgrado, i caccia italiani in volo, il treno passeggeri, la manipolazione delle notizie, il mio stesso silenzio complice, i morti ed i feriti e le conseguenze del tutto ignorate, io non li ho mai perdonati. Le cicatrici si sbiadiscono ma non si cancellano, persistono nella nostra memoria, si dimezzano lentamente come l’uranio impoverito con cui abbiamo concimato i campi dei balcani.




13/3
2014

God’s in his Heaven, all’s right with the world!

Prima di twitter, facebook e tutte le meravigliose minchiatine che ci sono adesso, c’erano i blog. Come questo. Prima dei blog, c’erano dei siti monotematici con orribili contrasti di colore, immagini ottimizzate per i 56K e gif animate come pulsanti. Prima c’erano i dinosauri o gli angeli o roba del genere. Io ho cominciato a giocare sull’internet appena dopo i dinosauri, proprio da uno di quei cosi lì, un sito dedicato interamente ad un geniale cartone animato giapponese: Neon Genesis Evangelion. Oh, Gisù. Io seguivo la parte tecnica perché volevo imparare l’html e far diventare daltonica la gente, mentre l’amico Nello scriveva deliranti articoli di approfondita analisi psicologica. Non so se sto rendendo abbastanza bene l’entità del dramma. Ho molte giustificazioni per questa cosa: l’età, le torri gemelle, la noia, la droga, Rei Ayanami. Per fortuna è tutto morto e sepolto da tempo, sprofondato nell’oblio della rete insieme ad una qualche piattaforma gratuita e ad un indirizzo e-mail scaduto.

Sprofondato nell’oblio più nero.

Là dove solo Nello poteva ricordarlo, dove solo lui poteva chiedermi di andarlo a riesumare, per "nostalgismo".

Nostalgismo. Assaporatene per un attimo il suono tra i denti.

Vedete che la gente in fondo in fondo non cambia? Io sempre per "nostalgismo" ho frugato tra i miei dischi di backup del duemiladdue ed ho ripescato tutti i file del vecchio sito, articoli deliranti, gif animate e font fucsia compresi. Ho fatto di più di ripescarli: li ho rimessi online, senza modificare un solo pixel sbavato. "Waiting for Second Impact" è tornato. Il duemiladdue è tornato. Gli angeli sono tornati.




11/2
2014

Bosnia, una protesta fa primavera?

