24/9
2013

Il miliardo /4

A Ping Yao, dunque, io et Amormio ci siamo concessi alcuni giorni prima di proseguire verso la meta principale del nostro viaggio. Abbiamo percorso in lungo e in largo le strade polverose della città tartaruga, visitando templi di quasi tutte le divinità inventate dall’uomo, banche comprese, ed imparando a contrattare con i venditori cinesi in modo dignitoso. Contrattare in modo dignitoso significa: chiedere quanto costa, dividere per cinque, arrivare a pagare un terzo o metà, sapere di essere stati lo stesso fregati, ma con dignità. Arrivare a questo risultato ci è costato qualche esperimento a volte anche imbarazzante, perché i cinesi si risentono se non contratti o meglio, si risentono se ti rifiuti di comprare al prezzo che propongono loro e però non sei neanche disponibile a contrattare per avere un prezzo più basso, però si risentono anche se offri un prezzo troppo basso. I commercianti cinesi di norma sono sempre incazzati.
Ping Yao è stato anche l’unico posto, in tutti i viaggi che ho fatto all’estero, in cui sono stato contento di incontrare degli italiani. Ad Hangzhou non se n’era visto neanche uno, e l’arrivo a Ping Yao tra viaggio e ruderi era stato un po’ traumatico, per cui ci ha fatto piacere scoprire che nella stanza accanto alla nostra dell’ostello-stile-hutong-con-letti-tradizionali-Kang alloggiava una famiglia di veneziani, simpatici giramondo con cui cercare un ristorante e scambiare quattro parole nella lingua di Dante. Perché io sono fatto così, se incontro italiani all’estero comunico solo in fiorentino trecentesco, essendo molto ligio nel rispettare le mie figure retoriche.
Altra cosa da segnalare di Ping Yao è un posto che mi pare si chiami Sakura Cafè, proprio sulla via principale. E’ il secondo posto peggiore dove abbiamo mangiato, quello in cui abbiamo pagato di più (nove euro per due panini, in una città dove di solito facevamo un pasto completo con quattro o cinque euro in due) ed in assoluto il locale con il più alto numero di camerieri intenti a giocare con il cellulare mentre io aspettavo il mio panino. Io voglio bene a quei ragazzi e capisco che invece di massacrarsi la schiena nelle piantagioni di riso abbiano preferito andare a scriversi messaggini nel fresco riparo del Sakuta Cafè di Ping Yao, ma per la barba di Mao Zedong se non avessi chiesto più e più volte a quest’ora starei ancora aspettando quel cazzo di panino con la cotoletta, che li colga lo scorbuto.
Ultima cosa da segnalare di Ping Yao è il letto Kang. Non è che lo saprei descrivere, è tipo una piattaforma rialzata che occupa mezza stanza con sopra un materasso. Provatelo. E’ durissimo, pare di dormire sui mattoni, e voglio che soffriate come me. Inoltre, è solo il secondo letto più duro che abbiamo provato in Cina, e questo getta un’ombra inquietante sui prossimi capitoli di questa saga.

[continua]

Note estemporanee di zio Lusky:
State alla larga dagli anarchici informali, gli anarchici per bene si riconoscono perché danno sempre del lei e dicono buongiorno, buonasera, prego, si accomodi, e grazie.




5/9
2013

Il miliardo /3

Fino all’inizio del ventesimo secolo Ping Yao era un noto centro finanziario dell’impero cinese, con grosse banche, grassi banchieri, belle ville, templi e tutto quel genere di cose. Girava un sacco di pilla, protetta da feroci guardie private e dalle alte mura di epoca Ming su cui si aprivano sei cancelli, disposti per disegno o per caso come la testa, le zampe ed il culo di una tartaruga. Ad un certo bel momento, però, la fortuna di Ping Yao venne a mancare. Secondo quanto riportano le guide turistiche, al termine dell’infelice guerra dei Boxer l’imperatrice Cixi se ne andò in pompa magna dai banchieri di Ping Yao a chiedere in prestito un po’ di soldini per pagare il risarcimento danni agli Occidentali vittoriosi: 450 tael d’argento, uno per ogni cittadino cinese dell’epoca. Non so a quanto cambiassero il tael d’argento all’epoca, o quanti fagiani ci si comprassero nei pressi del ponte sul Fiume Giallo, e neppure se il conteggio degli abitanti cinesi fosse al lordo o al netto di tutti quelli ammazzati dalle famigerate Otto Nazioni... fatto sta che era un mucchio di pilla. I banchieri pretesero a loro volta lauti interessi, e l’imperatrice li accettò senza troppe remore purché si spicciassero a sganciare.

