 13/11/2003 0.21.2 To report |
Post infinito. Riporto un giudizio molto duro di Goffredo Fofi su "The Dreamers" e "Buongiorno notte" in cui mi rispecchio quasi completamente. Incidentalmente c’è anche un giudizio su "La meglio gioventù".
"Tanti anni fa c’era una certa rivalità tra Bellocchio e Bertolucci, i due giovani di maggior talento emersi nei primi anni Sessanta, dopo la "leva" Olmi, De Seta, Pasolini, Taviani, Petri ecc. E in verità i loro due film, "I pugni in tasca" e "Prima della rivoluzione", tra loro diversissimi e più duro e aggressivo il primo, più sentimentale (nel senso buono, addirittura stendhaliano) ed elegante il secondo, fecero giustamente "epoca", furono la speranza di un ulteriore avanzamento del cinema italiano nella sua grande ripresa degli anni del boom. Questa speranza non ebbe conferme. Molto presto, dopo la "congiuntura", il cinema italiano cominciò ad annaspare, a farsi metafisico e metaforico, a non cogliere più il senso di ciò che accadeva al paese e alla sua cultura. In uno di questi confusi film, uno dei primi, "Partner", Bertolucci faceva dire a un personaggio che inventava proverbi, "di Piacenza l’Italia ne fa senza". Sperammo molto in Bellocchio, ma molto anche in Bertolucci, però in modi più conflittuali (e su "Ombre rosse", nel ’68, mi permisi di irridere una sua dichiarazione secondo cui egli era purtroppo troppo giovane per aver fatto la Resistenza e troppo vecchio per poter fare il ’68. E aveva ventisette anni!). I suoi film migliori Bellocchio li fece in quegli anni, prima del ’68, e i film migliori di Bertolucci sono stati quelli piccoli e italici, non internazionali. Ma più di recente, in "Io ballo da sola" e "L’assedio" ci parve di vedere qualcosa di più che la consueta eleganza, una malinconia un po’ accorata, una certa capacità di critica dell’esistente, e ci parve di vedere in "L’ora di religione" una nuova e matura dismisura, una notevole capacità di critica dell’esistente. In "Buongiorno, notte" di Bellocchio e in "Dreamers" di Bertolucci non troviamo niente di quel che ci aveva intrigato in quei film. C’eravamo sbagliati? Certo "Dreamers" è pur sempre un film elegante, ma anche se, rispetto al film di Bellocchio, il regista finge di credere ancora, alla fine, che "ribellarsi è giusto", non va certo lontano nell’analisi e nella ricostruzione di un momento storico anche se non è la chiave storica, non sia mai!, a interessare il regista (come Bellocchio, peraltro) bensì quella privata e intima, anzi intimistica. Minimali su sfondo massimalista. Il problema riguarda soprattutto Bellocchio, il ’68 di Bertolucci fa solo da sfondo mentre la tragedia di Moro è il soggetto del film. (E, chiaramente, se Bellocchio avesse voluto andare oltre la Storia, fregarsene di una lettura forte di un episodio storico forte, bastava che avesse narrato il rapimento di un eventuale zio Gustavo, e nessuno gliene avrebbe fatto carico. Ma no, lui proprio voleva la Storia, però per parlare d’altro, cioè del Privato.) Constatiamo, in breve, che è dal tempo di Alfieri che gli scrittori, i teatranti, i cineasti italiani negano la tragedia, le sono estranei indifferenti insofferenti ostili, e prediligono due soli modelli: la commedia goldoniana e la farsa, o il melodramma minore, liberty - non Verdi ma "mi chiamano Mimì" e "hanno ammazzato compare Turiddu". Il caso Moro è però una tragedia vera verissima. È Storia, oggettiva e tremenda. La tragedia non ha bisogno di grandi protagonisti per essere tale; può anche essere tragedia delle incomprensioni e delle falsità tra mediocri e perfino tra abietti, che spingono e portano all’irreparabile. Bellocchio è estraneo alla tragedia, il suo humus è semmai quello del piccolo melodramma moderno detto psicanalisi. La psicanalisi è una chiave fondamentale di lettura sia per Bertolucci che per Bellocchio. "A partire da sé", solo da sé. Con un’altra asserzione totalizzante, di cui