Da qualche giorno anche la Bosnia si è unita al folto numero di stati in cui è attualmente in corso un conflitto sociale, stoicamente messi sotto silenzio dai mezzi di comunicazione italiani troppo impegnati ad occuparsi di alleanze politiche, marò, truculenti episodi di cronaca nera. Uso quindi il modesto strumento di questo bloggo di campagna per attirare la vostra attenzione su quanto sta succedendo nel Paese balcanico.
La protesta è iniziata a Tuzla, una città industriale della Bosnia nord-occidentale a maggioranza musulmana, a causa della crisi economica che ha colpito in particolare i dipendenti di cinque grosse industrie recentemente privatizzate. Le manifestazioni hanno portato a scontri con la polizia ed all’incendio della sede del governo cantonale che amministra la provincia. Da lì, il giorno successivo le proteste si sono diffuse anche nella capitale Sarajevo, a Mostar, Zenica ed in altri centri minori, assumendo caratteristiche anche violente: sassaiole contro la polizia, incendio di auto e palazzi del governo, numerosi feriti. I manifestanti puntano a rivendicazioni piuttosto generiche: le dimissioni della classe politica, più posti di lavoro... Nei contesti specifici sono stati presentate delle richieste più dettagliate, ad esempio a Tuzla dove si esige il pagamento degli stipendi arretrati e dei contributi oltre all’annullamento delle privatizzazioni. D’altra parte, pressoché tutte le forze politiche sono unite nel condannare le violenze ma anche nel "condividere" le ragioni dei manifestanti, ovviamente sottraendosi alle proprie responsabilità nella gestione politica dello stato bosniaco.
Le proteste sono proseguite, seppur in modo più pacifico, anche nei giorni successivi, meritandosi l’abusato slogan di "Bosnian Spring". Manifestazioni di solidarietà,a dire il vero piuttosto sparute, si sono svolte anche a Banjia Luka, Belgrado e Lubiana, altre sono annunciate per i prossimi giorni a Zagreb e in Montenegro. Secondo molti è proprio questa la caratteristica più importante del conflitto in corso: le manifestazioni avrebbero un carattere trans-etnico, i bosniaci avrebbero finalmente compreso quanto la loro classe politica, compresi i fondamentalisti islamici, si sia fatta scudo del nazionalismo, del ricordo dei conflitti bellici e delle rivalità etniche per derubarli e mantenersi al potere. Questa è la posizione per esempio del filosofo e giornalista sloveno Slavoj Žižek, ma anche di molti altri che hanno dato grande enfasi alle manifestazioni in Serbia e ad un presunto sentimento di Yugo-nostalgia che animerebbe molti manifestanti.
Altri, al contrario, sostengono che le proteste sarebbero state aizzate proprio dai politici bosniaci per arrivare all’eliminazione dei cantoni ed alla centralizzazione dello stato bosniaco, ovviamente a sfavore di croati e serbi che costituiscono minoranze importanti e che attualmente godono in alcune regioni di una buona autonomia. Banalmente, si potrebbe dire che non è tutto oro quello che luccica e che troppe volte ci siamo fatti illusioni su "rivoluzioni" che si sono poi rivelate spietate manipolazioni. Nel caso balcanico, viste le ferite non ancora rimarginate della guerra di vent’anni fa, tutto può ancora succedere. Non si vede al momento un’ideologia o una finalità ultima condivisa che possa costituire una trama comune, la rabbia delle masse può essere strumentalizzata così come può portare a grandi cambiamenti nell’intera regione o anche disintegrarsi in interessi particolaristici e degenerare in lotta fratricida. O annacquarsi in una bottiglia di rakija, chi lo sa. I balcani sono un grande laboratorio sociale in cui spesso si è giocato sporco, da parte della Nato, dell’Unione Europea e pure di Al Qaeda, ma è anche un calderone in cui si agitano grandi passioni e popoli eccezionali. La confusione è grande e la situazione magari non è eccellente come alcuni vogliono credere, ma sicuramente merita tutto il nostro interesse.




9/2
2014

Sputacchi di riflessione

Gli ultimi mesi sono stati piuttosto saturi, sia per quanto riguarda il lavoro al bunker che per il restante tempo di vita. Tutto ciò è scocciante, in primo luogo perché mi lascia poco tempo per aggiornare il bloggo.
Il mondo del lavoro, senza voler entrare nello specifico del mio impiego (progetto e commercializzo mine antiuomo a forma di cucciolo morbidoso) sta diventando sempre più un sistema di sfruttamento in cui qualsiasi concetto di qualità della vita e persino i diritti acquisiti vengono accantonati in nome di una crisi perenne. Questa crisi è la nuova faccia del capitalismo globale, che nello stato di emergenza permanente trova giustificazione ad ogni intromissione nella vita politica, ad ogni riduzione dei diritti sociali e ad ogni intensificazione del processo di alienazione nelle realtà produttive. Ma sono sicuro che finirà presto, come promette ripetutamente il presidento Letta, sempre impegnato nella sua lotta a fianco della borghesia e del padronato per mantenere lo status quo. Lo status quo, da parte sua, si lascia intanto scivolare docilmente verso la barbarie, protetto solo dalla miopia italiana che guarda ai propri risibili problemi umbelicali (il prossimo uomo di paglia da sacrificare agli dei, il dito di gesso che indica una luna di cartapesta) anziché riconoscere le incarnazioni particolari di problemi globali e, presone atto, prendere le armi contro un mare di affanni.
Di tutto questo e di molto altro mi trovo spesso a parlare, affranto, con l’amico Nello tramite messaggini di facebook, superando la contraddizione specifica tra la nobiltà dell’intento e la pragmaticità dei mezzi. Questo spiega anche perché il mio linguaggio politico sia felicemente tornato al livello dei collettivi internazionalisti dei primi anni Novanta, molto più civili dei meschini luoghi di confronto di quest’epoca meschina illuminata al led.