Ma Cixi aveva le dita incrociate dietro la schiena, evidentemente, perché una volta che quel colossale mucchio di soldi ebbe lasciato le mura della città tartaruga, né loro né loro parenti ebbero mai occasione di tornare indietro, tanto meno con gli interessi. Ad oggi, almeno, non poniamo limiti alla buona fede dell’imperatrice. Di conseguenza, Ping Yao andò presto in rovina con le sua banche ed i suoi banchieri sempre più snelli, le guardie private addestrate nel kung fu ed in altri modi sanguinosi di proteggere il capitale si trovarono senza lavoro e nuovi grandi centri finanziari sorsero molto lontano, dalle parti di Shanghai ed Hong Kong.

Non ricordo se Marco Polo parli di tutto questo nel suo libro, ammetto di aver dato solo una scorsa veloce ad alcune parti. In ogni caso, quando io et Amormio al termine di un breve viaggio aereo e di un interminabile viaggio in autobus nel nulla cinese siamo arrivati a Ping Yao, abbiamo trovato una città non più in rovina, ma non ancora del tutto fuori dalla rovina. All’esterno delle grandi mura, la città nuova è il solito agglomerato di edifici anonimi che sembrano sul punto di crollare, edifici crollati da poco e nuovi edifici in costruzione. China as usual. I tassisti ti assalgono alla stazione degli autobus pretendendo di portarti da qualche parte, non capiscono nessuna lingua che non sia lo Shanxiese stretto e non accettano rifiuti. Unica zona di interesse fuori dalle mura è una piccola zona verde dove la sera capannelli di persone si riuniscono a ballare il liscio (giuro), illuminati dai fanali dei motorini a causa dei frequenti blackout estivi.
All’interno delle mura, la città come l’ha lasciata l’imperatrice Cixi: un agglomerato di case, ville, banche e templi di un secolo fa, in gran parte immutati, fossilizzati nell’epoca del massimo splendore come se gli abitanti originari se ne fossero scappati a gambe levate ed estranei si fossero progressivamente insediati al posto loro, ma senza preoccuparsi di rinnovare gli edifici né tantomeno di costruirne di nuovi, lasciando che il tempo e la polvere pian piano consumassero tutto.

Solo di recente, e si vede, qualcuno deve aver realizzato che la città tartaruga fossile potesse essere di qualche interesse ai turisti cinesi e agli stranieri. Hanno iniziato ovviamente ristrutturando le vie centrali, le mura, le torri, le banche e le ville. Sono arrivati i turisti e le bancarelle, i templi sono stati riaperti ed i tetti ricoperti di nuove tegole smaltate, gli archi ridipinti, gli artigiani di mille arti sono tornati con i loro attrezzi lungo le strade. Oggi tutta Ping Yao è in ristrutturazione, più o meno accurata o frettolosa, tutte le strade vengono spaccate per far passare tubature o cavi elettrici, nuovi edifici vengono rimessi a nuovo e aperti al pubblico, quasi ogni casa è potenzialmente un piccolo museo e sono sicuro che i posti segnati sulle guide non sono i più interessanti. Nel tempo, qualcuno arriverà addirittura a scoprire l’esistenza dello straccio per la polvere, e la vita di Ping Yao cambierà per sempre.