chiedo venia, se Marx è, come dicono, morto (ma mai come oggi l’economia presiede a Tutto, anche se si finge di no), altrettanto e più morto è Freud, con l’eccezione di quello meno amato dagli psicanalisti, che parlava del disagio e della possibile fine della civiltà. Hanno invece vinto, e sono ben vivi, non c’è dubbio, nella interpretazione odierna dell’umana condizione e della storia della civiltà, Darwin, mai così ristudiato, e sul piano delle arti Jung, ché la più azzardata e presente arte dei nostri anni continua a parlarci di archetipi. (Fellini è vivo anche per questo.) Questa premessa, ancorché rapida e superficiale, ci è sembrata necessaria a spiegare la nostra delusione di fronte al film di Bertolucci, e ancora più grande, perché ce ne aspettavamo ben altro, dopo il film precedente, di fronte a quello di Bellocchio. Su "Dreamers", in breve: Bertolucci ha preso senza citarlo "Les enfants terribles" di Cocteau, che già rendeva un po’ accattivante Radiguet ma era pur sempre "un racconto crudele della giovinezza" come sono stati "Jules e Jim" e i primi Godard, i film di Oshima e di Skolimowski e anche, e molto, in modi diversi, "I pugni in tasca" e "Prima della rivoluzione". Lo ha preso e lo ha illustrato spostandolo con il gusto di oggi a un’epoca, il ’68, vista solo in due aspetti. A) Quella di una certa "liberazione sessuale", reale assai, ma che c’entra "Les enfants terribles" se non per il triangolo pensato molti anni prima (quaranta!) ben più amaro crudele disperato? Qui di crudeltà e di disperazione c’è niente, c’è solo un gioco di ricchi. B) Quello di una certa cinefilia. Anche qui la falsificazione è grande, nonostante i "documenti" su Langlois, ma come se il ’68 fosse principalmente quello, la rivolta dei cinéphiles contro Malraux e non degli studenti contro De Gaulle e anzi tutto un sistema, "il" sistema. La cinefilia dei protagonisti è simile a quella, mettiamo, dei lettori di "Ciak" e di "Première" o dei "Cahiers" idiotissimi di oggi, ha molto poco da spartire (c’ero, posso testimoniarlo, alla Cinemathèque del Palais de Chaillot e a quella della rue d’Ulm ho passato un tempo infinito, a partire dal ’63-’64 fino al ’68) con quella dei cinéphiles di ieri, assai meno stupidi e consumisti, assai meno "segaioli" di quelli bertolucciani. E Bertolucci, che "c’era" anche lui, lo sa benissimo, ma gli fa comodo non ricordarsene. Per inciso, la scena più offensiva per un cinéphile serio è quella in cui il comico tentativo di suicidio di una stupidella è paragonato nelle sue fantasie a quello straziante e terribile di "Mouchette". (E ci risiamo: cosa sanno i nostri registi della Tragedia? In Italia, oggi, solo la Raffaello Sanzio la frequenta e rinnova; senza clangor di gazzette...) È una sciocchezza molto elegante, "Dreamers", un film che si svolge in un luogo immaginario in un tempo immaginario dove non si sognano le vere liberazioni individuali e collettive, o dove non si cade nella disperazione per l’impossibilità delle vere liberazioni individuali e collettive. Lasciamo perdere Bertolucci, e veniamo a Bellocchio, che si è molto risentito per il giudizio sul film che ho dato sul "Messaggero" e che però qui riprendo, con poche aggiunte. La reazione scomposta, sciovinista e ridicola della dirigenza Rai di fronte al verdetto della giuria veneziana che ha osato, presieduta da un italiano, non dare il massimo premio a un loro film, al Film Italiano "Buongiorno, notte" di Marco Bellocchio (di questo passo addio Oscar a Benigni, addio Palma a Moretti! che ognuno premi i suoi, valgano e non valgano, purché coi colori nazionali!); gli entusiasmi generali dei giornali e degli "uomini di cultura" di destra, di centro e di sinistra per il medesimo film; l’essere a un tratto diventato Bellocchio emblema quanto Ciampi e la Nazionale di calcio dell’Unità della Patria, ricostituita attorno al suo modo di evocare il Caso Moro; tutto questo