1/11
2013

Le Dolomiti nel Paese dei Gatti

"Appena fu sorta la Luna, arrivarono sul monte sette Salvàni, che si disposero in cerchio e cominciarono a fare da ogni parte strani movimenti, come se afferrassero qualche cosa d’invisibile; le loro manine si agitavano e s’incrociavano nell’aria come le onde di un torrente in piena. Il principe osservava con meraviglia questo lavorio, e finalmente chiese ai nani che cosa stessero facendo.
- Filiamo la luce della Luna, - gli risposero.
Infatti, dopo non molto tempo, nel mezzo del cerchio formato dai nani apparve un piccolo gomitolo luminoso, che diffondeva intorno un chiarore tenute ed uguale. I nani continuarono a lavorare attivamente; un’ora passava dopo l’altra e il gomitolo cresceva, cresceva, finché prese l’aspetto di un grosso involto."

Arrivato a questo punto della lettura, mi sono interrotto di colpo. La scena mi era sinistramente familiare, avendo appena finito di leggere i primi due volumi di 1Q84 di Murakami. I Little People, intenti a filare la luce lunare fino a crearne un grosso gomitolo, una crisalide d’aria, in cerchio, in silenzio. Ma dal bozzolo, in questo racconto, non sarebbe uscito un inquietante Doppelgänger, bensì fili e fili di tessuto argenteo per ricoprire completamente le cime delle Dolomiti, così che la figlia del Re della Luna non morisse di malinconia per la sua terra natia e potesse rimanere sulla Terra accanto al principe innamorato.

Un banale plagio, un omaggio naive? Possibile, ma improbabile. Il brano che ho riportato proviene verosimilmente da un’antica leggenda ladina, pubblicata nel Novembre del 1925 dal buon Carlo Felice Wolff con il titolo "I Monti Pallidi".

Poi dicono che tutto è già stato scritto. Dicono anche l’inconscio collettivo.
Ma io dico "flusso canalizzatore".




24/10
2013

Il miliardo /8

Com’è ben noto, l’esimio dott. Marco Polo il viaggio di ritorno l’ha preso un po’ largo, vagabondando allegramente per il Sud-Est asiatico e le isolette e l’India prima di decidersi a prendre il traghetto di ritorno per Venezia. Io et Amormio, vittime incolpevoli delle esigenze produttive del sistema capitalistico, ci siamo invece limitati a prendere un airfranz da Pechino a Parigi e da lì, dopo poche ore di comoda attesa, un altro aereo fino a Linate. I più attenti tra voi avranno notato che fino a questo punto il mio prolisso racconto non ha segnalato disavventure, nessun treno perso, nessuna rapina, nessun arresto per attività controrivoluzionarie. Poi siamo tornati in Italia, appunto.

Per prima cosa, l’aereo viaggia con un’oretta di ritardo. Pazienza, ormai siamo alla fine della storia, basta arrivare a Milano e sciropparsi tre ore d’auto per arrivare al Triste Borgo Natio e dormire. Poi però dobbiamo aspettare un’altra ora che il nastro sputi i nostri bagagli ammaccati ma pazienza, orami siamo a Milano e basta recuperare l’auto dal parcheggio e sciropparci queste tre ore di viaggio verso casa, l’ultimo sforzo. Poi però il nostro odore di the e di avventura stimola l’olfatto dei cani antidroga all’aeroporto, e le guardie ci chiedono gentilmente se abbiamo droga o soldi o se abbiamo frequentato gente che fa uso di droga o di soldi e meglio se ce lo dite subito, non c’è niente di male, risolviamo tutto più velocemente. Ci smontano il bagaglio, frugando fin dentro il flaconcino di autan, e sempre molto cortesemente dopo un’altra ora di perquisa ci lasciano andare mentre i cani ci guardano con l’aria di chi ha perso un amico. Ma fa niente, ci dobbiamo solo districare nel labirintico parcheggio di Linate, trovare la macchina e bla bla bla tre ore-casa-letto. Sono le sei del pomeriggio, siamo in piedi già da diciotto ore e cominciamo ad averne le balle piene. Troviamo l’auto. Le porte non si aprono. Panico.