[continua]




28/8
2013

Il miliardo /2

Una delle critiche che vengono puerilmente fatte (da altri) al pregevole Marco Polo è di non aver mai accennato nel suo libro all’uso delle bacchette da parte dei cinesi al posto delle più pratiche posate. Mi sembra una critica davvero meschina: perché il comm. Polo avrebbe dovuto descrivere l’uso delle bacchette? Tutti sanno che i cinesi mangiano con le bacchette! Eventualmente, se uno proprio ha la curiosità di vederle, può andare in un ristorante cinese e chiedere di vederle, non mancano certo i ristoranti cinesi in giro. Molto più grave, invece, il fatto che il sen. Polo non spieghi assolutamente cosa si può mangiare con quelle bacchette, visto che a differenza dei ristoranti cinesi della Serenissima Repubblica, quelli del Catai si ostinano generalmente ad avere solo il menu in mandarino. Io, per un bizzarro caso del destino, parlo pochissimo mandarino e solo quello senza i semini, per cui durante il mio recente viaggio in capo al mondo ho trascorso i primi tre giorni a mangiare esclusivamente ravioli.

Ah, i ravioli! Culmine della cultura Ming! Sostanziosi, economici e misteriosi, perché non sai mai veramente cosa c’è dentro. Verdure? Potrebbero essere verdure. Carne? Potrebbe essere carne. Cane? Potrebbe essere cane. Vittima delle triadi? Potrebbe essere vittima delle triadi. Nel sottile scrigno di pasta tutto è pietosamente celato ed il passato non esiste. Inoltre, i ravioli sono semplici da pronunciare o da mimare in caso di necessità.

Lasciataci alle spalle Hangzhou, il suo romantico lago ed i suoi autobus con l’aria condizionata a palla, io et Amormio decidemmo di rifugiarci molto più a nord, a Pingyao nella privincia dello Shanxi. "Shanxi" letteralmente significa "ad ovest della montagna", perché si trova ad ovest del monte Tai. Ad est del monte Tai c’è un’altra provincia, lo Shandong, il cui nome significa ovviamente "ad est della montagna". Dite quello che volete dei cinesi, but they get their shit done. Pingyao è una cittadina magnifica, l’unico problema è che per arrivarci è quasi obbligatorio passare per Taiyuan e Taiyuan invece è una città di merda. Tipica metropoli cinese, ma peggio. Non so perché Taiyuan sia peggio: è caotica, sporca, rumorosa, alienante e puzzolente come un sacco di altri posti carini, però è brutta. Forse è perché mentre cercavo qualcuno che ci caricasse su un taxi e ci portasse alla più vicina stazione degli autobus, sono stato circondato da una ventina di pazzi che non capivano un’ostia di interlingua e ridacchiavano tra loro dei miei sforzi per comunicare, fino a quando dopo molta pena la foto di un bus non ha accesso in loro un barlume di primordiale connessione pittografica. Ecco, un’altra cosa di cui Marco Polo non parla è il fatto che i tassisti del Catai non capiscono un cazzo, niente di niente, gli dici "airport" e vedi le balle di fieno rotolare nelle loro pupille, gli dici "bus station" o "train" e niente, devi dirglielo in cinese e preferibilmente nel dialetto del postribolo di Kashgar dove sono stati partoriti oppure umiliarti a fare l’imitazione con le braccia dell’aeroplano, cosa che incidentalmente ho scoperto di essere bravissimo a fare. A parte questo, ho avuto un bellissimo rapporto con i tassisti cinesi, solo due o tre non hanno proprio voluto saperne di usare il tassimetro e nessuno ci ha imbrogliato rispetto al prezzo pattuito, in compenso non sapevano mai dove portarci e dovevano quasi sempre telefonare all’albergo per farsi spiegare bene l’indirizzo.
[continua]




23/8
2013

Il miliardo /1

Come stavo appunto dicendo, io et Amormio siamo finalmente riusciti a fare questo viaggio in capo al mondo. A Valdagno! direbbe mio nonno, che difatti era rincoglionito. No, nonno, risponderei io con inesauribile dolcezza, in Cina. Catai, Mangi, il Paese di Mezzo. Vagamente più lontano.

Scarso di inventiva, avevo adottato come principale guida turistica il Milione del dott. Marco Polo, rivelatosi sfortunatamente di gran lunga sopravvalutato ed inadatto a fornire consigli realmente utili. Gli alberghi citati, per esempio, lasciavano talvolta a desiderare e mi è risultato assolutamente impossibile comprare un fagiano per soli tre talleri veneziani presso il ponte sul fiume Giallo. Inoltre, il prof. Polo dimentica di citare diverse bizzarie della cultura, delle tradizioni e finanche delle città cinesi dove afferma di aver vissuto, e questo ci ha causato parecchie sorprese e non pochi problemi, fortunatamente tutti risolti altrimenti non sarei qui a raccontarvela.

