 17/1/2004 19.13.8 Antonello |
Questa questione si fa più ampia del previsto. Entriamo a pieno diritto nella storia dell’importanza sociale e filosofica dell’arte in generale, e della letteratura soprattutto. Prima che qualcuno dica "chissenefrega dell’importanza sociale e filosofica", diciamo chiaramente che non esiste arte, per quanto trascendente, che sia staccata dalla società. Diciamo che la storia degli autori risponde alla storia personale dell’autore e alla storia di un popolo. Diciamo che gli ultimi due secoli hanno visto in Europa e sempre più nel resto del globo il rapporto con il mondo come primo parametro di elaborazione di una prospettiva, e che da questo assunto si sono intrecciate proposte, opposizioni, controproposte, scavalcamenti, indifferenze studiate a tavolino, ritorni al vecchio, distruzione del vecchio, manifesti d’avanguardia, studi scientifici del reale, metaletterature varie. Il senso assommatorio dà fastidio, ma ogni atteggiamento ha avuto un senso ben preciso e per molti versi necessario, se si crede all’assunto iniziale, cioè, ribadisco, il rapporto con il mondo e dunque l’influenza di questo sulle correnti narrative - un interscambio. Il rischio di questa posizione, che si dice trasversalista, è quella di affrontare le varie epoche letterarie con spirito indefinito e fin evoluzionistico, cosa che dal punto di vista di chi scrive è assolutamente inaccettabile, dato che si è sempre considerato tendenzioso, calato in un dialogo addirittura diacronico con autori che legge. Però, e qui arriviamo alla critica che mi muovi (in realtà una domanda provocatoria pienamente sensata, e per questo necessitante di una così elaborata risposta), non possiamo fermarci ad annoverare i nostri padri spirituali; in realtà la necessità è di trovare i padri spirituali della questione fondante del nostro avvicinamento critico, che possono essere a mille miglia di distanza dalle nostre idee politiche e anche dai nostri parametri di coerenza. Pensiamo ad una bibliografia ideale del movimento socialista nella storia. Non riusciremmo a trovarlo, perchè su cosa fosse utile al movimento rivoluzionario, quale fosse in definitiva la politica culturale di un soggetto politico che fondativamente dava la precedenza al pragmatismo sociale e al materialismo dialettico, gli intellettuali e i letterati schierati non trovarono mai un accordo e nemmeno una definizione. Posto che uno dei pochi tratti comuni sembrava essere l’adesione alla realtà, qual era il miglior modo per affrontarla? Descriverla (Zola)? Rifletterla (Lukasc)? Recuperarla (Gramsci)? Prospettarla (Zdanov)? Spiegarla (Brecth)? Criticarla (Adorno)? Leggerla (Benjamin)? Calarvicisi (neorealismo italiano)? Ogni proposta era allo stesso tempo una proposta e una critica, ché non si esauriva in sé ma obbligava ad una diversa angolazione e ad una diversa reazione. L’intreccio e i veti incrociati di queste linee, il loro bisogno di realtà, hanno creato il nuovo corso delle lettere; hanno spostato, potremmo dire generosamente, il fuoco dell’attenzione dall’artista all’arte al mondo. Ma hanno complicato enormente la teoresi e l’azione letteraria, perchè la realtà di quel mondo sembrò via via a tutti sempre più di difficile definizione, anzi spesso di inesplicabile complessità, nonostante l’appoggio a certi maestri come Marx e Hegel, Freud e Lukasc, Gramsci e Croce. In questa lotta per la definizione (azione, rivoluzione...), subito una cosa sembrava chiara: in un mondo borghese e retto dal capitale, alcuni autori borghesi, capitalisti e, a maggior ragione, conservatori, reazionari, se non nichilistici, cioè alcuni autori che con spregio della precisione potremmo definire di destra, potevano svolgere un ruolo giuda splendidamente. E’ il caso (un grande caso) di Balzac: scrittore e drammaturgo conservatore e reazionario, fermamente cattolico e classista fin nel profondo, nel corso del tempo il suo apporto alla descrizione del mondo sociale del suo tempo divenne tesoro di un’importantissima fascia di intellettuali comunisti, che ravvedevano (come Lukasc) nella sua scrittura così esageratamente attenta ad ogni manifestazione del comportamento umano (specialmente borghese, specialmente d’interni) un superamento storico delle sue posizioni personali, fino al punto di scoperchiare i contenitori delle contraddizioni dell’assetto storico francese della seconda metà dell’ottocento. Dunque, come tu mi chiedi, Celarent, dobbiamo occuparci di B prescindendo da C, visto che B può essere incomparabilemnte più importante? In generale, io mi sono sempre mosso in questa direzione. Nietzsche e Heidegger, Verga e Celine, Eliot e Pound, Jungher e Marinetti, Sorel e Schimdt, Nabokov e Bulgakov, Parise e Gadda, addirittura Zolla e Hollebecq - hanno apportato, pur nelle loro diversità di campo, stile e intenti, alla lettura del mondo (del mondo storico) e a come affrontarlo un grandissimo contributo, per certi versi imprescindibile dalla storia dello sviluppo culturale. Personalmente io affronto quelli che chiamo autori di destra secondo la linea anarcoide o quella della finitudine. La prima come atteggiamento individualista di odio per l’assetto sociale vigente o di capacità di calarsi nella realtà discretamente e impermeabilmente - magari nel bruciare, poi, la propria esistenza senza renderne conto se non alle pulsioni fondamentali dell’uomo. La seconda come vero e proprio limite filosofico della cogitazione umana, che passa un colpo di spugna sul tentativo di spiegare positivamente la realtà ributtando l’uomo nell’impotenza o nella trasfigurazione mitica ed eterna della sua esistenza. Questo sentimento filosofico innerva la nostra società contemporanea, e non c’è a mio parere ragionamento che possa prescinderne, anche solo per superarlo - purtroppo. Concludiamo. "Alita"? Non mi è parso che la sua posizione fosse così addentro ad una descrizione coinvolta della realtà: più un abbozzo che un risultato, un fumetto per nulla disprezzabile come B, sempre come tale non dice nulla di nuovo né ribadisce qualcosa di fondamentale. Tutta la simpatia che avevo inferito dalla trama (ripeto, tranne cadute di gusto, e ora che ci penso la carica dei ribelli al "suono" dei Carmina Burana è orribile) scade nella postfazione qualunquistica, in cui Kishiro si mette giustamente al nostro livello e dice che non ha mai fatto male a nessuno. Ed è vero: il suo fumetto non urta se non raramente, e se onestamente il creatore ci dice che non intendeva nemmeno suggerire quei riferimenti che come boccalone io avevo colto, cosa mi rimane. Certo, la mia reazione è stata esagerate e dispendiosa, ma la rabbia per l’approssimazione e lo sfruttamento di un’estetica precisa senza volersene prendere le responsabilità in quel momento mi ha fatti girare i ... Quindi opera ininfluente (pur carina) + aggravante ideologica + caratteraccio = fuori dalla finestra. Non covo per "Alita" odio parossistico, solo un leggero fastidio. Il fastidio per tutte quelle opere così smorte per ambizione da essere solo oggetto più che soggetto attivo (nei mille modi in cui questo può avvenire). |