Può essere la batteria del telecomando, diciamo. Torniamo in aeroporto e corrompiamo le guardie perché ci lascino entrare in zona duty free e comprare una batteria di riserva. Non è la batteria del telecomando. E’ la batteria della macchina. Le porte continuano a non aprirsi.

Peraltro comprata nuova due settimane prima.

Non esistono ovviamente prove che lo dimostrino, ma l’ipotesi più convincete è che alla partenza, uscendo dall’auto, io abbia erroneamente premuto un pulsantino sul telecomando che non sapevo a cosa servisse, e vien fuori che quel pulsantino accendeva le luci di parcheggio, e che non sia una buona cosa. Ora, come tutti sanno, le auto generalmente hanno una chiave meccanica di riserva per aprire le porte quando il telecomando non funziona. La nostra chiave meccanica di riserva era dentro l’auto. Avevamo per fortuna una copia di scorta.

A casa.

Accelero sul seguito: bestemmie, crisi isteriche, voglia di ricominciare a fumare, ricerca di uno scassinatore d’auto, ricerca di un meccanico che non avesse nulla da fare il sabato sera, ricerca di un mezzo sostitutivo per tornare a casa. Abbiamo lasciato l’aeroporto verso le dieci di sera, su una stramaledettissima Smart a noleggio con il ridicolo portabagagli pieno, esausti, fermandoci ad ogni autogrill per darci il cambio alla guida.

E la mattina dopo, recuperata la fottuta chiave di scorta ed un carica batterie per auto, siamo tornati all’aeroporto a riprenderci la macchina pagando pure un sovrapprezzo per avere sforato il tempo di parcheggio. Alla fine ce l’ha avuta più semplice Marco Polo.


Alla fine, si chiederanno i miei piccoli lettori, cosa m’è rimasto di questo viaggio in Cina?
Cambiamenti epocali nella mia coscienza? La capacità di affondare sulle anche? Malattie veneree?

No, no e no. Ma dolci ricordi ed alcune considerazioni superficiali.
La Cina possiede la capacità di ridimensionare i concetti di spazio e tempo. Lo spazio, perché ogni distanza è almeno il doppio di quello che avevo immaginato. Il tempo, perché puoi fare seicento chilometri in due ore e poi aspettare un’ora in fila in biglietteria. Ridimensiona gli standard di pulizia, ti costringe a chiederti quanta sporcizia puoi sopportare, quanto siamo diventati troppo abituati al pulito e schizzinosi. Dai panni di camoscio vergine per pulire il vetro dell’iphone (eccessivo) ai piatti del pranzo sciacquati in un secchione di plastica unto (insostenibile) ci sono un sacco di sfumature di igiene più o meno sopportabili. Ti fa riflettere sui colori: la kitcheria è imperante, ovunque è un tripudio di luci al neon e vernici sgargianti, il grigio delle chiese stona contro l’allegra simbologia dei templi. La Cina rimette in discussione quello che sai fare: viaggiare in taxi, aggiustare al volo un paio di occhiali rotti, lavare a mano in albergo. Ci vuole un secolo per sciacquare la roba nel lavandino di un albergo, tocca ripescare conoscenze ancestrali di economia domestica dall’inconscio collettivo o almeno dai ricordi della nonna. Allo stesso modo conoscendo appena la pronuncia dei numeri e venti parole di mandarino siamo riusciti a far tutto, senza guida, senza interprete, senza alpitour, anche e soprattutto quello che ci avevano sconsigliato di fare. Le cose che sembravano complicate sono risultate semplici. Il mondo è semplice da attraversare.