Ad esempio, il rag. Polo non affronta assolutamente il problema della preparazione delle valigie per il viaggio. Non lo nomina neanche, mentre per me è stato fonte di grandi ambascie. Temevo che avremmo finito di preparare i bagagli alle due e mezzo della notte precedente la partenza, ma sfortunatamente mi sbagliavo. Quella è stata più o meno l’ora in cui abbiamo cominciato a farli. Abbiamo infatti terminato verso le sei, sei e mezza, ora che curiosamente coincideva con quella della partenza, stremati dal sonno, e quasi sicuramente questo è il motivo per cui poi mi sono trovato novemila chilometri più in là a chiedermi come mai nella mia valigia ci fossero un paio di calzini di lana alti fino al ginocchio ed un singolo, misero calzino spaiato di cotone.

Parlando di Hangzhou, poi, la prima tappa del nostro breve viaggio, l’avv. Polo si dilunga sulle sue bellezze ma evita accuratamente di citare la selva di grattacieli più o meno orribili che le conferiscono quell’aria alienante tipica delle metropoli cinesi, ma inspiegabilmente glissa anche sull’ufficio di cambio valute dell’aeroporto, il più lento del mondo in quanto affidato ad una banda di stagiste minorenni sottopagate che lavorano con una copia piratata di windows millenium, impiegando per ogni transazione il doppio del tempo che ci avrebbe messo un funzionario del Khan ad andare a cavallo in Europa a cambiare i soldi.

Ma, se non ricordo male, l’illustrissimo cav. Polo non nomina neppure il meraviglioso Lago Occidentale, affascinante gioiello della città presso cui passeggiare cercando di sfuggire - invano - alla soffocante calura di un’estate eccezionale. Difficile descriverne il fascino, celebrato nei miti e nelle poesie cinesi, impossibile non apprezzarne la bellezza in contrasto con la frenesia della metropoli che si arresta quasi rispettosa sulle sue sponde orientali. Poco lontano dal lago io et Amormio ci siamo accampati in un ostello grande e ben organizzato, da cui partire all’alba per visitare i dintorni e in cui rientrare non appena il sole si faceva implacabile. Per distrarci, in quei primi pomeriggi bollenti, davamo la caccia alle rapidissime blatte che sgusciavano dallo scarico della doccia. Terminate le blatte senza che il caldo accennasse ad allentare la propria morsa, con buona pace di Marco Polo abbiamo a malincuore deciso di abbandonare Hangzhou, stravolgere il nostro programma di viaggio e migrare rapidamente al nord. Destinazione: Pingyao, Shanxi.

[continua]




11/7
2013

La strada del Catai

Mentre il Paese tutto sta scivolando nel baratro istituzionale, sempre più rapidamente ed inesorabilmente e sempre avvolto dalla meschina indifferenza generale, io con acceso spirito critico sorseggi cocktail alla frutta e mi preparo per il mio primo viaggio in Catai.
Da turista, ovviamente. Molti preferiscono definirsi ’viaggiatori, non turisti’, per carità tutto ma non turisti, ma io applico ai miei viaggi una discriminante piuttosto semplice: prendi l’aereo, dormi in albergo, visiti i monumenti, sei un turista. Vai a piedi, dormi in una locanda malfamata, ti puntano il coltello contro ma tu li disarmi con una mossa di bartitsu, sei un viaggiatore. Io sono un turista, e tra qualche settimana me ne vado in Catai a vagabondare un po’ con Amormio.

Scopo principale di questo nostro viaggio (turistico) è raggiungere un villaggio dello Henan e praticare del taiji lì dove si dice che l’abbiano inventato milioni di anni fa, che per noi praticanti di taiji o sedicenti tali è un po’ come per un fan del rock ’n roll andare a ballare nella casa di Elvis a Menphis, credo, o come per un cattolico andare a molestare un bambino a Gerusalemme. Inoltre, intendiamo bere té e prendere treni e passeggiare per i giardini e tutto quel genere di cose che si fanno alla corte del Gran Cane.

