 27/12/2003 20.22.11 Antonello |
Io dei dvd ho ancora ben poca considerazione, se ti importa. Nel senso: non ho mai noleggiato un dvd (non che sia importante...), e non ho di quei problemi tipo: << Sono refrattario al sistema analogico >>, che si sente dire in giro. Per ora registro su vhs, e non me ne dolgo. Con questo i miei acquisti li faccio per lo più in dvd, soprattutto quando c’è da prendere un film vecchio o un film molto straniero. D’altra parte è da lì che si prendono, in vhs non si trovano. "Picnic ad Hangiin Rock", invece, l’ho preso in vhs, e nuovamente non me ne dolgo. "Il decalogo" lo sto registrando a futura capitalizzazione. Mai come in questo periodo la mia videoteca si sta ampliando per mia iniziativa - e non per quella di mio padre. Per quanto riguarda la tua risposta, scusa, ma non mi sembra che risponda granchè. I problemi distributivi non li tocchi, sei passato tranquillamente sopra il fatto che i sottotitoli non danno realmente fastidio (leggenda, ripeto), e non mi venire a tirare fuori le storielle razziste su Chin Chon Chan, perchè devo proprio ad un abitudine consolidata negli ultimi mesi (vedere, laddove possibile, il film in originale) la possibilità di riconoscere più o meno subito se una persona dai tratti orientali (e ce ne sono parecchie in giro) è dell’aria cinese o giapponese. Insomma, naturalmente avrai da ridire, ma ti assicuro che è meno difficile di quanto sembra, e mi aiuta a non dire le solite stronzate - se non si è capito odio sentire al giorno d’oggi cazzate che potevo capire nei ’50. Di certo non voglio aspettare che i Cinesi diventino i nuovi padroni per cominicare a capirli. Ancora: facciamo un gran parlare, e anche bene, di canali peer to peer da cui si può scaricare più o meno tutto, e poi una convenzione assolutamente arbitraria e unica nel mondo ci mette i paletti fra le ruote. Mi sembra così tanto novecentesco, se mi intendi. Il doppiaggio poi è molto più difficile quando il film è ripreso in digitale, in quanto questo formato facilita una certa naturalezza in presa diretta, e il doppiaggio per l’appunto sembra qualcosa di assolutamente posticcio, insomma registrato in studio mentre il resto della traccia effetti e voci è ambiente. In film di carattere storico-sociale, il doppiaggio può snaturare l’impostazione di base, magari appiattendo il conflitto linguistico: in "No man’s land" fa piacere sentire parlare in Francese i Francesi, in Inglese gli Inglesi e in tedesco i Tedeschi, un po’ meno in Italiano i Serbi e i Bosniaci. In "Fino all’ultimo respiro" viene quasi del tutto cancellato il fortissimo accento americano di Jean Seberg, rendendo incomprensibile parte dei dialoghi del film (che vertono appunto sulla difficoltà linguistica). E si potrebbero fare molti altri esempi - per non parlare del doppiaggio che è malvagio per motivi interni, vedi T3 o peggio "I Monty Python alla ricerca del Santo Graal". Io capisco che non possa interessare nulla della deontologia cinematografica, nè dell’etica ne dell’estetica, nè delle cinematografie orinetali, o iraniane, o quel che vuoi. In molti casi è un atteggiamento saggio, proprio perchè il rigore della cinefilia ha assunto a volte dimensioni esagerate, e fin fanatiche. Io non sono di quelli che pensa che al cinema si debba tutto, anzi penso, come Celarent ben sa, che la maggior parte dell’industria cinematografica incontra la mia più ostentata censura. Un tempo ho spesso speso tempo a ribadire che sarebbe dovuto un atteggiamento esternalista, strutturale, che possa demistificare il cinema nelle sue componenti prima di tutto centripate. In realtà, un atteggiamento da estendere a tutte le arti, con la dovuta capacità di discernimento, il che non è proprio all’ordine del giorno e richiede una fatica anche notevole. Il rapporto con una società mi è sempre sembrato prioritario, senza escludere i grandi autori (ma precedentemente riconosciuti come tali) e ancor di più il cinema popolare, che ha un senso più chiaro di ogni altro cinema. Il cinema che aborro è proprio quello che si situa in mezzo, quello tra l’altro più permeabile alla discreta invasione dei padroni del momento, o di chi si vuole padrone o fratello (il cinema ungherese negli ultimi anni del fascismo!). Dunque, da una parte desiderando la preservazione dell’opera in quanto così ideata da qualcuno che aveva evidentemente più di un motivo per volerla così, anche le voci originali che rientrano prepotentemente nell’ambito della direzione degli attori e delle loro capacità; dall’altra serenamente constatando che non esiste in Italia un cinema popolare in quanto non esiste più un popolo (quasi più), posso dire di non trovare più molte motivazioni se non laconiche alla persistenza del doppiaggio. Non è un caso se uno dei pochi filmoni mainstream che mi è stato dato di apprezzare almeno in parte (e che è facilmente riconducibile tra l’altro ad un fascino retrò, come da più parti segnalato), quell’Isda shantosissimo, non abbia incontrato da parte mia nessun rifiuto nell’eventualità di sentirlo doppiato. E ho sempre ammesso quando un doppiaggio risulta ottimo: "Berlin Alexanderplatz" è un esempio magistrale, ma è un caso più unico che raro. Giancarlo Giannini che doppia Al Pacino, soprattutto in Carlito’s way, ne è un altro. Ripeto, a fronte della scarsa amicizia con cui i sottotitoli vengono visti in Italia e anche dell’assunto vagamente ricattatorio dei posti di lavoro in perdita, che la soluzione migliore per un trapasso sia la doppia scelta alla francese, con sale con versione in originale e sale con doppiaggio più o meno equamente ditribuite sul territorio. Non mi nascondo comunque che sarà difficile proprorre qualcosa del genere in Italia - il cinema da sala in Francia è tipicamente assai frequentato (proiezioni mattutine per statuto) e qualititivamente migliore per distribuzione e spettatori (20 milioni di Euro per "Spirited away", contro i quattrocentomila italiani) - sulla qualità della produzione interna, la divaricazione fra opere ottime (mai viste in Italia, per lo più) e infime è grandissima. |