dovrebbe far riflettere il regista piacentino, ma dubito che avverrà. Il plebiscito di consensi (italiani) gli può far male, con la convinzione che gli porta di aver subìto una clamorosa ingiustizia. E invece no, oltre al film russo a Venezia c’erano in concorso, nel pastrocchio delle divisioni imposte dai gusti e dalle tattiche del direttore della Mostra, film ben migliori di questo, e fuori concorso anche. Onestamente, sono tra coloro che hanno apprezzato diverse cose del film ma che l’avrebbero fatto con più sentimento se non avesse tirato in ballo fatti e personaggi storici precisi, ma li avesse reinventati con altri nomi e storie. Così com’è, "Buongiorno, notte" è un film "politico", che affronta una delle più brutte storie delle tante e vergognose che costellano il nostro passato e il nostro presente. E "a film politico, giudizio politico", si diceva una volta. Specularmente al film di Bertolucci sul ’68, anche quello di Bellocchio non si distacca più di pochi centimetri dall’ombelico del regista. Bertolucci idealizza il suo ’68 molto borghese e "privato", e Bellocchio ci parla in realtà solo del suo "privato", fa un film su i suoi miti e modelli famigliari, e auspica riconciliazione e armonia di una famiglia che vuole anche "famiglia Italia", visto il soggetto e il modo di trattarlo, e le soluzioni che offre. Prima del ’68, il protagonista di "I pugni in tasca" buttava la madre nel burrone, e quella madre era una certa Italia oggi forse scomparsa. Ora Bellocchio è cresciuto, e assolve i padri (il Padre per eccellenza, Moro) e i figli (i terroristi), e auspica, per via materna (la figura femminile idealistica e idealizzata della terrorista tanto buona i cui sogni sono il film, ed è lei la morale del regista) una Storia riconciliata. E, secondo la più stupida delle vulgate freudiane, identifica Padre e Potere. Il caso Moro fu una tragedia piena di responsabilità, piena di colpe della classe dirigente e dei dopo-’68, con cause definibili e lasciti altrettanto interpretabili. In ogno caso è Storia, come spezzoni tv e giornali ricordano nel film, e i nomi stessi dei personaggi. Ma Bellocchio si serve di questo per dirci i suoi bisogni di ex figlio ribelle diventato oggi padre ossequiente con figli acquiescienti. Film onirico e psicanalitico, che però vuole chiamare in causa la realtà e la Storia, "Buongiorno, notte" è un film di pacificazione e di assoluzione delle principali parti in causa, e in esso tutto mi suona falso e idealizzato. Bellocchio, come Bertolucci, non sa interpretare neanche la sua stessa storia, il suo "pubblico", il suo "privato" dentro il "pubblico" di un quarantennio. Unici nemici che gli restano, Stalin e il Papa, guarda caso quel Paolo VI che fu una delle poche figure pubbliche a uscire pulite dall’indecorosa vicenda politico-criminale del caso Moro. Il Padre buono e incompreso pensa da ultimo alla famiglia e ai nipoti, come la terrorista buona (la "balia" di un film precedente del regista), che ha scoperto un padre in mezzo a colleghi che proprio non fanno paura e che non somigliano affatto agli spietati individui della realtà - che, tra l’altro, distrussero un movimento con il loro fanatismo imbecille e hanno aperto la strada agli abomini politici successivi. È un film privato e infantile, quello di Bellocchio, che arriva perfino a sognare un Moro libero, fantasma new age né più né meno dell’attore Boni che benedice la continuazione felice dell’italico familismo dopo i lutti della Storia in quel film sciocco, conformista e amorale che è "La meglio gioventù", culmine del cinema ufficiale italiano degli anni novanta ugualmente familista conformista e amorale che va dall’ultimo Moretti a Muccino, da Avati a Ozpetek, all’ultimo Bellocchio. "Buongiorno, notte" va visto, purtroppo, in chiave antropologica, sociologica e politica come esempio di un’Italia riconciliata nel denaro e nel conformismo dei comportamenti." |