La maggior parte dei miei conoscenti si dichiara preoccupata soprattutto dal problema alimentare, altresì tradotto come "ma che cazzo mangi in Cina". Apparentemente, i miei conoscenti sono per la stragrande maggioranza convinti che i cinesi non mangino, o si mangino tutto loro (in quanto socialisti) senza lasciarne per gli stranieri. Accennano a quella faccenda degli spiedini di serpente, delle cavallette, dei cani, roba così, come se un miliardo e mezzo di persone potessero basare la propria quotidiana alimentazione sugli spiedini di serpente trascurando animali molto più semplici da cucinare quali la mucca, il maiale, il pollo o il raviolo. Chiaro che si tratta di gente che nella maggior parte dei casi considera cucina esotica anche il riso alla cantonese del wok-sushi sotto casa, gente che spesso dovrebbe essere privata non solo del diritto di dare consigli di viaggio ma anche del diritto di volo. Perché poi te li trovi a Wuzhen a sbattersi alla ricerca di una pizzeria.

Io comunque, e qui lo dico e qui mi pentirò di averlo detto, non sono molto schizzinoso in fatto di cibagioni. Se è cotto e/o non si muove per me è commestibile. Se ho veramente fame, posso anche essere meno esigente. Vedremo se sarò dello stesso parere al mio ritorno.

In questi giorni stiamo dando le ultime spuntatine al programma di viaggio e cominciando a pensare ai bagagli, che finiremo comunque per preparare la notte prima di partire verso le due con mezzo litro di sambuca in corpo, come al solito. Nel frattempo mi preparo a quel che dovrò affrontare come un gentleman di altri tempi, leggendo Il milione di Marco Polo e ascoltando in loop Asia di Guccini.




20/5
2013

Sono un fenomeno paranormale

Io tendenzialmente sono una persona razionale, molto razionale. Sono ateo, non credo nelle scie chimiche, dubito di Babbo Natale e sono estremamente scettico nei confronti del sovrannaturale, del sottonaturale e spesso anche del medionaturale. Mi concedo qualche posizione possibilista nei confronti della medicina tradizionale, dello sciamanesimo e del vudù, perché sono anche una persona di ampie vedute o almeno mi piace che lo crediate. Ho avuto un’esperienza mistica, ma è stato tanto tempo fa ed è ormai caduta in prescrizione. Per il resto, sono un materialista storico così storico che al confronto Karl Marx pare Paulo Coelho, perciò quello che sto per raccontare è solo una curiosa coincidenza, nun me bruciate sul rogo che ho la pelle sensibile.

Due o tre case in là della mia angusta magione abita una coppia di anziani canadesi, che periodicamente hanno l’abitudine di migrare in Canada per qualche mese ad incontrare i nipoti, o chessò io. Sono un uomo moderno per cui se devo comunicare lo faccio con gli sconosciuti su Internet, mica con i vicini di casa. Ogni tanto scambio qualche parola con la vecchia canadese, perché fa o crede di fare anche lei Taiji ed è piuttosto simpatica, con il suo buffo accento canadese. Un certo bel giorno, un paio d’anni fa, sono partiti per andare in Canada e non sono più tornati. E fin qui, la vita è una zingara e va, francamente non ho tempo di monitorare gli spostamenti di tutti i miei vicini e credo sarebbe anche illegale farlo. Non ho più pensato a loro, non ne ho più parlato con nessuno, mai.

Pochi giorni fa, però, passando come ogni giorni davanti la casa dei canadesi, posando l’occhio sull’auto parcheggiata nel cortiletto da due anni e sull’erba ormai alta, mi sono chiesto che fine avessero fatto e perché non tornassero. Ci possono essere mille motivi per cui un vecchio sparisce dalla circolazione, tra cui la morte e 999 eventi improbabili. Ci ho pensato così, trenta secondi camminando verso casa. Quello stesso giorno, ad Amormio chissà perché è saltato in mente di chiedermi che fine potesse aver fatto secondo me la coppia di anziani canadesi, che erano partiti per il Canada per stare via tre mesi e non si vedevano da due anni. Che coincidenza, dico. Lo stesso giorno in cui ci avevo pensato io, non ne avevamo mai parlato prima. Qualcuno parlerebbe di telepatia.