Chiudo con qualche parola di ringraziamento: a Marco Polo, che ha aperto la strada, e al sito Soffia il vento dell’est che mi ha fatto da guida nel libro del Rag. Polo. Al sito Sapore di Cina con i suoi preziosi consigli pratici di viaggio e al sito China Files che è una delle più importanti finestre sul mondo cinese e ieri ha anche pubblicato un breve articolo sulla nostra esperienza a Chenjiagou, che avevo scritto in precedenza per una pubblicazione del Borgo. Grazie ai compagni occasionali di viaggio ed allenamento, che hanno reso più semplice superare i pochi momenti di sconforto, ed alle nostre esperte di cineserie nel Triste Borgo Natio, che sono state prodighe di indicazioni pratiche per prepararci al meglio alla spedizione.

[E’ finito, dai.]

[Era anche ora.]

[Che fate ancora qui? Sgomberare, sgomberare...]




23/10
2013

Il miliardo /7

Pechino, proveniendo dalle campagne dello Henan o da Ping Yao, ma anche da Zhengzhou o Taiyuan o in fondo anche da Hangzhou, è praticamente una città europea. Cioé, hanno le macchine che puliscono le strade, non gli spazzini con la ramazza fatta con le fronde degli alberi. Hanno una metropolitana grandissima ed efficientissima, grandi viali pedonali, librerie internazionali. La gente è così educata che quasi quasi puoi fare anche centro metri senza che qualcuno cerchi di scatarrarti sulle scarpe, salgono sulla metro con lo sguardo ottuso dei tori portati al macello, travolgendo placidamente qualsiasi cosa (o persona) si trovi sul loro cammino, poi si siedono a giocare con lo smartphone per tutto il viaggio e non si rialzano mai più. Io credo ci sia gente che quest’estate si è passata le ferie in metropolitana a giocare col telefono, avevano l’abbronzatura solo sul contorno occhi.
Io et Amormio abbiamo trascorso un paio di giorni a Cambaluc più che altro per riposarci delle avventure a Chenjiagou, per cui i nostri interessi turistici erano rivolti soprattutto al mangiare ed al dormire. Vicino al nostro albergo, una cosetta molto occidentale senza infamia né gloria, abbiamo trovato un ristorante musulmano dove si mangiava molto bene e diverse bettole più che accettabili. Un giorno siamo saliti sulla collina del carbone, da cui si godeva di una magnifica vista sulla Città Proibita e le orde di formichine che la visitavano, un altro giorno ci siamo sfiniti in lungo ed in largo per il Tempio del Cielo, capolavoro dell’architettura Ming. L’aria è come ce l’aspettavamo, densa e giallognola e lascia un gusto acidulo in bocca, sapore di inquinamento e di suggestione. Pechino non ci impressiona, perché non ci sorprende. Al terzo giorno, o giù di lì, lasciamo l’albergo in una nuova alba di foschia estiva e ci facciamo portare in aeroporto.

Affidate al nastro bagagli le valigie piene all’inverosimile di libri, soprammobili kitch, souvenir per i nipoti e persino un tamarrissimo cappello da Raiden, spendiamo gli ultimi yuan per una scatoletta di mentine al duty free e ci imbarchiamo. Come all’andata, classe super economica e pasti vegetariani, che arrivano prima e diminuiscono drasticamente il rischio di avvelenamento. Sotto di noi, scorre il nastro della grande muraglia, la steppa mongola, l’Asia.

[continua]


[ebbene sì, non ho ancora finito]