Oggi torno a casa per pranzo, passo come ogni giorno davanti la casa degli anziani canadesi con il cortiletto infestato da erbacce e la vecchia opel in cattivo arnese, ed ecco che i canadesi sono tornati, vivi e in salute tutti e due, stanno strappando le erbacce e provando a far ripartire l’auto. Sono stato contento di vederli quanto mai prima, anche se so che ora la vecchia capiterà a casa nostra negli orari più fastidiosi (qualunque) a chiedere ad Amormio consigli per il Taiji. Mi era mancato, il loro buffo accento canadese.

Ora, questa bizzarra coincidenza tra me che penso a loro, Amormio che pensa a loro e loro che tornano dal Canada può essere spiegata agevolmente in tre modi:
1. loro hanno sentito telepaticamente che noi li pensavamo e sono tornati
2. noi abbiamo sentito telepaticamente che loro stavamo per tornare e li abbiamo pensati (eventualmente attingendo all’inconscio collettivo)
3. qualche amico o parente, sapendo che stavano per tornare, è andato a sistemare la casa dove abitano ed ha apportato una qualche piccola modifica al paesaggio della loro abitazione (spostato un vaso, cambiato uno zerbino) difficile da notare ma che sia io che Amormio abbiamo in modo inconsapevole registrato sensorialmente come un cambiamento, il che ha richiamato alla mente di entrambi la lunga assenza degli abitanti della casa.

A scanso di equivoci, dato che è un attimo finire arruolati tra quelli che credono nei rettiliani, specifico che in due anni di assenza la possibilità che i canadesi tornassero a casa in modo del tutto casuale entro una settimana dal giorno in cui pensavamo a loro erano pari a circa l’1%, una percentuale piuttosto bassa ma certamente non tale da gridare al miracolo o indire una conferenza stampa coi cardinali e tutto.




29/4
2013

Letta di classe

E’ nato, finalmente! Dopo sessanta giorni in cui la tragedia di dover vivere allo stato brado ci stava procurando un’ansia ormai insopportabile, ecco venire finalmente alla luce il governo Letta, ultima meravigliosa creazione del genio italico. Ci stanno dentro tutti, quasi tutti democristiani: inutile parlare di ex, si è ormai capito che quando uno nasce democristiano, il democristianesimo gli rimane dentro fino alla morte (e resurrezione dei corpi).

Certo il parto non è stato dei più semplici, c’è voluto sicuramente un bel po’ di mercanteggiare tra i vari partiti, le correnti e le fazioni, ma visto il risultato non si può dire che non ne sia valsa la pena. Quasi tutti esordienti, molte donne, persino una di colore (che vale come due minoranze, per cui doppiamente buona). I giornali e i telegiornali sono concordi nell’acclamare questa squadra di salvatori della patria e nell’augurare loro buon lavoro. I più ribelli ammettono almeno che, viste le circostanze, è quanto di meglio si potesse sperare e che non c’erano alternative ragionevoli, o irragionevoli, e comunque è tutta colpa di Grillo.

E certamente non vengo qui a difendere Grillo, dalle cui idee politiche sono piuttosto lontano. Il Governo dice che Grillo è un estremista, e il Governo è composto da uomini d’onore: anticipo quindi i tempi e mi adeguo anch’io al pensiero unico dominante. Viva il Governo! E abbasso il pericoloso estremismo grillino, che ha causato infiniti danni a questo Paese: la crisi economica, la disoccupazione, le imprese che chiudono, la fuga dei cervelli, la mancanza di diritti civili, i campi di detenzione per gli immigrati, le leggi ad personam, le stragi di stato, le privatizzazioni selvaggie, l’austerità, Ustica, Aldo Moro, la seconda guerra mondiale, il Biennio Rosso, Piazza Fontana, il Monte dei Paschi di Siena, la missione arcobaleno in Albania, la Moby Prince, la Vittoria Mutilata, l’interventismo, il brigantaggio, Vacanze di Natale a Cortina, Breccia di Porta Pia ed il Porcellum sono solo alcune delle colpe di cui Beppe Grillo si deve finalmente prendere la responsabilità, mentre l’acuto Alfano, il simpatico Franceschini e gli altri compagni di Letta si occuperanno di porre rimedio, restituendoci finalmente un Paese concorde e sereno, dove ogni torto verrà riparato, ogni ingiustizia giustiziata ed ogni devianza raddrizzata.

Del resto, con che coraggio schierarsi contro cotale uniformità di intenti? Penso sia dal Luglio del ’43 che un governo politico in Italia non godesse di un tale sostegno parlamentare ed è pertanto evidente come tanta armonia fosse proprio quanto gli italiani agognassero. Magari non del tutto consapevolmente, visto che hanno votato (tutti) per partiti che negavano fermamente l’opportunità di tale alleanza. Ma chi aveva dubbi, chi ancora ce li ha, presto non ne avrà più: dovendo difendere gli interessi congiunti del pidielle e del piddì, vale a dire di tutta la parte sana della Nazione, le migliori penne e le più belle facce del giornalismo nostrano sono già schierate al servizio del Bene Più Grande. Lo schiacciassassi della propaganda lavorerà per trasformare ogni pensiero dialettico in fine ghiaino. Avete sentito qualcuno parlare ancora di inciucio, in questi giorni? Di mercato delle vacche? Beh, ne sentirete sempre meno. All hail to the grosse koalition!
Allo stesso tempo, se la storia insegna qualcosa, i nostri amati amici dei servizi si saranno già attivati per dare a loro volta una mano e ripristinare la pace sociale: magari con un attentatino lì, una rivendicazioncina là, si sa che in Italia si trova sempre uno "squilibrato" a disposizione quando c’è da riportare l’equilibrio, o un "anarchico" quando bisogna spingere le masse ad invocare l’ordine e la disciplina. Magari un dossier equivoco finisce sulla scrivania di qualche prezzolato direttore di giornale, o qualcuno viola la casella di posta di una deputata. Messaggi vengono mandati e ricevuti, le divergenze si appianano. Verso la Suprema Armonia.

L’importante naturalmente è che i mercati approvino, lo spread scenda, la borsa salga, il popolo ricominci a comprare ed eventualmente anche a votare correttamente. In caso contrario si disferà tutto, sempre nel maggiore interesse della Nazione, e... suppongo Oceania tornerà ad essere spietatamente in guerra con Eurasia, com’è sempre stato. Non possiamo che essere d’accordo.




23/4
2013

Errata corrige

Giusto ieri dicevo che l’unica cosa che mi piaceva del piddì è che veniva tollerata la differenza di idee, che i dissidenti non rischiavano l’espulsione. Dario Franceschini, a cui evidentemente sto sul cazzo perché ho una barba più bella della sua, provvede a smentirmi: chi non voterà la fiducia al governo (qualsiasi esso sia) secondo le indicazioni della maggioranza, merita l’espulsione.

Grazie, Dario. Ora siamo a zero cose tonde che mi piacciono del piddì, mi sono tolto il pensiero.




22/4
2013

Guardate come muore un Partito Democratico

Io ho una cosa da dire sul piddì: non mi è mai piaciuto. Siccome so che molti italiani non amano che si parli male dei morti (tutti i morti diventano buoni in Italia) ci tengo a precisare che a me il piddì non mi è mai piaciuto neanche quand’era vivo, valga per tutti questo post che credo sia stato il primo di una serie certo lunga. Quello che è successo la settimana scorsa, il ripugnante processo di automutilazione del cosiddetto Partito cosiddetto Democratico, si è già meritato così tanti insulti e sbeffeggiamenti da ogni parte del Paese che ripeterli ora sarebbe ridondante e probabilmente passibile di querela. Franceschini, giusto per fare un nome tra i tanti, si è lamentato che sabato sera l’hanno fischiato mentre cenava in trattoria: ha omesso però di specificare che cenava in trattoria perché lo stavano fischiando anche a casa.