22/10
2013

Il miliardo /6

Lasciamo Chenjiagou di mattina, dopo una solida colazione a base di pane al vapore, verdure e minestrina, come tutti gli altri giorni. Restituiamo le scodelle e le bacchette che c’erano state assegnate d’ordinanza ed attendiamo il taxi. Nel mentre, ci scattiamo foto con tutti e prendiamo l’indirizzo qq di chiunque sappia l’inglese, per poter mantenere i contatti in futuro. Il taxi arriva. La strada è un pantano per l’acquazzone della sera prima, un camion è rimasto bloccato proprio all’inizio del dosso e le motorette elettriche non sanno proprio come passare, ma noi in qualche modo riusciamo a raggiungere il tratto asfaltato e veniamo accompagnati fin dentro la stazione degli autobus, dove praticamente ci imbarcano su un autobus per Zhengzhou. Tanta premura (adeguatamente remunerata) ci fa sorridere, fino a quel momento ce la siamo sempre cavata contando sulle nostre quattro parole di mandarino stiracchiate.
L’autobus, stavolta, è moderno e dotato di tutti i comfort, tra cui gli ammortizzatori. Lo specifico perché non pensiate che "l’autobus scassato" dell’andata fosse uno stereotipo. L’unico problema del viaggio di ritorno, in effetti, è che un tizio due sedili davanti a noi aveva il raffreddore e voi sapete cosa fanno i cinesi quando sono raffreddati, vero?
Certo che lo sapete. Non occorre spiegarvelo.
Ma dato che insistete, ve lo dico lo stesso. I cinesi non si soffiano il naso, pensano che sia maleducazione o roba del genere. I cinesi sputano. Mi sa che l’ho già scritto. I cinesi sputano assai, meno ora che un tempo, ma più in campagna che in città e ovviamente più quando sono raffreddati di quando hanno il naso libero. Il nostro compagno di viaggio, giacché probabilmente è una persona educata, si fa quindi portare il cestino dei rifiuti, lo posiziona accanto al proprio sedile e ci scaracchia dentro per tutto il viaggio, ovviamente dopo aver aspirato dalle proprie viscere quanto più muco possibile e con il maggior rumore possibile. Due ore dura il viaggio da Wenxian a Zhengzhou, forse anche qualcosa di più. Due ore di allegri scaracchi.
A Zhengzhou stavolta ci fermiamo solo il tempo di cambiare l’autobus con un altro taxi, direzione stazione orientale. Da qui partono i treni ad alta velocità che corrono sulle direttrici nord-sud ed est-ovest, gran vanto dei trasporti della repubblica popolare. Entriamo in una stazione che sembra un aeroporto, facciamo una breve coda al banco della biglietteria, chiediamo il primo treno per Pechino. Quindici minuti, ci dicono. Porgiamo i soldi, trentacinque euro a testa, ed il passaporto, perché le nuove misure anti bagarinaggio prevedono che ogni biglietto abbia il numero del documento di identità. Attendiamo al gate, dove i cancelli si aprono solo pochi minuti prima dell’arrivo del treno. Scendiamo ai binari, aspettiamo dove il numerino dipinto sul marciapiede indica che si fermerà esattamente la nostra carrozza, saliamo.
Zhengzhou-Pechino, poco più di settecento chilometri, velocità di crociera di 295 km orari. Da Zhengzhou parte uno di questi treni ogni mezz’ora, all’incirca, e dato il costo è uno dei pochi treni che puoi arrischiarti a prendere senza bisogno di prenotare il biglietto in anticipo, almeno nel periodo estivo. Dicono che l’intera rete dei treni ad alta velocità in Cina l’abbiano costruita nel giro di cinque o sei anni, infatti nelle nostre guide turistiche di dieci anni fa non vi fanno nessun cenno. Immagino e penso, mentre scivolo rapidissimo sulle campagne, a terreni requisiti, tangenti intascate e devastazioni ambientali. Penso alle tav di casa nostra, ai vantaggi e a gli svantaggi, alla differenza di condizioni. Tre ore dopo siamo a Pechino, ultima tappa.

[continua]




11/10
2013

Il miliardo /5

Andarsene da Ping Yao non fu molto più semplice che arrivarci. Un treno affollatissimo, in piedi e stretti come sardine fino a Tai Yuan. Un aereo ad elica, che sicuramente Marco Polo non ha preso altrimenti non avrebbe mancato di descriverne l’aspetto malconcio, il rumore assordante e le inquietanti vibrazioni che ci hanno accompagnato fino a Zhengzhou, Henan, altra metropoli cinese del cazzo da mille milioni di abitanti, snodo centrale dei trasporti e calamita irresistibile per le moltitudini di poveracci che esulano dalle campagne col sogno di un appartamento in un grattacielo di cinquanta piani, con l’acqua in casa e la corrente elettrica. Banche, motorini elettrici, enormi cartelloni pubblicitari elettronici, interminabili ingorghi di auto, cataste di angurie sul marciapiede, cataste di esseri umani sugli scooter. 38 gradi all’esterno, forse 20 all’interno del taxi e dell’albergo stile ikea che ci ha ospitato: quanto di più lontano dagli ostelli tipici dove avevamo dormito fino a quel momento: televisione, un bagno pulito e ciabatte di carta.

A Zhengzhou abbiamo trascorso una notte sola, al mattino altro giro di taxi e poi qualche ora di viaggio su un autobus scassato, fino a lasciarci alle spalle la città ed attraversare il Fiume Giallo, quel giorno particolarmente limaccioso e pigro. Oltre il fiume, oltre un’altra anonima cittadina, il motivo ultimo del nostro viaggio: un villaggio di contadini, pastori e maestri di Taijiquan.

Chenjiagou, Henan, è la mecca dei praticanti di Taiji. Al netto delle leggende sui monaci e gli immortali, di gru e serpenti assortiti, Chenjiagou è il posto a cui fanno riferimento le più antiche tracce storiche relative al Taiji, da cui sono partiti i venti stili e le diecimila scuole che si sono diffuse ad Oriente ed in Occidente. In qualche modo, un po’ per caso e un po’ per amore delle tradizioni, in questo villaggio si è continuato ad insegnare e a praticare il Taiji per qualche secolo, nei cortili delle vecchie case, ai bordi dei campi coltivati a granturco e delle strade sterrate. Oggi vi si trovano alcune delle più prestigiose scuole della Cina, dove insegnano maestri noti in tutto il mondo (quando non sono impegnati in lucrose tournée in giro per il mondo). Chiunque pratichi quest’area marziale con una briciola di consapevolezza, sogna prima o poi di recarsi a Chenjiagou e confrontarsi con il fascino di questo posto, imparando dai migliori. Io pure, da bravo cialtrone, aspettavo da anni il momento in cui avrei potuto allenarmi a Chenjiagou, attingendo all’inconscio collettivo che di certo permeava il villaggio.

La vita di noi allievi estivi era piuttosto intensa. Una camera spoglia, sporca e polverosa. Spartana, senza offesa per gli spartani. Sveglia alla mattina presto, colazione a base di verdure e pane al vapore, allenamento in palestra fino alle undici e mezzo, pranzo a base di verdure e riso, tre ore di riposo, allenamento fino a sera, cena a base di verdure e riso. A sera niente, si dormiva, sia perché eravamo stanchi morti sia perché a Chenjiagou non c’è niente da fare e niente da vedere, e se ci fosse qualcosa da vedere non Lo si potrebbe vedere lo stesso perché non ci sono lampioni lungo le strade. Ogni tanto, assieme alle verdure ci offrivano del tofu, l’unico tofu cattivo che io abbia mangiato in vita mia, o delle teste di gallina che curiosamente non ho mai assaggiato. Ma non ero lì per mangiare, ovviamente. Men che mai teste di gallina. Ero lì per allenarmi con i migliori maestri, per esercitarmi con i più determinati praticanti di taiji del mondo, per sudare fino ad inzuppare ogni centimetro di maglietta e ovviamente per ammantarmi di fascino esotico e fare lo spocchioso una volta tornato a casa e per Lao Tze, ho fatto tutto questo ed anche di più. Dopo un paio di giorni di allenamento intensivo nel caldo infernale di quella mitica palestra di campagna non sentivo più neanche la stanchezza. Dopo quattro giorni, non sentivo più la fame e la sete. Dopo una settimana, ho ricominciato a sentire la stanchezza, la fame e la sete con tutti i cazzo di interessi e sono andato via, con un piccolo bagaglio di cose imparate ed un grande bagaglio di emozioni e magliette sporche. Immagino di aver anche lasciato lì qualcosa di mio, se non altro il ricordo di tutte le figure di merda che ho fatto, unico dilettante tra tanti artisti.