Ma ora sono qui per seppellire il piddì, non per dileggiarlo. Quello che fu la terza o quarta reincarnazione del più grande partito comunista d’occidente, è morto per non aver saputo trovare un accordo con Beppe Grillo. E la spiegazione che ci danno è la seguente: non si possono fare accordi con Beppe Grillo perché non rispetta la costituzione.

Ora, amici del piddì: capisco la vostra lunga consuetudine ad essere circondati da imbecilli, ma a tutto c’è un limite. Se mi dite che Beppe Grillo è un qualunquista, demagogo, scapigliato, verbalmente violento, politicamente discutibile, igienicamente depravato, cialtrone, sbruffone, ipocrita e megalomane capetto con scarsa stima della democrazia parlamentare ed una gestione quanto meno torbida dell’economia del suo partitello personale, vi do ragione. Vi do un mondo di ragione. Vi do un mondo ed una sporta di ragione... ma non se in alternativa vi alleate con Alì Berlù e i suoi 400 ladroni, e per la proprietà transitiva dell’infamia anche con Maroni ed il suo partitello personale di fascioleghisti, tutta gente che la costituzione la tiene solo in comodi maxirotoli doppio strato nella mensolina vicino al water.

Ovviamente non sapremo mai quali oscuri bizantinismi abbiano in realtà portato il piddì ad accoppiarsi con il maiale in diretta tivvù, anche se curiosamente tutti i sospetti puntano come al solito su Minimo D’Alema e la sua cricca di prezzolati filibustieri o su Matteo Renzi, di cui si può dire solo che è un giovanotto ambizioso il che riassume anche tutti i suoi meriti politici. Ma non sono qui neanche per fare l’autopsia al cadavere, che con quello che aveva mangiato oltretutto dev’essere pure un bello schifo.

Personalmente mi spiace soprattutto per Bersani. Bersani secondo me è (era) la perfetta incarnazione del Partito Democratico: intelligente, preparato, umanamente anche simpatico, con delle idee brillanti. Io ’na birretta con Bersani me la berrei, e non è una cosa che direi di molti politici. I difetti di Bersani sono anche i difetti del fu piddì: incapace di concretizzare, ansioso di compiacere tutti, eccessivamente prudente e serio fino alla noia. L’unica differenza caratteriale che mi viene in mente tra Bersani e il piddì è che il primo almeno fino alla settimana scorsa è sempre stato sinceramente antiberlusconiano.

Poi il piddì aveva un sacco di altri difetti, inutile star qui a fare l’elenco che non vorrei saturarvi la banda. Aveva un solo pregio, anche piuttosto grande rispetto agli altri partiti: era l’unico partito vero, l’unico partito a non essere semplicemente la cassa di risonanza e l’articolazione territoriale del segretario/padrone, l’unico dove la diversità di opinioni, la lotta anche sfacciata tra fazioni diverse era tollerata. Non dico che il confronto fosse sempre apprezzato, non dico neanche che fosse equo né tantomeno meritocratico, ma esisteva e permetteva talvolta ad idee dissonanti di emergere, senza che le discussioni finissero con ordini di espulsione. Non era un partito in cui parlava solo il segretario, o i cui rappresentanti avevano a cuore solo gli interessi personali del segretario. Sono consapevole che questo, soprattutto da un punto di vista mediatico, è stato anche il tallone d’achille del partito ed una delle cause della sua storica debolezza di carattere. Sarà anche l’unica cosa che mi mancherà del piddì.

Spero che le poche persone valide e di sinistra ancora presenti in quel partito, portatori di quelle idee dissonanti di cui sopra, riescano a non farsi seppellire sotto le macerie e continuino a far politica. Quanto agli altri, i cialtroni, i baciapile, i maneggioni, mi piacerebbe affondassero assieme alla barca che hanno mandato alla deriva, ma so già che in qualche modo se la caveranno: lo fanno sempre.




19/4
2013

Nei nostri cuori Prodi Che

Prodi Che



Mi sto divertendo moltissimo, sarebbe da eleggerlo una volta all’anno ’sto presidente della cosa, lì. Continuate così.